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Il guscio d’ostrica

immagine da Wikipedia

Dopo l’ultimo articolo di ilnoire, mi è stato impossibile astenermi. Di seguito il guanto di sfida.

“L’anello di congiunzione tra passato e presente… il rimasuglio di quella stirpe che erano i dinosauri, uccelli che tutt’ora sono le creature (dopo i micro organismi e le zanzare) più resistenti e forti della Terra. Un paio di (innocui) uccelli di scogliera scacciano un orso affamato a colpi di becco… becco con cui spaccano il guscio delle ostriche. Ed ecco il là per un nuovo racconto (potresti scriverlo tu!).”

È così che ilnoire mi ha buttato una provocazione creativa. La raccolgo. (E qui la sua ripubblicazione! Grazie 🙂 )

Buona lettura!


Che quel becco abbia scacciato un orso, è ormai storia (ne porta ancora i segni).
Che quello stesso becco abbia aperto l’ostrica, invece, è storia in divenire.

Stremato dopo il lungo viaggio, la vista di cibo pronto su una barca a vela bialbero è un dono, il dono di benvenuto in questo luogo caldo.

E il dono è raccolto in una canestro metallico di facile accesso, quindi lo si ghermisce, lo si porta in alto e dall’alto lo si lascia cadere su una pietra: che s’apra. E poi ancora a picco, sulle valve esposte, a mangiarne.

Così, da resto, il guscio vuoto ha ora la sua storia, rotolando a riva, trovando alla fine un assetto non banale, incastrandosi tra cocci levigati e sassi appena baciati dall’acqua dolce.

«Serrate i ranghi! Serrate i ranghi!» Esclama l’uomo con gli auricolari e fermo sulla battigia.
L’ordine è indiscutibile ed è l’unico sensato per evitare il declino.
Dall’altro capo della conversazione si odono rumori di una serrata confusa; disordine; mezze frasi.
L’incombenza del declino agita l’uomo e gli provoca un reflusso esofageo, ma si piega, raccoglie la conchiglia vuota per ricevere conforto dal toccarne l’interno liscio. Sembra funzionare.

Raddrizza la schiena. Parte un altro ordine.
«Che non si dica! Che non si nomini la sconfitta
Invece eccola che si autoavvera: la perdita.
Ma non della partita, che chissà se di quella importa ancora. Ma di lei.

«Lei lei. Mia bella lei. Dove sei? Chi si avvicina alle tue labbra? Chi si riscalda il cuore?» Si domanda a voce bassa l’uomo. (Come se non lo sapesse, con tutti i pedoni perduti in piccoli passi. Ce n’è una lista: quello bellicapelli, quello senzacapelli, quello dallo sguardo sprezzante, quello dallo sguardo intenso…)
«Lei lei. Mia bella lei. Cosa fai? Cosa farai? Smetterai di giocare alla cazzo?» Si domanda con voce isterica l’uomo. (Giocatrice non certo scaltra, no, ha solo quel maledetto intuito e quei maledetti pedoni a regina, in una moltiplicazione infinita di mosse a spruzzo. A spruzzo, porcaputtana! Come si fa a giocare in modo così arrangiato e far cadere uno a uno i pezzi migliori?)

«Le sono rimasto sotto io!» Grida una torre.
«Ce l’ho! Ce l’ho!» Gli risponde il cavallo impagliato.
Silenti gli alfieri, suicidati quando troppo vicini.

«Che manica d’imbecilli! … Regiiiina!» E con moto di stizza lancia in acqua la conchiglia vuota.

La Regina non ama occuparsi del lavoro sporco, soprattutto se per garantire il successo al Re (eh no!) e la malavoglia la prende in un modo così indolente e sfacciato da provocarle l’arresto, a un passo da lei.

«No, no, noooooooo! Perché devo occuparmi di tutto io? Sempre! Pezzi di scacchiera malandati! Pezzi di scacchiera usata! Pezzi di sc-ACCO!» Urla l’uomo.

Una speranza! Finalmente una mossa buona! Ci voleva ingegno-astuzia-conoscenza da giocatore esperto e così non perderà, in ordine: la faccia, la speranza, lei.

Peccato, l’ordine dei 3 elementi è errato.

La conchiglia ritorna al piede, spinta dalla scia di un motoscafo. Lì, da vuoto, gli lambisce un vuoto.
Poi rotola in risacca.
(Ma questa è un’altra storia.)


IL BLOG CHIUDE PER FERIE.
SI RIAPRE A SETTEMBRE.
BUONE VACANZE A TUTTI!

(Io le trascorrerò con la mia piccola cabrio, non ancora verniciata.)

Вера Брежнева – Я не святая
Ты понимаешь, тут такое дело –
В двух словах не скажешь то, что накипелось давно.
Ты понимаешь, я сказать хотела –
Был то плюс, то минус, а теперь вдруг стало равно.
[Переход]: Не потому, что мне так кажется;
Не потому, что всё надоело мне –
А потому что не хочу каяться
И разбираться, кто виноват.
Я не могу в пол силы любить тебя
И потому мне снова покоя нет.
И потому, когда душа мается –
Я повторяю эти слова:
[Припев]: Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
[Куплет 2, Вера Брежнева]: Ты понимаешь, тут такое дело –
Просто утомилась, то взлетать, то падать на дно.
Ты понимаешь, я сказать хотела:
Был то плюс, то минус – а теперь вдруг стало равно.
[Переход]: Не потому, что мне так кажется;
Не потому, что всё надоело мне –
А потому что не хочу каяться
И разбираться, кто виноват.
Я не могу в пол силы любить тебя
И потому мне снова покоя нет.
И потому, когда душа мается –
Я повторяю эти слова:
[Припев]: Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.
[Инструментал]
[Припев]: Я не святая и грехи свои точно знаю,
Но ты не хочешь их делить на двоих.
Я не святая, иногда мы не совпадаем –
Только взять себя в руки, я смогу если в руки твои.

