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Melville

Quando lessi Melville accadde qualcosa di strano.

Non ricordo la mia età, solo ciò che fu.

Appassionatami come mai prima ai personaggi, decisi di stringere con loro un patto. Sì, non è procedura comune, ma questi uomini ricchi di sfumature ambigue avevano alimentato una curiosità caparbia e capricciosa. All’epoca non mi resi conto della conseguenze, eppure fatico a condannarmi, perdonando sempre ogni decisione al limite.

Il patto dicevo, pensai potesse essere una buona idea e lo proposi. Si raccolsero per un tempo lasso e ciascuno mi portò poi una personale risposta. Giusto. Ci salutammo nell’ora incerta e mi dimenticai di loro.

Il patto dicevo, il parto di una mente giovane e ambiziosa di sostanza, in sfida, amante del gioco proibito, lo formulai in questi termini: sarò in grado d’incontrarvi nella vita, promettetemi di farvi riconoscere.

Così è stato. E non è stato facile. Così è.

Oggi uno di loro si è reso riconoscibile e come ogni altra volta il boccone è sceso amaro.

Le sue parole sono scivolate semplici, sincere, modeste e le rispetto come si rispetta l’opera di un genio: “Preferirei di no.”

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Le età dell’innocenza 8

– Eccoti Pucci Amoremio! Com’è andata dal veterinario, caro?
– Male.
– Cos’ha il mio Pucci?!
– Non sono riuscito a farlo entrare.
– Cioè?
– Dopo 5 secondi ha attaccato un pastore tedesco e ha morsicato la mano dell’assistente.
– Pucci tesoro! Che ti hanno fatto Amore?
– L’ho dovuto portare via prima che mi facessero a pezzetti.
– Pucci vieni dalla mamma! Ti hanno fatto arrabbiare, piccolino? Eh? Tesoro, baci baci baci.
– Puoi non farti leccare la faccia?
– Ma sei pazzo? Questi sono i baci del mio bambino.
– È che poi ti bacio anch’io.
– E allora? Non c’è niente di schifoso, è amore, vero piccolino?
– Sì, ma… si lecca il culo!
– Pucci, Amore, non è cattivo, è solo un po’ invidioso, capisci? Ha paura che voglia più bene a te che a lui. Ma adesso la mamma gli spiega bene come stiano le cose, non preoccuparti, ci pensa la mamma a metterlo al suo posto.

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Le età dell’innocenza 7

– Caro mi ascolti?

– Sì.

– Non sembra. Cosa guardi?

– L’unghia.

– Allora mi stai ascoltando.

– No. Se guardo l’unghia non posso avere un pensiero che la riguardi?

– Mi sembrava assurdo.

– Hai creduto, quindi, che ti stessi davvero ascoltando perché se guardo un’unghia non ho di meglio da fare che ascoltarti?

– Be’ sì. Quella è l’unghia che ti sei appena tagliato, è già un rifiuto, presto la butterai e non ne avrai nemmeno il ricordo.

– Sbagli cara, devi capire, capire che ci può sempre essere dell’altro anche quando mi guardo un capello sul pettine.

– E cosa devo capire? Che sei in lutto tutte le volte che ti si squama la pelle, che ti soffi il naso, che vai al gabinetto?

– Brava!

– E perché dovrei essere partecipe di questi lutti quotidiani?

– Per capire me, no?

– Credo di non volerti conoscere così approfonditamente.

– Ma sono il tuo pigmalione!

– Grazie, sì, ti devo quasi tutto, ma piangerti la forfora no, è troppo.

– Vedi che non vuoi capire, non sei stupida, sei ottusa…

– Cosa fai adesso?

– Metto l’unghia in una tabacchiera, raccolgo reliquie da vivo.

– Che schifo!

– Lo faccio anche per te, quando sarò morto le potrai vendere.

– Ma sei pazzo? Nessuno comprerà mai certa roba!

– Perché? Non credi che qualcuno possa bramare il mio DNA?

– E per farci cosa?

– Sapevo di non doverti chiedere troppo.

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Le età dell’innocenza 6

– Non ho fame, dallo al pitone.

– Il pitone non mangia i tuoi avanzi.

– E cosa mangia?

– La cavietta.

– Mi hai riempito la casa di topi?

– Te ne sei accorto finalmente.

– Ma io pensavo fossero l’alludere alla mia mancanza di attenzioni!

– Ha dato qualche risultato?

– No, per questo non mi preoccupavo del fatto che aumentassero di numero.

– Sono solo cibo.

– Ma dobbiamo proprio tenere quella bestia in casa?

– È un animale come un altro, che fastidio ti dà?

– Un enorme fastidio!

– Ce l’hai con lui perché è più lungo del tuo pisello.

– Che stronzata! Anche gli alberi hanno rami più lunghi del mio pisello!

– Lo so…

– Che vorresti dire?

– Niente, dico solo che lo so.

– Ah, lo sai, lo sai eh? E che altro sai?

– Che non te la prendi con tutti gli alberi andando a tagliargli i rami, quindi perché prendertela con il pitone?

– Perché mi fa senso! E non lo voglio in casa mia!

– Preferisci che mi prenda un cane?

– Non voglio animali in casa!

– Ma io sì!

– Se ti prendo un vibratore è lo stesso?

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Le età dell’innocenza 5

– Che musica sublime, vero?

– Un’esecuzione mediocre.

– Ma che dici? È magnifica!

– Magnifica non direi, nella norma, dai, non di più.

– Perché?

