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Il guscio d’ostrica

immagine da Wikipedia

Dopo l’ultimo articolo di ilnoire, mi è stato impossibile astenermi. Di seguito il guanto di sfida.

“L’anello di congiunzione tra passato e presente… il rimasuglio di quella stirpe che erano i dinosauri, uccelli che tutt’ora sono le creature (dopo i micro organismi e le zanzare) più resistenti e forti della Terra. Un paio di (innocui) uccelli di scogliera scacciano un orso affamato a colpi di becco… becco con cui spaccano il guscio delle ostriche. Ed ecco il là per un nuovo racconto (potresti scriverlo tu!).”

È così che ilnoire mi ha buttato una provocazione creativa. La raccolgo. (E qui la sua ripubblicazione! Grazie 🙂 )

Buona lettura!


Che quel becco abbia scacciato un orso, è ormai storia (ne porta ancora i segni).
Che quello stesso becco abbia aperto l’ostrica, invece, è storia in divenire.

Stremato dopo il lungo viaggio, la vista di cibo pronto su una barca a vela bialbero è un dono, il dono di benvenuto in questo luogo caldo.

E il dono è raccolto in una canestro metallico di facile accesso, quindi lo si ghermisce, lo si porta in alto e dall’alto lo si lascia cadere su una pietra: che s’apra. E poi ancora a picco, sulle valve esposte, a mangiarne.

Così, da resto, il guscio vuoto ha ora la sua storia, rotolando a riva, trovando alla fine un assetto non banale, incastrandosi tra cocci levigati e sassi appena baciati dall’acqua dolce.

«Serrate i ranghi! Serrate i ranghi!» Esclama l’uomo con gli auricolari e fermo sulla battigia.
L’ordine è indiscutibile ed è l’unico sensato per evitare il declino.
Dall’altro capo della conversazione si odono rumori di una serrata confusa; disordine; mezze frasi.
L’incombenza del declino agita l’uomo e gli provoca un reflusso esofageo, ma si piega, raccoglie la conchiglia vuota per ricevere conforto dal toccarne l’interno liscio. Sembra funzionare.

Raddrizza la schiena. Parte un altro ordine.
«Che non si dica! Che non si nomini la sconfitta
Invece eccola che si autoavvera: la perdita.
Ma non della partita, che chissà se di quella importa ancora. Ma di lei.

«Lei lei. Mia bella lei. Dove sei? Chi si avvicina alle tue labbra? Chi si riscalda il cuore?» Si domanda a voce bassa l’uomo. (Come se non lo sapesse, con tutti i pedoni perduti in piccoli passi. Ce n’è una lista: quello bellicapelli, quello senzacapelli, quello dallo sguardo sprezzante, quello dallo sguardo intenso…)
«Lei lei. Mia bella lei. Cosa fai? Cosa farai? Smetterai di giocare alla cazzo?» Si domanda con voce isterica l’uomo. (Giocatrice non certo scaltra, no, ha solo quel maledetto intuito e quei maledetti pedoni a regina, in una moltiplicazione infinita di mosse a spruzzo. A spruzzo, porcaputtana! Come si fa a giocare in modo così arrangiato e far cadere uno a uno i pezzi migliori?)

«Le sono rimasto sotto io!» Grida una torre.
«Ce l’ho! Ce l’ho!» Gli risponde il cavallo impagliato.
Silenti gli alfieri, suicidati quando troppo vicini.

«Che manica d’imbecilli! … Regiiiina!» E con moto di stizza lancia in acqua la conchiglia vuota.

La Regina non ama occuparsi del lavoro sporco, soprattutto se per garantire il successo al Re (eh no!) e la malavoglia la prende in un modo così indolente e sfacciato da provocarle l’arresto, a un passo da lei.

«No, no, noooooooo! Perché devo occuparmi di tutto io? Sempre! Pezzi di scacchiera malandati! Pezzi di scacchiera usata! Pezzi di sc-ACCO!» Urla l’uomo.

Una speranza! Finalmente una mossa buona! Ci voleva ingegno-astuzia-conoscenza da giocatore esperto e così non perderà, in ordine: la faccia, la speranza, lei.

Peccato, l’ordine dei 3 elementi è errato.

La conchiglia ritorna al piede, spinta dalla scia di un motoscafo. Lì, da vuoto, gli lambisce un vuoto.
Poi rotola in risacca.
(Ma questa è un’altra storia.)


IL BLOG CHIUDE PER FERIE.
SI RIAPRE A SETTEMBRE.
BUONE VACANZE A TUTTI!

(Io le trascorrerò con la mia piccola cabrio, non ancora verniciata.)

Вера Брежнева – Я не святая
Ты понимаешь, тут такое дело –
В двух словах не скажешь то, что накипелось давно.
Ты понимаешь, я сказать хотела –
Был то плюс, то минус, а теперь вдруг стало равно.
[Переход]: Не потому, что мне так кажется;
Не потому, что всё надоело мне –
А потому что не хочу каяться
И разбираться, кто виноват.
Я не могу в пол силы любить тебя
И потому мне снова покоя нет.
И потому, когда душа мается –
Я повторяю эти слова:
[Припев]: Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
[Куплет 2, Вера Брежнева]: Ты понимаешь, тут такое дело –
Просто утомилась, то взлетать, то падать на дно.
Ты понимаешь, я сказать хотела:
Был то плюс, то минус – а теперь вдруг стало равно.
[Переход]: Не потому, что мне так кажется;
Не потому, что всё надоело мне –
А потому что не хочу каяться
И разбираться, кто виноват.
Я не могу в пол силы любить тебя
И потому мне снова покоя нет.
И потому, когда душа мается –
Я повторяю эти слова:
[Припев]: Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
[Инструментал]
[Припев]: Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.