Vera Brezhneva – Non sono una santa
Vedi, il fatto è questo.
Non puoi dire in due parole quello che si è accumulato per così tanto tempo
Sai, stavo per dire.
C’era un più o un meno, e ora è tutto uguale.
[Transizione]: Non perché ne ho voglia;
Non è perché ne ho avuto abbastanza.
È perché non voglio pentirmi
E non voglio sapere di chi è la colpa.
Non posso amarti la metà di quanto dovrei
Ecco perché non posso riposare di nuovo.
Ed è per questo che quando la mia anima soffre
Ripeto queste parole:
[Coro]:
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non corrispondiamo.
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se ti tengo nelle mie mani.
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non siamo uguali
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se è nelle tue mani
[distico 2]:
Sai, il fatto è questo –
Sono solo stanco, ora vado su e ora vado giù.
Sai, volevo dire:
C’era un più, poi un meno – E ora è improvvisamente uguale.
[Transizione]:
Non perché ne ho voglia;
Non è perché sono annoiato
È perché non voglio pentirmi
E non voglio sapere di chi è la colpa.
Non posso amarti la metà di quanto dovrei
Ecco perché non posso riposare di nuovo.
Ed è per questo che quando la mia anima soffre
Ripeto queste parole:
[Coro]:
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non corrispondiamo.
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se ti tengo nelle mie mani.
Non sono una santa e conosco i miei peccati,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non siamo uguali
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se è nelle tue mani.
[Strumentale]
[Coro]:
Non sono una santa e conosco i miei peccati con certezza,
Ma non vuoi condividerli.
Non sono una santa, a volte non corrispondiamo.
Posso prendere me stesso nelle mie mani solo se è nelle tue mani
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Dove credi di andare?

immagine presa da qui, ma elaborata da me

Dove credi di andare?

Domanda idiota. Non vedi? Sto per uscire dal portone, con tutte e due le borse colme e la voglia di essere altrove, via, lontano da quella voce allarmata. La macchina mi aspetta, c’è un uomo alla guida (un bell’uomo) e il fragore del traffico tra poco mi avrà a riempirlo. Inutile la presa del polso, il trattenermi impulsivo. Strattono. Sono già con un piede fuori e la luce del giorno colora la scarpa di amaranto acceso. Inutile togliermi la borsa dalle dita e appoggiarla a terra, sono davvero decisa e la riprendo con tutto ciò che contiene, non uno spillo di meno. Anche l’altra scarpa si è tinta alla luce e la mia schiena non è un messaggio sufficiente per capire di che natura siano le intenzioni? Infantile cercar di trattenere le spalle. Le scuoto a liberarmi di mani e pensieri e la portiera si apre e un braccio mi cinge la vita e il mio è un urletto d’esasperazione perché prima o poi si deve mollare, perché una donna che ti lascia indietro ha un motivo e il motivo è la macchina che si accende, la portiera aperta, l’uomo che sorride e… graffio. Sì, graffio la pelle scoperta e l’esclamazione sorpresa e dolente accompagna la mia libertà. Sii coraggioso, non ululare di un graffio, non sprecare parole indecenti e lasciami i capelli, cazzo! Mi volto, ci guardiamo. Lui è affranto, vedermi gli occhi gli crea un dolore e lascia. I capelli. La donna. La mattina di sole.
Salgo in macchina.

«40 foulard d’Hermes. Parti!»
«Bel colpo.»


Un contributo che ci sta a pennello (grazie Tony Pastel!)

The Smiths – Shoplifters Of The World Unite (Official Music Video)
Learn to love me /Assemble the ways /Now, today, tomorrow and always /My only weakness is a list of crime /My only weakness is… well, never mind, never mind
Oh, shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world
Hand it over – Hand it over – Hand it over
Learn to love me /And assemble the ways /Now, today, tomorrow, and always /My only weakness is a listed crime /But last night the plans of a future war /Was all I saw on Channel Four /Shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world
Hand it over – Hand it over – Hand it over
A heartless hand on my shoulder /A push – and it’s over /Alabaster crashes down
(Six months is a long time) /Tried living in the real world /Instead of a shell /But before I began… /I was bored before I even began / Shoplifters of the world /Unite and take over
Shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world /Unite and take over /Shoplifters of the world /Take over.
“I taccheggiatori del mondo si uniscono”
Impara ad amarmi /Riunisci i modi /Ora, oggi, domani e sempre /La mia unica debolezza è una lista di crimini /La mia unica debolezza è… beh, non importa, non importa /Oh, taccheggiatori del mondo /Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Consegnatela -Passamela -Passamela
Impara ad amarmi /E riunisci i modi /Ora, oggi, domani e sempre /La mia unica debolezza è un crimine elencato /Ma ieri sera i piani di una guerra futura /Era tutto ciò che ho visto su Channel Four /I taccheggiatori del mondo /Unitevi e prendete il controllo
Taccheggiatori di tutto il mondo /Consegnatela – Consegnalo – Passamela
Una mano senza cuore sulla mia spalla /Una spinta – ed è finita /L’alabastro crolla /(Sei mesi è un tempo lungo) /Ho provato a vivere nel mondo reale /Invece di un guscio
Ma prima di iniziare… /Mi annoiavo prima ancora di iniziare /Taccheggiatori del mondo
Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Unitevi e prendete il controllo /Taccheggiatori di tutto il mondo /Prendere il controllo.
Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)

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Cosa ho scritto un anno fa? Il racconto “Ping pong”.

PING PONG è un racconto un po’ furetto. Ovviamente ci sono palline, punti, giocatori e un prima, un dopo. Vado a giocare la mia partita (non esattamente quella qui descritta). Vediamo chi la vince.

A martedì!


Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in risucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui guarda la piccola e insignificante rompicazzo, abbandona la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, la schiaccia: crack! Al suono si affacciano i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina, dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro imbastisce una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna lo punzecchia, Onorina gli controlla il cucito, Patrizio si serve un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio carnoso a quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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EX – Individuazione (11)

(immagine da qui)

dialogo precedente


– Ciao, ti trovo splendidamente!
– Anche tu Mister!
– Ci beviamo qualcosa?
– Volentieri.
– Sai, ti ho pensata di recente.
– Strano.
– Sì, lo so. Lo è.
– Ma sei ancora un collezionista?
– Sempre.
– Già, “Alla natura non si comanda” dicevi.
– Qualche volta dispiace.
– Ma non direi, troppo impegnato nella ricerca di quella successiva, no?
– Sì, ah ah ah, è così in effetti.
– Quindi non capisco.
– È che tu sei…
– Sono?
– Tu sei… così schietta.
– No, ho sempre usato guanti di velluto con te. Sarà stata un’altra.
– Ah. Ok. Allora: tu sei sempre stata così… comprensiva.
– Ti ho lasciato una cicatrice (a forza di reprimere, eh!).
– Ah. Sì, ma quale cicatrice?
– Quella lì, tra indice e medio.
– Giusto. È che tu sei stata talmente difficile da soddisfare…
– No, guarda, quello non è mai stato un problema tra noi.
– Mh. Sei intrattabile.
– Neanche.
– Sadica.
– Riprova.
– Impegnata.
– Ce la puoi fare.
– Snodata.
– L’ho conosciuta la tua snodata.
– Ecco, bene, cioè male, ma sì, bene dai.
– E quindi?
– Tu sei così…
– Cosa ci fai qui Mister?
– Non ricordo cosa sei stata, mi manca il tassello.
– Quando sono troppe sono troppe, o la stronzaggine, o l’età: scegli.