– L’arrangiamento non è nemmeno originale, è copiato qua e là, pari pari. I musicisti sono quanto di meglio si sono potuti permettere, niente di eccelso quindi.

– Come sei categorico, a me sembra stupendo.

– A te.

– Cosa vorresti insinuare, che non ho una sufficiente cultura musicale per distinguere?

– No, per carità, è che devi ancora studiare, ascoltare, leggere anche qualche testo tra quelli che ti ho regalato.

– Con calma, ho anche altro di cui occuparmi.

– Esatto…

– Be’ e nel frattempo non posso esprimere i miei pareri?

– Con cautela, sii solo un po’ più prudente, soprattutto quando siamo in pubblico.

– Ah!

– Ecco.

– Ti ho mai messo in imbarazzo davanti ai tuoi dipendenti e amici?

– Qualche volta.

– E non me l’hai detto?

– Non sarebbe stato carino.

– Non lo è nemmeno ora, se è per questo.

– Sì, ma adesso almeno è chiaro che devi stare un attimo più attenta.

– Ah!

– Ecco.

– Dicevo, davanti ai tuoi dipendenti, nonché amici…

– Sì?

– Perché gli unici amici che hai sono i tuoi dipendenti.

– Bene, colpito e affondato, adesso mi prometti più attenzione?

– Ci penserò.

– Attenzione e cura.

– Cura in cosa?

– Nell’aspetto, cara.

– Che cos’ha il mio aspetto?

– Lo stile eccessivamente giovanile.

– Ma io sono giovane!

– Eh, dimostrare qualche annetto in più non ti farebbe male.

– Dovrei vestirmi come tua moglie?

– Ottima idea, per domani ti organizzo un appuntamento a casa sua, che ne dici?

– Vaffanculo!

–Ok, facciamo la prossima settimana allora, il tempo di sbollire, eh? Sei adorabile quando ti arrabbi, dai, vieni qui, fatti toccare, mh, sei calda quando ti arrabbi, mi fai impazzire…

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Le età dell’innocenza 4

Marisa Solinas e Bob Henry sul set di Una colt in pugno al diavolo

– Un’altra lettera?

– Sì.

– Chi te l’ha scritta?

– Un produttore.

– È stato gentile.

– Non direi, non sono condoglianze.

– Ah, di che si tratta?

– Mi vuole far causa.

– Ma chi è, quello dello spettacolo dell’anno scorso?

– Sì.

– Be’…

– Che c’entra, come osa?

– Eh!

– Cos’è questo tono, non vorrai dargli ragione?

– Vuoi dargli torto?

– Certamente!

– Hai fatto saltare otto date.

– E con questo?

– Sono un bel po’ di soldini.

– Non stavo bene.

– Non è vero, una sera ti ha beccato in una sala slot.

– Non posso spendere il mio tempo e il mio denaro come preferisco?

– Il suo denaro.

– Il mio! Vaffanculo!

– Dovresti limitarti, lo sai.

– È un passatempo.

– Il marito di Arianna è uno in gamba.

– Vuoi che vada da un terapista? Ma sei scema?

– No, dicevo così, nel caso in cui…

– Io non ho bisogno di loro, loro hanno bisogno di me!

– Sì, però, due parole soltanto, durante una cena a due, magari.

– No!

– Non puoi continuare a giocare alle macchinette.

– Non chiamarle così, non sono un tossico, è gioco d’azzardo. Il casinò è troppo lontano.

– Ma se vai anche dal tabaccaio a giocare!

– No, non mi mescolo, è capitato solo una volta intanto che ti aspettavo.

– Ah, è colpa mia allora!

– Se tu ci avessi messo meno a prepararti io nemmeno ci sarei andato a prendere le sigarette.

– Tu non fumi!

– Le sigarette di scena, per lo spettacolo, no?

– Potevi mandare la segretaria!

– Visto che avevo del tempo ho pensato allo spettacolo, che c’è di male?

– Allora non è colpa mia, sei tu il solerte.

– Più o meno.

– Sei tu, il vizioso.

– No!

– Ci passi quattro ore al giorno!

– Non è vero!

– Ma non puoi trovarti un’altra dipendenza, cristo santo?

– Già fatto, che credi, le esperienze le ho provate tutte!

– Bravo! Fatti prosciugare il conto in banca allora!

– Già fatto, che credi, ho detto tutte.

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Le età dell’innocenza 3

– Dove vai?

– Sembri mia moglie.

– Eh…

– Non sei mia moglie!

– Acuto.

– Nemmeno la mia segretaria!

– Cosa sono?

– Il mio scacciapensieri.

– Ho fatto progressi.

– Brava.

– Grazie. Dove vai, dicevo?

– A farmi fare un massaggio.

– Non è vero.

– A farmelo ciucciare da un trans.

– Non è vero.

– E che cavolo!

– Dai, dove stai andando?

–  …

– Credi davvero che non lo sappia? Volevo darti la possibilità di essere sincero, almeno con me.

– Sto con te perché posso essere sincero e trattarti male, cosa vuoi che ti nasconda?

– Le iniezioni di botulino.

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Le età dell’innocenza 2

– Ancora con la scorta?

– Sì.

– Che palle!

– Senti, non iniziare…

– Mi dà fastidio, tutto qui.

– Non ne posso fare a meno.

– Lo so, lo so, è che io sogno una nostra fuga, da loro, in un albergo, tu ed io, soli, come due amanti in incognito.

– Siamo due amanti.

– Ma con la scorta si istituzionalizza tutto!

