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Piccolo racconto neozelandese

È ORA DI CONFRONTARMI CON UN ALTRO LUOGO MITICO: LA NUOVA ZELANDA!

Buona lettura!


Sottotitolo: soliloquio

(Immagine presa da qui)

Come va la scrittura?
(Bene.)
Fammi un po’ leggere:
“Il Pifferaio Magico, eliminati tutti i riferimenti culturali, si svegliò senza peso. Leggero, etereo, librante. Andò a sbattere contro il muro dei ricordi, si fece un ematoma grosso così e decise che suonare lo avrebbe aiutato sia a liberarsi dal dolore dell’amata ita, sia dal dolore alla fronte.”
(Che c’è?)
No, pensavo. Chi è questo?
(Subito devi arrivare alla conclusione che debba essere qualcuno. Non è mai così, lo sai da te, non mi ispiro a Musi.)
Lo dici sempre, anche con il Piccolo racconto andino… chi è il neozelandese?
(Un personaggio di fantasia!)
Ti piace molto?
(È ardito.)
E perché sbatte contro il muro? Cosa hai combinato questa volta?
(Ma niente, dai, le solite cose.)
Quali solite cose?
(Ma sì, le solite incomprensioni.)
Incomprensioni?
(Superficialità.)
Tu?
(Ma ti pare? Lui!)
Un altro?
(Eh…)
E che ha fatto?
(Bionda.)
Ti ha dato della bionda?
(E mi ha chiamata Giulia.)
Porco!
(Artista.)

My Heart Will Go On – Recorder By Candlelight by Matt Mulholland

Ringrazio Nina per la felice scoperta del Muso.

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Piccolo racconto andino

ECCOMI QUI, NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE, ULTIMA TRA ILLUSTRISSIMI, SENZA ESSERE TALE. MI CONFRONTO CON LE ANDE!

Buona lettura!

Sottotitolo: soliloquio

(immagine presa da qui)

È andino.
(Sì).
È un piccolo racconto andino.
(Sì).
Ci vogliono le Ande.
(Uff).
L’hai appena scritto.
(Bene).
Hai presente la catena montuosa?
(Non ne ho voglia).
Ma come!
(Eh).
Non è difficile, piazzaci qualcosa da scoprire, lì.
(No).
No?
(Non ne ho voglia).
Mettici quacluno almeno!
(Sì, figurati, per poi lasciarmi trascinare chissà dove).
Là!
(Appunto, ci sei andata tu sulle Ande?).
E che vuol dire? E Salgari? Ma che dico Salgari, De Amicis!
(A parte che De Amicis da quelle parti c’è stato. Comunque, grossa fatica).
Allora cosa vuoi fare?
(Cancello “andino”).
No! È così musicale!
(Ecco, la musica, adesso ascolto un po’ di musica.)
Prima chiudi il racconto.
(Non ci penso proprio).
Non vedo altre forme di distrazione all’orizzonte.
(Lo dici tu!).
Cosa stai facendo?
(Ginnastica).
Ma quando mai!
(Adesso. Mi preparo per andare sulle Ande).
Ma quando mai?
(Ipocrita).

Dieci minuti dopo

L’andino ti chiama.
(Mh).
Balla tutto e fa smorfie ammiccanti.
(Mh).
È pieno di sentimento.
(Certo).
Accarezza i cespugli, cammina scalzo e si strofina contro l’albero.
(Uff).
É corredato da oggetti vagamente allusivi.
(Non avevo dubbi).
Si è lavato i capelli con il tuo shampoo preferito.
(Bastardo…).
È triste.
(Io non lo volevo scrivere il racconto andino!)

Leo Rojas – El Condor Pasa
Versione in quechua
“Yaw kuntur llaqtay urqupi tiyaq
maymantam qawamuwachkanki,
kuntur, kuntur
apallaway llaqtanchikman, wasinchikman
chay chiri urqupi, kutiytam munani,
kuntur, kuntur.
Qusqu llaqtapim plazachallanpim
suyaykamullaway,
Machu Piqchupi Wayna Piqchupi
purikunanchikpaq”
Versione in italiano
Oh maestoso Condor delle Ande
portami a casa mia, sulle Ande
Oh Condor
Voglio tornare alla mia amata terra e vivere
con i miei fratelli Inca, che è ciò che più rimpiango
Oh Condor
A Cuzco, nella piazza principale
aspettami
affinché sul Machu Picchu e sull’Huayna Picchu
andremo a passeggiare.
(testo e traduzione da qui)

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tre tree

Sono stata a trovare MANUEL sul suo bel blog e, come sempre accade quando son dalle quelle parti, mi ingolosisco e gli chiedo di portare a casa un ricordo della visita: le sue immagini.

Ho aggiunto anche tre miei scritti tree. Non ho resistito.


LA PRIMA VOLTA

La prima volta che mi sentii albero, fu a un risveglio.
Dopo una lunga operazione, avvertii sinapsi.


LA SECONDA VOLTA

La seconda volta che mi sentii albero, fu sotto una nevicata.
Senza guanti. Senza berretta. Senza un tragitto. Ferma.


LA TERZA VOLTA

La terza volta che mi sentii albero, fu sul far di un’ora senza tempo.

