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Cazzo, Lenny! (5)

(foto presa da freepik.com)

La porta si apre piano, Cara entra in fretta.

– Ti dispiace chiudere la porta?

E abbracciando un sacchetto della spesa si dirige senza esitazione verso il bagno. La porta si chiude autonoma, sbattendo.

Ciao Cara -buongiorno Narratore- tutto bene al lavoro? -certamente mio Amato, unico e solo Narratore- cos’hai nella borsa della spesa? – non vedo l’ora di mostrartelo, ti dispiace chiudere la porta, oh Grande Creatore?- Ecco, così sarebbe stato accettabile.

– Ok.

È aprendo la porta del bagno che dalla borsina scappa ciondolante la cima di una fune bianca. Il suo movimento oscillatorio urla risposte a uno sciame di domande apparse tutte in una. E apparse a me!

Cos’è, Cara?

– Esercizi di bondage.

E si chiude dentro a chiave con la velocità furtiva di chi vuole al più presto mangiarsi il frutto proibito.

Ma… scusami tanto, io non sono preparato a quest’evenienza!

Dal bagno si odono rumori di fatica.

Scusa Cara, ho fatto mente locale su tutto ciò che so. E…

Qualche sbuffo da sforzo segue ai suoni precedenti.

Hai proprio detto bondage?

– Sì-sì.

Ma lo sai che è pericoloso, sei solo una principiante. Sei solo una principiante, vero?

– Sì-sì.

Un brusio inizia a farsi strada prendendo la via del buco della serratura.

Io non credo che dovresti fare certe cose senza assistenza.

– (Brish…vsch…oh santapace…) Sì-sì

Se avessi saputo mi sarei almeno informato, Cara. Cara?

– (Oh! schhhh!) Sì-sì.

Non compiere stupidaggini, eh! Ma poi, queste prove, dico, che senso hanno se ormai pratichi l’astinenza?

– Mmm.

Ti sei messa un bavaglio?

– Sì-sì.

Come sì-sì?

– Ah, (mmmm-mmmmM…) no-no.

Eh, volevo ben dire! Non posso permettermi incongruenze di questo tipo!

– MmmmmMm… (ohhhhhh…)

Ho una reputazione da difendere, non è che il primo critico con la cresta alzata possa venire e pretendere di farmi le pulci… trovandole! Ah Ah Ah! Non trovi anche tu?

– Sì. (Ohhhhhh… sìì).

Brava, mi sembri convinta. Vedi che quando vuoi sai essere ragionevole, sai capire, capirmi soprattutto. In merito alla comprensione, pensavo, tu ed io non ci conosciamo ancora molto bene, dovremmo, dovrei, sì insomma, magari se mi aprissi un po’ di più con te, eh, che ne dici? Parlarti di me, rendermi a te più prossimo. Eh?

– HE? (… aaahhh… sìììì…)

Dicevo, ti piacerebbe conoscermi meglio?

– Mmm… (ohhhhh… sìììììììì.)

Ma cosa stai facendo con quella corda?

– Uuhh…

– Eloquente. Dovremo lavorare di più sul tuo vocabolario, Cara. Non ti nascondo una certa curiosità. Il tono ti si è quasi arrochito. Ti sento un po’ in affanno.

– Mmm… (dillo ancora…)

Non ti nascondo una certa curiosità. Il tono ti si è quasi arrochito. Ti sento un po’ in affanno. (L’ho detto.) Ma… sembri Jamie Lee Curtis nella scena in cui John Ceelse si spoglia parlando russo. Hai presente il film Un pesce di nome Wanda? Forse no. Ha qualche anno in effetti, oddio, probabilmente è più vecchio di te, ora che ci penso. Dovrei controllare per esser più preciso, certo, se ti interessa, ma io credo che possano interessarti queste piccole nozioni di cultura generale.

– (Ohhhh, sììì, continua…)

(Ok, continuo.) È normale appassionarsi agli argomenti suggeriti dal proprio Narratore. Film fantastico. Una pietra miliare. Dovremmo guardarlo una sera, ti piacerebbe moltissimo. Recitato divinamente, ironico, divertente, sarcastico. Ti farebbe un gran bene. Sempre quei testi scientifici tra le mani, che noia!

– (Ahhhhhh… Sììììì…)

Eh, te lo dico sempre che dovresti leggere letteratura erotica, non mi ascolti! Per altro, senza offesa, mi sembri ancora un po’ acerba in materia, devo prepararti all’idea del sesso che, ormai l’ho ben capito, ti neghi. Ma basta parlare di tematiche che potrebbero essere delicate, tornando a noi, allora, che dici personaggio mio, ci guardiamo un film una sera?

OHHH! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SSSSSÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌ!!!!!!

Accipicchia che entusiasmo! Non mi attendevo certo una risposta così! Ti ho sempre trovata piuttosto contrariata dalla mia presenza, dall’avermi intorno. Sai, stavo anche pensando di andarmene…

– Eh? (schhhhh!)

Sì, sto diventando empatico ed essere un po’ te mi avvicina alle tue ragioni.

– Sei serio? (vai… attenz…)

So che non dovrei dirtelo. Ma in qualche modo mi stai davvero diventando cara.

La porta del bagno si apre, Cara è spettinata e con gli abiti in disordine. Un forte rumore di sacco pieno stramazzato al suolo s’ode. La cima della fune bianca svolazza nell’aria e subito si precipita nel vuoto oltre la finestra. Un rantolio l’accompagna in senso opposto e contrario. Cara resta per un breve attimo perplessa, poi, come ripresa da un sogno a occhi aperti, corre al davanzale.

– Cazzo, Lenny!

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Lenny, non si può (4)

– “No Lenny, davvero, questa sera non posso.”

Cara guarda nel vuoto e l’espressione è contrita. Con i denti si stacca una pellicina intorno all’unghia del dito medio che di seguito innalza con intento comunicativo.

Ce l’hai con me, cara?

– “Ho promesso alla vicina di assisterla durante la festa di compleanno. No che non sei invitato, ma ti pare?”

Oh che meraviglia! Tu e la vicina, che bocconcini gustosi!

Il dito medio si alza ancora e ancora, con fare quasi rivendicativo.

– “Sì, lo so, anche tu mi manchi, lo so…”

E una mano va a coprire la bocca silenziando il rumore dei baci, o forse di parole d’amore. Il cellulare è ora sul tavolo in attesa di un altro utilizzo e lei si piazza in mezzo alla stanza con piedi divaricati. Eccola fare un piegamento del busto in avanti in un’espirazione rumorosa e quasi animale.

Non devi limitarti, cara, sfoga pure il tuo turbamento. Lo so, sai, che eviti Lenny per tutela della privacy, ma non dovresti mantenere questo atteggiamento nei miei confronti, non sono un guardone qualsiasi, io sono il tuo Narratore, il creatore del tuo destino, capisci? Conoscerti è per me una missione. Solo così potrò decidere di te.

– Hai finito?

Sì, al momento.

– Io questa sera ho rinunciato a Lenny. Non gradisco essere condizionata a tal punto. Siamo 1 a 0 per te. Vorrei andare dalla vicina e non correre il rischio che ti vengano idee insane agendo su altri, quindi: tu farai qualcosa per me.

Mmm… un gioco. Mi piace.

Cara si toglie i pantaloni della tuta. Lo slip è floreale e di gusto; un tenue pizzo color rosa antico circoscrive il triangolo pubico.

– Ma la smetti di fare il porco?

Lo sai vero che prima o poi dovrò descriverti in un amplesso, cara?

– Eh? Col cazzo!

Certamente.

– No! Volevo dire… ma vaffanculo!

E raggiunge infuriata il bagno, ci si chiude a doppia mandata. Un ripensamento ed esce.

– Il gioco!

Son qui ad attenderti.

– Letterario!

Hai imparato a conoscermi, mio adorabile personaggio.

– Tu scegli il testo e io cosa ci devi fare. Ti ripresenterai solo quando avrai terminato.

Fantastico!

– Bene. Autore e titolo.

Ibsen: Spettri. È un libro piccino, eh eh eh.

– Devi fare una casa di bambola.

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Lenny, scappa! (3)

(foto presa da qui)

Tre mandate, la maniglia si abbassa. La porta si apre piano e la sua testa sbuca in ispezione.

Benvenuta cara, cos’è questo fare? Mi nascondi qualcosa?

La testa si ritrae e dal pianerottolo si ode un confabular di voci. Due. La testa riappare.

– Vai via per piacere?

Non posso perdermi questa novità. Son qui, ormai, esclusivamente per te.

La testa si eclissa ancora. Le voci son di turbolenza. A un tratto la ragazza esclama: “Ci sono i ladri ti ho detto! Resto io a chiamare la Polizia, tu, tu… ma non hai capito? Lenny, scappa!”. Rumor di fuga vigliacca.

Io non sarei scappato. Lo sai.

– Già. E chi ti uccide?

Entra nell’appartamento chiudendosi alle spalle la porta. Si va a proiettare sul divano, sconsolata.

Non esser triste. Ci sono io con te, il tuo Narratore.

Lo sconforto prende il sopravvento e un pianto quasi isterico vien spinto agli occhi dal diaframma.

– Non stare qui! Non vedi che piango?

Io devo stare qui proprio perché piangi.

– E io non voglio che tu mi veda!

Non c’è nulla da nascondere, è naturale ciò che sta accadendo.

– Ma che cazzo vuoi saperne tu?

Dimmelo, sapere è il mio mestiere, cara.

– A te non dico proprio niente!

E si alza andandosi a chiudere in bagno. Esce con il viso rinfrescato dall’acqua. Tituba. Rientra per fare una pipì. Scrosci: del water prima, del lavandino poi. Torna al divano, ma aspetta a sedersi. Mi cerca…

– Per parlarti, da qualche parte devo pur guardare.

È così bella con i resti del congestionamento da pianto. E gli occhi, nel rigonfio, paiono pure più grandi.

– Non sei venuto in bagno.

Cosa vorresti dire?

– Dico: non sei venuto in bagno.

Prendevo nota di come hai lasciato il divano, cara.

– Non ci vieni in bagno?

– ZONA FRANCA!

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Lenny, sei tu? (2)

immagine presa da 123rf.com

La porta si apre piano.

– Lenny, sei tu?

Silenzio e un fiato di contraria.

– Lenny, non farmi prendere spaventi!

Spaventati invece, cara.

– Aaaaah! Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Canta anche, il mio personaggio preferito!

– Ma non stavi da Lenny?

È più carino seguire te.

– Non se ne parla proprio!

Come no? Non sono forse il tuo Narratore prediletto?

