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La riposta

Dunque una settimana fa. Cosa ho fatto una settimana fa?

Ho risposto.

Una sola risposta per tutte le domande. Quante domande avrò raccolto? Tante, tantissime, se ne raccolgo ovunque. Per fortuna ho raccolto solo quelle che hanno posto a me, senza scorta d’altre (per fortuna sì, anche se accatastarne di rivolte ad altri non è che pesi molto, lo dico così, per ammorbidire, la carezzevole lamentela scalza che usa ritrarsi al primo freddo del suolo).

Una sola risposta a tutte le domande. Come stai? Tu, là, lù, lò? Quante ne vuole? Ha moneta? Torni domani? Mi lascia aperto? Zucchero? Fa freddo? Hanno già chiuso? Leggi? Piazza Vittoria? Con te parla? L’hai poi rivista? Mi mandi tutto via e-mail? Cosa ne pensi? Ne vuole uno? Lo porta da sola? Ti sembro solo? Me ne lascia una? Ti piace? A che ora? È andata bene? La richiamo? Mi chiami? Che mascherina è? Cosa gli hai detto? Stai andando adesso? Ha visto anche Lei? Queste scale? Hai sonno? Ci vieni?

Una sola risposta: mh (traduzione: un sogno (ma chi la conosce la mia lingua)).

Her Morning Elegance di Oren Lavie
Il sole è tramontato da giorni
Sun been down for days

Un bel fiore in un vaso
A pretty flower in a vase

Una pantofola accanto al caminetto
A slipper by the fireplace

Un violoncello che giace nella sua custodia
A cello lying in its case
Presto sarà giù per le scale
Soon she’s down the stairs

La sua eleganza mattutina che indossa
Her morning elegance she wears

Il suono dell’acqua la fa sognare
The sound of water makes her dream

Risvegliato da una nuvola di vapore
Awoken by a cloud of steam

Versa un sogno ad occhi aperti in una tazza
She pours a daydream in a cup

Un cucchiaio di zucchero si addolcisce
A spoon of sugar sweetens up
E combatte per la sua vita mentre si infila il cappotto
And she fights for her life as she puts on her coat

E combatte per la sua vita sul treno
And she fights for her life on the train

Guarda la pioggia mentre si riversa
She looks at the rain as it pours

E combatte per la sua vita mentre va in un negozio
And she fights for her life as she goes in a store

Con un pensiero è stata presa da un filo
With a thought she has caught by a thread

Paga il pane e se ne va
She pays for the bread and she goes
Nessuno sa
Nobody knows
Il sole è tramontato da giorni
Sun been down for days

Una melodia invernale che suona
A winter melody she plays

Il tuono la fa contemplare
The thunder makes her contemplate

Sente un rumore dietro il cancello
She hears a noise behind the gate

Forse una lettera con una colomba
Perhaps a letter with a dove

Forse uno sconosciuto che potrebbe amare
Perhaps a stranger she could love
E combatte per la sua vita mentre si infila il cappotto
And she fights for her life as she puts on her coat

E combatte per la sua vita sul treno
And she fights for her life on the train

Guarda la pioggia mentre si riversa
She looks at the rain as it pours

E combatte per la sua vita mentre va in un negozio
And she fights for her life as she goes in a store

Con un pensiero è stata presa da un filo
With a thought she has caught by a thread

Paga il pane e se ne va
She pays for the bread and she goes
Nessuno sa
Nobody knows

Nessuno sa
Nobody knows
E combatte per la sua vita mentre si infila il cappotto
And she fights for her life as she puts on her coat

E combatte per la sua vita sul treno
And she fights for her life on the train

Guarda la pioggia mentre si riversa
She looks at the rain as it pours

E combatte per la sua vita mentre va in un negozio
And she fights for her life as she goes in a store

Dove le persone sono piacevolmente strane
Where the people are pleasantly strange

E conta il cambiamento mentre va
And counting the change as she goes
Nessuno sa
Nobody knows

Nessuno sa
Nobody knows

Nessuno sa
Nobody knows (traduzione by Google)

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GM (giornata mondiale)

https://www.tp24.it/immagini_articoli/31-01-2016/1454256591-0-giornata-mondiale-delle-zone-umide-martedi-un-convegno-al-centro-polivalente-di-petrosino.jpg
c’è tutto in questa immagine: yin e yang (da qui)

Il raccontino narra della nascita delle “Giornate Mondiali” (o Internazionali, a piacere).

È a 4 mani, le mie due e le due mani di ADRIANO.

Trovaticisi sul sentiero del fastidio fisico nei confronti di questa nobile istituzione, abbiamo deciso di rendere almeno piacevole la percorrenza.

Buona lettura!

P.S.: le giornate nominate sono tutte realmente esistenti, tranne due: quali?


Da quando esiste il mondo, lo scorrere del tempo è stato sempre scandito dalle giornate. Queste, di giorno in giorno, di epoche in epoche, di lustri e lustrini vari, hanno segnato la vita di qualunque essere presente nel pianeta, anche dei sassi. Esse sono sempre passate uguali e placide, ma negli ultimi anni si è sentito il bisogno quasi fisiologico di prendere alcune di queste e di renderle speciali per ricordare fatti, avvenimenti, curiosità, nomi, città e cose da far conoscere a tutto il mondo. Sono nate così le giornate mondiali.
 