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La Berceuse

La Berceuse – 1889 – olio su tela (92×73 cm) di Vincent van Gogh. Museo Kröller-Müller, Otterlo. (immagine da qui)

Le falangi, cazzo!
pensa mentre si passa la lingua sui denti.

Come si fa a commettere errori sempre così marchiani?
pensa mentre approfondisce la conta dei denti.

Che uno dice: “ma con tutti i quadri che hai dipinto, non hai ancora capito come farle queste cazzo di falangi?”
pensa mentre il sapore ferroso raggiunge le papille.

E fai delle prove! Ti metti lì di buona lena e provi finché non diventi capace; incapace!
pensa mentre urge interrompere il viaggio del dente verso una delle due cavità: esofago o trachea.

Non riesco a guardare l’insieme con quelle cazzo di falangi male arrangiate. Mi dà fastidio. Mi dà un fastidio pazzesco, un fastidio estetico che brucia. Bruciaaaaa!
pensa e sputa quel che c’è in bocca di troppo.

Lo sguardo sempre fisso al quadro. L’intorno non gli interessa, è un di cui.

Falangi. (Falangi.) Falangi, falangi-falangi: FALANGI! Se fossi stato il compratore ti avrei costretto a cambiarle! Tutti hanno corretto le mani, anche i più grandi. Certo le mani non vengono bene a tutt…
Un calcio ai testicoli gli interrompe il pensiero. Lo sguardo è finalmente cieco. Il silenzio, totale. Il male inghiotte tutto.

«Grazie.» sussurra senza fiato alla donna in piedi, che ancora trema di rabbia. Tradita, solo per ammutolire un’ossessione estetica.


Il ritratto di Augustine Roulin rappresenta una donna reale e insieme un ideale, un simbolo. Con lo sguardo umile, le mani che stringono il cordone con cui dondolava la culla, (berceuse significa appunto, in francese, “colei che culla”). Lei è un mito femminile, quello della moglie e madre, capace di consolare e di placare l’animo.

https://it.wikipedia.org/wiki/La_Berceuse
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In 6 parole?

In 6 parole!
Il titolo è escluso dal conteggio.

A voi la palla!

TERAPIA

Ripeta: COGLIONE TESTA DI CAZZO!
Meglio?
(by endorsum)

SCORTESIE

«Vecchia io?»
Chiese puntando la Beretta.
(by endorsum)

LUOGHI COMUNI

Voi uomini siete tutti uguali: mangiate.
(by endorsum)

PROTESTA

non riesco a dormire
Porca puttana
(by poetella)

EMPATIE

Ti spezzo un lombrico
nell’occhio!
(by silviatico)

UN BUONGIORNO DEL CAZZO

Devo essere al lavoro alle 6.
(by unallegropessimista)

CONDIZIONE CONIUGALE

Dammi tre parole: sei imbranata amore.
(by Adriano)

CAFFÈ

Quant’è? Un euro e venti!?
(by Alessandro Gianesini)

CINEMATOPEICA

I’m too old for this Shit!
(by romolo giacani)

OSSIMORO

Solo sei parole? Non ci riesco.
(by Raffa)

SUSPANCE

Potrei raccontarti i miei segreti, ma…
(by Centoquarantadue)

CINEMATOPEICA 2

Stupido è chi lo stupido fa.
(by romolo giacani)

DEMOCRAZIA

Dimmi pure: tanto ho ragione io.
(by silvia)

PANDEMIA

ma vaffanc___!
(by titti onweb)

STORIA TRAGICA DOMENICALE

Svegliomi. Sbadiglio. Ed è subito lunedì.
(by EmoticonBlu)

FUORITEMPO

Sono troppo vecchio per morire giovane.
(by Bertow)

PARADOSSO ARITMETICO

Uno, due, tre, quattro e cinque.
(by Bertow)

DECONSTRUCTION

Like a Monkey on a Tree
(by LunaReport)

VALERIA ROSSI

Valeria Rossi: “Tre Parole” sono troppe
(by Kikkakonekka)


Ok, le mie le ho scritte ascoltando questa musica…

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Protetto: Suor Morigerata, nata Prudenzia Accecaragnoli

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Il portatore d’acqua

foto da qui

Quando il portatore d’acqua s’innamorò dell’acqua, il pozzo si ruppe una pietra per ferirgli la mano.
La goccia tonda cadde e intorpidì l’acqua, la quale, non si riconobbe più. Gli scivolò così tra le dita, capitò a terra e lì gioì d’una porosità amica. Il portatore guardò le mani vuote e rosse, toccò il pozzo, marchiandolo a sangue.
Il pozzo senz’acqua, soffrì il suo primo pianto. Asciutto.

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In tutto

Immagine presa qui

Eccomi qui. Come tu mi vuoi. Tuta d’oro. Come le ragazze che possono. Scarpe con tacco alto. Nere. I riccioli di quella tonalità castana che ti piace tanto. Folti, più folti di prima, da non poterli accarezzare. Ti basta guardarli. Le labbra da pompino, finalmente. Gli zigomi un po’ gonfi, per tener su la faccia e le rughe, andate. Via, scappate. Il volpino al piede, stranamente tranquillo. Tutto è tranquillo qui fuori e anche lui. E anche io. Grazie a Dio ho gli occhiali da sole grandi. Grandissimi. Fa freddo oggi e ti ho dato due figli. Ti ho assecondato in tutto.