– Non dire cazzate.

– Guardami mentre parlo, lascia stare il tablet, sto dicendo che si perde la poesia, il brivido, la trasgressione. No?

– No.

– E siamo anche ricattabili!

– Tu? Io lo sono, mi sembra già un bel brivido, scusa.

– Be’, anche io sono ricattabile.

– Davvero? Di che ricatto stiamo parlando?

– Che ne so, potrebbero spifferare tutto a mio padre.

– Ci ha presentati lui, avete una nuova casa al mare, mi sembra che sia largamente al corrente di cosa faccia sua figlia.

– …

– Su, via quel broncio, non dicevo davvero.

– E come dicevi?

– Sono un po’ nervoso, ho una riunione tra poco, devo farti portare al ristorante.

– E tu non vieni?

– Dopo.

– Ma io mi annoio!

– Ecco, non bere nel frattempo.

– E cosa faccio allora?

– L’altra sera ti hanno portata via dal ristorante mezza nuda, con il cestello del vino in testa.

– Stavo facendo il mio numero!

– Conosci solo quello?

– Sì.

– Ecco, non spogliarti però, non ti ho presa in un night.

– Parli come mio padre.

– Eh, più o meno…

– Perché non mi presenti a tua figlia?

– Non è il momento.

– Ma io voglio trovare il mio posto nel mondo!

– Ce l’hai già.

– E che posto è?

– Non è chiaro?

– No, dico un altro posto, quello professionale.

– Ah, professionale.

– Certo, come mi vedi tu?

– Nel mio letto.

– Sì, a parte il tuo letto, maleducato, non sono mica una di quelle.

– Mh, professionale eh? Direi che potrei pensare a un segretariato.

– Segretaria?

– Sì.

– Bleah!

– No?

– Ma no, qualcosa di più eccitante, qualcosa che mi metta un po’ più in evidenza, ecco.

– Scusa, sono arrivato, ne riparliamo. Ciao. Non ubriacarti, e nel tragitto fermati al negozio di lingerie, questa sera ti vedo gattona, ok?

– Gattona? Con la coda e le orecchie? Mi vedi gattona? (Ma che catz di fissa per i fumetti…)

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Le età dell’innocenza 1

– Questo articolo parla molto bene del tuo ultimo saggio, è che non capisco cosa voglia dire qui…

– Fammi vedere, dunque, sì, l’ho letto stamani, vuol dire che la mia reinterpretazione del mito è simile in spessore e importanza a quella scritta un trentennio fa da quest’altro signore.

– Lui l’ha scritta prima.

– Sì, ma io ho dato un’interpretazione un po’ diversa.

– Ma se tu non avessi letto la sua adesso cosa avresti scritto?

– Qualcosa di simile a ciò che ho scritto, ma senza citarlo in lungo e in largo.

– Allora sarebbe passata inosservata.

– Non è del tutto sbagliato, brava la mia Piccola!

– Ma quanto è originale ciò che hai scritto?

– Non molto, un altro signore, questo citato, era arrivato allo stesso punto più o meno due secoli fa.

– E allora?

– Allora niente, io ho cambiato l’ordine degli addendi e ho usato un linguaggio moderno.

– L’hai copiata?

– Non si dice così, ho ripercorso le sue orme.

– Ma spessore e importanza li aveva già messi lui?

– Sì, non è sbagliato.

– E allora?

– Allora funziona così, mi guadagno da mangiare così, sono famoso perché ho fatto quello che stai facendo tu adesso.

– Cioè?

– Questa baracca me l’ha lasciata la signora che è nella foto all’ingresso.

– Ah, non è una parente?

– No, non la stai studiando all’università?

– Ah! È lei!

– Brava.

– Apperò!

– Che c’è? A cosa pensi?

– Che metterò la tua foto accanto alla sua.

–  Non correre così veloce, Piccola.

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Ping pong

Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in riscucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui ha guardato la piccola e insignificante rompicazzo, ha abbandonato la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, l’ha schiacciata: crack! Al suono si sono affacciati i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro ha imbastito una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è stata, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna l’ha punzecchiato, Onorina gli ha controllato il cucito, Patrizio si è servito un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio di quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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Speciosità dei rapporti

(immagine da qui)

«Non ti vedo, dove sei?»

«Sono qui, raggiungimi!»

«Ma non ti vedo…»

«Dai!»

La mano s’immerge in un latte nero. Cercando il corpo morbido ne teme l’impatto. La stanza s’illumina e tutto cambia colore. Una voce di donna chiede.

«Cosa stai facendo Amore?»

«Cerco la mozzarella mamma.»

«Ma ti ho sentito parlare.»

«Sì, parlavo con lei.»

«Tesoro, lo sai che poi non riesci a mangiarla.»

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Stai da me questa notte?

“Stai da me questa notte?”. Sì.

Non è la prima volta che ti svegli nel suo letto. E che lo trovi vuoto. Vuoto.

È la prima volta che ti svegli nel suo letto e decidi di portarti via le lenzuola. Via le lenzuola. Via il tuo odore. Riprendersi il dato. Con un sacco.

Allora ti guardi un po’ in giro. Via tutto ciò che ha avuto l’onore di un tuo tocco. Nobilitare il nulla. In tre bauli.

Via tutto ciò di cui hai consigliato l’acquisto. Il tuo gusto per il suo abitare. Quattro borsine.

Via anche ciò che ti piace, tutto ciò che ti è sempre piaciuto di quell’appartamento. Il ratto di uno stimolo estetico. Tre scatoloni.