Enrichetta, detta Richy, pianta nella neve la tavola fucsia da snowboard e con i denti strappa la fascetta con velcro del guanto, spoglia la mano e con dita irrigidite dallo sbalzo termico tira la zip della tasca fluorescente sul petto: estrae il cellulare. Chi caspita la disturba prima di una discesa? L’ONU. Richy risponde alla telefonata e sì, da adesso è in missione per conto dell’ONU.
 
Richy ascolta la voce misteriosa che parla dall’altra parte del telefono con una inaspettata parlantina, e sta lì lì per tirarle un accidente coi controfiocchi che ecco la voce la blocca subito dicendole che non può dire nulla poiché oggi è la Giornata Mondiale della prosopopea e quindi deve sentire e basta. Richy ingoia il rospo chiedendosi quando sarà la Giornata Mondiale delle maledizioni al telefono, e dopo aver salutato mestamente la voce dell’ONU con un: “Obbedisco!”, si rimette il cellulare nella tasca fluorescente a norma di legge, chiude la zip con tutto il guanto e, noncurante di quanto stava succedendo, ridotta ormai a un blocco di ghiaccio con le gambe, si avvia a scendere la pista come meglio può, pronta per avventurarsi in quello che è un ricco calendario di giornate da rispettare.
 
Obbedienza.
Si obbedisce per timore, per indolenza spirituale, per mancanza di iniziativa, per economia energetica, per profondissima credenza. Aggiungerne si può, ma si obbedisce. Obbedendo, Richy avrebbe creato nuove parole d’ordine per altre innumerevoli obbedienze sane-sante-savie, ma quali?
La parete del salotto decorata con le 15 tavole appese. La parete del salotto decorata con le 15 tavole appese e il profumo di vin brulé nell’aria. La parete del salotto decorata con le 15 tavole appese e il profumo di vin brulé nell’aria e: una visione biblica.
 
Dal fumo sprigionato dal vin brulé si ode una voce come di tuono dal tono solenne.

– “Richy!” esclama la voce.

– “Chi è?” esclama Richy stupita.
– “Io”
– “Io chi?”
– “António!”
– “Da Padova?”
– “Macchè, da Lisbona!”
– “Oh scusate, adesso non posso, tengo la pentola sul fuoco, lasciate pure il depliant sotto la porta.”
– “Io non ho bisogno di depliant, sono il tuo capo!”
– “Uuuh signore, scusate tanto, avete detto Antonio ho pensato al santo. Cosa posso fare per lei?”
– “Hai letto le 15 tavole che ti ho mandato?”
– “Sì.”
– “E?”

– “Sono carine, fanno proprio un bel figurone in salotto.”

– “Devi rispettarle e farle rispettare tutte!!!”
– “Tutte?”
– “Sì.”
– “Anche quella della migrazione dei pesci?”
– “Sopratutto quella.”
– “Ammazza che culo!”
– “Vai e diffondi nel mondo col sorriso!”
– “Sia fatta la sua volont… ehm… ok.”
E come è venuta, la voce sparisce, tra risate alcoliche e di chiodi di garofano.
 
Oh che investitura! Ma che bello. E che onore. Che responsabilità. Che eccetera eccetera! Tra il bere, i profumi, gli ordini e la nuova fantastica avventura creativa, Richy si sente eccitata e frenetica, in cerca di carta e penna ove scrivere di getto… cosa?
L’ispirazione, si sa, nasce dove l’occhio cade e l’occhio cade, si sa, mosso dal desiderio e il desiderio di Richy, si sa, è concentrato sulle splendide tavole: Giornata mondiale dello snowboard! Fantastico, ecco l’abbrivio! Si volta verso il computer e un pensiero urgente l’assale: Giornata mondiale del backup! Un sospiro di sollievo, come se ideandola si fosse materializzato l’evento. Magico. Chissà se funziona anche con le lingue straniere: Dia internacional del Tango! Ah, che ispirazione seducente, tanto seducente, troppo: Giornata mondiale delle zone umide, e Giornata mondiale dell’orgasmo! Doppietta!
 
L’aver pensato alla Giornata mondiale dell’orgasmo le fa tornare alla mente quelli avuti prima di lasciarsi col suo fidanzato, e dal ricordo di tanti momenti felici pensa alla Giornata mondiale dell’uccello migratore.
Ma lo spremersi le meningi manda in crisi Richy, anche perché riempire 15 tavole non è uno scherzo. Con lo sguardo della disperazione, alza per un attimo la faccia e vede il frigo. Una certa fame inizia a prenderla sentendo brontolare lo stomaco come se fosse un temporale. Ricordandosi che ha ancora della pizza avanzata dalla sera prima, le viene il colpo di genio: Giornata internazionale della pizza italiana, che insieme a quella delle torte ci sta proprio bene.
– “Cavoli, perché non ci ho pensato prima?” e scrive e mangia.
– “Che vada al diavolo la dieta!” esclama con tono solenne.
Nel mentre che mette il tutto nero su bianco, l’occhio le cade su una rivista che stava guardando con la pagina aperta sull’evoluzione dell’uomo, e quale occasione migliore di questa nel comporre una lista che verrà ricordata dall’umanità intera?
– “Chissà cosa avrebbe pensato Darwin di questa nostra evoluzione… Ci sono! Facciamo il Darwin Day così per ricordarmi di tutto questo.”
In realtà pensa anche ad altri tipi di evoluzioni ma meglio non scriverle.
Gli occhi a questo punto cominciano a diventare sempre più pesanti fino a quando non si addormenta sul tavolo. Nasce così al suo risveglio la Giornata mondiale del sonno.
 