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Grow

Ecco una seconda fantastica collaborazione con DiDì. Le immagini sono sue e così il titolo. Di mio c’è il testo.

Buona visione.


Immagine di @didilucephotoblog

Fuuuuuhhhhh.
Fuori tutto. Un negativo polmonare.
Guardo più del dovuto. Non ti disperdi. Stalli.
Forma.
Maledetta forma.
So cosa sei!
(Potrei non essere pronto.)


Immagine di @didilucephotoblog

Breve pressione su palpebre chiuse.
Si inizia.
Ma sì, l’ho accettato.
Continuiamo.
Ti seguo.
(Eppure stavo così bene, non ne capisco il bisogno.)


Immagine di @didilucephotoblog

Ah, quel colore!
A mangiarmi i contorni.
So dove porta.
Sempre troppo fuori.
(Sempre troppo dentro.)


Immagine di @didilucephotoblog

Ci siamo.
Espugni il mio cazzo mentale. E tiri.
Smettila!
(Collaboro.)
Mostrami solo dove ficcarlo! (Son calmo.)

Immergermi e uscire.
Penetrare e ritrarmi.
Insoliti i pensieri seducono e respingono.
Visioni inedite: a morsi.


Immagine di @didilucephotoblog

E sempre in titubanza mi trovi, all’inizio.
(Con questi passi rubati a un cha cha.)
Poi i suoni, perduti nella frenesia.
La nuova acquisizione in monta.
La Verità trascina.
Resisto a un istante.

Che esplode.


Immagine di @didilucephotoblog

Oh, compiuta vampa.
Di mio tinta.

(Di mio tinta…)


Immagine di @didilucephotoblog

Apro gli occhi.
Ti mostri in positivo. Adesso.
Riconosco.
Te. E a te.
Me. E a me.
Lei. E a lei: piccola crescita.

(Svanisci.)

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Seamen

Sono molto contenta: ringrazio DiDì per le bellissime fotografie e per l’individuazione del titolo.

Questa narrazione per immagini era perfetta. Poi ho aggiunto il testo.

Buona visione.


Eccoti.
Onda bell’Onda. Mia bella, mia carezza cazzara… he he!
Oh che permalosa!
Bella.
Bella-bella. La schiuma salata in faccia mi schiaffi. E mi strappi. Che forza hai, eh? Mia dolce, che porti? Che prendi?
Io sto bene, lo sai, si resiste. Si resiste bene. Sì.
Ma aspettami. Aspetta che arrivo.

Dunque, vediamo. Guarda cosa hai combinato l’ultima volta. Mi hai rotto il secchio, he he! Velocità avrei dovuto avere. Giocare con te diventa come una volta: difficile.
Mia bella. Sei vigorosa oggi, sfacciata. Da un po’ non ti facevi così insolente.
Tra poco, eh? Ci troviamo al solito posto.

Sì, è nuova, ti piace? Ci voleva un pezzo fresco-fresco. L’altra l’hai amputata, ricordi? Mi è rimasta in mano solo la cima, il resto te lo sei preso tu.
Hai ragione, mai un dono, un omaggio, devi sempre far da sola. Onda mia bella. He he.
Cosa dici? Il caschetto? Normative. Non te l’aspettavi vero? Mi faccio bello anch’io sai? Ah, come sono elegante con quello in testa, sembro un edile… ok, non temere, niente edili all’orizzonte. Scherzavo. Un po’. Scherzavo un po’.

Mia bella. Ridiamo insieme? Vorrei ridessimo insieme, come una volta. Come quando stavi per rapirmi il braccio e solo ridere insieme ti ha convinta a ridarmelo. Lo sai che ti ho tatuata sulla spalla? Guarda, sei tu. E lui è tuo.
Io sono tuo. Bella che sei… Te ne ho chieste di cose eh? Te ne ho chieste sì. Mai questo: mi vuoi?

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Sidera

Sidera guardò le gocce. Le dispose una a una sulla lingua e le gustò, come ultimo abbraccio di vita. Puntò il dito verso il sole e sorrise all’idea dell’accartocciamento. Si distese sulla sabbia bollente, abbandonò l’otre al suo rotolar da duna e attese l’ultimo respiro in arsura. Soffocare? Espiare in temperatura? Bruciare gli alveoli? Forse solo dormire. Ma il dormire era da gelo, non da pelle in ustione e cosa aspettarsi allora dalla vita del deserto? Dalla morte del deserto? Grattò tra i granelli giocando con la sua clessidra e calmò il respiro. Giocò ancora con ciò che le riempiva gli spazi tra falangi e la solleticò il movimento di zampette. Scorpione? Son io. Ciao. Che vuoi? E tu? Non la morte. E cosa? La vita. Non sei nella condizione… Perché? Puoi solo scegliere come morire. Lo so. Sono qui per questo. Ma tu cosa vuoi? Vedere il ghiaccio. Interessante.