Vera Brezhneva – Non sono una santa
Vedi, il fatto è questo.
Non puoi dire in due parole quello che si è accumulato per così tanto tempo
Sai, stavo per dire.
C’era un più o un meno, e ora è tutto uguale.
[Transizione]: Non perché ne ho voglia;
Non è perché ne ho avuto abbastanza.
È perché non voglio pentirmi
E non voglio sapere di chi è la colpa.
Non posso amarti la metà di quanto dovrei
Ecco perché non posso riposare di nuovo.
Ed è per questo che quando la mia anima soffre
Ripeto queste parole:
[Coro]:
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non corrispondiamo.
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se ti tengo nelle mie mani.
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non siamo uguali
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se è nelle tue mani
[distico 2]:
Sai, il fatto è questo –
Sono solo stanco, ora vado su e ora vado giù.
Sai, volevo dire:
C’era un più, poi un meno – E ora è improvvisamente uguale.
[Transizione]:
Non perché ne ho voglia;
Non è perché sono annoiato
È perché non voglio pentirmi
E non voglio sapere di chi è la colpa.
Non posso amarti la metà di quanto dovrei
Ecco perché non posso riposare di nuovo.
Ed è per questo che quando la mia anima soffre
Ripeto queste parole:
[Coro]:
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non corrispondiamo.
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se ti tengo nelle mie mani.
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non siamo uguali
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se è nelle tue mani.
[Strumentale]
[Coro]:
Non sono una santa e conosco i miei peccati con certezza,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non corrispondiamo.
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se è nelle tue mani
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Dove credi di andare?

immagine presa da qui, ma elaborata da me

Dove credi di andare?

Domanda idiota. Non vedi? Sto per uscire dal portone, con tutte e due le borse colme e la voglia di essere altrove, via, lontano da quella voce allarmata. La macchina mi aspetta, c’è un uomo alla guida (un bell’uomo) e il fragore del traffico tra poco mi avrà a riempirlo. Inutile la presa del polso, il trattenermi impulsivo. Strattono. Sono già con un piede fuori e la luce del giorno colora la scarpa di amaranto acceso. Inutile togliermi la borsa dalle dita e appoggiarla a terra, sono davvero decisa e la riprendo con tutto ciò che contiene, non uno spillo di meno. Anche l’altra scarpa si è tinta alla luce e la mia schiena non è un messaggio sufficiente per capire di che natura siano le intenzioni? Infantile cercar di trattenere le spalle. Le scuoto a liberarmi di mani e pensieri e la portiera si apre e un braccio mi cinge la vita e il mio è un urletto d’esasperazione perché prima o poi si deve mollare, perché una donna che ti lascia indietro ha un motivo e il motivo è la macchina che si accende, la portiera aperta, l’uomo che sorride e… graffio. Sì, graffio la pelle scoperta e l’esclamazione sorpresa e dolente accompagna la mia libertà. Sii coraggioso, non ululare di un graffio, non sprecare parole indecenti e lasciami i capelli, cazzo! Mi volto, ci guardiamo. Lui è affranto, vedermi gli occhi gli crea un dolore e lascia. I capelli. La donna. La mattina di sole.
Salgo in macchina.

«40 foulard d’Hermes. Parti!»
«Bel colpo.»


Un contributo che ci sta a pennello (grazie Tony Pastel!)

The Smiths – Shoplifters Of The World Unite (Official Music Video)
Learn to love me /Assemble the ways /Now, today, tomorrow and always /My only weakness is a list of crime /My only weakness is… well, never mind, never mind
Oh, shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world
Hand it over – Hand it over – Hand it over
Learn to love me /And assemble the ways /Now, today, tomorrow, and always /My only weakness is a listed crime /But last night the plans of a future war /Was all I saw on Channel Four /Shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world
Hand it over – Hand it over – Hand it over
A heartless hand on my shoulder /A push – and it’s over /Alabaster crashes down
(Six months is a long time) /Tried living in the real world /Instead of a shell /But before I began… /I was bored before I even began / Shoplifters of the world /Unite and take over
Shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world /Take over.
“I taccheggiatori del mondo si uniscono”
Impara ad amarmi /Riunisci i modi /Ora, oggi, domani e sempre /La mia unica debolezza è una lista di crimini /La mia unica debolezza è… beh, non importa, non importa /Oh, taccheggiatori del mondo /Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Consegnatela -Passamela -Passamela
Impara ad amarmi /E riunisci i modi /Ora, oggi, domani e sempre /La mia unica debolezza è un crimine elencato /Ma ieri sera i piani di una guerra futura /Era tutto ciò che ho visto su Channel Four /I taccheggiatori del mondo /Unitevi e prendete il controllo
Taccheggiatori di tutto il mondo /Consegnatela – Consegnalo – Passamela
Una mano senza cuore sulla mia spalla /Una spinta – ed è finita /L’alabastro crolla /(Sei mesi è un tempo lungo) /Ho provato a vivere nel mondo reale /Invece di un guscio
Ma prima di iniziare… /Mi annoiavo prima ancora di iniziare /Taccheggiatori del mondo
Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Prendere il controllo.
Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)

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Cosa ho scritto un anno fa? Il racconto “Ping pong”.