– Cosa fai, broccoli?

Cara si passa un dito sulle labbra e lo sguardo, oh lo sguardo sdilinquisce pago. Accavalla lentamente le gambe sul baracciolo della poltrona e la gonna leggera scopre, fin quasi all’inguine.

– Ma cosa dici? Ho su i jeans!

E non ti cambieresti per me?

– Non se ne parla proprio, sto leggendo un trattato di biochimica e mi disturbi!

Cara, non son letture da te, quelle. Quanto impegno mal speso. Dovresi leggere poemetti erotici e assecondare posizioni diverse, introspettività sensuali. Saresti perfetta.

– Guarda “caro”, nell’appartamento in parte c’è chi cerchi: sciò!

Potresti avvertire un sussurro languido all’orecchio, cara.

– Hai intenzione di stare qui a lungo?

Tutto il mio tempo.

Il libro si chiude in botto. Cade pesante a terra. Gli occhi sprizzano giocosa malizia e… no, no dai, non fare così.

– Vattene.

Non sono posizioni serie, rimettiti a sedere composta.

– Il mondo è bellissimo a testa in giù e le scarpe da guardaboschi per aria si ossigenano!

Cara, non me ne andrò per questi infantili dispetti.

Il sospiro è d’arresa. Vinta dal fato s’alza e si avvicina al frigorifero con l’espressione di chi non sa che fare. Mangiare forse?

– Mi metti una tale ansia, Narratore.

Perdonami creatura amata, ma non son qui per questo.

– Allora vai via!

Sarà divertente studiarti in atteggiamenti e piccoli vizi, fai pure, cara.

Guarda ancora con circospezione l’intorno, come a scoprir qualcosa di misterioso e affascinante: me.

– Ma cosa ti salta in mente? Ti inserisci nella narrazione?

Sono il Narratore e posso. Oh se posso!

– Allora vieni a darmi una mano a scegliere.

Apre il portellone del frigorifero e indaga l’interno in una scelta senza fine.

– Cosa mangio adesso?

Eccomi pronto, cara. Vediamo-vediamo. Un bell’ordine, non c’è che dire, ma non capisco. Fammi strada, cosa c’è in quel cartoccio? Non ti dispiace vero se allungo una mano e sollevo la stagnola. Dunque, interessante, profumo invitante, ottimo appetising…

– Uff, decidi in fretta. Ho fame! Guarda anche sul ripiano in basso, giù in fondo.

Scomodo da raggiungere, ma di sicuro una piacevole scoperta, brava! Questo mi sembra perf…

SBAMMMM!

(cartoccio piccolo, cartoccio grande, uva, more, insalata, carote, cipolla, caprino, limoni, cetriolini sott’aceto…)

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Lenny? (1)

We Can Do It!, poster di J. Howard Miller del 1943 ispirato a Rosie the Riveter

– Lenny?

Non c’è, cara.

– E tu chi sei?

Il Narratore.

– È uno scherzo? Lenny?

Non è uno scherzo, cara.

– Ma quale cara e cara, io non mi chiamo “cara”. Lenny? Dove sei finito?

Non c’è.

Cara smette di girare per la stanza e inizia a fissare gli angoli del soffitto.

– Da dove viene la voce? Ci sono delle telecamere?

No.

– Palle.

Io non mento mai, cara.

– La smetti? Lenny!

Cara è indecisa se cercare l’uomo o apparecchiature tecnologiche. Toglie il cellulare dalla borsa e avvia una chiamata.

– Lenny, santo cielo, rispondi… ciao Lenny, sono io, sono nel tuo appartamento, la porta era aperta, dove sei finito? Ti aspetto qui per una decina di minuti, poi vado, ciao. – Biiiiit

Non verrà, cara.

– Come sarebbe a dire? E cosa ne sai tu?

Sono il Narratore, io so tutto.

– E ‘sti cazzi?

Ah! Ah! Ah! Sei simpatica.

– Ma vaffanculo!

Cara, non essere volgare.

– Senti non so chi sei e non sai chi sono, non potremmo finirla qui?

No, non potremmo, devo finire il racconto.

– E che devi raccontare? Di come mi muovo in un appartamento cercando chi non c’è?

Anche.

– Frustrato!

Non offendere.

– Cioè, fammi capire, io sarei un tuo “personaggio”?

Esattamente.

– E mi farai fare ciò che credi?

Per esempio.

– No! No caro!

Cara parla voltando alternativamente il capo a destra e a sinistra (con un piglio singolare, in effetti).

– Stai parlando di me?

E di chi altrimenti?

– Non mi piace.

Non ha importanza.

– Stronzo!

Attenta…

– È una minaccia?

Non amo definirla in questo modo.

– Ah! Sei clemente con te stesso!

Se mi garba, lo sono.

– Ma che gran pezzo di merda! Senti un po’ onnipresente e onnisciente, se esco da qui continuerai a rompermi i cosiddetti?

Non ho ancora deciso.

– Allora, se non dico parolacce da scaricatore di porto, mi lasci uscire da qui senza seguirmi?

Mi stai proponendo un patto?

– Figliodiputtanarompicoglionimaledetto!

Su cara, non ti donano, davvero, non ne esci bene.

– Imbecillepuzzolentenanomalefico!

Oh, andrai avanti per molto?

– Scemostupidopezzentecialtrone!

Non sei carina, per niente.

– Facciadimerdastercoschifoso!

Ok. Si può fare.

– Ciao.

Cara esce dalla porta. Con un sorriso.

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Giulia 9

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(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

«Mi lasciano uscire. Adesso.»

«Arrivo.»

«No, ho chiesto a Enea di venire.»

«Capisco…»

«Ciao.» e chiude la chiamata senza dispiacersi. Non è il momento. Seduta sul letto d’ospedale si dona per l’ultima volta la vista: il cielo, le cime verdi a rincorrersi, qualche nube screziata dai capricci del sole. Una compagnia buona per quei lunghi giorni. Grazie.

Enea entra sicuro nella stanza, rallenta stentando a riconoscerla, colpa dei cerottini e di alcuni ematomi non ancora assorbiti. Preso in contropiede dalla visone abbozza un’impacciata interlocuzione.

«Giulia, sei sparita.»

«Ero qui.»

«Cos’è successo?» e si siede, smarrendo la verve rivendicativa.

«Ho cercato di rubare i segreti di tuo padre.»

«Eh?»

«Ti ho mentito Enea, fin dal principio.»

«Eh?!»

«Ti ho cercato per arrivare a lui.»

Gli lascia spazio e tempo. Gli chiude una mano tra le sue per calmarlo e continuare. Enea però si è irrigidito, non capisce, sì capisce, non gli piace. Vorrebbe solo andarsene. Ma le mani sono così morbide e calde.

«Ti sapevo suo figlio. Io dovevo raggiungerlo. Prima ho provato con l’Inge, per tutta una serie di motivi che ti spiegherò. Inutile aggiungere che in tre anni con lui non sono approdata a nulla.»

Enea ascolta. Pur sentendosi umiliato e usato, il volto tumefatto di Giulia gli provoca un unico vero istinto: abbracciarla.

«Erano anni che preparavo la missione. Ci vuole tempo per le imprese importanti.»

«Perché: perché tutto questo? Me, l’Inge, perché Giulia?» la voce esce flebile e la domanda si consuma in un soffio sincero e deluso. Lei sostiene lo sguardo triste, lo accoglie con un sorriso timido e una risposta concisa.

«Per vendetta.»

«Eh?!!!» esclama quasi in scoppio.

«Hai qui la foto con tuo padre?» Enea tira fuori dalla tasca il portafoglio senza obiettare, nel mentre, Giulia depone sulle proprie cosce la borsa poco distante. Ora lui ha tra le dita la sua immagine da piccolo con indosso un paio di guanti verdi ed è lì, tra madre e padre. Giulia dalla borsa pesca un piccolo guanto di lana verde, sopravvissuto al lancio di sfida a Mister T.

«Perché ce l’hai tu?»

«Enea, per piacere, guarda bene tua madre.»

«Che ha?» non vuole darle ascolto, il guanto verde gli sta frullando in testa, ma l’asseconda sperando che distrarsi possa far cessare quel moto sordo. Invece ne aggiunge uno nuovo, di moto, dalla diversa traiettoria. Enea apre le labbra senza pronunciar suono. I pensieri si bloccano. Un vetro fumè si spacca. Giulia gli si avvicina, come per afferrarlo in caduta, e scandendo bene le parole illustra.

«Si vede ciò che si vuol vedere. Quel piccolo, Enea, sono io, da piccola. Quella donna è mia madre, non la tua.» e dalla borsa estrae svelta un’identica foto.

«Ma…» e lo sguardo si perde in quello di lei.

«Siamo fratelli da parte di padre, sì.»

Le fissa il naso, così familiare, dentro il petto una chiazza chiara si allarga, fino agli occhi. Lei gli afferra le mani, lo invita ad alzarsi. Gli oggetti cadono. E di due bimbi è l’abbraccio.

FINE

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Giulia 8

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Puntata precedente

Giulia è accucciata in parte al pesante piedistallo di pietra, sotto il piano in cristallo. È in tenuta d’ordinanza e una piccola luce sulla fronte illumina la zona di lavoro. Il polpastrello guantato accarezza il granito mentre l’altra mano estrae da una taschina sul bicipite una lamina chippata che inserisce nella sottile fessura appena individuata. Alcuni led presenti nella stanza si spengono e un clack indica l’apertura di un vano segreto nel mobile bar.

«E bravo il nostro Mister T, finalmente ci siamo. Mi hai anche fornito un motivo in più per rubarti i segreti: non dovevi seppellire vivo tuo figlio.»

Ha ancora 45 secondi per prendere i documenti e andarsene prima che parta il secondo allarme. Agile raggiunge il vano, prende i fascicoli, sfogliata veloce, li infila nello zaino piatto, lo indossa e felina esce dalla finestra. Quando i sistemi antintrusione si attivano ha già valicato il muro di cinta e sta correndo attraverso il bosco. Raggiunge l’auto sulla statale e, prima di partire, sfila zaino e passamontagna attrezzato. Mette in moto. Si osserva compiaciuta nello specchietto retrovisore, dedicandosi quello sguardo speciale che sigla il termine di una missione. Sì.

No. Un momento. Sono le 4 del mattino, perché sono comparsi due fanali lì dietro? Gli scagnozzi di Mister T, di sicuro.

No. La forma… non può essere. Individuato il modello dell’auto deve verificarne il colore. Con una sterzata in velocità passa vicino a un lampione, seguita a breve distanza. Beccato!