Quanti i ricordi degli amori che ti hanno preceduta, ma tu sei l’ultimo amore, quello significativo, hai già strappato le facce alle altre, le hai già annegate nella massa di ricordi nuovi e indelebili, portarti via le loro minute pendenze non offenderà nessuno. Lo scalpo. Un sacco nero.

C’era qualcosa che non andava. Via le fotografie. Nella mia immagine la mia anima. Una cartellina.

Cosa non avete fatto sul tavolo, sul tappeto, sul divano. Frammenti di vita. Via.

Certo, qualcosa non andava.

“Sì, porti via anche questo” hai detto all’uomo dei traslochi “e dove portiamo tutto?”, eh, e dove portano tutto? “Al mercatino dell’usato”, “Lei abita lì?”, no, non abito lì.

Poi sei uscita sul balcone, hai dato un colpetto con il piede alla gamba dell’uomo seduto sulla panchina liberty. Il corpo si è lasciato cadere sul fianco. Hai controllato che non respirasse e sei uscita seguendo un TIR.

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Ali

Mikael Buck per Pinterest

Nott, la mappa è sbagliata, non può essere questo l’itinerario, non riconosco le coordinate. Ho controllato, ne sono sicuro, è escluso: le coordinate sono errate e io non le riconosco! Dai un’occhiata ai valori di scambio se c’è un’alterazione in corso, potrebbe aver fatto saltare gli altri parametri.

Tutto in linea.

Non capisco. Da qui a là ho sempre usato le stesse scale gerarchiche, stessi numeri, stesse proporzioni di riferimento, anche con la dieta idrociclotimica mi sono attenuto ai valori preferenziali per assecondare i salti di stato, sono perfettamente in soma, come le altre volte.

Alita, per cortesia.

Hhhhhhhhaaaaaaa.

Hai ragione, ma le coordinate sono quelle che vedi.

L’anomalia non è tautogena, il rischio è imprevedibile. Quanti kip abbiamo se restiamo fuori?

6 kip, riciclo a doppio flusso.

Bastano per una zona franca. Mostrami la più vicina. Ok: Pumtà. Sì, è fattibile, ma, Nott, quelle cazzo di coordinate! E chi se la sente di rischiar…

Odi. Che succede Odi? ODI! Ricompatta! Lascia il salto e ricompatta subito!

Ali Nott, da dentro. Capisci? Oddio, mi escono ali dalla bo-cca, le vedi? Le vedi anche tu? Ali venate d’azzurro e verde, risplen-dono di luce riflessa (accecano a tratti). Nott io non conosco le coordinate precise, non posso flapppp non posso davvero flapppp non so cosa fare!

Stai fluttuando Odi! Così esci dal prisma!

Non posso farne a meno flapppp sono loro, io sto provando a opporre resistenza, amico, ma fa male, brucia! flapppp

Ok Odi, ok… lasciati andare. Fai buon viaggio. È stato bello conoscerti.

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Di

Dov’è l’Eroa?

Lì, liminare. Fantasma al mondo. Accampata sulla zolla del possibile si prepara all’ultimo guado del rito di passaggio.

Ha solo due indumenti con sé: la corazza di Agon e la veste leggera di Ilinx. Dopo aver dato loro il cambio, ora indossa entrambe.

Più in là è seduto lui, con il mantello di Mimicry e con sul capo la bella corona di Alea.

Gli incontri precedenti erano stati baciati dalla gioia d’intessersi delle due stoffe, alla ricerca del sacro: l’unico modo per uscire insieme dal gioco, abbandonando al suolo corazza e corona.

Adesso ciascuno, nella propria sabbia mobile, assiste all’altrui sprofondo.

– Tirami fuori con il canto della tua voce.

– Tirami fuori con la forza della tua mano.

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La sciagura

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

Aladino nel Giardino Magico, illustrazione di Max Liebert dal libro di Ludwig Fulda Aladin und die Wunderlampe.

È da un anno e mezzo che va avanti così. All’incirca.

Questa cosa succede. In continuazione.

Ok, ci si adatta, siamo animali da soma, il peso è nei patti, ma abituarsi è difficile.

Ci metti un attimo a prenderne atto. Più di un attimo, a dire il vero. Ci vuole un sacco di tempo per collegare i fili, cablare la rete e quando lo scenario è completo tutto cambia. Il pensiero vacilla.

Questa cosa è per stomaci forti.

Non è un vanto: è quanto.

Genesi e persistenza del fenomeno hanno la loro importanza. Qualcuno potrebbe applicarsi in studio, scoprire il meccanismo al governo del processo e la conseguente rivoluzione sarebbe epocale. Meraviglia e Giustizia finalmente a irradiare.

E chi se ne frega!

Eccola che irrompe, la vocina d’istanza dietro l’orecchio destro. Chissà cosa c’è dietro l’orecchio destro, una coscienza piccola e stronza, suppongo, tesa a buttarmi giù non appena formulo un’idea universale e grandiosa. In genere riesco a silenziarla con poco sforzo, scuoto i capelli per farla scorrere in lunghezze, un altro colpo di testa deciso per staccarla agli apici. Oggi è impossibile, è solida e avvinghiata. Comunque, lei non ha nulla a che fare con tutto ciò, è solo un giudizio, una considerazione in merito, uno stato d’animo di fronte all’inspiegabile.