Sidera si girò supina con un sorriso fresco e lasciò lo scorpione arrampicarsi sulla sua spalla. Chiuse gli occhi e mosse lentamente le braccia. Piano! Temi di cadere? Ho fatto una certa fatica ad arrivare a te. Dici davvero? Non eri di strada? No. Ti cercavo da tempo. Perché? Per il ghiaccio.

Sidera si voltò sul fianco e lo scorpione cadde sulla sabbia. Presto si posizionò sulla mano. Come stai? Come chi sa che deve morire, ma che spera. Speri? Come te. Io non spero. Va bene e io non ho sete. Hai sete? Se non bevo muoio. Io conosco l’acqua. La vuoi? Sì. Io voglio toccare il ghiaccio. Sì.

Lo scorpione si mise in moto e Sidera lo seguì.

Una leggenda nata in quel tempo narra di una donna dalle dita di ghiaccio che viaggiava cercando il veleno che non l’avrebbe uccisa. Un’altra leggenda narra dello scorpione sognatore che un dì non punse. Le due leggende furono divise e tramandate da tribù diverse, seguendo ciascuna una propria via al mare.

Come lei divenne Artemide e lui chi la salvò da Orione, è una storia successiva.

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Schiare idee

– Dove vai adesso?

– Esco.

– Sì, ma dove?

– Non si capisce?

– No!

– Da quanto conviviamo?

– Non fare così…

– Non pormi domande inutili allora.

– Non sono inutili!

– Stiamo già litigando?

– No!

– E invece sì!

– No…

– E prima? Cosa stavamo mettendo in scena?

– Una litigata ma abbiamo smesso 4 minuti fa.

– Non me ne sono accorta.

– Sì invece, avevamo anche finito.

– Ma sei sicuro?

– Certo!

– Ah, ok.

– Me lo dici dove stai andando con la sedia?

– Vedi che vuoi continuare a litigare?

– No!

– Prendo le palline da tennis, devo comunque schiarirmi le idee.

– E la sedia.

– Cosa.

– Le palline da tennis e la sedia.

– Vedi? Dovresti conoscermi, dovresti! Vado!

– Mi dici almeno il paesaggio geologico?

– Stagno!

– (Ok, stagno…)

Let them come – di Neta Oren

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Contemplo (e non ringraziamo il merlo?)

Merlo in volo (da qui)

Il merlo. Esco dalla porta di casa e me lo trovo sui gradini. Oh che spavento! Lui si spaventa più di me e saltellando inizia a spruzzare ovunque contenuto intestinale. Poi scappa. Contemplo. Poi ritorna, perché era scappato dalla parte sbagliata. Intanto che osservo l’ultima opera di Pollock (vedrete qualcosa di simile cliccando), il merlo prende coraggio e si avvicina, emetto qualche suono a caso dalla bocca e gli mostro la via d’uscita, lui decolla e come un colibrì rimane a mezz’aria, infine va.

L’alimentazione del merlo in questa stagione: bacche viola.

La scala – marmo bianco bocciardato -. Con tutte quelle super schitte blu/viola è molto bella. Contemplo. Poi mi arrendo e inizio a pulire. Poiché era da un po’ che non passavo con vigore ed energia, il risultato è stato più o meno come quando su un foglio disegnato a matita si commette l’errore di cancellare con la gomma pane (tutto ok se è l’effetto desiderato, niente bene se l’effetto è indesiderato): candide macchie bianche a sfidare un’elegantissima patina del tempo. Contemplo. Contemplo a lungo. È TEMPO.

Armarsi. Di strumenti. Pazienza. Forza. Costanza. Dedizione. E di lui: l’olio di gomito. E di tempo, quel tempo: due ore.

In due ore a carponi a grattare marmo ho cambiato la mia vita.

Grazie merlo.

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La riposta

Dunque una settimana fa. Cosa ho fatto una settimana fa?

Ho risposto.

Una sola risposta per tutte le domande. Quante domande avrò raccolto? Tante, tantissime, se ne raccolgo ovunque. Per fortuna ho raccolto solo quelle che hanno posto a me, senza scorta d’altre (per fortuna sì, anche se accatastarne di rivolte ad altri non è che pesi molto, lo dico così, per ammorbidire, la carezzevole lamentela scalza che usa ritrarsi al primo freddo del suolo).

Una sola risposta a tutte le domande. Come stai? Tu, là, lù, lò? Quante ne vuole? Ha moneta? Torni domani? Mi lascia aperto? Zucchero? Fa freddo? Hanno già chiuso? Leggi? Piazza Vittoria? Con te parla? L’hai poi rivista? Mi mandi tutto via e-mail? Cosa ne pensi? Ne vuole uno? Lo porta da sola? Ti sembro solo? Me ne lascia una? Ti piace? A che ora? È andata bene? La richiamo? Mi chiami? Che mascherina è? Cosa gli hai detto? Stai andando adesso? Ha visto anche Lei? Queste scale? Hai sonno? Ci vieni?

Una sola risposta: mh (traduzione: un sogno (ma chi la conosce la mia lingua)).