– “Antò.”
– ”…”
– ”Antòòòò! Ho fatto.”
– ”Sto giocando a frisbee. L’hai inserita la Giornata mondiale del frisbee?”
– ”No.”
– ”Non importa, mi piace che resti uno sport di nicchia. Dimmi dunque.”
– ”Ho finito.”
– ”Vediamo, sì, buon lavoro, ma manca ancora una giornata fondamentale. Vai ai Bagni di Trevi e…”
– ”La Fontana di Trevi.”
– ”Non è la stessa cosa con quel bel piscinozzo?”
– ”No.”
– ”Allora ti ordino di immergerti, fare due bracciate, pescare qualche monetina e avrai l’ispirazione ultima e fondamentale. Corri!”
– ”Adesso?”
– ”Adesso!”
 
Richy obbedisce anche se con molte perplessità. E se non avesse trovato le monetine? E se i vigili l’avessero trovata nuotando e fatto un mazzo tanto? E se i trentatrè trentini non entrano a Trento?
Una volta arrivata a destinazione, si immerge furtiva nella fontana alla ricerca delle Monetine della Sacra Ispirazione Ultima (MSIU).
Nuotando con la stessa grazia e agilità dei pesci migratori che vanno incontro al proprio destino, Richy tenta di compiere il suo ultimo incarico con le sacre monetine, e avendone trovate solo qualche migliaio, i dubbi aumentarono ancora di più. In compenso, però, pensava a come spenderle.
Dopo aver raggiunto per un attimo la pace interiore immaginando l’armadio pieno come un outlet, un cartello la riporta alla dura realtà: le monetine se le deve scordare.
– “Aaaaaaa mannaggia i pescetti!” esclama con un certo disappunto.
Piena di tristezza per aver fallito la missione che le era stata affidata, sta per scavalcare il muretto della fontana quando all’improvviso vede una monetina più scintillante delle altre. In quel preciso momento è come folgorata sulla Piazza di Trevi ed è lì, finalmente, che trova la sua ultima e definitiva ispirazione per la giornata mondiale mancante all’appello:
quella della carbonara.
 

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Immagini d’intimità

– Pensavo.

– Dimmi.

– Ci sono un sacco di mie foto. Nuda.

– Vero? Eh eh eh, ho stimolato la maiala impudica.

– Non sono sempre impudica.

– Lo so, Tesoro.

– E i tuoi amici mi guardano ogni volta tra le gambe senza ch’io abbia dato loro il permesso, grazie alla gigantografia appesa in sala.

– È arte.

– Voglio fotografarti lo scroto e metterlo lì, in parte alla mia immagine.

– Non sei tu l’artista.

– Ma questa è casa mia.

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Stelle

Le tre stelle della Costellazione di Orione Alnitak, Alnilam e Mintaka allineate al centro formano la Cintura. (da qui)

Stelle. Belle. Belle stelle. Stelle belle. Stelle e stelle e. Fottute (stelle).

Che se avessi un angolo di cielo guarderei ogni sera. E ogni sera guardo, le fottute (stelle). Che se ci fosse nube la sposterei volendo. E via a spazzarne a nembi, chiare fottute (stelle). Con allegra propensione immaginarle vispe, immote, nate e ignote, le mie fottute (stelle). Con ottimismo stolido ne individuerei di buone, intente a benedir Valchirie, incredule, per le fottute (stelle). Mi scrollerei di dosso il cattivo influsso con risata bassa, alla faccia loro, in rissa, porche fottute (stelle). E giocherei a unir punti e a disegnare allori, senza curarmi di corrispondenze, con le fottute (stelle). Così, non bastandomi l’ardire cozzo, rotolo, striscio rabdomica e soffoco, il riso, fingendo mi vediate, care fottute (stelle). Senza gridare o dire, passare da una a una, che il conto è aperto e non ne salvo alcuna, di voi fottute (stelle). E lo sapete, lo sapete bene che son vostra, schiva, selvatica e straniale, e allora impudiche, senza permesso e in codice, a tratteggiar distanze, fino a toccarmi suolo. Fino a morir nei nei. Sulla mia pelle.

Oh.

Fottute stelle.