(da qui)
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Il ladro di acqua pazza

(immagine da qui)

Mezzelune al bruzzo;

razza all’acqua pazza;

pizza con cozze;

mozzarella in carrozza.

Di contorno abbiamo le verdure in tazza (cotte o crude).

Questo è quanto.

No, niente pastasciutta. Il menù è deciso dal cuoco giorno per giorno: “procedo per suggestioni”, dice. Ieri sera, prima di andare a dormire, gli sono piaciute le doppie in zeta. Ogni suo desiderio è un ordine. No, non ciò che desidera Lei, ciò che desidera lui.

Sì, qui funziona così. Cosa vuole che le dica, ogni giorno ha un capriccio nuovo e qualcuno ci ha fatto passare dei guai, guai seri, intendo. Io annoto sempre, abituato a prendere le comande, annoto tutto, su questo blocchetto, vede?

No, non posso sedermi al tavolo, sono in servizio.

Ah, è interessato a ciò che ho scritto, sì, e cosa ordina nel frattempo? Razza all’acqua pazza e tazza di zucchine. Da bere? Davvero vuole gazzosa? 1 bicchiere di gaz-zo-sa. Sì, mi dica.

Guardi, secondo il mio modesto parere dovrebbe chiedere prima al cuoco, è roba sua, io sono solo un testimone. Ma, mi scusi, Lei di cosa si occupa? Ah, scrittore.

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EX – I conti tornano (10)

(immagine da qui)

Dialogo precedente


– Eccola!
– Eccolo!
– Mi sei mancata.
– Tu per niente.
– Ah ah ah! Caustica!
– Ogni tanto.
– Ma proprio con me? Che ti ho fatto di male?
– Ho l’elenco.
– Qui?
– Certo!
– Anch’io!
– Davvero?
– Sicuro!
– Ok, quanti punti hai segnato?
– 10, come al solito. Tu?
– 95.
– Minchia! Ma davvero?
– Guarda! Non scherzo.
– Ma, no, dai, non è possibile, sono troppi.
– L’idea è stata tua, vorrei ricordare.
– Sì, mi picciono queste cose, le liste, sono un fanatico delle liste.
– Lo so bene, è il punto numero 29!
– Ma dai, cosa ti hanno mai fatto le mie liste, a parte, lo ammetto, buttarti addosso un po’ di ansia?
– Un po’ di ansia? Ti fossi limitato a compilarle per te non sarebbero state un problema.
– Ma sì, lo sai, mi piace programmare, avere tutti sotto controllo.
– Sì, è il punto 7.
– Hai proprio messo tutto?
– Basta preliminari: scambiamocele.
– Noooooo! Non la voglio leggere!
– C’è! È la numero 12!


Vignetta di Roberto Mangosi (da qui)

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EX – Non volendo (9)

(immagine da qui)

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– Oh! Buonasera Signorina!
– Ciao.
– Ti trovo bene!
– Sì, anche tu stai bene.
– Già… sai, non volevo venire.
– Potevi dirmelo prima.
– Già, ma poi ho cambiato idea.
– Ecco.
– Ho cambiato idea perché voglio comunicarti alcuni fatti.
– Ah. Ok, ci sta.
– Già!
– Sento aria da “chiusura dei conti”.
– Senti bene.
– Mi sembra giusto.
– È giusto.
– Sai che potrei dire la mia, naturalmente.
– Preferirei di no, ma è giusto anche questo.
– Ok, sono qui, parla.
– Sai che mia madre ti odia?
– Sì, dal primo giorno, non è una novità.
– Vero.
– Poi?
– Sai che mia sorella ti odia?
– Sì, da quando le ho detto di mettersi con uno psichiatra.
– L’ha fatto.
– Ah…
– Sì, tra loro è finita male e dà la colpa a te.
– E cosa c’entro io? Me n’ero già andata!
– Glielo avevi detto tu, per lei è colpa tua.
– Ah ah ah, sì, tipico.
– Sai che ti odio?
– Sì, da sempre, non me l’hai mai nascosto. Dopo un po’ la cosa diventa pesante, sai com’è.
– Sì, comprensibile.
– Direi che abbiamo fatto 30. Facciamo 31?
– No, lui no… mio padre non ti odia. Nemmeno volendo. Neanche non volendo.


Particolare de I Nottambuli, di Edward Hopper. 1942. Art Institute of Chicago( da qui)

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EX – L’Om (L’Uomo) (8)

ID 94241479 © Anastasiia Bobko | Dreamstime.com (immagine da qui)

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– Ciao!
– Ciao…
– Che c’è?
– No, niente, sei molto cambiato.
– Trovi?
– Sì, oserei dire quasi esotico.
– Ah ah ah!
– Comunque stai benissimo. Ah ah ah!
– Com’è strano ridere ancora insieme. Sembra che sia passata una sola settimana.
– Infatti!
– Mi sento in vena di confidenze. Posso?
– Non c’è problema.
– C’è una cosa che non ti ho mai detto (e come avrei potuto?).
– Dimmi.
– Sei stata la mia unica minorenne.
– Anche tu. Ah ah ah!
– Ah ah ah! Che due cretini!
– Scusami, sto cercando di abituarmi al nuovo te… ma da quanto?
– Da quando mi hai lasciato.
– Ah, vuoi dire che è colpa mia?
– No no, anzi, ti devo ringraziare, ho capito solo dopo.
– Eh, sembra che tu ne abbia capite anche troppe.
– L’idea ti imbarazza?
– Ma no, figurati, è che non mi aspettavo di trovarti così.
– Così splendido? Ah ah ah!
– Ah ah ah, sì!
– Merito tuo, davvero sai?
– L’averti creato una crisi mistica?
– L’avermi spinto in braccio al tantra…
– Vendicativo!