Her Morning Elegance di Oren Lavie
Il sole è tramontato da giorni
Sun been down for days

Un bel fiore in un vaso
A pretty flower in a vase

Una pantofola accanto al caminetto
A slipper by the fireplace

Un violoncello che giace nella sua custodia
A cello lying in its case
Presto sarà giù per le scale
Soon she’s down the stairs

La sua eleganza mattutina che indossa
Her morning elegance she wears

Il suono dell’acqua la fa sognare
The sound of water makes her dream

Risvegliato da una nuvola di vapore
Awoken by a cloud of steam

Versa un sogno ad occhi aperti in una tazza
She pours a daydream in a cup

Un cucchiaio di zucchero si addolcisce
A spoon of sugar sweetens up
E combatte per la sua vita mentre si infila il cappotto
And she fights for her life as she puts on her coat

E combatte per la sua vita sul treno
And she fights for her life on the train

Guarda la pioggia mentre si riversa
She looks at the rain as it pours

E combatte per la sua vita mentre va in un negozio
And she fights for her life as she goes in a store

Con un pensiero è stata presa da un filo
With a thought she has caught by a thread

Paga il pane e se ne va
She pays for the bread and she goes
Nessuno sa
Nobody knows
Il sole è tramontato da giorni
Sun been down for days

Una melodia invernale che suona
A winter melody she plays

Il tuono la fa contemplare
The thunder makes her contemplate

Sente un rumore dietro il cancello
She hears a noise behind the gate

Forse una lettera con una colomba
Perhaps a letter with a dove

Forse uno sconosciuto che potrebbe amare
Perhaps a stranger she could love
E combatte per la sua vita mentre si infila il cappotto
And she fights for her life as she puts on her coat

E combatte per la sua vita sul treno
And she fights for her life on the train

Guarda la pioggia mentre si riversa
She looks at the rain as it pours

E combatte per la sua vita mentre va in un negozio
And she fights for her life as she goes in a store

Con un pensiero è stata presa da un filo
With a thought she has caught by a thread

Paga il pane e se ne va
She pays for the bread and she goes
Nessuno sa
Nobody knows

Nessuno sa
Nobody knows
E combatte per la sua vita mentre si infila il cappotto
And she fights for her life as she puts on her coat

E combatte per la sua vita sul treno
And she fights for her life on the train

Guarda la pioggia mentre si riversa
She looks at the rain as it pours

E combatte per la sua vita mentre va in un negozio
And she fights for her life as she goes in a store

Dove le persone sono piacevolmente strane
Where the people are pleasantly strange

E conta il cambiamento mentre va
And counting the change as she goes
Nessuno sa
Nobody knows

Nessuno sa
Nobody knows

Nessuno sa
Nobody knows (traduzione by Google)

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GM (giornata mondiale)

https://www.tp24.it/immagini_articoli/31-01-2016/1454256591-0-giornata-mondiale-delle-zone-umide-martedi-un-convegno-al-centro-polivalente-di-petrosino.jpg
c’è tutto in questa immagine: yin e yang (da qui)

Il raccontino narra della nascita delle “Giornate Mondiali” (o Internazionali, a piacere).

È a 4 mani, le mie due e le due mani di ADRIANO.

Trovaticisi sul sentiero del fastidio fisico nei confronti di questa nobile istituzione, abbiamo deciso di rendere almeno piacevole la percorrenza.

Buona lettura!

P.S.: le giornate nominate sono tutte realmente esistenti, tranne due: quali?


Da quando esiste il mondo, lo scorrere del tempo è stato sempre scandito dalle giornate. Queste, di giorno in giorno, di epoche in epoche, di lustri e lustrini vari, hanno segnato la vita di qualunque essere presente nel pianeta, anche dei sassi. Esse sono sempre passate uguali e placide, ma negli ultimi anni si è sentito il bisogno quasi fisiologico di prendere alcune di queste e di renderle speciali per ricordare fatti, avvenimenti, curiosità, nomi, città e cose da far conoscere a tutto il mondo. Sono nate così le giornate mondiali.
 
Enrichetta, detta Richy, pianta nella neve la tavola fucsia da snowboard e con i denti strappa la fascetta con velcro del guanto, spoglia la mano e con dita irrigidite dallo sbalzo termico tira la zip della tasca fluorescente sul petto: estrae il cellulare. Chi caspita la disturba prima di una discesa? L’ONU. Richy risponde alla telefonata e sì, da adesso è in missione per conto dell’ONU.
 
Richy ascolta la voce misteriosa che parla dall’altra parte del telefono con una inaspettata parlantina, e sta lì lì per tirarle un accidente coi controfiocchi che ecco la voce la blocca subito dicendole che non può dire nulla poiché oggi è la Giornata Mondiale della prosopopea e quindi deve sentire e basta. Richy ingoia il rospo chiedendosi quando sarà la Giornata Mondiale delle maledizioni al telefono, e dopo aver salutato mestamente la voce dell’ONU con un: “Obbedisco!”, si rimette il cellulare nella tasca fluorescente a norma di legge, chiude la zip con tutto il guanto e, noncurante di quanto stava succedendo, ridotta ormai a un blocco di ghiaccio con le gambe, si avvia a scendere la pista come meglio può, pronta per avventurarsi in quello che è un ricco calendario di giornate da rispettare.
 