PING PONG è un racconto un po’ furetto. Ovviamente ci sono palline, punti, giocatori e un prima, un dopo. Vado a giocare la mia partita (non esattamente quella qui descritta). Vediamo chi la vince.

A martedì!


Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in risucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui guarda la piccola e insignificante rompicazzo, abbandona la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, la schiaccia: crack! Al suono si affacciano i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina, dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro imbastisce una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna lo punzecchia, Onorina gli controlla il cucito, Patrizio si serve un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio carnoso a quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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EX – Individuazione (11)

(immagine da qui)

dialogo precedente


– Ciao, ti trovo splendidamente!
– Anche tu Mister!
– Ci beviamo qualcosa?
– Volentieri.
– Sai, ti ho pensata di recente.
– Strano.
– Sì, lo so. Lo è.
– Ma sei ancora un collezionista?
– Sempre.
– Già, “Alla natura non si comanda” dicevi.
– Qualche volta dispiace.
– Ma non direi, troppo impegnato nella ricerca di quella successiva, no?
– Sì, ah ah ah, è così in effetti.
– Quindi non capisco.
– È che tu sei…
– Sono?
– Tu sei… così schietta.
– No, ho sempre usato guanti di velluto con te. Sarà stata un’altra.
– Ah. Ok. Allora: tu sei sempre stata così… comprensiva.
– Ti ho lasciato una cicatrice (a forza di reprimere, eh!).
– Ah. Sì, ma quale cicatrice?
– Quella lì, tra indice e medio.
– Giusto. È che tu sei stata talmente difficile da soddisfare…
– No, guarda, quello non è mai stato un problema tra noi.
– Mh. Sei intrattabile.
– Neanche.
– Sadica.
– Riprova.
– Impegnata.
– Ce la puoi fare.
– Snodata.
– L’ho conosciuta la tua snodata.
– Ecco, bene, cioè male, ma sì, bene dai.
– E quindi?
– Tu sei così…
– Cosa ci fai qui Mister?
– Non ricordo cosa sei stata, mi manca il tassello.
– Quando sono troppe sono troppe, o la stronzaggine, o l’età: scegli.

(da qui)
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Il ladro di acqua pazza

(immagine da qui)

Mezzelune al bruzzo;

razza all’acqua pazza;

pizza con cozze;

mozzarella in carrozza.

Di contorno abbiamo le verdure in tazza (cotte o crude).

Questo è quanto.

No, niente pastasciutta. Il menù è deciso dal cuoco giorno per giorno: “procedo per suggestioni”, dice. Ieri sera, prima di andare a dormire, gli sono piaciute le doppie in zeta. Ogni suo desiderio è un ordine. No, non ciò che desidera Lei, ciò che desidera lui.

Sì, qui funziona così. Cosa vuole che le dica, ogni giorno ha un capriccio nuovo e qualcuno ci ha fatto passare dei guai, guai seri, intendo. Io annoto sempre, abituato a prendere le comande, annoto tutto, su questo blocchetto, vede?

No, non posso sedermi al tavolo, sono in servizio.

Ah, è interessato a ciò che ho scritto, sì, e cosa ordina nel frattempo? Razza all’acqua pazza e tazza di zucchine. Da bere? Davvero vuole gazzosa? 1 bicchiere di gaz-zo-sa. Sì, mi dica.

Guardi, secondo il mio modesto parere dovrebbe chiedere prima al cuoco, è roba sua, io sono solo un testimone. Ma, mi scusi, Lei di cosa si occupa? Ah, scrittore.

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EX – I conti tornano (10)

(immagine da qui)

Dialogo precedente


– Eccola!
– Eccolo!
– Mi sei mancata.
– Tu per niente.
– Ah ah ah! Caustica!
– Ogni tanto.
– Ma proprio con me? Che ti ho fatto di male?
– Ho l’elenco.
– Qui?
– Certo!
– Anch’io!
– Davvero?
– Sicuro!
– Ok, quanti punti hai segnato?
– 10, come al solito. Tu?
– 95.
– Minchia! Ma davvero?
– Guarda! Non scherzo.
– Ma, no, dai, non è possibile, sono troppi.
– L’idea è stata tua, vorrei ricordare.
– Sì, mi picciono queste cose, le liste, sono un fanatico delle liste.
– Lo so bene, è il punto numero 29!
– Ma dai, cosa ti hanno mai fatto le mie liste, a parte, lo ammetto, buttarti addosso un po’ di ansia?
– Un po’ di ansia? Ti fossi limitato a compilarle per te non sarebbero state un problema.
– Ma sì, lo sai, mi piace programmare, avere tutti sotto controllo.
– Sì, è il punto 7.
– Hai proprio messo tutto?
– Basta preliminari: scambiamocele.
– Noooooo! Non la voglio leggere!
– C’è! È la numero 12!