ORION’S BELT IOVA (cover by Sabrina Claudio)
This mess of emotions got his body questioning
Is this feeling alright?
He studying my freckles like the constellations
And he’s looking for signs
I know that you’re not used to this
Boy will you let me teach you
Your mind is asking for my love
And you just need to hear it
Try not to wander off too much
Don’t let your feels control you
Keep you attentive with authentic kisses
Filled with amor
I’ll show you
How it’s supposed to feel
When we meet
At Orion’s Belt
I’ll show you
How it’s supposed to feel
Running my fingers through your hair I’m feeling
That your thoughts have left this Earth
Is it worth it? Yes
Is it genuine? Can I love like this?
Let me give you some reasons
I know that you’re not used to this
Boy will you let me teach you
Your mind is asking for my love
And you just need to hear it
Try not to wander off too much
Don’t let your feels control you
Keep you attentive with authentic kisses
Filled with amor
I’ll show you
How it’s supposed to feel
When we meet
At Orion’s Belt
I’ll show you
How it’s supposed to feel
When your hands running down my body
It’s like a ticket to a cosmic sky
Let your body get used to this
Let your body get used to this
It don’t matter where we are
Cause when we’re touching we’re caressing stars
Let your body get used to this
Let your body get used to this
I’ll show you
How we’re supposed to feel
When we meet
At Orion’s Belt
I’ll show you
How we’re supposed to feel

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Una settimana

STARÒ VIA PER 7 GIORNI

LASCIO QUI QUALCHE LETTURA, UN PO’ DI MUSICA, UN RECAPITO E IL TEMPO PASSERÀ IN FRETTA.

endorsement@virgilio.it

qualche vecchio raccontino

unodietrol’altro

story-lenny

extra-lenny

musiche

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Amore, ti aspetto…

In attesa dello Story-Lenny 5, ecco un mio vecchio raccontino.

– Hai aperto la finestra?

– Certamente, ho anche chiuso il gas.

– Hai fatto bene, dobbiamo essere prudenti e aspettare che Ping arrivi.

– Si chiama Ping?

– Sì, da un paio di giorni.

– Non lo sapevo, ma come facciamo a essere sicuri che venga?

– Ho lasciato del vitello sul tavolo.

– Allora aspettiamo.

– Dovremmo andare nell’altra stanza.

– Ma come facciamo a sapere se arriva?

– Non so, ogni tanto diamo un’occhiata, ma silenziosamente, che non si accorga.

Ping non passa.

– Sono tre giorni che gli tendiamo questa trappola e lui lo sente e non passa. La carne ormai è da buttare e non possiamo continuamente porgergli carne fresca per farlo entrare.

– Secondo me non ci si comporta così con un gatto.

– E cosa dobbiamo fare allora?

– Fregarcene, magari ha voglia di compagnia e arriva lo stesso.

– Allora facciamo le nostre cose di sempre e non ci pensiamo.

– Mi sembra una buona idea.

La vita continua, aspettando il gatto.

– Sono cinque anni che lo aspettiamo e la nostra relazione forse funziona bene per questo, per l’attesa.

– Ma se non dovesse mai entrare?

– Dovremmo cercare qualcos’altro da attendere.

– Perché?

– Perché così stiamo insieme per un motivo.

– Non è insensato.

– No, infatti. Che dici, continuiamo ad aspettare Ping o ci diamo ai piccioni?

– Un topo? Che ne pensi di un topo?

– Proviamo con un topo.

– Come lo chiamiamo?

– Stong.

– Va bene.

Per far venire Stong abbiamo lasciato la casa sporca per mesi fino a quando non sono comparsi gli scarafaggi, ma non aspettavamo loro e li abbiamo ammazzati.

– Stong non arriva più, sono due anni che gli prepariamo l’ambiente giusto, ma non arriva più.

– Sono arrivati gli scarafaggi, quelli ci sono sempre.

– Che si sia sbagliata bestia?

– Forse…

– Vuoi dire che eravamo destinati agli scarafaggi e li abbiamo uccisi con l’insetticida? Sarebbe terribile!

– No, secondo me dobbiamo provare con un piccione, è facile un piccione.

– Sei forse stanco di me?

– No, no di certo.

– E allora perché vuoi che il piccione arrivi in fretta?

– Non è ciò che vuoi anche tu?

– Ah, sì.

– Lo chiamiamo Tep.

– Ma non saranno i nomi, dico, magari i nomi non li invogliano.

– E come lo chiamiamo?

– Ancora non si è nemmeno fatto vivo, aspettiamo di vederlo, poi vedremo a che nome risponde.

– Mi sembra un passo avanti.

Il pane sul davanzale non manca mai. Per mesi abbiamo trovato solo passeri a beccare e li abbiamo guardati come si guarda un bimbo brutto, con enfatica compiacenza.

– Cosa si fa dei passerotti?

– Niente si fa, qui del piccione nemmeno l’ombra, togliamo il pane.

– Sì, ma se non aspettiamo il piccione, cosa aspettiamo?

– Ormai è estate, proviamo con un pipistrello.

– Ma sì, il soffitto è alto, potrebbe anche farci un nido.

– Finestre spalancate allora.

– Ok.

Sono passati i ladri. Ci hanno portato via tutto.

Peccato non averli aspettati, ora sarei ancora in coppia.