Obbedienza.
Si obbedisce per timore, per indolenza spirituale, per mancanza di iniziativa, per economia energetica, per profondissima credenza. Aggiungerne si può, ma si obbedisce. Obbedendo, Richy avrebbe creato nuove parole d’ordine per altre innumerevoli obbedienze sane-sante-savie, ma quali?
La parete del salotto decorata con le 15 tavole appese. La parete del salotto decorata con le 15 tavole appese e il profumo di vin brulé nell’aria. La parete del salotto decorata con le 15 tavole appese e il profumo di vin brulé nell’aria e: una visione biblica.
 
Dal fumo sprigionato dal vin brulé si ode una voce come di tuono dal tono solenne.

– “Richy!” esclama la voce.

– “Chi è?” esclama Richy stupita.
– “Io”
– “Io chi?”
– “António!”
– “Da Padova?”
– “Macchè, da Lisbona!”
– “Oh scusate, adesso non posso, tengo la pentola sul fuoco, lasciate pure il depliant sotto la porta.”
– “Io non ho bisogno di depliant, sono il tuo capo!”
– “Uuuh signore, scusate tanto, avete detto Antonio ho pensato al santo. Cosa posso fare per lei?”
– “Hai letto le 15 tavole che ti ho mandato?”
– “Sì.”
– “E?”

– “Sono carine, fanno proprio un bel figurone in salotto.”

– “Devi rispettarle e farle rispettare tutte!!!”
– “Tutte?”
– “Sì.”
– “Anche quella della migrazione dei pesci?”
– “Sopratutto quella.”
– “Ammazza che culo!”
– “Vai e diffondi nel mondo col sorriso!”
– “Sia fatta la sua volont… ehm… ok.”
E come è venuta, la voce sparisce, tra risate alcoliche e di chiodi di garofano.
 
Oh che investitura! Ma che bello. E che onore. Che responsabilità. Che eccetera eccetera! Tra il bere, i profumi, gli ordini e la nuova fantastica avventura creativa, Richy si sente eccitata e frenetica, in cerca di carta e penna ove scrivere di getto… cosa?
L’ispirazione, si sa, nasce dove l’occhio cade e l’occhio cade, si sa, mosso dal desiderio e il desiderio di Richy, si sa, è concentrato sulle splendide tavole: Giornata mondiale dello snowboard! Fantastico, ecco l’abbrivio! Si volta verso il computer e un pensiero urgente l’assale: Giornata mondiale del backup! Un sospiro di sollievo, come se ideandola si fosse materializzato l’evento. Magico. Chissà se funziona anche con le lingue straniere: Dia internacional del Tango! Ah, che ispirazione seducente, tanto seducente, troppo: Giornata mondiale delle zone umide, e Giornata mondiale dell’orgasmo! Doppietta!
 
L’aver pensato alla Giornata mondiale dell’orgasmo le fa tornare alla mente quelli avuti prima di lasciarsi col suo fidanzato, e dal ricordo di tanti momenti felici pensa alla Giornata mondiale dell’uccello migratore.
Ma lo spremersi le meningi manda in crisi Richy, anche perché riempire 15 tavole non è uno scherzo. Con lo sguardo della disperazione, alza per un attimo la faccia e vede il frigo. Una certa fame inizia a prenderla sentendo brontolare lo stomaco come se fosse un temporale. Ricordandosi che ha ancora della pizza avanzata dalla sera prima, le viene il colpo di genio: Giornata internazionale della pizza italiana, che insieme a quella delle torte ci sta proprio bene.
– “Cavoli, perché non ci ho pensato prima?” e scrive e mangia.
– “Che vada al diavolo la dieta!” esclama con tono solenne.
Nel mentre che mette il tutto nero su bianco, l’occhio le cade su una rivista che stava guardando con la pagina aperta sull’evoluzione dell’uomo, e quale occasione migliore di questa nel comporre una lista che verrà ricordata dall’umanità intera?
– “Chissà cosa avrebbe pensato Darwin di questa nostra evoluzione… Ci sono! Facciamo il Darwin Day così per ricordarmi di tutto questo.”
In realtà pensa anche ad altri tipi di evoluzioni ma meglio non scriverle.
Gli occhi a questo punto cominciano a diventare sempre più pesanti fino a quando non si addormenta sul tavolo. Nasce così al suo risveglio la Giornata mondiale del sonno.
 
– “Antò.”
– ”…”
– ”Antòòòò! Ho fatto.”
– ”Sto giocando a frisbee. L’hai inserita la Giornata mondiale del frisbee?”
– ”No.”
– ”Non importa, mi piace che resti uno sport di nicchia. Dimmi dunque.”
– ”Ho finito.”
– ”Vediamo, sì, buon lavoro, ma manca ancora una giornata fondamentale. Vai ai Bagni di Trevi e…”
– ”La Fontana di Trevi.”
– ”Non è la stessa cosa con quel bel piscinozzo?”
– ”No.”
– ”Allora ti ordino di immergerti, fare due bracciate, pescare qualche monetina e avrai l’ispirazione ultima e fondamentale. Corri!”
– ”Adesso?”
– ”Adesso!”
 