Vignetta di Roberto Mangosi (da qui)

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EX – Non volendo (9)

(immagine da qui)

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– Oh! Buonasera Signorina!
– Ciao.
– Ti trovo bene!
– Sì, anche tu stai bene.
– Già… sai, non volevo venire.
– Potevi dirmelo prima.
– Già, ma poi ho cambiato idea.
– Ecco.
– Ho cambiato idea perché voglio comunicarti alcuni fatti.
– Ah. Ok, ci sta.
– Già!
– Sento aria da “chiusura dei conti”.
– Senti bene.
– Mi sembra giusto.
– È giusto.
– Sai che potrei dire la mia, naturalmente.
– Preferirei di no, ma è giusto anche questo.
– Ok, sono qui, parla.
– Sai che mia madre ti odia?
– Sì, dal primo giorno, non è una novità.
– Vero.
– Poi?
– Sai che mia sorella ti odia?
– Sì, da quando le ho detto di mettersi con uno psichiatra.
– L’ha fatto.
– Ah…
– Sì, tra loro è finita male e dà la colpa a te.
– E cosa c’entro io? Me n’ero già andata!
– Glielo avevi detto tu, per lei è colpa tua.
– Ah ah ah, sì, tipico.
– Sai che ti odio?
– Sì, da sempre, non me l’hai mai nascosto. Dopo un po’ la cosa diventa pesante, sai com’è.
– Sì, comprensibile.
– Direi che abbiamo fatto 30. Facciamo 31?
– No, lui no… mio padre non ti odia. Nemmeno volendo. Neanche non volendo.


Particolare de I Nottambuli, di Edward Hopper. 1942. Art Institute of Chicago( da qui)

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EX – L’Om (L’Uomo) (8)

ID 94241479 © Anastasiia Bobko | Dreamstime.com (immagine da qui)

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– Ciao!
– Ciao…
– Che c’è?
– No, niente, sei molto cambiato.
– Trovi?
– Sì, oserei dire quasi esotico.
– Ah ah ah!
– Comunque stai benissimo. Ah ah ah!
– Com’è strano ridere ancora insieme. Sembra che sia passata una sola settimana.
– Infatti!
– Mi sento in vena di confidenze. Posso?
– Non c’è problema.
– C’è una cosa che non ti ho mai detto (e come avrei potuto?).
– Dimmi.
– Sei stata la mia unica minorenne.
– Anche tu. Ah ah ah!
– Ah ah ah! Che due cretini!
– Scusami, sto cercando di abituarmi al nuovo te… ma da quanto?
– Da quando mi hai lasciato.
– Ah, vuoi dire che è colpa mia?
– No no, anzi, ti devo ringraziare, ho capito solo dopo.
– Eh, sembra che tu ne abbia capite anche troppe.
– L’idea ti imbarazza?
– Ma no, figurati, è che non mi aspettavo di trovarti così.
– Così splendido? Ah ah ah!
– Ah ah ah, sì!
– Merito tuo, davvero sai?
– L’averti creato una crisi mistica?
– L’avermi spinto in braccio al tantra…
– Vendicativo!



ID 16492138 © Scott Griessel | Dreamstime.com (immagine da qui)

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EX – Esche (7)

(da qui)

Dialogo precedente


– E così poi ti sei messa con lui.
– Sì.
– E?
– Etciù! Allergia alle domande del cazzo.
– Ah ah, spiritosa.
– Sì, sono spiritosa.
– Non ho il senso dell’umorismo, ma non è mai stato un problema, no?
– Io vado di qui. Ciao.
– Ferma. (Fermati).
– Distanza.
– Ok, scusa… aspetta, ancora un minuto.
– Ho riscoperto la fretta.
– Devo dirtelo: mi hai creato un problema.
– Non ho intenzione di assecondarti.
– Te lo dico ugualmente: mia figlia ha voluto che le leggessi la tua favola, per un intero anno.
– Ci sei arrivato finalmente.
– Sì, è servito, molto.
– Ne sono lieta. Davvero, ma adesso vado.
– Appena te ne sei andata lei ha provato a imitarti in tutto. Ha provato a imitare anche la mia ex moglie. Si era messa in testa che conquistando la bambina si sarebbe presa tutto, attività commerciale di mia madre inclusa.
– Non voglio sapere com’è finita.
– Mi dominava.
– È sempre un ottimo sistema.
– Si è presa tutto, me, me, me e me. Tutto me. È stato… non puoi capire.
– Che vuoi che ti dica?
– Che mi farai un prestito.

Kirsten Dunst (da qui)

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EX – Testa dura (6)

(immagine da qui)

dialogo precedente


– Sai che ti dico?
– Sentiamo.
– Mi piaci di più adesso.
– Oh santissimamadonna!
– … Ci vieni a Zurigo con me?
– No.
– Dai!
– No.
– Non sei curiosa di vedere Zurigo?
– No!
– Che testa dura!
– Sei in vena di complimenti?
– Una bella testolina! Dai! Sei sempre stata curiosa di vedere posti nuovi.
– No. Ma poi chi ti dice che non ci sia già stata?
– Ci sei già stata?
– Non sono fatti tuoi.
– Davvero, ci sei già stata?
– Una volta.
– Con chi?
– Con un amico.
– Quanto amico?
– Ma la smetti?
– Buon partito?
– Non sono cose che ti riguardino.
– No perché, se ti piacciono i buoni partiti, io…
– Non dire scemate.
– No, sono serio, io…
– Tu cosa?
– Ecco, noi partiamo per questo viaggio, la prendiamo un po’ larga, ci fermiamo qui e là a dormire, turismo di giorno, cene a lume di candela… se vuoi facciamo l’amore.
– Ma la smetti?
– Pacchetto completo!
– Smettila!!!
– Perché se no?
– Se no mi alzo e vado.
– Hi! Ok, ok.
– Oh!
– Allora ci vieni?
– No.
– C’è una parte anche per te!
– Eh?
– Sì, firmi qualche carta…
– Una testa di legno?
– Sì!!!! Bella testolina! (Bella.)