«Oh Inge, perché mi segui? Non eri mai arrivato a tanto. Non ora, dai!» e accelera. Sono pochi i tornanti che la vedono prendere un vantaggio sulla berlina. Altrettanti quelli che le riattaccano un paio di fanali al sedere. Di un vecchio, fottutissimo Hummer.

Prima spinta. Resiste. Seconda spinta. Sbanda paurosamente. Terza spinta. La scarpata.

Il volo.

L’auto è riversa sul fianco del guidatore. Giulia è intontita, sangue tra i denti, fatica a respirare. Riesce giusto a intravedere due mani calarsi dal finestrino rotto del passeggero e sfilare lo zainetto. Dolore feroce, poca visuale: uscire prima che l’auto s’incendi. La cintura da slacciare. Allunga le braccia verso l’alto, le gambe non rispondono a dovere, respira male, vede sempre meno. Non vede più.

Ma sente. D’esser presa. Di peso. Issata fuori. Appoggiata sull’erba. Stretta in un abbraccio, a coprirle il capo prima dell’esplosione. Il botto.

«Giulia, Amore Mio, adesso basta vero?»

«Basta.»

E per la prima volta, dal corpo martoriato, sgorga un sentimento autentico.

CONTINUA…

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Giulia 7

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Ecco il silenzio.

Sospeso, senza finestre. Ostile. La stanza se n’è riempita all’improvviso con una deflagrazione muta, provocata da qualche lemma arrotato e sputato allegramente dall’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra.

Sta lì, il silenzio. Sfrontato. Ha braccia sui fianchi e zitto domanda ai presenti chi sarà il primo a violarlo. Nessuno. (Nessuno). L’istante si protrae tracimando aria, solida. Nulla si muove. Gli stessi respiri sono sottili, discreti, carichi. Sempre più carichi. Gonfiati dalla morsa che li trattiene.

Gli occhi del padrone di casa non smentiscono il senso dell’ultima frase e avidi masticano la scena come non avessero mai fatto altro: godere.

Enea stringe le mandibole e fissa, fissa quel fottuto naso, quel maledetto naso. Uguale al suo. Che effetto strabiliante, che gioco di prestigio raro. Che faccia da cazzo! Glie lo staccherebbe a morsi, ecco cosa farebbe a quel naso! Se le sente le cartilagini tra i canini, crick-crock, non sarebbe difficile, un balzo sul piano, le mani a stringere le orecchie e giù di rabbia. Cieca. Ahhhh!

Giulia annusa, non vista. Le sente tutte le forze stipate, puzzano. Sa che l’uomo ha di certo un’arma, lì dietro. Sa che potrebbe usarla con destrezza, in velocità, precisione e voglia, basterebbe poco all’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra. Se Enea scattasse in avanti, a lei il trattenerlo, anzi, il fermarlo, con un rapido colpo alla gola, giusto per togliergli il fiato, l’ardore, l’intenzione, costringendolo a spostare l’attenzione sulla mancanza di ossigeno. L’alternativa è assistere a un’esecuzione. Magari anche doppia. No, doppia no.

Enea non è nessuno per lo sterco di cavallo seduto davanti a loro. Enea è orfano di padre proprio ora, avendolo di fronte. Ciò che è mancato si presenta come un pieno rancido e corrosivo capace di distruggere ogni parete a contenerlo. Non doveva andare così. Non doveva essere questo il finale del viaggio di un figlio alla ricerca del padre. Avrebbe potuto accettare ogni altra alternativa: insulti, vergogna, anche fragile supponenza, ma non… Giulia rompe l’aria carezzandosi i capelli. Un respiro leggero e si volta con uno sguardo buono, a dargli un via.

Sì, via, ha ragione lei, andare, lasciarsi tutto lì, tutto, non dare alcuna soddisfazione, riprendere il passo, provarci, scappare. Qualche volta si può anche scappare. Enea la ringrazia con un sorriso e trova finalmente il coraggio di parlare.

«Giulia, posso avere ciò che ti ho consegnato prima di entrare?»

Lei apre la borsetta, infila l’indice in un cerchio di ferro ed estrae le chiavi della macchina.

«Grazie.» si alza «Andiamo.» e senza preoccuparsi più di voltare le spalle al vuoto che l’ha ingoiato da sempre, esce, sostenuto dalla voglia di vomitare.

Giulia attende che Enea sia in corridoio, si accerta che non l’aspetti, controlla che il ritmo dei suoi tacchi non subisca variazioni quindi si alza in piedi a sua volta. Le palpebre color cobalto si abbassano e la fessura si affila. Le labbra morbidamente viola si tendono in un sorriso studiato, scisso da ciò che le mani si accingono a fare. Le dita di nuovo nella borsetta, indice e medio uniti con in mezzo una stoffa. Sciaff! Il lancio.

«Cos’è questa porcheria?» chiede l’incredulo schifato, togliendosi dal volto un piccolo guanto di lana verde.

«Un guanto di sfida.» si gira, raggiunge lenta la porta, una veloce torsione del busto e una precisazione.

«Un errore il Suo, oggi.»

CONTINUA…

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Giulia 6

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È lì, in piedi. Peso su una gamba. L’altra leggermente flessa. Mano in tasca. Enea si controlla davanti allo specchio. Aspetto in ordine = pensieri in ordine. Emozione. Riprova. Aspetto in ordine + respiro ponderato = pensieri in ordine. Emozione. Emozione che mina il passo. Merda! Le ginocchia già cedono e la voglia di strapparsi stomaco e intestino è quasi oltre la soglia. Per non parlare del calore che dal collo arriva su. Su dove? Su. Non si piace, per niente, ma è in ordine e i pensieri si sono appesi da qualche parte per evitare di cadere nel pozzo profondo del noncapiscopiùuncazzo. Ok, o si costringe a uscire o morirà svuotato e liquefatto sul pavimento. Vai!

Cammina male, è vero, ma cammina e guidare non sarà un problema. La pressione del pollice sul piccolo dosso nero della chiave sblocca la chiusura centralizzata. La mano si pronuncia alla maniglia della portiera ed ecco arrivare un tocco. Un palmo fresco e deciso si sovrappone al suo dorso. Enea segue le dita fino al polso, lo sguardo sale lungo il braccio, la spalla, il collo, l’ovale del viso e si blocca in occhi già nei suoi: Giulia.

«Dove vai?» chiede quasi atona.

«Da mio padre.»

«Ti accompagno.» risponde improvvisamente risoluta. Una titubanza sottile le innerva la mano in una stretta morbida. È solo un attimo. Se ne accorgono entrambi. Negando l’attimo, Giulia si porta svelta la mano ai capelli in una carezza inutile. Confuso, lui guarda in urgenza per terra.

«Non c’è bisogno, davvero, è una questione di famiglia, tu non c’entri.»

«Certe volte una vicinanza aiuta. Lo so.» tenera è la voce e assecondarla naturale. Enea cede senza difese alla proposta, offrendole uno sguardo grato e perso. Finalmente conquista una visione d’insieme di Giulia.

«Sei bellissima, addirittura truccata da sera, quasi non ti riconoscevo. Stai andando da qualche parte? Non vorrei mai…»

«Lascia perdere, avevo in programma una specie di sceneggiata, niente che non possa essere rimandato.» taglia corto dirigendosi verso l’altro lato della vettura. Una corsa ad inseguirla per aprirle la portiera, così, un automatismo mai riservato a nessuna ospite della sua utilitaria. Lei sorride, si siede, cintura: è pronta. Si parte?

Dopo un’ora di viaggio la macchina prende una stradina collinare ben asfaltata. Davvero molto ben asfaltata. Fin troppo per una strada pubblica.

«Hai visto? Ci sono già telecamere.» Giulia indica un palo della luce.

«Dove?»

«Lì, non vedi quei… non importa. Decelera, se arriviamo su troppo in fretta ci accorgeremo di cosa sia una calorosa accoglienza.»

«Ma cosa stai dicendo?»

«Niente, niente, però non correre che con tutte queste curve mi vien la nausea. Vuoi che ti sporchi interni già così provati?»

«No!»

«Bravo.»

L’andatura si fa più tranquilla e dopo dieci minuti l’auto è davanti a un gigantesco cancello moderno.

«Pomodoro.» dice Giulia.

«Eh? Io oggi sono agitato, ma tu sei ben strana.»

«È opera di Arnaldo Pomodoro, non è nota però: il cancello intendo. Non può essere una copia del Cancello Solare, o hai una sua opera originale o non fai fare una copia, capisci?»

«No, non capisco, oggi proprio non ti capisco.»

«Non importa. Guarda piuttosto il comitato d’accoglienza.» e con un colpetto del mento in avanti indica i due uomini che stanno arrivando da dietro l’opera.

«Sei armato Enea?»

«Ma sei scema?»

«Ok, è un no. Non fare movimenti bruschi.»

«Giulia, ma cos’hai fumato?»

«Dai andiamo.» e con eleganza scende dalla macchina, si avvicina al cancello, saluta i nerboruti. Enea la raggiunge in breve.

«Ti ricordo che stiamo andando da mio padre.»

«Ti ricordo che potrebbe non essere contento d’incontrarti.»

CONTINUA…

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Giulia 5

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«Mi hai lasciato il rossetto, vero?»

Enea non osa toccarsi la fronte. Giulia quasi si sbrodola con il caffè, le si allarga un sorriso fanciullo solo in parte nascosto dalla tazzina alle labbra. Lui la fissa con un orgoglio incredulo per l’inaspettata complicità. Come è successo? Quando lei ha permesso che si sgretolasse il muro a secco eretto fin da subito per evitare sconfinamenti e problemi? E lui come, quando, perché si è conquistato questo onore? Onore? Ma si sente? Se lo sarà meritato no? Non è una mezza calzetta, è bravo, astuto, professionale, ingegnoso, non è il primo venuto: è una calza di Filo di Scozia fin sotto il ginocchio! Sposta lo sguardo alla sua destra, costringendosi a trovare interessante la bionda del tavolo accanto, giusto per contegno.

«Senti Giulia» e continua a puntare la bionda «credo che l’idea di una storia tra noi da dare in pasto all’Inge non sia da escludere, sai?» controlla con la coda dell’occhio la reazione. Lei si blocca, rischiara la voce, raddrizza la postura ingobbita dalle risa soffocate in precedenza e tace. Ha un’espressione nuova, mai veduta prima. Enea smette di contare le vertebre della bionda e si prepara a indossare una troppo stretta indifferenza per affrontare un volto divenuto austero.

«Lo sai che ho ragione, gli aspetti positivi sarebbero diversi.»