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EX – Esche (7)

(da qui)

Dialogo precedente


– E così poi ti sei messa con lui.
– Sì.
– E?
– Etciù! Allergia alle domande del cazzo.
– Ah ah, spiritosa.
– Sì, sono spiritosa.
– Non ho il senso dell’umorismo, ma non è mai stato un problema, no?
– Io vado di qui. Ciao.
– Ferma. (Fermati).
– Distanza.
– Ok, scusa… aspetta, ancora un minuto.
– Ho riscoperto la fretta.
– Devo dirtelo: mi hai creato un problema.
– Non ho intenzione di assecondarti.
– Te lo dico ugualmente: mia figlia ha voluto che le leggessi la tua favola, per un intero anno.
– Ci sei arrivato finalmente.
– Sì, è servito, molto.
– Ne sono lieta. Davvero, ma adesso vado.
– Appena te ne sei andata lei ha provato a imitarti in tutto. Ha provato a imitare anche la mia ex moglie. Si era messa in testa che conquistando la bambina si sarebbe presa tutto, attività commerciale di mia madre inclusa.
– Non voglio sapere com’è finita.
– Mi dominava.
– È sempre un ottimo sistema.
– Si è presa tutto, me, me, me e me. Tutto me. È stato… non puoi capire.
– Che vuoi che ti dica?
– Che mi farai un prestito.

Kirsten Dunst (da qui)

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Racconto nero (7)

immagine da qui

Puntata precedente


CAPITOLO 14
– FANTASCIENZA –

La macchina del tempo.

Il letto è sfatto e la coppia è passata a cercare sui giornali qualche notizia piccina, inusuale, stravagante, che li possa riguardare. Nulla sui quotidiani, ma un articolo di Scientific American compare come un ratto dalla tana. Un mensile che ogni tanto compra lui, ogni tanto compra lei. È stimolante, sono attratti da tutto ciò che non conoscono e gli argomenti descritti sono spesso al di fuori della loro portata, ma il taglio e la capacità narrativa degli autori li rendono apparentemente comprensibili. Leggono ad alta voce e non riescono a trattenere ipotesi fantasiose e bizzarre: la pandemia dai bruchi; il nonno del Miocene; le origini dell’A.I.D.S.; il viaggio su Titano; le teorie sui buchi neri.
Già si vedono, su Titano, passati per un buco nero, in compagnia del nonno del Miocene a far penicillina ai bruchi per non ripetere gli errori commessi in Africa dai primi dottori europei. Ma su quel satellite di Saturno i bruchi ci saranno? Di certo! Se no a chi iniettare il vaccino? Non possono sicuramente al nonno che, con amorevole orgoglio per la progenie, li lecca e li spulcia come piccoli di orango.

– Nonno ci riconoscerà quando saremo là?
– Certo Tesoro, ci guarderà con occhi profondi e vedrà in noi i suoi geni modificati, ci tirerà via i parassiti e forse ci terrà in un abbraccio quasi animale.
– Ma noi lo sentiremo tanto umano…
– Per forza, è il nonno!

Lo scenario non li abbandona fino all’ora di cena.


CAPITOLO 15
– IL FRIGORIFERO

Il salto nel?

Sono al mini-market del campeggio, aperto praticamente per i nuovi clienti. Si muovono indisturbati sotto l’occhio annoiato della cassiera/barista/animatrice/bagnina che non vede l’ora se ne vadano per tornare alla sua occupazione preferita, il video poker. Comprano del prosciutto, delle uova, verdura, pasta, pomodoro, un quarto di litro di olio d’oliva e del pane, formaggio e latte. Per tre giorni dovrebbe bastare.

Iniziano ad avvertire il peso di ciò che accade. Sono spossati, si addormentano al primo buio senza aver cenato.

Si svegliano al mattino e si prestano finalmente a riporre gli alimenti nel frigorifero… è una festa! I quattro occhi si muovono nuovamente increduli, rimbalzando da una parete all’altra, all’interno di quell’invenzione magnifica. Riempire ciò che fu vuoto e svuotare ciò che fu pieno li rende elettrici e di ottimo umore.

Vanno a fare colazione al bar, leggono il giornale. Nulla che li riguardi. Ne sono lieti, anche se la mancanza di notizie li preoccupa un po’. Si concedono un giro per il villaggio e lì, dietro al baldacchino dei gelati, scorgono i fari, ora spenti, che li hanno cacciati in precedenza. Magari è solo una suggestione, ma. Senza dare nell’occhio sgattaiolano nel bungalow.
Lei decide di farsi bella, una doccia e via a indossare solo l’intimo. Lui decide di farsi ardito, la stessa doccia e via, costumino adamitico.

Splendono come Swarovski in vetrina.

Così messi decidono un agguato al ritrovato frigo, insieme, accucciati, come sempre. Rimirano i ripiani da poco riempiti, aprono il cassetto della verdura e, come d’incanto, ecco la piccola macchia nera. Li saluta.
La porta del bungalow traballa e con sonoro schianto plana a pelle d’orso nell’ingresso. Tre controfigure di Marlowe irrompono ansimanti. Li fissano minacciosi e meravigliati. Solo un attimo di distrazione nell’osservare l’eccentrico abbigliamento dei due. Fatale.

Marito e moglie si voltano, sorridono, danno il benvenuto ai nuovi ospiti e allungano le mani verso la piccola assenza di colore.

Scompaiono.

Fine

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Racconto nero (6)

Nastro di Möbius II / Möbius Strip II, 1963 (da qui)

Puntata precedente


CAPITOLO 11
– LA VOLVO S60 –

MIR.

Mario si chiama l’autista della Volvo S60 che li ha fatti salire pochi istanti prima. Deve fare molta strada e da solo rischia di addormentarsi. Chiede che lo tengano sveglio, la notte è monotona, ma le vie sono libere e percorribili. Vuole sapere di loro due, chi, come, dove e quando. Insomma: gli piace raccogliere storie della gente che incontra, lo fanno sentire depositario di esperienze, di vite, di aneddoti. Per essere uno che vuole soltanto non addormentarsi in viaggio è davvero invadente, ma, come per i parenti, quelli che ti danno passaggi non si possono scegliere, o non sempre.

Prende la parola lei.