Dell’inspiegabile c’è poco da dire. Ma quel poco è disorientante. Questo inspiegabile, inoltre, trova dimora nelle fiabe e basta. Me le sono lette tutte, vi ho dedicato giorni e notti (perché lì è descritto molto bene, oh come è descritto!), ma non ci ho capito un cazzo lo stesso. La descrizione è inutile, mi è tutto noto. Ecco, sulle conseguenze qualcosa ho imparato. Poco. Sul resto, niente.

Io e il mio inspiegabile conviviamo ormai forzosamente; prendere le misure è d’obbligo, ma sono misure dinamiche, mi risulta sfiancante. Solo estraniandomi lo stacco davvero e, lasciandolo galleggiare, lo vedo. Riesco perfino a parlarne, quindi, l’inspiegabile è: io esprimo un desiderio, lui si avvera.

Sono una persona fortunata.

E non ne posso più.

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Di voci e di mano

Nero. La palpebra sbatte.

Il fiuto non aiuta e l’udito banchetta. Una voce –ciao– un’altra voce –vieni– un sussurro –segui– il lamento. E via ancora. Una voce –io– un’altra voce –segui– un sussurro –ferma– il lamento.

Il nero e le voci. Insieme. Il volume in spessore riempie di pece, scomposto si torce sottile in ronzio, blocca il trigemino, immobilizza la lingua. L’odore va in acre e il respiro si appende.

La porta. La porta!

Al tocco della maniglia un frastuono alle spalle. Ahi!-Checcazzo fai!-La caviglia!-Ma sei scemo?-Bastardo!-Un dente, due denti! Aaaaah! Le ditaaaa!

E una mano le prende la mano.

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Conferenza

“… e finanche, foss’anche…”

Scrittrice Maledetta: «Ma cosa sta dicendo quello lì?»

Amica Scrittrice Maledetta: «Ma si, non farci caso, dai.»

SM: «Come non farci caso, ha detto finanche

ASM: «Ma sì, ma sì, lascia perdere.»

SM: «Sto male…»

ASM: «Dai, non fare la solita scena.»

SM: «Spruuuuuuuuattttttt!»

ASM: «Che fai?»

SM: «Vomito, non vedi?»

ASM: «Ma smettila, fai finta di niente per una volta, no?»

SM: «Fa parte del personaggio: calmanti, vino, acidi e vomito… dimenticavo il rimmel impastrocchiato sulla tempia.»

ASM: «Ma non esci mai dal ruolo?»

SM: «No, scusa… spruaaaaaaaattttt!»

ASM: «Ma che schifo!»

SM: «Non possiamo andarcene da qui? Il tedio è finanche fisico.»

ASM: «No, voglio ascoltare. Spostiamoci però, se no va a finire che pesto la pozza.»

SM: «Va bene, resto, ma se pronuncia ancora quelle parole vomito.»

ASM: «Non sono così brutte.»

SM: «Non sono bru… fin… foss… spruuuuaaaaatttttt!»

ASM: «Ma hai su il rossetto indelebile?»

SM: «Sì, come te ne sei accorta?»

ASM: «Regge gli urti. Costoso?»

SM: «Una cifra.»

ASM: «In compenso ti puzza l’alito da far paura.»

SM: «Se repello va bene, repellere e attrarre, è il mio motto.»

ASM: «Anche il motto adesso.»

“… sorprendentemente obliquamente!”

SM: «No!»

ASM: «Che hai adesso?»

SM: «Queste no.»

ASM: «Ma piantala!»

SM: «Sono bellissime… ci faccio tutta una tirata domani piena di citazioni dotte.»

ASM: «Che schifo!»

SM: «Sì, ci metto anche lo schifo, attrarre e repellere, repellere e attrarre, ricordatelo.»

ASM: «Ho fame, paghi tu la cena?»

SM: «Lo so che la tua amicizia è interessata.»

ASM: «Brava!»


Questa è la versione reagalatami da Camelia Nina!

Grazie 😉

“… e finanche, foss’anche…”

Scrittrice Maledetta: «Ma cosa sta dicendo Lui?»

Amica Scrittrice Maledetta: «Ma si, non farci caso, dai.»

SM: «Come non farci caso, ha detto finanche!»

ASM: «Ma sì, ma sì, lascia perdere.»

SM: «Sto male…»

ASM: «Dai, non fare la solita scena.»

SM: «aah!»

ASM: «Che fai?»

SM: «ehm… niente, non vedi?»

ASM: «Ma smettila, fai finta di niente per una volta, no?»

SM: «Fa parte del personaggio: amanti, citazioni, musica e …ahaaha… dimenticavo il rimmel impastrocchiato sulla tempia.»

ASM: «Ma non esci mai dal ruolo?»

SM: «No, scusa… aah!»

ASM: «Ma che schifo!»

SM: «Non possiamo andarcene da qui? L’eccitazione è finanche fisica.»

ASM: «No, voglio ascoltare. Spostiamoci però, se no va a finire che pesto la pozza.»

SM: «Va bene, resto, ma se pronuncia ancora quelle parole vengo.»

ASM: «Non sono così brutte.»

SM: «Non sono bru… ahaah fin ahhaaa… foss… ahaaa!»

ASM: «Ma hai su il rossetto indelebile?»

SM: «Sì, come te ne sei accorta?»

ASM: «Regge le incontinenze. Costoso?»

SM: «Una cifra.»

ASM: «In compenso ti si sente l’odore da far paura.»

SM: «Se repello va bene, repellere e attrarre, è il mio motto.»

ASM: «Anche il motto adesso.»

“… sorprendentemente obliquamente!”

SM: «No!»

ASM: «Che hai adesso?»