«Quali.»

«Nessun estraneo, più controllo della situazione.»

«Parli come lui.»

«No!»

«Senti Enea, lascia stare, eh. Inizia a passargli le telefonate, al resto ci penseremo tra un paio di settimane. E non fare quella faccia, lo sai perché sto con lui.»

«Non lo so, dimmelo. Devo essermelo perso il vero motivo di tre anni di relazione con, sì insomma, uno molto più grande di te e – mioddio – cotto a tal punto da difenderti intimandomi di non giudicarti a fronte di foto e qualunque altra diavoleria deciderai di sbattergli sul muso. Guarda, a volte mi fa anche pena. No, errore, i clienti non mi fanno mai pena, però…»

«Sono una stronza? Una manipolatrice? No Enea, i valori sono tutti in campo e ognuno manipola l’altro sapendo d’essere manipolato. È un rarissimo caso di onestà incorrotta.»

«Ma allora cosa vuoi davvero da quell’uomo?»

«Un passaggio, amico mio, solo un passaggio.» e si alza. Non bacia. Non saluta. Va.

Enea resta senza fiato. Se l’è giocata la complicità incantata. Per un fottuto passo lungo. La saliva scompare e lo stomaco si rimpicciolisce fino a diventare una melina selvatica. Quanto può far male una melina selvatica che decide di mettersi a rimbalzare dove non deve? Inspira profondamente, espira pianissimo, e ancora. Ancora. Più e più volte. Stupido! Si agita di nuovo, rifare. Dalla tasca della giacca una vibrazione interrompe la procedura di salvataggio.

«Ciao, dimmi… sì… no, aspetta, sei sicuro? … mandamelo! … grazie, ti devo un favore!». Pochi secondi ed ecco il bip. Ecco un numero. Ecco la vera perdizione.

Si alza sostenuto da una nuova urgenza lasciando sul tavolino monete convulsamente cercate in tasca e quasi lanciate. Corre all’auto. La guida per l’occasione è sportiva. Parcheggia, male, non importa. Deve sedersi subito alla scrivania. Deve essere in posizione. E definire. Nella foga dell’apri-sali-apri dimentica la porta di casa aperta. Non importa. Sì, importa. La chiude. Finalmente si siede.

«Cazzo! Ti ho!» urla eccitato e prende il cellulare dalla tasca della giacca, controlla il numero nel messaggio, lo trascrive su un pezzo di carta scandendo ad alta voce ogni cifra. Lancia la penna a sfera nel cestino dei rifiuti, fa canestro e si abbandona a un ululato a braccia alzate.

Giulia è in macchina quando una chiamata la raggiunge. S’infila l’auricolare e preme il pulsante per la ricezione.

«Vai, parla.»

«Ha il numero. L’ha chiamato.»

CONTINUA…

IL MISTERO DI GIULIA – Litfiba

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Giulia 4

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

Abbandonato nella poltrona preferita (oh sì), è rapito dall’odore avvolgente e acre di cuoio masticato da usura e sudore, che lo aiuta quanto deve. Una mano a coprire istintivamente la sigla sulla copertina del fascicolo giallo, l’altra perduta tra i capelli; il mento in alto, ad accompagnare pensieri e sospiri taglienti, nati per sezionare, feroci in gola. Il filo di voce esce senza consenso.

“Sciocco Amore Mio, non arriverai ai segreti finanziari di Mister T attraverso queste carte: non sei pronta per un boiardo di Stato; (non sei pronta…) non sei ancora pronta!”

La frase lo urta con la vergogna di chi si è sentito, raddrizza il collo, controlla il respiro, infine manda mansuete le mani a sfogliare. Il tocco è delicato, adeguato a fragili carte appassite. Le dita si muovono leggere tra vecchi fax, fotocopie e qualche foglio con firme e timbri. Intatto vecchiume sempreverde, informazioni pronte all’uso, eclatanti, magnifiche. Prove. Valide ovunque. Un sorriso distende viso e tempie; il ricordo lo rallegra ogni volta che lo risveglia e la tranquillità si allarga calda in petto. Va meglio. “Bravo.”

Ci fu un tempo in cui gli capitò di collaborare con Mister T. (oh sì). Una quindicina d’anni prima, qualche capello nero in più agli argini del bianco e gagliardi scenari professionali, lì a un balzo. Fu grazie agli sparuti fogli sulle sue ginocchia che non si fece addentare, smembrare e tritare dallo squalo, garantendosi la via di fuga. Certo, non poté accedere al ruolo prestabilito, ma avrebbe dovuto diventare un nuovo e sollecito schiavo, coinvolto in fatti inconfessabili. Il ricatto era nei patti. Quale dei due essere fu la scelta. Con essa sprofondò nelle plumbee conseguenze. Peu mal.

L’immagine di Giulia si materializza tra ciglia inspiegabilmente mosse: davanti al cappuccio indecisa se mollare il biscotto o tenerlo ancora per metà in ammollo; addormentata sul divano con la guancia schiacciata sul cuscino amaranto; nel salto agile della sedia per non girarle attorno. Ma ne ha altre (oh sì), non è difficile, si nutre ingordo della sua visione ogni volta che le è attorno. L’ascolta. La spia. La sfiora per caso. La respira forte. La imprime in tutto ciò che può, affinché resti. Lei (oh bellissima lei), così sprovveduta nella sua presunzione e così affamata di quel nulla che al nulla rilancia. Monade solida e infantile, da difendere: con lo sguardo lungo di chi non vuol forzare.

Soppesa il faldone. Quanto peserà? Il peso dell’attaccamento a lui da parte di una donna che non finge quando per capriccio animale lo sceglie annusando l’aria, e lo prende. Lo fa suo. Lo annienta. Una donna che scomparirà quando troverà il nuovo nascondiglio delle carte e il modo per accedervi.

Le labbra si aprono appena, la lingua esce a inumidire. Gli occhi ancora altrove. Solo Dio sa cosa sarebbe disposto a sacrificare per renderla serena, rinuncerebbe a lei, dandole semplicemente ciò che vuole. Ma Giulia vuole i segreti del boiardo. E non la metterà sulla strada di un suicidio assistito.

CONTINUA…

GIULIA – Le vibrazioni

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Giulia 3

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

«Mamma, ho riportato le cose di papà. Tengo solo la vecchia foto.»

La donna prende dalla mano del figlio il borsello, scrutando con apprensione un’insolita espressione ferma.

«Stai qui a mangiare?»

«No. Devo vedere un cliente.»

Gli si avvicina di più, trattenendo un abbraccio. Le sfugge una breve carezza alla spalla e un bacio furtivo alla guancia, alzandosi svelta su punte. Enea ha labbra tirate e voglia di piangere, ma non lì, fuori, in ascensore magari.

———

Giulia è davanti alla cassaforte aperta della camera da letto. Cerca vorace tra carte: precisa, rapida, selettiva. Non c’è. Eppure l’aveva visto. Dopo l’ultimo amplesso lui aveva aperto l’antro per estrarre un nuovo regalo prezioso e il faldone giallo era in piedi, in vista con la sigla “M.T.”. Controlla ancora, i documenti possono esser rimasti orfani di contenitore e confondersi tra altri.

L’Ingegnere appoggia la mano allo stipite e silenzioso attende, non visto. Soffre a saperla così, senza pace, inarresa. Che smetta. Che smetta subito. Che si spaventi, ma che smetta. Percorre a ritroso alcuni passi nel corridoio e giunto alle scale chiama.

«Giulia! Amore!» per un po’ dovrebbe bastare a distrarla.

Giulia si volta felina, le mani lavorano in un automatismo rodato, il cartaceo è in ordine e le compare al dito la riviere di diamanti fancy. Chiude con calma senza voler nascondere d’essersi presa l’anello. Indossa un sorriso raggiante e mirandosi la falange si prepara ad accogliere l’uomo. Lui finalmente si mostra.

«Ho voglia d’indossarlo. È delizioso.»

«Stai uscendo Amore?»

«Torno tra un paio d’ore.»

«Sai che non è necessario.»

«Lavorare?»

«Lavorare…»

«Due incarichi e smetto.»

«L’hai detto anche due incarichi fa. Non mi piacciono i rischi che prendi.»

«Ne abbiamo già parlato. Adesso vado.» Lui ingombra l’uscio, immobile, le gambe leggermente divaricate, le mani sugli stipiti, quasi a staccarli. Lei gli sfiora le labbra con l’indice, sul quale appoggia morbida la bocca: “silenzio”. L’Ingegnere si sposta, lei passa, si allontana, scende, esce, sale in macchina, s’immette nel traffico, ferma la vettura nel parcheggio di un centro commerciale, si dirige verso l’unico bar con i tavolini all’aperto, si siede, ordina e attende. Enea le si siede accanto. Giulia trasale.

«Sorpresa di vedermi?»

«Sì! Che ci fai qui?»

«Cercavo te. Sono bravo nel mio mestiere.»

«Dai, non scherzare, come facevi a sapere che sarei venuta qui?»

«Mi hai mandato un messaggio.»

I due si guardano complici e iniziano a ridere, ridono di gusto e non smettono fino all’arrivo dei caffè.

«Giulia, ho riflettuto, è ora che cerchi mio padre, anche solo per prenderlo a ceffoni, o insultarlo, dipenderà dal suo stato di salute.»

«Bravo! Non sono pesi che si possono reggere per sempre.» e gli marca la fronte con una sfumatura color pesca.

CONTINUA…

GIULIA MON AMOUR – Calibro 35

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Giulia 2

(gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

L’ingresso ampio svolge la doppia funzione di salotto e ufficio. La scrivania è sul fondo, davanti a due finestre. La luce naturale rende nitide le intenzioni dei clienti e lascia in ombra le sue. Piccoli vantaggi. Enea è al posto di comando quando bussano alla porta, con l’indice preme il secondo pulsante del citofono da tavolo, un breve ronzio elettrico e la serratura si apre. Entra una donna. Rompe l’aria fasciata da un abito verde scuro, impudico. Le scarpe hanno tacco e punta della stessa tonalità ciliegia che le bagna le labbra. Il taglio maschile dei capelli esalta un collo sottile sfiorato da pendenti di giada. È Giulia, e il bel viso è inespressivo. Chiude la porta. Sbircia divertita accatastamenti sparsi e procede verso la poltroncina in similpelle davanti alla scrivania. Giunta, si siede, con borsa in grembo.

Enea non parla.

Giulia non si scompone, rimesta per qualche istante nella borsetta, la chiude tenendola sulle gambe, alza il volto, fissa il suo interlocutore e annuncia.