– Siamo in luna di miele
– Di notte?
– Non c’è luna altrimenti…
– Hahahaha, ma siete dei pazzi!
– Siamo solo in ristrettezze economiche, quest’anno l’assicurazione ci ha chiesto una cifra incredibile per la macchina e abbiamo deciso di tenerla ferma per un po’.
– Non è un brutto modo per abbattere i costi, farò uno studio approfondito.
– Ci deve citare però, ci teniamo alla paternità dell’idea.
– Va bene, va bene, citerò due autostoppisti, sembra quasi poetica messa così.

La nottata si consuma tra risate, invenzioni di sorta e, soprattutto, verità nascoste. Perché Mario ne ha qualcuna, ma i nostri protagonisti ne hanno moltissime. Per l’occasione sono diventati due novelli sposi, senza parenti perché contrari alla loro unione, senza posto fisso, con una miriade di lavori fatti, con una grande passione per l’archeologia. Hanno dato inizio a una nuova religione, possono contare su una dozzina di adepti e, settimanalmente, si ritrovano indossando tutti gli indumenti sporchi di una settimana. La purificazione viene dall’insudiciamento, l’una senza l’altro non ha senso e su questa verità mistica si fonda tutta la teologia del nuovo culto. Glielo descrivono per decine di chilometri. Improvvisato lì per lì, come il resto.


CAPITOLO 12
– LA MULTIPLA –

Top Secret.

– Buona serata Signori, dove vi porta il vostro taxi notturno?
– Se dovessimo andare dove va Lei?
– Dove vado io non ve lo voglio far sapere, a me interessa dove volete andare Voi.
– Ci porti un centinaio di chilometri più in là.
– Sarà fatto Signori.

La Multipla che li ospita è spaziosa e accogliente, l’autista un rappresentante di carta da parati, ha uno spirito fuori dalla norma e giocare a uno scambio di ruoli non è nemmeno difficile. Pare che vi sia abituato e non nasconde l’ipocrisia di una bugia, detta male o bene, preferisce semplicemente una storia sensata e aiuta gli astanti in questo. Potrebbe essere una persona della quale fidarsi in un momento così critico, ma è tutto troppo aleatorio.

– Stiamo scappando.
– Chi non scappa da qualcuno o qualcosa.
– Noi scappiamo e basta.
– Voi avrete i vostri motivi, non discuto.
– Le sue carte sono molto belle.
– Non sono solo carte, sono Carte.
– Detta così sembra che lei trasporti oggetti pieni di segreto fascino.
– Posso nasconderlo forse?
– Non più di quanto noi si possa nascondere qualcosa.
– Ma voi nascondete qualcosa, sembra però che non sappiate cosa.

Restano in silenzio per un po’, la frase li colpisce a un fianco e davvero non hanno idea di cosa rispondere. Avessero una parte da interpretare avrebbero anche il segreto da celare, ma così, cosa sia da non dire non è chiaro, a loro poi…
Si sentono caldi e al sicuro su quella vettura ampia come il ventre di una balena, con un conducente discreto e saggio, avvezzo a tutto. Si addormentano l’uno nelle braccia dell’altra.
Li sveglia al mattino una mano discreta e gentile.

– Siete arrivati.
– Grazie, le dobbiamo molto.

L’uomo sorride e li lascia all’ingresso di un campeggio.


CAPITOLO 13
-LA META –

La striscia di Mobius: giri, giri, ma sei sempre sullo stesso nastro.

Per stravagante alchimia avvertono di essere nel posto giusto.
È giorno e hanno bisogno di un posto nel quale stare. Il campeggio ha la portineria aperta e prenotano un bungalow per tre giorni, poi vedranno il da farsi. L’abitazione è pulita e offre alcune comodità, compresa la mancanza di turisti. Si sdraiano sul letto, riposano qualche ora, si lavano, sistemano alcune cose alla loro maniera e, a giorno inoltrato, dopo una breve passeggiata sul lago e alcuni sassi lanciati con l’insuccesso di un solo rimbalzo, verificano in quale località siano finiti.
Li diverte non avere il controllo della meta. Non avendo loro il controllo, nemmeno gli inseguitori dovrebbero averlo.

Sembrano aver disegnato un otto sulla cartina geografica della loro regione. A questo punto devono aver fatto perdere orme, traiettoria e tutto ciò che si sono lasciati alle spalle, fosse anche d’infilata dritto davanti alla loro fronte. È stato così, per caso, e nel caso nutrono un’infantile fiducia.

Se la ridono. E amoreggiano sulla riva (ma questa abitudine ci è già nota).

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CAPITOLO 9
– LUNA DI MIELE –

Nebulosa.

Sono seduti su una coppia di sedili consunti e fintamente puliti. Gli schienali di quelli davanti mostrano opere d’arte grafica e plastiche composizioni, incastri solidificati di gomme da masticare e combustioni.

– È sempre romantico un viaggio in autobus.
– La mia romanticona…
– Prenderne uno il primo giorno di luna di miele è stata un’idea magnifica.
– Avevi dei dubbi?
– Solo quando quegli studenti hanno bivaccato sui nostri piedi.
– Probabilmente erano i loro posti.
– Dovevamo essere una visione insolita: finti pendolari abbracciati in una sequenza porno soft.
– Eh, va bene, gli abbiamo dato qualche lezione, dai!

Ricordano, conversano e si baciano. Infine decidono di continuare a replicare il viaggio di nozze, non tanto per i luoghi, quanto per la tipologia degli spostamenti.

Amici e parenti non l’avevano mandato a dire : “se non ci offrite la cena vi seguiremo per tutto il viaggio!”. Lasciati in pace la prima notte di nozze, la sfida si era aperta il giorno seguente; l’idea di scappare da tutti era un sogno che prendeva forma, un gran regalo! Inutile dire che riuscirono a far perdere ogni traccia, infliggendo anche un rigoroso silenzio, al ritorno, sui come, dove e quando.

Scendono a una fermata qualunque sulla statale di una provincia qualsiasi. Fa un po’ freddo e si stringono. Lui scrolla il braccio e sfodera un inequivocabile pollice.


CAPITOLO 10
– IL TIR –

Space Shuttle.

Il primo a offrire un passaggio è un confortevole Scania, condotto da un giovane uomo che, dopo anni di elucubrazioni politiche, aveva deciso di seguire il suo sogno di libertà e viaggiare per l’Europa guadagnando. Lamenta qualche problema con il carico, da tenere a bada, qualche incontro non piacevole, qualche inconveniente con la polstrada. Parla a lungo di sé, è poco curioso di loro e non fa domande.