H.E.R. – Wait for it
Uber on the way, my phone is chargin’
He keep callin’
I wanna pick it up, but I keep stallin’
I feel some type of way
It’s late at night, and babe
I ain’t get dressed for nothin’
I ain’t put on this dress for nothin’
So I’m comin’, baby
Wait for it, wait for it, wait for it, yeah
I’ma need for you to wait for it, wait for it, wait for it
Baby can you wait for it, wait for it, wait for it?
Baby can you wait for it? Wait for it
Can you?
Yeah, I know you on the way, but now I want it
I can’t take it
I’m merely tryna chill, but I’m impatient
Stay on my mind
Can’t sleep at night
And I ain’t get dressed for nothin’
I ain’t put on this dress for nothin’
I know you’re comin’
Wait for it, wait for it, wait for it, yeah
I’ma need for you to wait for it, wait for it, wait for it
Baby can you wait for it, wait for it, wait for it?
Baby can you wait for it? Wait for it
Can you?
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(Lo sa)

(foto presa qui)

Giallo, quanto giallo. Fragili piume pronte al volo. Forza d’unione in volontà di branco.

Avvicinarsi. Avvicinarsi un attimo in gesto. La mano è morbida sui suoi capelli. La carezza, inascoltata. (Lo sa.)

Lui è preso dalla sua nuova impresa e non s’accorge. Di tanto in tanto interrompe l’attività frenetica allungando le braccia fin sopra il capo, distendendo la schiena.

Assistere inermi a quanto accade: è l’unico modo. Sono mesi che è felice, pieno di voglia di vita. E assenza.

Ma non ora, intento in una scrittura a stampatello, a nascondere, ancora a nascondere l’ovvio, quasi per delicatezza, con pudore virile.

Sono 526 i post-it scritti; coprono il tavolo, parte del divano, il piano cucina e la porta d’ingresso.

– Manca qualcosa su questi foglietti.

– Lo so.

– Non serviranno incompleti.

– Lo so.

(Lo sa.)

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Eppure

Vilhelm Hammershøi, Interno con donna di spalle (1898; olio su tela, 51,5 x 46 cm; Stoccolma, Nationalmuseum)

Ciao. Sì, ciao.

Così comincia e così finisce.

Sono una pazza, mi dico e me lo dico pensando a quant’altro ho perso. Non ho idea del lasciato, non voglio tenerne conto, so che è perso.

Eppure.

Una relazione quotidiana sul filo del ci sono-ci sei e ingordo il mio sguardo a frugare, mai pago. I soliti gesti, ormai, va da sé, solo talvolta più celeri.

Di quale soddisfazione si stia parlando non lo so più. L’andarmene ogni volta. Il suo stare. Il suono felpato delle mie scarpe da ginnastica, mai diverso, costantemente risolutivo a ogni incontro.

Chiara la luce, per non confondere, per non giocare con percezioni errate, per essere certa di quanto accade, e sempre buono il profumo. Da amare.

Eppure.

Di giorno in giorno m’interrogo: se potessi fare a meno di ciò che ha il sapore di un rito? Ma quale rito, è così e basta. Talvolta è la prova, la prova che cerco, intima, di riuscire a uscirne e cerco due occhi diversi, due mani migliori.

Legati.

Attimi sempre legati, al bisogno. E osservare il bisogno a pupille cattive, sviscerare il motivo fino al cuore: della dipendenza. Per scuotere ogni volta il capo, arresa. Che io scuoto il capo, lì ci sono le ragioni, lì i torti.

Oggi.

Rieccomi, con le solite vecchie speranze e il timore. Sempre presente. Rieccomi, con la lingua sulle labbra, ancora. E lo spazio chiaro. E una supplica: “Ciao, due mantovanine, grazie”.

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Melville

Quando lessi Melville accadde qualcosa di strano.

Non ricordo la mia età, solo ciò che fu.

Appassionatami come mai prima ai personaggi, decisi di stringere con loro un patto. Sì, non è procedura comune, ma questi uomini ricchi di sfumature ambigue avevano alimentato una curiosità caparbia e capricciosa. All’epoca non mi resi conto della conseguenze, eppure fatico a condannarmi, perdonando sempre ogni decisione al limite.

Il patto dicevo, pensai potesse essere una buona idea e lo proposi. Si raccolsero per un tempo lasso e ciascuno mi portò poi una personale risposta. Giusto. Ci salutammo nell’ora incerta e mi dimenticai di loro.

Il patto dicevo, il parto di una mente giovane e ambiziosa di sostanza, in sfida, amante del gioco proibito, lo formulai in questi termini: sarò in grado d’incontrarvi nella vita, promettetemi di farvi riconoscere.

Così è stato. E non è stato facile. Così è.

Oggi uno di loro si è reso riconoscibile e come ogni altra volta il boccone è sceso amaro.

Le sue parole sono scivolate semplici, sincere, modeste e le rispetto come si rispetta l’opera di un genio: “Preferirei di no.”

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Le età dell’innocenza 8

– Eccoti Pucci Amoremio! Com’è andata dal veterinario, caro?
– Male.
– Cos’ha il mio Pucci?!
– Non sono riuscito a farlo entrare.
– Cioè?
– Dopo 5 secondi ha attaccato un pastore tedesco e ha morsicato la mano dell’assistente.
– Pucci tesoro! Che ti hanno fatto Amore?
– L’ho dovuto portare via prima che mi facessero a pezzetti.
– Pucci vieni dalla mamma! Ti hanno fatto arrabbiare, piccolino? Eh? Tesoro, baci baci baci.
– Puoi non farti leccare la faccia?
– Ma sei pazzo? Questi sono i baci del mio bambino.
– È che poi ti bacio anch’io.
– E allora? Non c’è niente di schifoso, è amore, vero piccolino?
– Sì, ma… si lecca il culo!
– Pucci, Amore, non è cattivo, è solo un po’ invidioso, capisci? Ha paura che voglia più bene a te che a lui. Ma adesso la mamma gli spiega bene come stiano le cose, non preoccuparti, ci pensa la mamma a metterlo al suo posto.