«Ti ho visto scendere dalla sua macchina oggi. Ero in zona.»

Si sporge in avanti cercando sorpresa nell’uomo. Coperta dal seno, la mano è veloce sotto il piano di legno e piazza una cimice. Giulia sorride in sfida e con studiata lentezza si appoggia allo schienale. Le scappa un sospiro fissando il soffitto, quindi domanda.

«Cosa vuole ancora da te?»

Enea resiste. Esita. Parla.

«Sa che fai il doppio-gioco.»

«Oh, finalmente!»

«Come scusa?»

«Sì, finalmente, un peso in meno.»

«…»

«Non mi lascerà certo per questo.»

«Infatti.»

«E…?»

«Crede ci sia dell’altro.»

«Dell’altro, tipo, la nostra collaborazione?»

Enea storce la bocca in una smorfia di muta disapprovazione. Lei continua.

«Sei esacerbante. Dimmi: cosa dovremmo fargli sapere allora?»

«Non saprei, vuole che ti intercetti ogni chiamata.»

«Ma lo stai già facendo! Ti ho chiamato apposta dal telefono di un passante.»

«Sì. È che non le ho ancora usate.»

«Hai fatto bene, prenderemo altro tempo. Anche se nelle telefonate non c’è niente che già non sappia.»

«Non importa, ci inventeremo qualcosa, magari una tua relazione.»

«Con chi Enea, con te?»

Giulia scoppia in una risata calda e sincera.

«Perché no, scusa?»

«Lascia stare. Io resterei tra le sue grazie comunque, ma tu perderesti l’incarico in favore di un terzo attore impossibile da controllare. Un introito in meno, non se ne parla.»

Giulia si alza, borsa alla mano prende la via d’uscita, si arresta. Dandogli le spalle aggiunge alcune indicazioni operative.

«Inizia a snocciolargli le intercettazioni, quando avrà bisogno di qualche particolare piccante per continuare a fantasticare, costruiremo una novella dal sapore internazionale. Ah, arieggia, sa di fumo.»

Enea preme l’interruttore, la porta si apre e Giulia scompare lasciando scia di gardenia.

Mentre lui medita tirando profonde boccate da una sigaretta appena accesa, la giovane donna esce dal condominio, percorre il marciapiede, si avvicina a un furgone parcheggiato, perde l’equilibrio, si appoggia al provvidenziale fianco del veicolo e batte tre colpi sincopati. Quindi riprende a camminare.

CONTINUA…

BRAVA GIULIA – Vasco Rossi

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Giulia 1

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)
GIULIA è un racconto a puntate che ho creato per la pubblicazione sul sito di Alessandro Gianesini (worldofsphaera.com). Ora è a casa.
Buona lettura!

La tocca con garbo nelle parti consunte. Si è ingiallita per confermare un tempo andato. Gli è capitata in mano svuotando il vecchio borsello di un padre svanito nel nulla. Non è la fotografia da tenere in una cornice di mogano. Non nel portafoglio. Non ora quantomeno. Scruta i particolari di un parco giochi ormai ingoiato da una speculazione edilizia, e si perde nello sguardo di un bimbo di tre anni in piedi tra padre e madre. Sbatte piano le palpebre, espira profondamente e risistema il ricordo dietro a una zip.

Va in sala. Apre una finestra. L’aria azzurra del mattino cerca di entrare, si scontra con una nube di fumo, quindi si insinua paziente, sfilaccia uno a uno i ghirigori biancastri, infine li inghiotte in strada, prendendone definitivamente il posto tra le mura.

Una sigaretta accesa dondola nell’incavo di un posacenere pieno, uno sbilanciamento e cade sul tavolo portandosi la brace in dote. Il legno inizia lentamente a scurirsi in una chiazza nera. Enea osserva, studia quel colpo di reni all’indietro reputandolo emblematico e in grado di alludere ad altro. Da una tasca dei pantaloni toglie un’agendina verde e prende nota.

È, come ama definirlo, un accadimento simbolico evocativo e nasce da una sollecitazione inconscia a fermare l’attenzione ove sia davvero importante farlo. Troppo semplicistico dire intuito o illuminazione, preferisce descriversi con vocaboli altisonanti. Così gli piace e così è.

Dato il precoce suicidio, si accende una nuova sigaretta, la tiene tra le dita mentre da uno schedario in parte al divano estrae due faldoni: uno è denominato con una sigla incomprensibile, l’altro solo con “GIULIA”. Seleziona da entrambi alcuni fogli. Mantenendo la divisione della provenienza manda una fotografia dal cellulare dei primi a un numero, l’altra dei secondi a un numero diverso. Nell’attesa di una risposta qualsiasi, si stira la camicia da abbinare al vestito buono.

_______

Enea entra in un parcheggio sotterraneo e sale sulla berlina dalla portiera socchiusa. Il suo abito antracite genera un contrasto elegante con i sedili in nappa color senape. Grazie alla benevolenza del proprietario ora appare in tutto e per tutto una persona di gusto.

«Hai fatto un ottimo lavoro Enea, complimenti. La prossima volta mi spiegherai. Questo è l’assegno. Pagati una domestica.»

«Nulla da spiegare, mi ha dato un compito che ho eseguito.»

Il committente gli rivolge un sorriso obliquo, la frase ricevuta e il suo tono appartengono a un copione prevedibile che rende poco interessante il resto della conversazione. Si appresta a sparigliare le carte.

«Non ho mai chiesto l’origine del tuo nome.»

«Un’idea di mio padre, uno dei suoi libri preferiti, anche se nei fatti ha dimostrato di privilegiare Odisseo.»

«Ah. Mi spiace.»

«Capita.»

L’uomo capisce di aver esagerato, si passa una mano tra i capelli bianchi e decide di tornare a uno scambio più serrato.

«Vorrei che facessi dell’altro. Intercetta tutte le comunicazioni di Giulia.»

«Non le bastano le evidenze?»

«Caro Enea, Giulia non è doppiogiochista, è complessa.»

«È dura rinunciare a una donna così ricca di fascino.»

«Con qualche anno in più sapresti leggere meglio la realtà.»

«Non mi dia dell’immaturo.»

«E tu non esprimere giudizi, ti pago per i risultati.»

Enea annuisce con la testa, piega il foglietto a metà, lo infila in una tasca interna della giacca, saluta ed esce dalla stessa portiera d’entrata.

Non è mai simpatico incontrare l’Ingegnere, ma lo paga bene e ha bisogno dei suoi soldi.

CONTINUA…

GIULIA – Antonello Venditti
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Melville

Quando lessi Melville accadde qualcosa di strano.

Non ricordo la mia età, solo ciò che fu.

Appassionatami come mai prima ai personaggi, decisi di stringere con loro un patto. Sì, non è procedura comune, ma questi uomini ricchi di sfumature ambigue avevano alimentato una curiosità caparbia e capricciosa. All’epoca non mi resi conto della conseguenze, eppure fatico a condannarmi, perdonando sempre ogni decisione al limite.

Il patto dicevo, pensai potesse essere una buona idea e lo proposi. Si raccolsero per un tempo lasso e ciascuno mi portò poi una personale risposta. Giusto. Ci salutammo nell’ora incerta e mi dimenticai di loro.

Il patto dicevo, il parto di una mente giovane e ambiziosa di sostanza, in sfida, amante del gioco proibito, lo formulai in questi termini: sarò in grado d’incontrarvi nella vita, promettetemi di farvi riconoscere.

Così è stato. E non è stato facile. Così è.

Oggi uno di loro si è reso riconoscibile e come ogni altra volta il boccone è sceso amaro.

Le sue parole sono scivolate semplici, sincere, modeste e le rispetto come si rispetta l’opera di un genio: “Preferirei di no.”

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Le età dell’innocenza 8

– Eccoti Pucci Amoremio! Com’è andata dal veterinario, caro?
– Male.
– Cos’ha il mio Pucci?!
– Non sono riuscito a farlo entrare.
– Cioè?
– Dopo 5 secondi ha attaccato un pastore tedesco e ha morsicato la mano dell’assistente.
– Pucci tesoro! Che ti hanno fatto Amore?
– L’ho dovuto portare via prima che mi facessero a pezzetti.
– Pucci vieni dalla mamma! Ti hanno fatto arrabbiare, piccolino? Eh? Tesoro, baci baci baci.
– Puoi non farti leccare la faccia?
– Ma sei pazzo? Questi sono i baci del mio bambino.
– È che poi ti bacio anch’io.
– E allora? Non c’è niente di schifoso, è amore, vero piccolino?
– Sì, ma… si lecca il culo!
– Pucci, Amore, non è cattivo, è solo un po’ invidioso, capisci? Ha paura che voglia più bene a te che a lui. Ma adesso la mamma gli spiega bene come stiano le cose, non preoccuparti, ci pensa la mamma a metterlo al suo posto.

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Le età dell’innocenza 7

– Caro mi ascolti?

– Sì.

– Non sembra. Cosa guardi?

– L’unghia.

– Allora mi stai ascoltando.

– No. Se guardo l’unghia non posso avere un pensiero che la riguardi?

– Mi sembrava assurdo.

– Hai creduto, quindi, che ti stessi davvero ascoltando perché se guardo un’unghia non ho di meglio da fare che ascoltarti?

– Be’ sì. Quella è l’unghia che ti sei appena tagliato, è già un rifiuto, presto la butterai e non ne avrai nemmeno il ricordo.

– Sbagli cara, devi capire, capire che ci può sempre essere dell’altro anche quando mi guardo un capello sul pettine.

– E cosa devo capire? Che sei in lutto tutte le volte che ti si squama la pelle, che ti soffi il naso, che vai al gabinetto?

– Brava!

– E perché dovrei essere partecipe di questi lutti quotidiani?

– Per capire me, no?

– Credo di non volerti conoscere così approfonditamente.

– Ma sono il tuo pigmalione!

– Grazie, sì, ti devo quasi tutto, ma piangerti la forfora no, è troppo.

– Vedi che non vuoi capire, non sei stupida, sei ottusa…

– Cosa fai adesso?

– Metto l’unghia in una tabacchiera, raccolgo reliquie da vivo.

– Che schifo!

– Lo faccio anche per te, quando sarò morto le potrai vendere.

– Ma sei pazzo? Nessuno comprerà mai certa roba!

– Perché? Non credi che qualcuno possa bramare il mio DNA?

– E per farci cosa?

– Sapevo di non doverti chiedere troppo.

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Le età dell’innocenza 6

– Non ho fame, dallo al pitone.

– Il pitone non mangia i tuoi avanzi.