SM: «Queste no.»

ASM: «Ma piantala!»

SM: «Sono bellissime… ci faccio tutta una tirata domani piena di citazioni dotte.»

ASM: «Che schifo!»

SM: «Sì, ci metto anche lo schifo, attrarre e repellere, repellere e attrarre, ricordatelo.»

ASM: «Ho fame, paghi tu la cena?»

SM: «Lo so che la tua amicizia è interessata.»

ASM: «Brava!»

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Regalo

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

foto da qui

«Che ore sono?»

«Le 23:58.»

«Ancora due minuti.»

«Dai, che palle, aprilo.»

«Ssst!»

«Non sopporto quando fai così.»

«Un attimo solo. (Certo che metti un’ansia.)»

«Ah, io metto ansia? Hai problemi con le sorprese?»

«No.»

«Cosa potrà mai esserci dentro?»

«Un regalo.»

«Eh, sarebbe bello scoprire di cosa si tratta. Dubito sia un pagliaccio con la molla.»

«Sono terribili i pagliacci con la molla. Che ore sono?»

«Le 23:59. Apri questo pacco?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Sto rovinando l’attimo?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Ti ricordo che è anche per me. Dai!»

«È un rito importante.»

«Importante ‘sto par di palle!»

«Silenzio, il momento sta arrivando.»

«Ok hai vinto, meno 20, 19, 18…»

«Non sfottere.»

«Vuoi un cerimoniale? Una musica di sottofondo magari? Un coro di voci bianche?»

«Magari! Ore?»

«00:00 del 25 dicembre, contento?»

«Sì. Bisturi… aspira. Pronto con il divaricatore.»

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Bianco horror

Il latte scivolò sul tavolo, cadde a terra.
Si rialzò.

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Troppo

Dopo essere stata a lungo in vacanza su World of Spheara, una nuova protagonista torna a casa dalla sua autrice.

Nel maggio di quell’anno fece una scoperta: dopo sei mesi di occhiate ricambiate, di accalorato fiorir di gote, di deglutizioni asciutte e spaesamenti, il bel tenebroso di quotidiano incrocio aveva una voce. Bella.

Se l’era immaginata in profondità e spessore, impegnata in frasi rigeneranti l’ego e l’aveva nascosta in un luogo sicuro, nel timore di doversene staccare all’incontro con quella reale. Invece no, nessuna delusione. Nel maggio di quell’anno non ci fu perdita. Solo un problema: «Ippo-po-polita! Che bel no-nome!»

Ah!” esclamò mentalmente, sorpresa non tanto dalla previsione di conversazioni travagliate, quanto dai significati assunti dal suo nome in quel suono sincopato. Tre, almeno. Nessuno lusinghiero. O forse sì. O forse no.

Quanto tempo le sarebbe occorso per raggiungere le belle labbra e zittirne il suono? E dopo, quanto avrebbe retto l’impaccio da impiccio? E infine, a quale diminutivo affidarsi per evitare il riproporsi di tutti quei significati?

Troppo. Troppo il tempo delle fantasticherie. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel giugno di quell’anno fece una seconda scoperta: dopo un mese di titubanze, di avvicinamenti discreti e di sfiorar di pelle, Fulvio (perché anche lui aveva un nome, pronunciato da Ippolita con l’enfasi dovuta a una speranza che si vuole importante e realizzabile) aveva una fantastica propensione per lei.

Si accorse del movimento sotto il tessuto in un casuale combaciar dei corpi e ne fu colpita come se da lì partisse un’accensione con elettrica urgenza. La propensione era talmente definita da inorgoglirle i sensi e da permetterle di aprirsi a sensazioni effluenti. Un unico inconveniente, lui non riusciva a mantenerla. La propensione si era mostrata timida nei momenti sbagliati, vivace in luoghi non propizi, scultorea in presenza di parenti e amici.

Ah!” pensò ogni volta, non tanto preoccupata d’essere interessante ora sì e ora no, quanto per le preferenze mostrate dalla propensione, così difficili da soddisfare.

Troppo. Troppo per una storia appena nata. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nell’agosto di quell’anno fece una terza scoperta: dopo due mesi di carnalità ondivaga, di stop and go, di eccitanti improvvisazioni, Fulvio aveva esternato un virile desiderio di famiglia. Lei non vi aveva fatto caso, ma il suo sciogliersi di fronte a pargoli variamente impegnati in lallazioni, capricci e lancio di pappe, la mossero a considerare l’evenienza.

L’evenienza fu sobillata anche da frasi magiche pronunciate da lui lungamente e in più riprese, sintetizzabili in “con la pancia sarai bellissima”, “ti massaggerò le gambe” e inequivocabili “noi tre”. Nell’enfasi di un tale turbinio di proiezioni nel futuro, a Fulvio sfuggì una verità: era sposato. Sì. Con Marcello.

Ah!” si trovò quasi a dire, non tanto per la presenza di un legame ufficiale, quanto per essere stata catapultata nella competizione con un uomo, ricco, generoso con il giovane marito e promotore della sua realizzazione professionale.

Troppo. Troppo per chi vuol metter su famiglia. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel settembre di quell’anno fece una quarta scoperta: era incinta. Festante e sicura comunicò la lieta novella a Fulvio che l’abbracciò, la baciò e la coccolò per l’intero giorno.

Sul far della notte la condusse su un prato, illuminato da una luna invadente, le carezzò i capelli, la dondolò in abbraccio e, perdendo la dizione a tratti, che tanto intenerisce una donna, le disse: “È un sogno che si realizza. Mio e di Marcello.”