Gli sono sembrati inoffensivi e, grazie al mutismo nel quale li ha costretti, anche simpatici.
Si fermano a una stazione di servizio e insiste per pagare lui panini, bibite e un’irresistibile confezione gigante di cioccolatini. Segue una filippica sul consumismo e sul boicottaggio delle grandi marche. Ripartono e l’autista non conosce ancora il suono della loro voce.

Lei si è addormentata e i due uomini iniziano una disquisizione sullo stato delle strade italiane, sulla politica e sul Real Madrid. Le opinioni non sempre convergono, ma è un buon modo per parlare del nulla, dopo la logorrea auto-referenziale delle tre due precedenti.

Quando si sveglia è accolta da una leggera musica di sottofondo, dal sorriso del compagno e da un gesto del mento del conducente. Passano alcuni chilometri e il camion accosta a destra.

È ora di scendere e cercare un altro mezzo, le loro strade si dividono per sempre, si salutano calorosamente e il TIR se ne va strombazzando.
Lei esce dal torpore, si stiracchia e sfodera un inequivocabile pollice.

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CAPITOLO 7
– STRANE COSE –

La paura non ha materia.

– Caro…
– Sì?
– È arrivato il momento dei carciofi.
– Dove sono adesso?
– Sul tappeto. Sai, non stanno così male.

Infatti fanno la loro porca figura su un tappeto rosso. L’accaduto trova nuovamente divertiti i due coniugi. Si siedono per terra e costruiscono scenari con altri oggetti in altri luoghi. Ridono di gusto e iniziano ad amoreggiare. Suona il campanello. Altra corsa per rispondere, lei lo tira per le braghe, abbassandole, lui cade con un tonfo sordo. Lo scavalca e arriva prima, ha vinto e apre. Prassi quotidiane.

Carlo entra in casa ed ha un’espressione inconsueta; si guarda intorno con circospezione e chiude subito la porta dell’ingresso.
In un filo di voce dice che stanno succedendo strane cose e che, forse, loro non sono al sicuro. Non sa spiegar nulla, ma ha paura. All’invito a sedersi e a prendere qualcosa da bere, fa seguire un gesto stizzito. Saluta, alza appena lo sguardo, accenna un sorriso e se ne va trafelato. I due restano attoniti e senza parole.
La paura di Carlo aleggia sui carciofi, si siede su una sedia e li osserva curiosa, ma è la serata del tresette e la coppia esce di casa lasciandola di guardia.

Bella rimpatriata, hanno giocato, vinto, perso, vinto e offerto da bere agli amici. Fanno per inserire la chiave nella toppa di casa e la porta si apre con una semplice spinta.

– Avevo chiuso…
– Avevi chiuso…

Un furto, uno strano furto, tutto alla rinfusa, ma le cose di valore sono al loro posto. Cosa cercassero i ladri non è chiaro, forse il filo interdentale? E si mettono a ridere. Vanno in cucina per prendere una bibita ed ecco: il frigorifero non c’è più.


CAPITOLO 8
– COME IN UN FILM D’AZIONE –

“Nemico pubblico”.

C’è un’aria spessa. Non si parlano nemmeno. La tensione li accelera. Prendono documenti e soldi e si dirigono di corsa alla macchina. Partiti.
Dietro di loro due fanali li seguono (e non hanno alcuna intenzione di lasciarli soli in quella buia serata.). Lui improvvisa una fuga per le viuzze del centro, ma quei fari sono sempre più vicini. In una zona poco illuminata spegne anabbaglianti e luci di posizione, parcheggia veloce, scendono e si mettono a correre in una diversa direzione. Guadagnano solo pochi minuti, utili per giungere al piazzale dei taxi e prenderne uno.

Destinazione: la stazione ferroviaria del paese più vicino. Arrivano, ma non hanno ben chiaro dove andare e come. Sembrava una buona idea prima, ma adesso, con il prossimo treno tra un’ora e mezza, iniziano a sentirsi nel posto sbagliato. Un momento utile per prendere un caffè, un paio di giornali, qualche sigaretta e consultare il tabellone degli orari degli autobus. Ne parte uno dopo dieci minuti e porta davvero fuori strada. Come inizio fuga può andar bene.

– Che si fa?
– Andiamo da Giovanna e Marco?
– Non credo sia una buona idea.
– Quando scendiamo potremmo…
– Potremmo?
– Fare come in viaggio di nozze!

La tensione cala e languidi si baciano a lungo.


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CAPITOLO 5
– SAN DANIELE E I SANITARI –

Sono da considerarsi in numero finito i modi utilizzabili per spostare una massa.
Quale sia questo numero è, tuttavia, indefinito.

– Cara!
– Dimmi Amore.
– C’è il prosciutto nel bidè!
– Ma dai?
– Sì, non me lo son portato perché mi sentivo solo…

Lei spegne la sigaretta e con un balzo è in bagno. Lui è un po’ spaesato, non gli piace essere osservato dal San Daniele mentre è sul water.
Nessuno dei due tocca il cartoccio; i quattro occhi si piegano pieni di interrogativi e il prosciutto, non visto, se la ride. Questa volta non possono soprassedere o fingere, rimettono il cibo in frigorifero e si siedono a discuterne. Ma di cosa bisogna parlare? In realtà l’oggetto sfugge, non solo metaforicamente.

Di cosa si deve parlare esattamente? Dello spirito del maiale che richiama a sé le sue parti? Della raggiunta inospitalità del frigorifero? Di azioni compiute e celate da irrimediabile amnesia? Di una visione collettiva dovuta alla fuga del gas? Dell’esistenza di un esperimento del quale, inconsapevoli protagonisti, subiscono le strane conseguenze?
Sono stati messi in una casa che produce ologrammi ed è sorvegliata da decine di telecamere per studiare le reazioni dei topini?


CAPITOLO 6
– UN OGGETTO CURIOSO –

La materia produce energia.

Altra settimana, altra partita, altra cena.

Gli amici sono affiatati. Gli uomini sono stanchi e la cena preparata non sembra saziarli a dovere. La pasta era ottima, ben condita e abbondante, ma si è fatta l’ora dei formaggi. Questa sera c’è bisogno di un tagliere, di pane fresco e di buon vino perché ciò di cui si apprestano a dissertare non è cosa da whisky.