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Le età dell’innocenza 7

– Caro mi ascolti?

– Sì.

– Non sembra. Cosa guardi?

– L’unghia.

– Allora mi stai ascoltando.

– No. Se guardo l’unghia non posso avere un pensiero che la riguardi?

– Mi sembrava assurdo.

– Hai creduto, quindi, che ti stessi davvero ascoltando perché se guardo un’unghia non ho di meglio da fare che ascoltarti?

– Be’ sì. Quella è l’unghia che ti sei appena tagliato, è già un rifiuto, presto la butterai e non ne avrai nemmeno il ricordo.

– Sbagli cara, devi capire, capire che ci può sempre essere dell’altro anche quando mi guardo un capello sul pettine.

– E cosa devo capire? Che sei in lutto tutte le volte che ti si squama la pelle, che ti soffi il naso, che vai al gabinetto?

– Brava!

– E perché dovrei essere partecipe di questi lutti quotidiani?

– Per capire me, no?

– Credo di non volerti conoscere così approfonditamente.

– Ma sono il tuo pigmalione!

– Grazie, sì, ti devo quasi tutto, ma piangerti la forfora no, è troppo.

– Vedi che non vuoi capire, non sei stupida, sei ottusa…

– Cosa fai adesso?

– Metto l’unghia in una tabacchiera, raccolgo reliquie da vivo.

– Che schifo!

– Lo faccio anche per te, quando sarò morto le potrai vendere.

– Ma sei pazzo? Nessuno comprerà mai certa roba!

– Perché? Non credi che qualcuno possa bramare il mio DNA?

– E per farci cosa?

– Sapevo di non doverti chiedere troppo.

Le età dell’innocenza 1234568
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Le età dell’innocenza 6

– Non ho fame, dallo al pitone.

– Il pitone non mangia i tuoi avanzi.

– E cosa mangia?

– La cavietta.

– Mi hai riempito la casa di topi?

– Te ne sei accorto finalmente.

– Ma io pensavo fossero l’alludere alla mia mancanza di attenzioni!

– Ha dato qualche risultato?

– No, per questo non mi preoccupavo del fatto che aumentassero di numero.

– Sono solo cibo.

– Ma dobbiamo proprio tenere quella bestia in casa?

– È un animale come un altro, che fastidio ti dà?

– Un enorme fastidio!

– Ce l’hai con lui perché è più lungo del tuo pisello.

– Che stronzata! Anche gli alberi hanno rami più lunghi del mio pisello!

– Lo so…

– Che vorresti dire?

– Niente, dico solo che lo so.

– Ah, lo sai, lo sai eh? E che altro sai?

– Che non te la prendi con tutti gli alberi andando a tagliargli i rami, quindi perché prendertela con il pitone?

– Perché mi fa senso! E non lo voglio in casa mia!

– Preferisci che mi prenda un cane?

– Non voglio animali in casa!

– Ma io sì!

– Se ti prendo un vibratore è lo stesso?

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Le età dell’innocenza 5

– Che musica sublime, vero?

– Un’esecuzione mediocre.

– Ma che dici? È magnifica!

– Magnifica non direi, nella norma, dai, non di più.

– Perché?

– L’arrangiamento non è nemmeno originale, è copiato qua e là, pari pari. I musicisti sono quanto di meglio si sono potuti permettere, niente di eccelso quindi.

– Come sei categorico, a me sembra stupendo.

– A te.

– Cosa vorresti insinuare, che non ho una sufficiente cultura musicale per distinguere?

– No, per carità, è che devi ancora studiare, ascoltare, leggere anche qualche testo tra quelli che ti ho regalato.

– Con calma, ho anche altro di cui occuparmi.

– Esatto…

– Be’ e nel frattempo non posso esprimere i miei pareri?

– Con cautela, sii solo un po’ più prudente, soprattutto quando siamo in pubblico.

– Ah!

– Ecco.

– Ti ho mai messo in imbarazzo davanti ai tuoi dipendenti e amici?

– Qualche volta.

– E non me l’hai detto?

– Non sarebbe stato carino.

– Non lo è nemmeno ora, se è per questo.

– Sì, ma adesso almeno è chiaro che devi stare un attimo più attenta.

– Ah!

– Ecco.

– Dicevo, davanti ai tuoi dipendenti, nonché amici…

– Sì?

– Perché gli unici amici che hai sono i tuoi dipendenti.

– Bene, colpito e affondato, adesso mi prometti più attenzione?

– Ci penserò.

– Attenzione e cura.

– Cura in cosa?

– Nell’aspetto, cara.

– Che cos’ha il mio aspetto?

– Lo stile eccessivamente giovanile.

– Ma io sono giovane!

– Eh, dimostrare qualche annetto in più non ti farebbe male.