«Ah!» sbottò finalmente.

Ippolita si diede all’ippica.

Con il suo piccolo in spalle cavalcò elegante sulle rive chiare e sabbiose del Po, l’unico luogo in cui i significati si congiunsero a un senso.

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Attilia

Dopo essere stata a lungo in vacanza su World of Spheara, Attilia torna finalmente a casa dalla sua autrice (sperando di non incontrare nessuno).

Immagine di Bob Comix

Ore 21:00.

La strada è illuminata a stento. La pioggia ha da poco smesso di scendere e ora è tutta lì, ad amplificare pochi passi in sequenza. Attilia si è intrattenuta più del dovuto in compagnia della demenza materna e sta tornando a casa, per il cambio della lettiera. Chiude le spalle, stringe la borsa, l’ombrello e via svelta, sperando di non incontrare nessuno.

Con carica da bisonte da un vicolo irrompe un’alta figura scurita in volto dall’ombra di un cappuccio. La urta, senza segno di dispiacimento o cura. Le sue mani armeggiano lasciando una plastica leggera ai capricci del volo.

«Signorino, la plastica delle sigarette.»

«Eh?»

«La raccolga Signorino, è sua.»

«Oh, vecchia, non mi devi rompere i coglioni!»

La carica del bisonte ha trovato una vittima da calpestare.

Attilia gira l’ombrello, lascia scivolare il manico verso il basso e, impugnata l’estremità di ferro, con un potente colpo di dritto aggancia la caviglia del giovane, portandola in alto. Il busto resta sospeso a mezz’aria il tempo dell’incredulità. Poi piomba pesante a terra.

«Aaaaaah…»

Attilia si avvicina al ragazzo sui suoi tacchi da 4 centimetri, fa nuovamente scivolare l’ombrello nella mano, impugna il manico e appoggia la punta in mezzo a un ventre lasso.

«Cos’hai qui?»

«Aaaah!»

«Hai l’ombelico. È questo il centro del tuo mondo?»

«Ferma!»

Attilia non ascolta ed esercita una lieve pressione. Il giovane si issa sui gomiti e li usa per indietreggiare. La punta gli è sul pube. Ad Attilia compare un sorriso.

«E qui cosa c’è? L’orpello da cui trai ragione?»

Il ragazzo, dimentico del male, si alza all’istante, la guarda con timor panico e scappa da bisonte ferito. Il primo angolo da svoltare è il suo porto sicuro. Sparito. In un amen.

Attilia è nuovamente sola. La strada è illuminata a stento. Si guarda intorno, chiude le spalle, stringe la borsa, l’ombrello e via svelta, sperando di non incontrare nessuno.

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Punto

(Questo racconto compare anche su World of Sphaera, in compagnia dello splendido contributo di Raffa)

Facciamolo. Un respiro profondo e si parte.

Tu li vedi lì, ok? Allora, c’è qualcuno che li vuole togliere da lì, ok? Non importa, magari perché li vuole “salvare”, succede sai? Allora, uno come me magari, che vuole fare qualcosa quando c’è chi ha bisogno, no? E non si rende conto che invece lì c’è tutta terra bruciata, vita bruciata, non c’è niente insomma, o meglio, c’è qualcosa, ma tu mica lo vedi, che sei preso da vedere altre cose. Insomma, loro sono lì e ti dici che li togli da lì. Magari uno solo, no? Allora ti vesti, come loro dico, ti vesti così, non ti lavi per giorni, cerchi di andare a prendere puzza di scarto dove capita. Lo fai perché se no mica ti ascoltano, no, ti sputano addosso, se no continuavano a fare quelli normali, se no col cazzo che li vedevi e li volevi salvare, avresti detto “ma salvati da solo che hai solo scelto e puoi scegliere, stronzo”, perché ce n’è di gente normale da salvare, ma non son mica cazzi miei, quelli possono ancora scegliere, a volte. Comunque ti vesti e odori come loro, raccogli pezzi di cibo ai cassonetti, fanno schifo eh, però il cartone non fa schifo, è sempre pulito il cartone, che ti devi avvicinare per mimesi, dicono quelli dei corsi, io ne ho fatto uno al lavoro, di corsi dico, e mi han parlato della mimesi e mi è piaciuto quel concetto lì, mi è rimasto impresso, ma non è vero per tutti, per questi un po’ sì, ma non sempre, ma lo scoprirò dopo. Allora io mi avvicino, ma sono solitari e mi guardano peggio, gli rubo il giaciglio, lo spazio nello stanzino del bancomat. Io credevo di riuscire a parlare, ma no, mi sputano lo stesso. Allora cambio vestito, una cosa media, un po’ puzzo e un po’ si vede che le scarpe sono usate, ma sono di marca e allora mi guardano strano, ma ascoltano e io parlo e parlo e loro ascoltano e io mi sento finalmente ascoltato e torno anche il giorno dopo. Poi ti vien voglia di portarli a casa no? Chiedo se vogliono un bagno caldo e un piatto di stracotto e mi guardano male, ci starebbero, ma hanno paura del conto, del mio conto, magari sono un pazzo omicida, un picchiatore, uno stupratore, un sadico. Lo sanno che a volte c’è chi si interessa a loro, ma non si fidano, i motivi dell’interesse sono tanti e così rifiutano per un po’, ma tu continui ad andare a parlare e loro ti ascoltano e poi ti raccontano delle cose che non sei mica pronto ad ascoltare, perché tu di cose ne hai viste tante, ma queste ti fanno piangere come un bambino perché sono storie strane, universali, uguali per tutti, dico. Ti dici che è un caso se non sei al loro posto e non capisci che caso sia, se un caso benevolo o malevolo e non capisci più che cazzo stai facendo, perché io sono onesto e riconosco quando sto imparando. E ti rendi conto che ci sono dei fatti, messi nella vita di uno come delle virgole, no, ecco, delle virgole che metti nell’esistenza e che cambiano il senso all’esistenza e poi ci sono dei punti. Punto.