– E cosa mangia?

– La cavietta.

– Mi hai riempito la casa di topi?

– Te ne sei accorto finalmente.

– Ma io pensavo fossero l’alludere alla mia mancanza di attenzioni!

– Ha dato qualche risultato?

– No, per questo non mi preoccupavo del fatto che aumentassero di numero.

– Sono solo cibo.

– Ma dobbiamo proprio tenere quella bestia in casa?

– È un animale come un altro, che fastidio ti dà?

– Un enorme fastidio!

– Ce l’hai con lui perché è più lungo del tuo pisello.

– Che stronzata! Anche gli alberi hanno rami più lunghi del mio pisello!

– Lo so…

– Che vorresti dire?

– Niente, dico solo che lo so.

– Ah, lo sai, lo sai eh? E che altro sai?

– Che non te la prendi con tutti gli alberi andando a tagliargli i rami, quindi perché prendertela con il pitone?

– Perché mi fa senso! E non lo voglio in casa mia!

– Preferisci che mi prenda un cane?

– Non voglio animali in casa!

– Ma io sì!

– Se ti prendo un vibratore è lo stesso?

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Le età dell’innocenza 5

– Che musica sublime, vero?

– Un’esecuzione mediocre.

– Ma che dici? È magnifica!

– Magnifica non direi, nella norma, dai, non di più.

– Perché?

– L’arrangiamento non è nemmeno originale, è copiato qua e là, pari pari. I musicisti sono quanto di meglio si sono potuti permettere, niente di eccelso quindi.

– Come sei categorico, a me sembra stupendo.

– A te.

– Cosa vorresti insinuare, che non ho una sufficiente cultura musicale per distinguere?

– No, per carità, è che devi ancora studiare, ascoltare, leggere anche qualche testo tra quelli che ti ho regalato.

– Con calma, ho anche altro di cui occuparmi.

– Esatto…

– Be’ e nel frattempo non posso esprimere i miei pareri?

– Con cautela, sii solo un po’ più prudente, soprattutto quando siamo in pubblico.

– Ah!

– Ecco.

– Ti ho mai messo in imbarazzo davanti ai tuoi dipendenti e amici?

– Qualche volta.

– E non me l’hai detto?

– Non sarebbe stato carino.

– Non lo è nemmeno ora, se è per questo.

– Sì, ma adesso almeno è chiaro che devi stare un attimo più attenta.

– Ah!

– Ecco.

– Dicevo, davanti ai tuoi dipendenti, nonché amici…

– Sì?

– Perché gli unici amici che hai sono i tuoi dipendenti.

– Bene, colpito e affondato, adesso mi prometti più attenzione?

– Ci penserò.

– Attenzione e cura.

– Cura in cosa?

– Nell’aspetto, cara.

– Che cos’ha il mio aspetto?

– Lo stile eccessivamente giovanile.

– Ma io sono giovane!

– Eh, dimostrare qualche annetto in più non ti farebbe male.

– Dovrei vestirmi come tua moglie?

– Ottima idea, per domani ti organizzo un appuntamento a casa sua, che ne dici?

– Vaffanculo!

–Ok, facciamo la prossima settimana allora, il tempo di sbollire, eh? Sei adorabile quando ti arrabbi, dai, vieni qui, fatti toccare, mh, sei calda quando ti arrabbi, mi fai impazzire…

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Le età dell’innocenza 4

Marisa Solinas e Bob Henry sul set di Una colt in pugno al diavolo

– Un’altra lettera?

– Sì.

– Chi te l’ha scritta?

– Un produttore.

– È stato gentile.

– Non direi, non sono condoglianze.

– Ah, di che si tratta?

– Mi vuole far causa.

– Ma chi è, quello dello spettacolo dell’anno scorso?

– Sì.

– Be’…

– Che c’entra, come osa?

– Eh!

– Cos’è questo tono, non vorrai dargli ragione?

– Vuoi dargli torto?

– Certamente!

– Hai fatto saltare otto date.

– E con questo?

– Sono un bel po’ di soldini.

– Non stavo bene.

– Non è vero, una sera ti ha beccato in una sala slot.

– Non posso spendere il mio tempo e il mio denaro come preferisco?

– Il suo denaro.

– Il mio! Vaffanculo!

– Dovresti limitarti, lo sai.

– È un passatempo.

– Il marito di Arianna è uno in gamba.

– Vuoi che vada da un terapista? Ma sei scema?

– No, dicevo così, nel caso in cui…

– Io non ho bisogno di loro, loro hanno bisogno di me!

– Sì, però, due parole soltanto, durante una cena a due, magari.

– No!

– Non puoi continuare a giocare alle macchinette.

– Non chiamarle così, non sono un tossico, è gioco d’azzardo. Il casinò è troppo lontano.

– Ma se vai anche dal tabaccaio a giocare!

– No, non mi mescolo, è capitato solo una volta intanto che ti aspettavo.

– Ah, è colpa mia allora!

– Se tu ci avessi messo meno a prepararti io nemmeno ci sarei andato a prendere le sigarette.

– Tu non fumi!

– Le sigarette di scena, per lo spettacolo, no?

– Potevi mandare la segretaria!

– Visto che avevo del tempo ho pensato allo spettacolo, che c’è di male?

– Allora non è colpa mia, sei tu il solerte.

– Più o meno.

– Sei tu, il vizioso.

– No!

– Ci passi quattro ore al giorno!

– Non è vero!

– Ma non puoi trovarti un’altra dipendenza, cristo santo?

– Già fatto, che credi, le esperienze le ho provate tutte!

– Bravo! Fatti prosciugare il conto in banca allora!

– Già fatto, che credi, ho detto tutte.

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Le età dell’innocenza 3

– Dove vai?

– Sembri mia moglie.

– Eh…

– Non sei mia moglie!

– Acuto.

– Nemmeno la mia segretaria!

– Cosa sono?

– Il mio scacciapensieri.

– Ho fatto progressi.

– Brava.

– Grazie. Dove vai, dicevo?

– A farmi fare un massaggio.

– Non è vero.

– A farmelo ciucciare da un trans.

– Non è vero.

– E che cavolo!

– Dai, dove stai andando?

–  …

– Credi davvero che non lo sappia? Volevo darti la possibilità di essere sincero, almeno con me.

– Sto con te perché posso essere sincero e trattarti male, cosa vuoi che ti nasconda?

– Le iniezioni di botulino.

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Le età dell’innocenza 2

– Ancora con la scorta?

– Sì.

– Che palle!

– Senti, non iniziare…

– Mi dà fastidio, tutto qui.

– Non ne posso fare a meno.

– Lo so, lo so, è che io sogno una nostra fuga, da loro, in un albergo, tu ed io, soli, come due amanti in incognito.

– Siamo due amanti.

– Ma con la scorta si istituzionalizza tutto!

– Non dire cazzate.

– Guardami mentre parlo, lascia stare il tablet, sto dicendo che si perde la poesia, il brivido, la trasgressione. No?

– No.

– E siamo anche ricattabili!

– Tu? Io lo sono, mi sembra già un bel brivido, scusa.

– Be’, anche io sono ricattabile.

– Davvero? Di che ricatto stiamo parlando?

– Che ne so, potrebbero spifferare tutto a mio padre.

– Ci ha presentati lui, avete una nuova casa al mare, mi sembra che sia largamente al corrente di cosa faccia sua figlia.

– …

– Su, via quel broncio, non dicevo davvero.

– E come dicevi?

– Sono un po’ nervoso, ho una riunione tra poco, devo farti portare al ristorante.

– E tu non vieni?

– Dopo.

– Ma io mi annoio!

– Ecco, non bere nel frattempo.

– E cosa faccio allora?

– L’altra sera ti hanno portata via dal ristorante mezza nuda, con il cestello del vino in testa.

– Stavo facendo il mio numero!

– Conosci solo quello?

– Sì.

– Ecco, non spogliarti però, non ti ho presa in un night.

– Parli come mio padre.

– Eh, più o meno…

– Perché non mi presenti a tua figlia?

– Non è il momento.

– Ma io voglio trovare il mio posto nel mondo!

– Ce l’hai già.

– E che posto è?

– Non è chiaro?

– No, dico un altro posto, quello professionale.

– Ah, professionale.

– Certo, come mi vedi tu?

– Nel mio letto.

– Sì, a parte il tuo letto, maleducato, non sono mica una di quelle.

– Mh, professionale eh? Direi che potrei pensare a un segretariato.

– Segretaria?

– Sì.

– Bleah!

– No?

– Ma no, qualcosa di più eccitante, qualcosa che mi metta un po’ più in evidenza, ecco.

– Scusa, sono arrivato, ne riparliamo. Ciao. Non ubriacarti, e nel tragitto fermati al negozio di lingerie, questa sera ti vedo gattona, ok?

– Gattona? Con la coda e le orecchie? Mi vedi gattona? (Ma che catz di fissa per i fumetti…)

Le età dell’innocenza 1345678
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Le età dell’innocenza 1

– Questo articolo parla molto bene del tuo ultimo saggio, è che non capisco cosa voglia dire qui…

– Fammi vedere, dunque, sì, l’ho letto stamani, vuol dire che la mia reinterpretazione del mito è simile in spessore e importanza a quella scritta un trentennio fa da quest’altro signore.

– Lui l’ha scritta prima.

– Sì, ma io ho dato un’interpretazione un po’ diversa.

– Ma se tu non avessi letto la sua adesso cosa avresti scritto?

– Qualcosa di simile a ciò che ho scritto, ma senza citarlo in lungo e in largo.

– Allora sarebbe passata inosservata.

– Non è del tutto sbagliato, brava la mia Piccola!

– Ma quanto è originale ciò che hai scritto?

– Non molto, un altro signore, questo citato, era arrivato allo stesso punto più o meno due secoli fa.

– E allora?

– Allora niente, io ho cambiato l’ordine degli addendi e ho usato un linguaggio moderno.

– L’hai copiata?

– Non si dice così, ho ripercorso le sue orme.

– Ma spessore e importanza li aveva già messi lui?

– Sì, non è sbagliato.

– E allora?

– Allora funziona così, mi guadagno da mangiare così, sono famoso perché ho fatto quello che stai facendo tu adesso.

– Cioè?

– Questa baracca me l’ha lasciata la signora che è nella foto all’ingresso.

– Ah, non è una parente?

– No, non la stai studiando all’università?

– Ah! È lei!

– Brava.

– Apperò!

– Che c’è? A cosa pensi?

– Che metterò la tua foto accanto alla sua.

–  Non correre così veloce, Piccola.