Greta Garbo e Melvyn Douglas (da qui)

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EX – Reciprocità di effetti (5)

Robert Mitchum (da qui)

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– Ciao bella, come stai?
– Bene. Tu?
– …
– Nooooo!
– Che c’è?
– Davvero pensi possa funzionare ancora?
– Cosa?
– Cercare di farmi preoccupare!
– Non funziona più?
– Nooooo!
– Funzionava benissimo.
– Non sei cambiato.
– …
– Nooooo! Il silenzio passivo aggressivo nooooo!
– Mi hai detto che non sono cambiato!
– Va bene, riformulo: ti trovo bene.
– Solita vita, che ti devo dire.
– Nooooo! Ancora con il vittimismo?
– Non funziona più nemmeno quello?
– Riproviamo: che hai combinato in questi anni?
– Mah, niente di particolare.
– Noooooo! Ma dai!
– …
– Noooooo! Lo sguardo da gnagno! [vedi foto in altro – N.d.A.]
– Mi stai mettendo in difficoltà!
– È il minimo!
– Ok, ci sono, buttamene un’altra.
– Passate bene le vacanze?
– C’è il covid! Cazzo, ma lo fai apposta però!
– Sìììììì!!!

Ava Gardner e Walter Chiari (da qui)

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EX – Cop(p)ia e incolla (4)

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Dialogo precedente


– Un caffè?
– Un caffè.
– Ordino io?
– Ordina tu.
– Carino qui.
– Ci vengo ogni tanto.
– Ogni quanto?
– Boh, una volta ogni 15 giorni, più o meno.
– Allora so dove trovarti.
– Non mi sembra il caso.
– Perché no?
– Perché ne è passata di acqua sotto i ponti.
– E Allora?
– E allora va bene così.
– Non sei cambiata.
– Sì invece.
– Non mi pare.
– Pare a me.
– E se ti dicessi che io…
– Lo so bene.
– E come fai a saperlo?
– Ho visto quelle con cui sei stato?
– Ah. Tu dici?
– Mah!
– Forse solo un pochino…
– Ho visto quelle con cui sei stato, ma non dopo di me, mentre eri con me.
– Ah.

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EX – Doppia sorpresa (3)

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– Quanto tempo!
– Hai ragione.
– Ti trovo molto bene.
– Grazie.
– Così hai deciso di non tingerti.
– Già.
– Lo sapevo. He he he! Conoscendoti immagino che…
– Cosa immagini?
– He he he!
– Dai, parla.
– Non l’hai capito? Una volta capivi sempre.
– Era importante.
– E adesso non lo è più?
– Non capisco dove vuoi andare a parare.
– Sempre là, alle recriminazioni.
– Grazie per avermi ricordato la tua arma segreta.
– Te la sei presa?
– Non ora.
– Bene, sarei fuori tempo massimo.
– Direi.
– Sai cosa mi manca?
– Oddio…
– Come sapevi sorprendermi… dai sorprendimi!
– E perché mai?
– Va bene, per una volta ti voglio restituire la cortesia: posso sorprenderti.
– Non è una novità.
– Ma questa volta potrei stupirti tantissimo, non sai quanto.
– Inizio a temerlo.
– Stupire non è spaventare.
– Dipende!
– Ah ah ah, su, lasciati stupire, tanto non ci vedremo per altri vent’anni.
– Non sono sicura, tutto sommato ho ancora qualche buon ricordo.
– Ah ah ah, sciocchina!
– Ok, ci posso riuscire: stupiscimi con effetti speciali.
– Sarà fatto.
– E fallo come se non ci fosse un domani.
– Come ti sei messa a parlare?
– Cattive frequentazioni, forza! E che sia indolore.
– Ma cattiva forte questa frequentazione.
– Uuuuuffff!
– Ok, sei pronta?
– Vai.
– Mi sono regalato un tatuaggio.
– Tutto qui? Tutti si fanno tatuaggi.
– Non è vero, tu no.
– Per te era solo una questione di tempo… non mi hai stupita.
– Un grosso tatuaggio: sulla pancia!
– Ok, hai la mia attenzione.
– Questo!
– AH! (Colpita e affondata.)