La padrona di casa apre il frigorifero per togliere gli ignari alimenti. Dalla tasca di Carlo si alza un flebile ticchettio. Chiudendo lo sportello il suono cessa.
I coniugi non si sono accorti della cosa e re-imbandiscono la tavola per la continuazione della cena.

La voce dell’ospite si fa professionale, una cantilena nasale zeppa di termini tecnici ha preso il posto dell’amabile e schietta tonalità dei momenti di svago. Si stanno tutti e tre preparando a qualcosa, ma ignorano a vicenda l’argomento in preparazione dell’altro.

Carlo chiede di poter vedere il frigorifero, lo apre e il ticchettio fa di nuovo capolino dalla sua tasca, dalla quale estrae un minuscolo contatore geiger , attaccato alle chiavi del laboratorio. La coppia approva divertita l’originalità del portachiavi. In effetti l’amico è pieno di sorprese tecnologiche.

Una volta, durante un allenamento, per misurare la distanza di un tiro, aveva estratto dalla borsa un misuratore laser; definita la lunghezza aveva calibrato la potenza del lancio, sbagliandolo. La sua precisione in campo era e restava sommaria, qualunque strumentazione si adoperasse a usare. Avevano tutti riso per una settimana. Carlo stesso riportava spesso e con gusto l’episodio.

– In questo elettrodomestico ci sono delle radiazioni!
– Delle cosa?
– Signori… la cosa strana è che un frigorifero, in genere, è il posto migliore nel quale infilarsi in caso di radiazioni. Questa volta no, vengono da dentro.

Serata ricca di interrogativi, ma la coppia è tutto sommato tranquilla: nulla di male può venire dai loro fedeli elettrodomestici. Carlo, invece, è visibilmente turbato e parte salutandoli in fretta.


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CAPITOLO 3
– SCAPOLI CONTRO AMMOGLIATI –

L’uomo è materia plasmabile.

Suona il telefono.
Breve gara a strattoni. Lei raggiunge per prima la cornetta, lui le assesta una culata e la sposta di peso. Ha vinto e risponde. Sono una coppia così e non hanno vicini.

È Carlo a chiamare; ricorda che quella sera c’è la partita canonica tra scapoli e ammogliati. Uno scrupolo, l’appuntamento è sacro.
Carlo è amico da tempo, conosciuto sul campetto da calcio all’epoca in cui tutti e due giocavano per gli scapoli. Allora lui insegnava scienze in una scuola media, ma, col tempo, era riuscito a metter piede al CERN. Amante delle abitudini, è disposto a farsi parecchi chilometri per non mancare a quell’impegno settimanale: una boccata d’aria fresca.

La coppia è una compagnia molto piacevole e, dopo la partita, capita si faccia tardi parlando di facezie e bevendo whisky, prima di ripartire in macchina.

Carlo milita da senior nella squadra degli scapoli e si domanda spesso come sia possibile che l’amico, da ammogliato, abbia preso a giocar meglio.
La domanda è stata oggetto di discussione una volta sì e due no, una volta sì e due no.
Una risposta chiara non l’ha mai avuta e il mistero si appresta a configurarsi come uno dei segreti di Fatima.


CAPITOLO 4
– COME CAMBIA LA VITA –

L’oggetto di una ricerca rigorosa può cambiare, in presenza di variabili o eventi significativi.

Questa sera Carlo, dopo l’atto agonistico, avrà la risposta ad anni di domande inevase.

L’amico è in un tale stato di grazia da decidere di spiegargli ciò che, sinceramente, gli risulta ovvio.
Obiettivo da scapolo: rincorrere quante più pollastre possibili; la cosa porta a indirizzare energie e tempo, lasciando poco altro ad allenamenti e partite.
Obiettivo da ammogliato: scappare da un’unica pollastra; la cosa porta a indirizzare energie e tempo proprio in allenamenti e partite.

Carlo è incredulo e guarda l’amica cercando segni di malcelato disappunto. Lei sorride soddisfatta, il suo uomo è assai più prestante da quando cerca di resisterle.
Certo, il matrimonio era stato sottotono perché lui non si turbasse troppo per l’impegno preso – al dito sfoggia un invisibile filino d’oro – e la cerimonia minuta e discreta.
Si erano presentati di fronte all’assessore di turno vestiti da sera, ma senza gran sfarzo e, dopo le nozze, avevano salutato i presenti andando a regalarsi una cenetta intima, per due, sul lago. L’indomani sarebbero partiti per un viaggio più o meno esotico.

Di quel viaggio non sa niente nessuno e non ci sono prove fotografiche a loro carico.


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EX – Testa dura (6)

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– Sai che ti dico?
– Sentiamo.
– Mi piaci di più adesso.
– Oh santissimamadonna!
– … Ci vieni a Zurigo con me?
– No.
– Dai!
– No.
– Non sei curiosa di vedere Zurigo?
– No!
– Che testa dura!
– Sei in vena di complimenti?
– Una bella testolina! Dai! Sei sempre stata curiosa di vedere posti nuovi.
– No. Ma poi chi ti dice che non ci sia già stata?
– Ci sei già stata?
– Non sono fatti tuoi.
– Davvero, ci sei già stata?
– Una volta.
– Con chi?
– Con un amico.
– Quanto amico?
– Ma la smetti?
– Buon partito?
– Non sono cose che ti riguardino.
– No perché, se ti piacciono i buoni partiti, io…
– Non dire scemate.
– No, sono serio, io…
– Tu cosa?
– Ecco, noi partiamo per questo viaggio, la prendiamo un po’ larga, ci fermiamo qui e là a dormire, turismo di giorno, cene a lume di candela… se vuoi facciamo l’amore.
– Ma la smetti?
– Pacchetto completo!
– Smettila!!!
– Perché se no?
– Se no mi alzo e vado.
– Hi! Ok, ok.
– Oh!
– Allora ci vieni?
– No.
– C’è una parte anche per te!
– Eh?
– Sì, firmi qualche carta…
– Una testa di legno?
– Sì!!!! Bella testolina! (Bella.)

Greta Garbo e Melvyn Douglas (da qui)

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Racconto nero (1)

(immagine da qui)

Il racconto a puntate è datato 18 aprile 2005.
Ho deciso di riproporlo in questa sede.
Buon viaggio!