Richy obbedisce anche se con molte perplessità. E se non avesse trovato le monetine? E se i vigili l’avessero trovata nuotando e fatto un mazzo tanto? E se i trentatrè trentini non entrano a Trento?
Una volta arrivata a destinazione, si immerge furtiva nella fontana alla ricerca delle Monetine della Sacra Ispirazione Ultima (MSIU).
Nuotando con la stessa grazia e agilità dei pesci migratori che vanno incontro al proprio destino, Richy tenta di compiere il suo ultimo incarico con le sacre monetine, e avendone trovate solo qualche migliaio, i dubbi aumentarono ancora di più. In compenso, però, pensava a come spenderle.
Dopo aver raggiunto per un attimo la pace interiore immaginando l’armadio pieno come un outlet, un cartello la riporta alla dura realtà: le monetine se le deve scordare.
– “Aaaaaaa mannaggia i pescetti!” esclama con un certo disappunto.
Piena di tristezza per aver fallito la missione che le era stata affidata, sta per scavalcare il muretto della fontana quando all’improvviso vede una monetina più scintillante delle altre. In quel preciso momento è come folgorata sulla Piazza di Trevi ed è lì, finalmente, che trova la sua ultima e definitiva ispirazione per la giornata mondiale mancante all’appello:
quella della carbonara.
 

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Immagini d’intimità

– Pensavo.

– Dimmi.

– Ci sono un sacco di mie foto. Nuda.

– Vero? Eh eh eh, ho stimolato la maiala impudica.

– Non sono sempre impudica.

– Lo so, Tesoro.

– E i tuoi amici mi guardano ogni volta tra le gambe senza ch’io abbia dato loro il permesso, grazie alla gigantografia appesa in sala.

– È arte.

– Voglio fotografarti lo scroto e metterlo lì, in parte alla mia immagine.

– Non sei tu l’artista.

– Ma questa è casa mia.

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Stelle

Le tre stelle della Costellazione di Orione Alnitak, Alnilam e Mintaka allineate al centro formano la Cintura. (da qui)

Stelle. Belle. Belle stelle. Stelle belle. Stelle e stelle e. Fottute (stelle).

Che se avessi un angolo di cielo guarderei ogni sera. E ogni sera guardo, le fottute (stelle). Che se ci fosse nube la sposterei volendo. E via a spazzarne a nembi, chiare fottute (stelle). Con allegra propensione immaginarle vispe, immote, nate e ignote, le mie fottute (stelle). Con ottimismo stolido ne individuerei di buone, intente a benedir Valchirie, incredule, per le fottute (stelle). Mi scrollerei di dosso il cattivo influsso con risata bassa, alla faccia loro, in rissa, porche fottute (stelle). E giocherei a unir punti e a disegnare allori, senza curarmi di corrispondenze, con le fottute (stelle). Così, non bastandomi l’ardire cozzo, rotolo, striscio rabdomica e soffoco, il riso, fingendo mi vediate, care fottute (stelle). Senza gridare o dire, passare da una a una, che il conto è aperto e non ne salvo alcuna, di voi fottute (stelle). E lo sapete, lo sapete bene che son vostra, schiva, selvatica e straniale, e allora impudiche, senza permesso e in codice, a tratteggiar distanze, fino a toccarmi suolo. Fino a morir nei nei. Sulla mia pelle.

Oh.

Fottute stelle.

ORION’S BELT IOVA (cover by Sabrina Claudio)
This mess of emotions got his body questioning
Is this feeling alright?
He studying my freckles like the constellations
And he’s looking for signs
I know that you’re not used to this
Boy will you let me teach you
Your mind is asking for my love
And you just need to hear it
Try not to wander off too much
Don’t let your feels control you
Keep you attentive with authentic kisses
Filled with amor
I’ll show you
How it’s supposed to feel
When we meet
At Orion’s Belt
I’ll show you
How it’s supposed to feel
Running my fingers through your hair I’m feeling
That your thoughts have left this Earth
Is it worth it? Yes
Is it genuine? Can I love like this?
Let me give you some reasons
I know that you’re not used to this
Boy will you let me teach you
Your mind is asking for my love
And you just need to hear it
Try not to wander off too much
Don’t let your feels control you
Keep you attentive with authentic kisses
Filled with amor
I’ll show you
How it’s supposed to feel
When we meet
At Orion’s Belt
I’ll show you
How it’s supposed to feel
When your hands running down my body
It’s like a ticket to a cosmic sky
Let your body get used to this
Let your body get used to this
It don’t matter where we are
Cause when we’re touching we’re caressing stars
Let your body get used to this
Let your body get used to this
I’ll show you
How we’re supposed to feel
When we meet
At Orion’s Belt
I’ll show you
How we’re supposed to feel

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Una settimana

STARÒ VIA PER 7 GIORNI

LASCIO QUI QUALCHE LETTURA, UN PO’ DI MUSICA, UN RECAPITO E IL TEMPO PASSERÀ IN FRETTA.

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qualche vecchio raccontino

unodietrol’altro

story-lenny

extra-lenny

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Amore, ti aspetto…

In attesa dello Story-Lenny 5, ecco un mio vecchio raccontino.

– Hai aperto la finestra?

– Certamente, ho anche chiuso il gas.

– Hai fatto bene, dobbiamo essere prudenti e aspettare che Ping arrivi.

– Si chiama Ping?

– Sì, da un paio di giorni.