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EX – Teneramente con-traenti (2)

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– Te lo ricordi questo?
– Ce l’hai ancora?
– Un ricordo dolcissimo.
– Oddio, dolcissimo non direi.
– Sì invece, eravamo così…
– Così?
– Sì, così…
– Così come?
– Dolcissimi!
– No, dolcissimi in quel frangente no.
– Sì invece! Tu eri così…
– E tu eri cosà.
– Smettila, lo sai che è vero. Quando ci è mai ricapitato di essere così teneramente…
– Così teneramente cosa?
– Ma sì, ma sì, io ci ho pensato spesso sai? In tutti questi anni, ho pensato di venire a trovarti e mostrartelo.
– Cioè? Me lo stai mostrando per quel motivo?
– Sì!
– …
– Be’, che mi rispondi?
– Questo è il nostro contratto di trombo!
– Sìììììì! Non è meraviglioso? È dolcissimo!
– Ha quasi 30 anni questo coso… questo foglio macilento.
– E allora? Non c’è mica la scadenza! Non l’abbiamo messa apposta (eh!).
– Cioè, tu mi hai cercata per, cito, “trombare allegramente ogni volta che ci andrà“?
– Sì!!!!
– Ma ti rendi conto?
– È dolcissimo!!!
– Ma, scusa, a parte che, però, adesso, onestamente, non è che proprio, ma diciamola tutta, hai un’altra bambina piccola, hai bambine piccole con donne diverse ogni tre per due, anche senza contratto, diciamo poi, io potrei anche non essere disponibile, potrei considerarlo un’allegra cazzata, non avere voglia… MA SANT’IDDIO! NON LO RITENGO ESIGIBILE!
– Hai il mestruo?


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EX – Ricordo in prestito (1)

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– Quanti ricordi.
– Tanti, sì.
– Ti ricordi quando ti ho mostrato l’equino?
– Sì.
– È che tu…
– Già.
– Io però…
– Così dicevi.
– Era vero!
– Ne sono sicura.
– Sono sempre stato sincero. Anche l’equino.
– Beato lui.
– Ti ricordi quando ho camminato tre giorni tra i monti per raggiungerti?
– Sì.
– Ricorderò sempre quando ti ho vista appena arrivato. Così bella tutta preoccupata.
– Eri disidratato.
– Anche… però non mi hai dato nemmeno un bacio. Nemmeno all’equino.
– Dovevi pensare camminando, hai detto.
– Infatti.
– Ma non hai pensato.
– Infatti.
– Chissà cosa ti aspettavi.
– La ricompensa!
– Ho avuto il sospetto.
– Invece il giorno dopo mi hai rimandato giù a valle. E niente ricompensa.
– Mi hai detto che avresti pensato camminando.
– Esatto.
– Ma non hai pensato.
– Esatto.
– Inizio a credere che l’equino tolga facoltà mentali.
– Però poi, ti ricordi in tenda?
– Sì.
– E alla Sede?
– Sì.
– E a casa dei tuoi zii?
– Eh???
– Ma sì, a casa dei tuoi zii!
– Non ero io.
– Ah.
– Ok, tocca a me: ti ricordi quella volta nel furgone delle bibite? siamo usciti dopo 3 ore, io strisciavo.
– Sì! Sì! Sì!
– Non eri tu.


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Centri gravitazionali impermanenti

Ringrazio @didiluce per avermi dato la possibilità di lasciarmi suggestionare da un’altra sua affascinante opera fotografica.

Sì, lo so cosa succede a un centro di gravità impermanente, non credere. Lo so con esattezza: prolassa.
È inconcepibile, verissimo, verissimo. Abbiamo tutti un’altra idea a riguardo, quindi mi chiederai come sia possibile. Te lo racconto per come l’ho visto, due volte l’ho visto, perciò posso ben dire di saperlo. E te lo racconto.

La prima volta fu vicino a una scala di sicurezza, ero sotto a guardarla. Tutta la mia certezza era lì, nel suo essere sicura. Una bella scala che mi sarei messa volentieri in casa se ne avessi avuta una. Non importa.
Ero lì che la guardavo considerando la gravità del fatto che l’avrebbe resa grandiosa: salvare. Ah, la gravità che esercitava sulla mia attenzione, attirandola tutta. Ah, la gravità che esercitava sul mio sentirmi protetta dalla possibilità di fuga…
Non saprei, forse tutta quell’attrazione, forse altro, ma la scala iniziò a piegarsi su un lato. Mi spostai. Dovetti, per sicurezza. Un rumore orrendo di ferraglia stanca e d’impatto progressivo al suolo. Un prolasso di gravità, in tutti i sensi che mi ero data.

La seconda volta fu davanti a un cesto di frutta. Marcia.
La guardavo ormai da giorni e man mano si era trasformata in un luogo davvero pieno di vita: un ecosistema, ma aperto. Era divenuto fonte di interesse continuo e di nutrimento, crescita, certo, anche morte. La sua attrazione inesauribile si sprigionava invitando esseri sempre più grandi e affamati della vita che, instancabilmente, produceva.
Fu l’arrivo del cinghiale selvatico a spazzar via tutto. Ecco il prolasso. Capii come il cinghiale si sarebbe presto trasformato in un nuovo centro di gravità, forte, attrattivo. E impermanente.

Quindi, se adesso dici che sono splendida e perfetta come le visioni che attirando spiegano, sappi che il tuo interesse prolasserà, ricompattandosi intorno a una nuova visione dalla forte attrattiva.

Come dici? Non prolassa, ma rotola via al mutamento delle condizioni? Ah, sì, anche questo può essere.