Le età dell’innocenza 2345678
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Ping pong

Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in riscucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui ha guardato la piccola e insignificante rompicazzo, ha abbandonato la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, l’ha schiacciata: crack! Al suono si sono affacciati i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro ha imbastito una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è stata, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna l’ha punzecchiato, Onorina gli ha controllato il cucito, Patrizio si è servito un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio di quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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Speciosità dei rapporti

(immagine da qui)

«Non ti vedo, dove sei?»

«Sono qui, raggiungimi!»

«Ma non ti vedo…»

«Dai!»

La mano s’immerge in un latte nero. Cercando il corpo morbido ne teme l’impatto. La stanza s’illumina e tutto cambia colore. Una voce di donna chiede.

«Cosa stai facendo Amore?»

«Cerco la mozzarella mamma.»

«Ma ti ho sentito parlare.»

«Sì, parlavo con lei.»

«Tesoro, lo sai che poi non riesci a mangiarla.»

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Stai da me questa notte?

“Stai da me questa notte?”. Sì.

Non è la prima volta che ti svegli nel suo letto. E che lo trovi vuoto. Vuoto.

È la prima volta che ti svegli nel suo letto e decidi di portarti via le lenzuola. Via le lenzuola. Via il tuo odore. Riprendersi il dato. Con un sacco.

Allora ti guardi un po’ in giro. Via tutto ciò che ha avuto l’onore di un tuo tocco. Nobilitare il nulla. In tre bauli.

Via tutto ciò di cui hai consigliato l’acquisto. Il tuo gusto per il suo abitare. Quattro borsine.

Via anche ciò che ti piace, tutto ciò che ti è sempre piaciuto di quell’appartamento. Il ratto di uno stimolo estetico. Tre scatoloni.

Quanti i ricordi degli amori che ti hanno preceduta, ma tu sei l’ultimo amore, quello significativo, hai già strappato le facce alle altre, le hai già annegate nella massa di ricordi nuovi e indelebili, portarti via le loro minute pendenze non offenderà nessuno. Lo scalpo. Un sacco nero.

C’era qualcosa che non andava. Via le fotografie. Nella mia immagine la mia anima. Una cartellina.

Cosa non avete fatto sul tavolo, sul tappeto, sul divano. Frammenti di vita. Via.

Certo, qualcosa non andava.

“Sì, porti via anche questo” hai detto all’uomo dei traslochi “e dove portiamo tutto?”, eh, e dove portano tutto? “Al mercatino dell’usato”, “Lei abita lì?”, no, non abito lì.

Poi sei uscita sul balcone, hai dato un colpetto con il piede alla gamba dell’uomo seduto sulla panchina liberty. Il corpo si è lasciato cadere sul fianco. Hai controllato che non respirasse e sei uscita seguendo un TIR.

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Ali

Mikael Buck per Pinterest

Nott, la mappa è sbagliata, non può essere questo l’itinerario, non riconosco le coordinate. Ho controllato, ne sono sicuro, è escluso: le coordinate sono errate e io non le riconosco! Dai un’occhiata ai valori di scambio se c’è un’alterazione in corso, potrebbe aver fatto saltare gli altri parametri.

Tutto in linea.

Non capisco. Da qui a là ho sempre usato le stesse scale gerarchiche, stessi numeri, stesse proporzioni di riferimento, anche con la dieta idrociclotimica mi sono attenuto ai valori preferenziali per assecondare i salti di stato, sono perfettamente in soma, come le altre volte.

Alita, per cortesia.

Hhhhhhhhaaaaaaa.

Hai ragione, ma le coordinate sono quelle che vedi.

L’anomalia non è tautogena, il rischio è imprevedibile. Quanti kip abbiamo se restiamo fuori?

6 kip, riciclo a doppio flusso.

Bastano per una zona franca. Mostrami la più vicina. Ok: Pumtà. Sì, è fattibile, ma, Nott, quelle cazzo di coordinate! E chi se la sente di rischiar…

Odi. Che succede Odi? ODI! Ricompatta! Lascia il salto e ricompatta subito!

Ali Nott, da dentro. Capisci? Oddio, mi escono ali dalla bo-cca, le vedi? Le vedi anche tu? Ali venate d’azzurro e verde, risplen-dono di luce riflessa (accecano a tratti). Nott io non conosco le coordinate precise, non posso flapppp non posso davvero flapppp non so cosa fare!

Stai fluttuando Odi! Così esci dal prisma!

Non posso farne a meno flapppp sono loro, io sto provando a opporre resistenza, amico, ma fa male, brucia! flapppp

Ok Odi, ok… lasciati andare. Fai buon viaggio. È stato bello conoscerti.

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Di

Dov’è l’Eroa?

Lì, liminare. Fantasma al mondo. Accampata sulla zolla del possibile si prepara all’ultimo guado del rito di passaggio.

Ha solo due indumenti con sé: la corazza di Agon e la veste leggera di Ilinx. Dopo aver dato loro il cambio, ora indossa entrambe.

Più in là è seduto lui, con il mantello di Mimicry e con sul capo la bella corona di Alea.

Gli incontri precedenti erano stati baciati dalla gioia d’intessersi delle due stoffe, alla ricerca del sacro: l’unico modo per uscire insieme dal gioco, abbandonando al suolo corazza e corona.

Adesso ciascuno, nella propria sabbia mobile, assiste all’altrui sprofondo.

– Tirami fuori con il canto della tua voce.

– Tirami fuori con la forza della tua mano.

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La sciagura

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

Aladino nel Giardino Magico, illustrazione di Max Liebert dal libro di Ludwig Fulda Aladin und die Wunderlampe.

È da un anno e mezzo che va avanti così. All’incirca.

Questa cosa succede. In continuazione.

Ok, ci si adatta, siamo animali da soma, il peso è nei patti, ma abituarsi è difficile.

Ci metti un attimo a prenderne atto. Più di un attimo, a dire il vero. Ci vuole un sacco di tempo per collegare i fili, cablare la rete e quando lo scenario è completo tutto cambia. Il pensiero vacilla.

Questa cosa è per stomaci forti.

Non è un vanto: è quanto.

Genesi e persistenza del fenomeno hanno la loro importanza. Qualcuno potrebbe applicarsi in studio, scoprire il meccanismo al governo del processo e la conseguente rivoluzione sarebbe epocale. Meraviglia e Giustizia finalmente a irradiare.

E chi se ne frega!

Eccola che irrompe, la vocina d’istanza dietro l’orecchio destro. Chissà cosa c’è dietro l’orecchio destro, una coscienza piccola e stronza, suppongo, tesa a buttarmi giù non appena formulo un’idea universale e grandiosa. In genere riesco a silenziarla con poco sforzo, scuoto i capelli per farla scorrere in lunghezze, un altro colpo di testa deciso per staccarla agli apici. Oggi è impossibile, è solida e avvinghiata. Comunque, lei non ha nulla a che fare con tutto ciò, è solo un giudizio, una considerazione in merito, uno stato d’animo di fronte all’inspiegabile.

Dell’inspiegabile c’è poco da dire. Ma quel poco è disorientante. Questo inspiegabile, inoltre, trova dimora nelle fiabe e basta. Me le sono lette tutte, vi ho dedicato giorni e notti (perché lì è descritto molto bene, oh come è descritto!), ma non ci ho capito un cazzo lo stesso. La descrizione è inutile, mi è tutto noto. Ecco, sulle conseguenze qualcosa ho imparato. Poco. Sul resto, niente.

Io e il mio inspiegabile conviviamo ormai forzosamente; prendere le misure è d’obbligo, ma sono misure dinamiche, mi risulta sfiancante. Solo estraniandomi lo stacco davvero e, lasciandolo galleggiare, lo vedo. Riesco perfino a parlarne, quindi, l’inspiegabile è: io esprimo un desiderio, lui si avvera.

Sono una persona fortunata.

E non ne posso più.

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Di voci e di mano

Nero. La palpebra sbatte.

Il fiuto non aiuta e l’udito banchetta. Una voce –ciao– un’altra voce –vieni– un sussurro –segui– il lamento. E via ancora. Una voce –io– un’altra voce –segui– un sussurro –ferma– il lamento.

Il nero e le voci. Insieme. Il volume in spessore riempie di pece, scomposto si torce sottile in ronzio, blocca il trigemino, immobilizza la lingua. L’odore va in acre e il respiro si appende.

La porta. La porta!

Al tocco della maniglia un frastuono alle spalle. Ahi!-Checcazzo fai!-La caviglia!-Ma sei scemo?-Bastardo!-Un dente, due denti! Aaaaah! Le ditaaaa!

E una mano le prende la mano.

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Conferenza

“… e finanche, foss’anche…”

Scrittrice Maledetta: «Ma cosa sta dicendo quello lì?»

Amica Scrittrice Maledetta: «Ma si, non farci caso, dai.»

SM: «Come non farci caso, ha detto finanche

ASM: «Ma sì, ma sì, lascia perdere.»

SM: «Sto male…»

ASM: «Dai, non fare la solita scena.»

SM: «Spruuuuuuuuattttttt!»

ASM: «Che fai?»

SM: «Vomito, non vedi?»

ASM: «Ma smettila, fai finta di niente per una volta, no?»

SM: «Fa parte del personaggio: calmanti, vino, acidi e vomito… dimenticavo il rimmel impastrocchiato sulla tempia.»

ASM: «Ma non esci mai dal ruolo?»

SM: «No, scusa… spruaaaaaaaattttt!»

ASM: «Ma che schifo!»

SM: «Non possiamo andarcene da qui? Il tedio è finanche fisico.»

ASM: «No, voglio ascoltare. Spostiamoci però, se no va a finire che pesto la pozza.»

SM: «Va bene, resto, ma se pronuncia ancora quelle parole vomito.»

ASM: «Non sono così brutte.»

SM: «Non sono bru… fin… foss… spruuuuaaaaatttttt!»

ASM: «Ma hai su il rossetto indelebile?»

SM: «Sì, come te ne sei accorta?»

ASM: «Regge gli urti. Costoso?»

SM: «Una cifra.»

ASM: «In compenso ti puzza l’alito da far paura.»

SM: «Se repello va bene, repellere e attrarre, è il mio motto.»

ASM: «Anche il motto adesso.»

“… sorprendentemente obliquamente!”

SM: «No!»

ASM: «Che hai adesso?»

SM: «Queste no.»

ASM: «Ma piantala!»

SM: «Sono bellissime… ci faccio tutta una tirata domani piena di citazioni dotte.»

ASM: «Che schifo!»

SM: «Sì, ci metto anche lo schifo, attrarre e repellere, repellere e attrarre, ricordatelo.»