– Dovrei vestirmi come tua moglie?

– Ottima idea, per domani ti organizzo un appuntamento a casa sua, che ne dici?

– Vaffanculo!

–Ok, facciamo la prossima settimana allora, il tempo di sbollire, eh? Sei adorabile quando ti arrabbi, dai, vieni qui, fatti toccare, mh, sei calda quando ti arrabbi, mi fai impazzire…

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Le età dell’innocenza 4

Marisa Solinas e Bob Henry sul set di Una colt in pugno al diavolo

– Un’altra lettera?

– Sì.

– Chi te l’ha scritta?

– Un produttore.

– È stato gentile.

– Non direi, non sono condoglianze.

– Ah, di che si tratta?

– Mi vuole far causa.

– Ma chi è, quello dello spettacolo dell’anno scorso?

– Sì.

– Be’…

– Che c’entra, come osa?

– Eh!

– Cos’è questo tono, non vorrai dargli ragione?

– Vuoi dargli torto?

– Certamente!

– Hai fatto saltare otto date.

– E con questo?

– Sono un bel po’ di soldini.

– Non stavo bene.

– Non è vero, una sera ti ha beccato in una sala slot.

– Non posso spendere il mio tempo e il mio denaro come preferisco?

– Il suo denaro.

– Il mio! Vaffanculo!

– Dovresti limitarti, lo sai.

– È un passatempo.

– Il marito di Arianna è uno in gamba.

– Vuoi che vada da un terapista? Ma sei scema?

– No, dicevo così, nel caso in cui…

– Io non ho bisogno di loro, loro hanno bisogno di me!

– Sì, però, due parole soltanto, durante una cena a due, magari.

– No!

– Non puoi continuare a giocare alle macchinette.

– Non chiamarle così, non sono un tossico, è gioco d’azzardo. Il casinò è troppo lontano.

– Ma se vai anche dal tabaccaio a giocare!

– No, non mi mescolo, è capitato solo una volta intanto che ti aspettavo.

– Ah, è colpa mia allora!

– Se tu ci avessi messo meno a prepararti io nemmeno ci sarei andato a prendere le sigarette.

– Tu non fumi!

– Le sigarette di scena, per lo spettacolo, no?

– Potevi mandare la segretaria!

– Visto che avevo del tempo ho pensato allo spettacolo, che c’è di male?

– Allora non è colpa mia, sei tu il solerte.

– Più o meno.

– Sei tu, il vizioso.

– No!

– Ci passi quattro ore al giorno!

– Non è vero!

– Ma non puoi trovarti un’altra dipendenza, cristo santo?

– Già fatto, che credi, le esperienze le ho provate tutte!

– Bravo! Fatti prosciugare il conto in banca allora!

– Già fatto, che credi, ho detto tutte.

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Le età dell’innocenza 3

– Dove vai?

– Sembri mia moglie.

– Eh…

– Non sei mia moglie!

– Acuto.

– Nemmeno la mia segretaria!

– Cosa sono?

– Il mio scacciapensieri.

– Ho fatto progressi.

– Brava.

– Grazie. Dove vai, dicevo?

– A farmi fare un massaggio.

– Non è vero.

– A farmelo ciucciare da un trans.

– Non è vero.

– E che cavolo!

– Dai, dove stai andando?

–  …

– Credi davvero che non lo sappia? Volevo darti la possibilità di essere sincero, almeno con me.

– Sto con te perché posso essere sincero e trattarti male, cosa vuoi che ti nasconda?

– Le iniezioni di botulino.

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Le età dell’innocenza 2

– Ancora con la scorta?

– Sì.

– Che palle!

– Senti, non iniziare…

– Mi dà fastidio, tutto qui.

– Non ne posso fare a meno.

– Lo so, lo so, è che io sogno una nostra fuga, da loro, in un albergo, tu ed io, soli, come due amanti in incognito.

– Siamo due amanti.

– Ma con la scorta si istituzionalizza tutto!

– Non dire cazzate.

– Guardami mentre parlo, lascia stare il tablet, sto dicendo che si perde la poesia, il brivido, la trasgressione. No?

– No.

– E siamo anche ricattabili!

– Tu? Io lo sono, mi sembra già un bel brivido, scusa.

– Be’, anche io sono ricattabile.

– Davvero? Di che ricatto stiamo parlando?

– Che ne so, potrebbero spifferare tutto a mio padre.

– Ci ha presentati lui, avete una nuova casa al mare, mi sembra che sia largamente al corrente di cosa faccia sua figlia.

– …

– Su, via quel broncio, non dicevo davvero.

– E come dicevi?

– Sono un po’ nervoso, ho una riunione tra poco, devo farti portare al ristorante.

– E tu non vieni?

– Dopo.

– Ma io mi annoio!

– Ecco, non bere nel frattempo.

– E cosa faccio allora?

– L’altra sera ti hanno portata via dal ristorante mezza nuda, con il cestello del vino in testa.

– Stavo facendo il mio numero!

– Conosci solo quello?

– Sì.

– Ecco, non spogliarti però, non ti ho presa in un night.

– Parli come mio padre.

– Eh, più o meno…

– Perché non mi presenti a tua figlia?

– Non è il momento.

– Ma io voglio trovare il mio posto nel mondo!