CAPITOLO 1
– LE SOTTILETTE –

Nel quotidiano si annida il mistero del creato.
È talmente schivo e poco propenso all’esibizionismo che difficilmente ci si rende conto dell’inesorabile cosmico.
Ma è lì.

– Caro!
– Dimmi Amore?
– Hai messo tu le sottilette sul pavimento della camera?
– No di certo Tesoro… le cosa?
– Le sottilette, Amore…

Lui si alza dal divano. Sorride sarcastico mentre si affaccia in camera. Lei è in piedi, fissa il pacchetto di sottilette in un punto qualsiasi del pavimento.
Si guardano, cercando di non tradire il reciproco sospetto. Tradiscono il reciproco sospetto.
Prima di raccoglierle da terra si siedono sul letto, si studiano un po’ e decidono di amoreggiare. Sono una coppia così, appena il dubbio si avvicina, si avvicinano.

Debellati i sospetti sulle loro persone, ipotizzano: una troppo longeva permanenza nel frigorifero delle sfoglie di formaggio fuso; una libera iniziativa di prendere e andare altrove, per diventare altro.
L’idea li soddisfa e, satolli per la spiegazione, si dirigono in cucina.


CAPITOLO 2
– IL POSTO CHE FU DELLA MUFFA –

La materia è in grado di stupire, anche quando si reputa di conoscerne ogni aspetto e comportamento.

Il frigorifero è aperto. Quattro occhi vigili ne studiano il contenuto.
Le sottilette erano lì, sul ripiano alto, vicino alle marmellate, ad altri formaggi e al cartoccio del prosciutto; lì le rimettono.

È un frigorifero pieno di cose, diversamente da altri momenti in cui era sembrato un vecchio albergo ad ore.
I quattro occhi si compiacciono della nuova disposizione degli ospiti alimentari; c’è del disordine, qualche odore forte, qualche colatura della quale non si riesce più a definire l’origine, resti vegetali e, nell’angolo del cassetto della verdura e frutta, a destra, in basso, un’audace chiazza di muffa.

No, fermi, la muffa non c’è più.

Nessun passaggio di straccio umido l’ha tolta, nessun tampone da microbiologo. La piccola coltura personale dei Signori è semplicemente scomparsa. Non potranno continuare a foraggiare idee di produzione artigianale dei vaccini.
Al suo posto è parcheggiata una piccola macchia nera. L’indole tollerante dei quattro occhi le dà il benvenuto silenziosamente.

Sbunf!


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EX – Reciprocità di effetti (5)

Robert Mitchum (da qui)

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– Ciao bella, come stai?
– Bene. Tu?
– …
– Nooooo!
– Che c’è?
– Davvero pensi possa funzionare ancora?
– Cosa?
– Cercare di farmi preoccupare!
– Non funziona più?
– Nooooo!
– Funzionava benissimo.
– Non sei cambiato.
– …
– Nooooo! Il silenzio passivo aggressivo nooooo!
– Mi hai detto che non sono cambiato!
– Va bene, riformulo: ti trovo bene.
– Solita vita, che ti devo dire.
– Nooooo! Ancora con il vittimismo?
– Non funziona più nemmeno quello?
– Riproviamo: che hai combinato in questi anni?
– Mah, niente di particolare.
– Noooooo! Ma dai!
– …
– Noooooo! Lo sguardo da gnagno! [vedi foto in altro – N.d.A.]
– Mi stai mettendo in difficoltà!
– È il minimo!
– Ok, ci sono, buttamene un’altra.
– Passate bene le vacanze?
– C’è il covid! Cazzo, ma lo fai apposta però!
– Sìììììì!!!

Ava Gardner e Walter Chiari (da qui)

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EX – Cop(p)ia e incolla (4)

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– Un caffè?
– Un caffè.
– Ordino io?
– Ordina tu.
– Carino qui.
– Ci vengo ogni tanto.
– Ogni quanto?
– Boh, una volta ogni 15 giorni, più o meno.
– Allora so dove trovarti.
– Non mi sembra il caso.
– Perché no?
– Perché ne è passata di acqua sotto i ponti.
– E Allora?
– E allora va bene così.
– Non sei cambiata.
– Sì invece.
– Non mi pare.
– Pare a me.
– E se ti dicessi che io…
– Lo so bene.
– E come fai a saperlo?
– Ho visto quelle con cui sei stato?
– Ah. Tu dici?
– Mah!
– Forse solo un pochino…
– Ho visto quelle con cui sei stato, ma non dopo di me, mentre eri con me.
– Ah.

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EX – Doppia sorpresa (3)

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– Quanto tempo!
– Hai ragione.
– Ti trovo molto bene.
– Grazie.
– Così hai deciso di non tingerti.
– Già.
– Lo sapevo. He he he! Conoscendoti immagino che…
– Cosa immagini?
– He he he!
– Dai, parla.
– Non l’hai capito? Una volta capivi sempre.
– Era importante.
– E adesso non lo è più?
– Non capisco dove vuoi andare a parare.
– Sempre là, alle recriminazioni.
– Grazie per avermi ricordato la tua arma segreta.
– Te la sei presa?
– Non ora.
– Bene, sarei fuori tempo massimo.
– Direi.
– Sai cosa mi manca?
– Oddio…
– Come sapevi sorprendermi… dai sorprendimi!
– E perché mai?
– Va bene, per una volta ti voglio restituire la cortesia: posso sorprenderti.
– Non è una novità.
– Ma questa volta potrei stupirti tantissimo, non sai quanto.
– Inizio a temerlo.
– Stupire non è spaventare.
– Dipende!
– Ah ah ah, su, lasciati stupire, tanto non ci vedremo per altri vent’anni.
– Non sono sicura, tutto sommato ho ancora qualche buon ricordo.
– Ah ah ah, sciocchina!
– Ok, ci posso riuscire: stupiscimi con effetti speciali.
– Sarà fatto.
– E fallo come se non ci fosse un domani.
– Come ti sei messa a parlare?
– Cattive frequentazioni, forza! E che sia indolore.
– Ma cattiva forte questa frequentazione.
– Uuuuuffff!
– Ok, sei pronta?
– Vai.
– Mi sono regalato un tatuaggio.
– Tutto qui? Tutti si fanno tatuaggi.
– Non è vero, tu no.
– Per te era solo una questione di tempo… non mi hai stupita.
– Un grosso tatuaggio: sulla pancia!
– Ok, hai la mia attenzione.
– Questo!
– AH! (Colpita e affondata.)



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