– Non lo sapevo, ma come facciamo a essere sicuri che venga?

– Ho lasciato del vitello sul tavolo.

– Allora aspettiamo.

– Dovremmo andare nell’altra stanza.

– Ma come facciamo a sapere se arriva?

– Non so, ogni tanto diamo un’occhiata, ma silenziosamente, che non si accorga.

Ping non passa.

– Sono tre giorni che gli tendiamo questa trappola e lui lo sente e non passa. La carne ormai è da buttare e non possiamo continuamente porgergli carne fresca per farlo entrare.

– Secondo me non ci si comporta così con un gatto.

– E cosa dobbiamo fare allora?

– Fregarcene, magari ha voglia di compagnia e arriva lo stesso.

– Allora facciamo le nostre cose di sempre e non ci pensiamo.

– Mi sembra una buona idea.

La vita continua, aspettando il gatto.

– Sono cinque anni che lo aspettiamo e la nostra relazione forse funziona bene per questo, per l’attesa.

– Ma se non dovesse mai entrare?

– Dovremmo cercare qualcos’altro da attendere.

– Perché?

– Perché così stiamo insieme per un motivo.

– Non è insensato.

– No, infatti. Che dici, continuiamo ad aspettare Ping o ci diamo ai piccioni?

– Un topo? Che ne pensi di un topo?

– Proviamo con un topo.

– Come lo chiamiamo?

– Stong.

– Va bene.

Per far venire Stong abbiamo lasciato la casa sporca per mesi fino a quando non sono comparsi gli scarafaggi, ma non aspettavamo loro e li abbiamo ammazzati.

– Stong non arriva più, sono due anni che gli prepariamo l’ambiente giusto, ma non arriva più.

– Sono arrivati gli scarafaggi, quelli ci sono sempre.

– Che si sia sbagliata bestia?

– Forse…

– Vuoi dire che eravamo destinati agli scarafaggi e li abbiamo uccisi con l’insetticida? Sarebbe terribile!

– No, secondo me dobbiamo provare con un piccione, è facile un piccione.

– Sei forse stanco di me?

– No, no di certo.

– E allora perché vuoi che il piccione arrivi in fretta?

– Non è ciò che vuoi anche tu?

– Ah, sì.

– Lo chiamiamo Tep.

– Ma non saranno i nomi, dico, magari i nomi non li invogliano.

– E come lo chiamiamo?

– Ancora non si è nemmeno fatto vivo, aspettiamo di vederlo, poi vedremo a che nome risponde.

– Mi sembra un passo avanti.

Il pane sul davanzale non manca mai. Per mesi abbiamo trovato solo passeri a beccare e li abbiamo guardati come si guarda un bimbo brutto, con enfatica compiacenza.

– Cosa si fa dei passerotti?

– Niente si fa, qui del piccione nemmeno l’ombra, togliamo il pane.

– Sì, ma se non aspettiamo il piccione, cosa aspettiamo?

– Ormai è estate, proviamo con un pipistrello.

– Ma sì, il soffitto è alto, potrebbe anche farci un nido.

– Finestre spalancate allora.

– Ok.

Sono passati i ladri. Ci hanno portato via tutto.

Peccato non averli aspettati, ora sarei ancora in coppia.

H.E.R. – Wait for it
Uber on the way, my phone is chargin’
He keep callin’
I wanna pick it up, but I keep stallin’
I feel some type of way
It’s late at night, and babe
I ain’t get dressed for nothin’
I ain’t put on this dress for nothin’
So I’m comin’, baby
Wait for it, wait for it, wait for it, yeah
I’ma need for you to wait for it, wait for it, wait for it
Baby can you wait for it, wait for it, wait for it?
Baby can you wait for it? Wait for it
Can you?
Yeah, I know you on the way, but now I want it
I can’t take it
I’m merely tryna chill, but I’m impatient
Stay on my mind
Can’t sleep at night
And I ain’t get dressed for nothin’
I ain’t put on this dress for nothin’
I know you’re comin’
Wait for it, wait for it, wait for it, yeah
I’ma need for you to wait for it, wait for it, wait for it
Baby can you wait for it, wait for it, wait for it?
Baby can you wait for it? Wait for it
Can you?
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(Lo sa)

(foto presa qui)

Giallo, quanto giallo. Fragili piume pronte al volo. Forza d’unione in volontà di branco.

Avvicinarsi. Avvicinarsi un attimo in gesto. La mano è morbida sui suoi capelli. La carezza, inascoltata. (Lo sa.)

Lui è preso dalla sua nuova impresa e non s’accorge. Di tanto in tanto interrompe l’attività frenetica allungando le braccia fin sopra il capo, distendendo la schiena.

Assistere inermi a quanto accade: è l’unico modo. Sono mesi che è felice, pieno di voglia di vita. E assenza.

Ma non ora, intento in una scrittura a stampatello, a nascondere, ancora a nascondere l’ovvio, quasi per delicatezza, con pudore virile.

Sono 526 i post-it scritti; coprono il tavolo, parte del divano, il piano cucina e la porta d’ingresso.

– Manca qualcosa su questi foglietti.

– Lo so.

– Non serviranno incompleti.

– Lo so.

(Lo sa.)