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Lei sulle tue dita

Questo racconto ha pochi mesi, oggi l’ho portato a socializzare su world of sphaera.

Kazuhiko okushita

Il pesce ha dato un colpo di coda e in torsione ha spostato la pancia, in alto.

Mi spaventa sempre un po’.

È successo anche ieri. Tu eri alla cena di lavoro. Capiterà mai che si invitino mogli alle cene? Quando le organizza la nostra Società, le coppie clandestine ne approfittano e dopo il primo piatto spariscono. Puff!

Da quell’istante tutti sanno di non dover andare in bagno, a prendere i cappotti o alle macchine, per non imbattersi in scene d’itinerante sesso selvatico. Mentre in sala si assapora dell’ottimo Cacc’e Mmitte, altrove lo si pratica. Da voi non capita? No? Che felice eccezione. Comunque, sazi, gli amanti riemergono all’ora del dolce. Prosciugati dall’arsura da fiamma bevono, bevono e bevono, fino a mandar giù il sapore dell’altro.

Anche tu ieri sera eri disidratato, ti sei scolato un intero litro d’acqua, prima di venire a letto.

Non gradisci l’argomento. Ti giri verso il frigorifero cercando un interesse solido. Sbadigli perfino. Qualche passo e sei la sagoma nera davanti a una luce colma di auspici. Noto soltanto l’abbassamento del baricentro. Ti sei appesantito, Amore.

Sbircio il tavolo. Rosolino è ancora a pancia in su. Galleggia. Potessi farlo io.

Buono il tramezzino? Sì? Con la bocca piena ora puoi ascoltare il turbamento della tua donna?

La risposta è ricca di frammenti di cibo sputacchiati. Ne schivo alcuni.

Ottimi riflessi, già, ho anche le gambe zuppe di acido lattico. Mah, ti avrò dato calci questa notte per zittire il solito rantolio. Non hai lividi alle gambe? Peccato.

Mastichi, mi dai un buffetto sulla guancia, deglutisci. Con il pollice indichi la posizione del pesce alle tue spalle. Non ti sei lavato le dita, da ieri. Va bene, continuo.

Ho delle ipotesi in merito alle pantomime di Rosolino: la prima è che con il suo movimento ambiguo lo chiami; la seconda è che ne senta l’arrivo e vada in trance.

Ridi. Mi baci la bocca con labbra unte e ti liberi delle briciole spostandole sul divano. Ridi ancora. Incroci le gambe deciso a seguirmi in questo viaggio, appollaiato su scetticismo. Hai l’aria divertita di chi vuole assistere all’ennesima idiozia di una moglie stravagante. Sono il tuo personale show. Non so se voglio davvero condividere questa cosa.

Mi spettini i capelli, vigoroso. Per farti smettere devo desistere. Va bene, continuo.

È carino, sai? Piccolo. Scuro. Odora di legno intriso di catrame e di presenze salmastre; un profumo di liquore prevale sugli altri e, aromatico, s’infila dritto nel naso mentre, etereo, gonfia minute pezze giallastre. Scomodato da Lilliput, veleggia immobile nella boccia e vive, respira, in una bruma impalpabile.

Non guardarmi così. Son seria!

Odio dover dire “son seria” e vorrei cambiassi atteggiamento. Se non tiri giù gli angoli della bocca, se preferisci lasciarli appesi, io non posso andare avanti. Mi fermo qui, non ti racconto altro. No, non toccarmi i capelli! Mo-o-lla! Ancora il lezzo di lei. Va bene, continuo.

Come un trofeo in bottiglia, o il messaggio lanciato all’onda da chissà quale marinaio essiccato al sole, il veliero fantasma punta la prua verso di me e attende. Se non mi accorgo della sua venuta, sottili voci chiamano, compresse dalle misure e ridotte in confusi brusii senza senso (le senti? Io le sento).

Iniziamo un dialogo fitto, da qualche parte nella mia testa, che mi fa sentire forte, capace, potente. Capisci? Non importa.

In quel fraseggio tutto diventa semplice, e io mi scordo chi sono. (Chi sono?).

Poi la vista si offusca.

Che c’è? Che cos’ho? Non toccarmi gli occhi per favore. Ti puzzano le dita razzadibifolco! Mi pulisco da sola!

Oh, una lacrima nera. No, non preoccuparti, mi è venuta anche ieri, adesso passa. Dura poco, davvero. Guarda, l’ho tirata via.

Ne ho un’altra?

Ne ho gli occhi pieni?

Finisco e passa. Stai buono un secondo. Finisco. E passa.

So tutto di quel bastimento: conosco chi lo abita, le battaglie intraprese, come giocano col tempo. La loro storia, ora, è anche un po’ la mia. Mi hanno accolta come sposa novella, istruendomi. Io ho imparato.

Amo quel mondo tondo e perfetto, racchiuso nella sua palla di vetro. Ordinato e impietoso, è dotato di avvocato, di giudice e…

di un BOIA!