– Ce l’hai già.

– E che posto è?

– Non è chiaro?

– No, dico un altro posto, quello professionale.

– Ah, professionale.

– Certo, come mi vedi tu?

– Nel mio letto.

– Sì, a parte il tuo letto, maleducato, non sono mica una di quelle.

– Mh, professionale eh? Direi che potrei pensare a un segretariato.

– Segretaria?

– Sì.

– Bleah!

– No?

– Ma no, qualcosa di più eccitante, qualcosa che mi metta un po’ più in evidenza, ecco.

– Scusa, sono arrivato, ne riparliamo. Ciao. Non ubriacarti, e nel tragitto fermati al negozio di lingerie, questa sera ti vedo gattona, ok?

– Gattona? Con la coda e le orecchie? Mi vedi gattona? (Ma che catz di fissa per i fumetti…)

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Le età dell’innocenza 1

– Questo articolo parla molto bene del tuo ultimo saggio, è che non capisco cosa voglia dire qui…

– Fammi vedere, dunque, sì, l’ho letto stamani, vuol dire che la mia reinterpretazione del mito è simile in spessore e importanza a quella scritta un trentennio fa da quest’altro signore.

– Lui l’ha scritta prima.

– Sì, ma io ho dato un’interpretazione un po’ diversa.

– Ma se tu non avessi letto la sua adesso cosa avresti scritto?

– Qualcosa di simile a ciò che ho scritto, ma senza citarlo in lungo e in largo.

– Allora sarebbe passata inosservata.

– Non è del tutto sbagliato, brava la mia Piccola!

– Ma quanto è originale ciò che hai scritto?

– Non molto, un altro signore, questo citato, era arrivato allo stesso punto più o meno due secoli fa.

– E allora?

– Allora niente, io ho cambiato l’ordine degli addendi e ho usato un linguaggio moderno.

– L’hai copiata?

– Non si dice così, ho ripercorso le sue orme.

– Ma spessore e importanza li aveva già messi lui?

– Sì, non è sbagliato.

– E allora?

– Allora funziona così, mi guadagno da mangiare così, sono famoso perché ho fatto quello che stai facendo tu adesso.

– Cioè?

– Questa baracca me l’ha lasciata la signora che è nella foto all’ingresso.

– Ah, non è una parente?

– No, non la stai studiando all’università?

– Ah! È lei!

– Brava.

– Apperò!

– Che c’è? A cosa pensi?

– Che metterò la tua foto accanto alla sua.

–  Non correre così veloce, Piccola.

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Ping pong

Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in riscucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui guarda la piccola e insignificante rompicazzo, abbandona la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, la schiaccia: crack! Al suono si affacciano i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina, dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro imbastisce una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna lo punzecchia, Onorina gli controlla il cucito, Patrizio si servite un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio di quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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Speciosità dei rapporti

(immagine da qui)

«Non ti vedo, dove sei?»

«Sono qui, raggiungimi!»

«Ma non ti vedo…»

«Dai!»

La mano s’immerge in un latte nero. Cercando il corpo morbido ne teme l’impatto. La stanza s’illumina e tutto cambia colore. Una voce di donna chiede.

«Cosa stai facendo Amore?»

«Cerco la mozzarella mamma.»

«Ma ti ho sentito parlare.»

«Sì, parlavo con lei.»

«Tesoro, lo sai che poi non riesci a mangiarla.»

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Stai da me questa notte?

“Stai da me questa notte?”. Sì.

Non è la prima volta che ti svegli nel suo letto. E che lo trovi vuoto. Vuoto.

È la prima volta che ti svegli nel suo letto e decidi di portarti via le lenzuola. Via le lenzuola. Via il tuo odore. Riprendersi il dato. Con un sacco.

Allora ti guardi un po’ in giro. Via tutto ciò che ha avuto l’onore di un tuo tocco. Nobilitare il nulla. In tre bauli.

Via tutto ciò di cui hai consigliato l’acquisto. Il tuo gusto per il suo abitare. Quattro borsine.

Via anche ciò che ti piace, tutto ciò che ti è sempre piaciuto di quell’appartamento. Il ratto di uno stimolo estetico. Tre scatoloni.

Quanti i ricordi degli amori che ti hanno preceduta, ma tu sei l’ultimo amore, quello significativo, hai già strappato le facce alle altre, le hai già annegate nella massa di ricordi nuovi e indelebili, portarti via le loro minute pendenze non offenderà nessuno. Lo scalpo. Un sacco nero.

C’era qualcosa che non andava. Via le fotografie. Nella mia immagine la mia anima. Una cartellina.

Cosa non avete fatto sul tavolo, sul tappeto, sul divano. Frammenti di vita. Via.

Certo, qualcosa non andava.

“Sì, porti via anche questo” hai detto all’uomo dei traslochi “e dove portiamo tutto?”, eh, e dove portano tutto? “Al mercatino dell’usato”, “Lei abita lì?”, no, non abito lì.

Poi sei uscita sul balcone, hai dato un colpetto con il piede alla gamba dell’uomo seduto sulla panchina liberty. Il corpo si è lasciato cadere sul fianco. Hai controllato che non respirasse e sei uscita seguendo un TIR.