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Bollicina

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Qui-qui il rigo azzurrino su cui scrivere dritta. Là-là il ranuncolo arancio fiorito in un dì. Su-su il cielo burgundo che tocca le dita. Lì-lì lo spazio aperto che chiama il domani. Giù-giù le scale che se cadi carezzano. E i pepi di fresia che nel volo mi speziano. E il ficomoro che ha un nome progràmmico. E un po’ di alloro. Che male non sta. Stando alla spiaggia come sto alla cadrega, questo è l’impulso a non esser stratega. Stando alla cima come sto al mio divano, credo che oggi ho toccato lontano. Liscio la treccia, aggroviglio un risvolto, placo la genesi e struscio l’arrocco. Macino passi, volto la carta, scopro un sorriso e mi vesto da Re. Se questo è il gaudio di un giorno qualunque, gioco a pescare e il pesce son me.

Vasco Rossi – Bolle di sapone
Quando alla musica vuoi dare un nome
ci metti sopra le parole
Quando la musica c’ha le parole… ding!
la puoi chiamare anche per nome:
la tua prima canzone
la tua prima canzone
Quando alla musica vuoi dare aria
lascia scorrere le dita
su qualsiasi cosa che faccia rumore… ding!
Ci puoi trovare la tua canzone
Magari una canzone d’amore
Magari una canzone d’amore
Per le parole non preoccuparti
è più facile di quello che pensi
Come le bolle di sapone… ding!
se soffi piano vengono da sole
Anche le parole
Anche le parole
Perché la musica non ha orecchi
non ha padroni, ma che maledetti
viene fuori dal rumore… ding!
Come la luce nasce dal sole
Come la luce dal sole
Come le bolle di sapone.

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Pesci

Il Pesce – Tiromancino

Cammina impettito, come pretende l’impresa. Lo sguardo è risoluto e sa già dove posarsi: in avanti.
La ghiaia lascia il posto all’erba, foglie di rami bassi gli carezzano i capelli, una ragnatela l’accompagna per un tratto, attaccata alla fronte. Il sole appare e scompare tra chiome. Nessuna nuvola.
Quando raggiunge la poccia il respiro si blocca, e riprende piano. Niente sorriso d’incontro, non distrazioni, il momento è solenne. Si avvicina al ciglio, alla postazione che ha decretato sua, e si accuccia. I sandaletti chiusi sprofondano nel fango, fino a mezza punta. Un’occhiata svelta allo specchio: l’acqua torbida ha il pelo immobile.
È ora. Il braccio si allunga terminando nell’indice. Un’esitazione, in quel dito tutto il tempo, intero.
L’immerge lento e inizia una minuta danza concentrica nell’enorme caffellatte. Arriva un girino. Arrivano altri girini. L’indice resta immobile al contatto con le testine codate. La voce da torace schiacciato è sottilissima, volutamente, non c’è alcun bisogno di gridare ciò che sta per dire.
– Non sarete pesci per sempre.
Un sospiro paziente e il dito si muove scomposto. I girini scompaiono e lui si rimette in piedi. La voce però resta in sussurro.
– Tra poco avrete le zampe.
E riprende la strada del ritorno.

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Fiore di campo

Il territorio. (È mio.)

Sono al limite dell’abitato. Il campo incolto, da qualche anno. Niente pannocchie, ma erbe selvatiche, buche, lattine vuote, vetri di bottiglie, l’immancabile coppia di siringhe usate, sassi, fogli di giornale. Un pallone mezzo sgonfio. Buono. Raccolta fortunata.
Lo provo: palleggi bastardi. Devo andare dal benzinaio a gonfiarlo. Ma prima lo lavo. Guardo l’orologio d’acciaio fresco di Comunione, tra la fontana e il benzinaio ci vorranno 30 minuti. Più un’altra ora e mezza per trovare qualcuno con cui giocarci e risalire in casa, dai compiti.

Pallone pulito, bagnato, brevi lanci in aria per farlo asciugare in fretta, con battiti di mani e una canzone a mezza voce, e…
– Bel pallone!
Mi giro. Uno, due e tre. Li conosco di vista. Mai giocato con loro.
– L’ho appena trovato.
Non mi piace mentire.
– È nostro.
Continua a parlare lo stesso. È il capo. Strano, ha gli occhiali. Di solito i capi non li portano. A parte me.
– Dove l’avete perso?
Voglio capire se è vero.
– Dove l’hai trovato tu.
– Nello spiazzo del supermercato.
Adesso mento. Mi serve.
– Brava, daccelo.
– Bravo, non l’ho trovato là. Non è il vostro. È mio.

Gelo. È guerra.

Il capo si fa avanti. Tolgo gli occhiali e li metto lentamente nella tasca della gonna di jeans. Non è stupido e capisce il gesto. Si ferma. Mi guarda le ginocchia, le croste di sangue rappreso. Una femmina con poche paure: imbarazzante.
Si volta indietro, uno dei due si volta indietro a sua volta per vedere cosa ci sia da guardare – un coglione – mentre l’altro è accucciato per allacciarsi una stringa. Praticamente la questione è solo tra me e lui. Inizio a passare il pallone da una mano all’altra, sempre più velocemente. Lui segue il movimento con la testa fino a quando capisce che qualcosa non va.
– Ferma!
– Perché?
– Non riesco a…
Ammissione costosa. Deve cambiare strategia.
– Facciamo un gioco!
– No.
Rispondo senza alterare il tono.
– Una sfida, dai! Chi vince si tiene il pallone!
– No.
Ribadisco iniziando a cercare un possibile foro nella gomma.
– Dai! Ho un carrello del supermercato!
– E cose te ne fai?
– Chi butta dentro il pallone da più lontano ha vinto!
– Tu vinci il mio pallone e io cosa vinco?
– Non ti rompiamo più.
– Dove ce l’hai il carrello?
– Alle case dietro la cartoleria.

Cosa mi fa accettare? Un territorio nuovo.

– Vi seguo.

Gioco regolarmente nei caseggiati confinanti, rischi valutati.

LA SFIDA

1° round: siamo in mezzo alla strada, io tengo il carrello e lui da forse 4 metri tira, mancando apposta il canestro; lascio il carrello che ritorna in suo possesso e corro a prendere il pallone. Ognuno mantiene il proprio tesoro.

2° round: si sistema gli occhiali e con un sorriso furbo entra nel carrello, si piazza in piedi a gambe divaricate; con la mano mi fa segno di indietreggiare, più lontano di un passo da dove ha tirato lui; lancio precisa, lui afferra il pallone al volo e, urlandone esaltato la proprietà, si rannicchia dentro il carrello proteggendo il pallone in gembo, intimandomi di andare a riprendermelo, se ho coraggio.

Controllo i suoi per accertarmi che stiano assistendo. Sì, hanno risolini compiaciuti.

Parto di corsa. Quando arrivo al carrello la spinta che gli do è proprio una gran bella spinta. Il capo gang non sa se essere sorpreso o eccitato. I due ammutoliscono seguendo la traiettoria. A velocità non comune, il carrello si schianta contro il gradino del marciapiede. L’ospite si agita, oscillazione e ribaltamento laterale del mezzo.

Grandi risate dei due, fino alle lacrime. Risate di altri avvicinatisi alla visione del carrello lanciato. Lo raggiungo, raccolgo il pallone rotolato fuori dall’abbraccio.
Mentre mi guarda livido, gli dico: – Fatto male? Domani sono qui a giocare. Porto il mio pallone. Decido io il gioco.
E lo aiuto a uscire dal carrello.

Il territorio. È mio.

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Sangria

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Dov’è la sangria? L’ultima volta che l’ho vista era sul tavolo della cucina, nella brocca grande, profumata e con la frutta in galleggiamento e dio solo sa quanto tempo ci ho messo per pulire e tagliare tutta quella frutta, che non sono uno di quelli pratici in queste cose, ma la sangria la preparo io, da sempre, è il mio benvenuto speciale quando abbiamo ospiti, non che accada spesso, solo quando serve, quando c’è qualcosa da festeggiare e la mia sangria è un po’ un regalo con il quale accolgo chi deve condividere con il sottoscritto, con noi diciamo, un momento felice, anche se, a ben vedere, di momenti felici di recente non è che ce ne siano stati chissà quanti, uno, due, forse tre negli ultimi dieci mesi, pochini a ben vedere e a forza di vedere bene, mi sa che, mi sa che non la trovo, giuro non sono ancora rincoglionito del tutto, come dice lei, che non lo dice spesso, ma quando lo dice fa paura, sembra vero, credo sia per la bravura nello scandire le sillabe, rin co glio ni to, è maestosa in certe circostanze, la provoco apposta, mi piace tantissimo come articola, davvero, forse l’amo per questo, forse l’amo anche per come mi rovista dentro ogni volta che s’incazza (e quanto è sexy), ormai, lo posso dire? mi si rizza solo quando s’incazza, che detto così magari mi fa sembrar sulla china, ma non sono io sulla china, è lei a essere tremendamente sexy e, e niente, non c’è nemmeno qui la sangria, ero sicuro di averla messa qui sopra, in parte ai tramezzini mignon, non fatti da me quelli, non ho la manina chirurgica per tagliare alla perfezione i triangoli monoporzione, posso avere la mano allegra, musicale, ma chirurgica no, io sono solo l’addetto sangria, la mia famosissima sangria, la mitica, quella che tutti si ricordano, mai troppo bene in verità, quella che a vederla si arrossano le orecchie e qualche gota, quella che fa perdere la testa in letizia al secondo bicchiere e poi, da lì, via ogni freno, sciolte le lingue, caldo in corpo e poi, e poi succedon cose, come in ogni festino domestico che si rispetti, quando si scelgono con cura gli invitati, perché è importante sapere chi perderà la testa, chi le mutande, chi le inibizioni e chi la verginità riverginata ogni volta, e diciamolo, è sempre una bella prospettiva se ci si conosce bene o se non ci si conosce affatto, che a volte è pure meglio, ma è importante condividere lo spirito della serata ed essere disposti a berli quei due bicchieri della mia storica sangria, se no col cavolo che parte tutto, che inizia la festa, se non fosse per quella benedetta frutta, per zucchero e alcol, bisognerebbe ricorrere a un superalcolico e quello, si sa, può risultare pesante, infastidire lo stomaco, lo sappiamo, ormai siamo tutti vaccinati agli eccessi, invece alla sangria non è vaccinato nessuno, fa gioia, spensieratezza, è solo vino e frutta e qualche additivo mio, personale, spezie, altro zucchero e, e non la trovo però, la brocca che ho preparato un paio di ore fa qui non c’è, a ben vedere non ci sono nemmeno i tramezzini, la festa, e non ci sono loro; e non c’è lei…
troppe feste sangria: rin co glio ni to.