ASM: «Ho fame, paghi tu la cena?»

SM: «Lo so che la tua amicizia è interessata.»

ASM: «Brava!»


Questa è la versione reagalatami da Camelia Nina!

Grazie 😉

“… e finanche, foss’anche…”

Scrittrice Maledetta: «Ma cosa sta dicendo Lui?»

Amica Scrittrice Maledetta: «Ma si, non farci caso, dai.»

SM: «Come non farci caso, ha detto finanche!»

ASM: «Ma sì, ma sì, lascia perdere.»

SM: «Sto male…»

ASM: «Dai, non fare la solita scena.»

SM: «aah!»

ASM: «Che fai?»

SM: «ehm… niente, non vedi?»

ASM: «Ma smettila, fai finta di niente per una volta, no?»

SM: «Fa parte del personaggio: amanti, citazioni, musica e …ahaaha… dimenticavo il rimmel impastrocchiato sulla tempia.»

ASM: «Ma non esci mai dal ruolo?»

SM: «No, scusa… aah!»

ASM: «Ma che schifo!»

SM: «Non possiamo andarcene da qui? L’eccitazione è finanche fisica.»

ASM: «No, voglio ascoltare. Spostiamoci però, se no va a finire che pesto la pozza.»

SM: «Va bene, resto, ma se pronuncia ancora quelle parole vengo.»

ASM: «Non sono così brutte.»

SM: «Non sono bru… ahaah fin ahhaaa… foss… ahaaa!»

ASM: «Ma hai su il rossetto indelebile?»

SM: «Sì, come te ne sei accorta?»

ASM: «Regge le incontinenze. Costoso?»

SM: «Una cifra.»

ASM: «In compenso ti si sente l’odore da far paura.»

SM: «Se repello va bene, repellere e attrarre, è il mio motto.»

ASM: «Anche il motto adesso.»

“… sorprendentemente obliquamente!”

SM: «No!»

ASM: «Che hai adesso?»

SM: «Queste no.»

ASM: «Ma piantala!»

SM: «Sono bellissime… ci faccio tutta una tirata domani piena di citazioni dotte.»

ASM: «Che schifo!»

SM: «Sì, ci metto anche lo schifo, attrarre e repellere, repellere e attrarre, ricordatelo.»

ASM: «Ho fame, paghi tu la cena?»

SM: «Lo so che la tua amicizia è interessata.»

ASM: «Brava!»

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Regalo

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

foto da qui

«Che ore sono?»

«Le 23:58.»

«Ancora due minuti.»

«Dai, che palle, aprilo.»

«Ssst!»

«Non sopporto quando fai così.»

«Un attimo solo. (Certo che metti un’ansia.)»

«Ah, io metto ansia? Hai problemi con le sorprese?»

«No.»

«Cosa potrà mai esserci dentro?»

«Un regalo.»

«Eh, sarebbe bello scoprire di cosa si tratta. Dubito sia un pagliaccio con la molla.»

«Sono terribili i pagliacci con la molla. Che ore sono?»

«Le 23:59. Apri questo pacco?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Sto rovinando l’attimo?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Ti ricordo che è anche per me. Dai!»

«È un rito importante.»

«Importante ‘sto par di palle!»

«Silenzio, il momento sta arrivando.»

«Ok hai vinto, meno 20, 19, 18…»

«Non sfottere.»

«Vuoi un cerimoniale? Una musica di sottofondo magari? Un coro di voci bianche?»

«Magari! Ore?»

«00:00 del 25 dicembre, contento?»

«Sì. Bisturi… aspira. Pronto con il divaricatore.»

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Bianco horror

Il latte scivolò sul tavolo, cadde a terra.
Si rialzò.

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Troppo

Dopo essere stata a lungo in vacanza su World of Spheara, una nuova protagonista torna a casa dalla sua autrice.

Nel maggio di quell’anno fece una scoperta: dopo sei mesi di occhiate ricambiate, di accalorato fiorir di gote, di deglutizioni asciutte e spaesamenti, il bel tenebroso di quotidiano incrocio aveva una voce. Bella.

Se l’era immaginata in profondità e spessore, impegnata in frasi rigeneranti l’ego e l’aveva nascosta in un luogo sicuro, nel timore di doversene staccare all’incontro con quella reale. Invece no, nessuna delusione. Nel maggio di quell’anno non ci fu perdita. Solo un problema: «Ippo-po-polita! Che bel no-nome!»

Ah!” esclamò mentalmente, sorpresa non tanto dalla previsione di conversazioni travagliate, quanto dai significati assunti dal suo nome in quel suono sincopato. Tre, almeno. Nessuno lusinghiero. O forse sì. O forse no.

Quanto tempo le sarebbe occorso per raggiungere le belle labbra e zittirne il suono? E dopo, quanto avrebbe retto l’impaccio da impiccio? E infine, a quale diminutivo affidarsi per evitare il riproporsi di tutti quei significati?

Troppo. Troppo il tempo delle fantasticherie. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel giugno di quell’anno fece una seconda scoperta: dopo un mese di titubanze, di avvicinamenti discreti e di sfiorar di pelle, Fulvio (perché anche lui aveva un nome, pronunciato da Ippolita con l’enfasi dovuta a una speranza che si vuole importante e realizzabile) aveva una fantastica propensione per lei.

Si accorse del movimento sotto il tessuto in un casuale combaciar dei corpi e ne fu colpita come se da lì partisse un’accensione con elettrica urgenza. La propensione era talmente definita da inorgoglirle i sensi e da permetterle di aprirsi a sensazioni effluenti. Un unico inconveniente, lui non riusciva a mantenerla. La propensione si era mostrata timida nei momenti sbagliati, vivace in luoghi non propizi, scultorea in presenza di parenti e amici.

Ah!” pensò ogni volta, non tanto preoccupata d’essere interessante ora sì e ora no, quanto per le preferenze mostrate dalla propensione, così difficili da soddisfare.

Troppo. Troppo per una storia appena nata. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nell’agosto di quell’anno fece una terza scoperta: dopo due mesi di carnalità ondivaga, di stop and go, di eccitanti improvvisazioni, Fulvio aveva esternato un virile desiderio di famiglia. Lei non vi aveva fatto caso, ma il suo sciogliersi di fronte a pargoli variamente impegnati in lallazioni, capricci e lancio di pappe, la mossero a considerare l’evenienza.

L’evenienza fu sobillata anche da frasi magiche pronunciate da lui lungamente e in più riprese, sintetizzabili in “con la pancia sarai bellissima”, “ti massaggerò le gambe” e inequivocabili “noi tre”. Nell’enfasi di un tale turbinio di proiezioni nel futuro, a Fulvio sfuggì una verità: era sposato. Sì. Con Marcello.

Ah!” si trovò quasi a dire, non tanto per la presenza di un legame ufficiale, quanto per essere stata catapultata nella competizione con un uomo, ricco, generoso con il giovane marito e promotore della sua realizzazione professionale.

Troppo. Troppo per chi vuol metter su famiglia. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel settembre di quell’anno fece una quarta scoperta: era incinta. Festante e sicura comunicò la lieta novella a Fulvio che l’abbracciò, la baciò e la coccolò per l’intero giorno.

Sul far della notte la condusse su un prato, illuminato da una luna invadente, le carezzò i capelli, la dondolò in abbraccio e, perdendo la dizione a tratti, che tanto intenerisce una donna, le disse: “È un sogno che si realizza. Mio e di Marcello.”

«Ah!» sbottò finalmente.

Ippolita si diede all’ippica.

Con il suo piccolo in spalle cavalcò elegante sulle rive chiare e sabbiose del Po, l’unico luogo in cui i significati si congiunsero a un senso.

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Attilia

Dopo essere stata a lungo in vacanza su World of Spheara, Attilia torna finalmente a casa dalla sua autrice (sperando di non incontrare nessuno).

Immagine di Bob Comix

Ore 21:00.

La strada è illuminata a stento. La pioggia ha da poco smesso di scendere e ora è tutta lì, ad amplificare pochi passi in sequenza. Attilia si è intrattenuta più del dovuto in compagnia della demenza materna e sta tornando a casa, per il cambio della lettiera. Chiude le spalle, stringe la borsa, l’ombrello e via svelta, sperando di non incontrare nessuno.

Con carica da bisonte da un vicolo irrompe un’alta figura scurita in volto dall’ombra di un cappuccio. La urta, senza segno di dispiacimento o cura. Le sue mani armeggiano lasciando una plastica leggera ai capricci del volo.

«Signorino, la plastica delle sigarette.»

«Eh?»

«La raccolga Signorino, è sua.»

«Oh, vecchia, non mi devi rompere i coglioni!»

La carica del bisonte ha trovato una vittima da calpestare.

Attilia gira l’ombrello, lascia scivolare il manico verso il basso e, impugnata l’estremità di ferro, con un potente colpo di dritto aggancia la caviglia del giovane, portandola in alto. Il busto resta sospeso a mezz’aria il tempo dell’incredulità. Poi piomba pesante a terra.

«Aaaaaah…»

Attilia si avvicina al ragazzo sui suoi tacchi da 4 centimetri, fa nuovamente scivolare l’ombrello nella mano, impugna il manico e appoggia la punta in mezzo a un ventre lasso.

«Cos’hai qui?»

«Aaaah!»

«Hai l’ombelico. È questo il centro del tuo mondo?»

«Ferma!»

Attilia non ascolta ed esercita una lieve pressione. Il giovane si issa sui gomiti e li usa per indietreggiare. La punta gli è sul pube. Ad Attilia compare un sorriso.

«E qui cosa c’è? L’orpello da cui trai ragione?»

Il ragazzo, dimentico del male, si alza all’istante, la guarda con timor panico e scappa da bisonte ferito. Il primo angolo da svoltare è il suo porto sicuro. Sparito. In un amen.

Attilia è nuovamente sola. La strada è illuminata a stento. Si guarda intorno, chiude le spalle, stringe la borsa, l’ombrello e via svelta, sperando di non incontrare nessuno.

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Punto

(Questo racconto compare anche su World of Sphaera, in compagnia dello splendido contributo di Raffa)

Facciamolo. Un respiro profondo e si parte.

Tu li vedi lì, ok? Allora, c’è qualcuno che li vuole togliere da lì, ok? Non importa, magari perché li vuole “salvare”, succede sai? Allora, uno come me magari, che vuole fare qualcosa quando c’è chi ha bisogno, no? E non si rende conto che invece lì c’è tutta terra bruciata, vita bruciata, non c’è niente insomma, o meglio, c’è qualcosa, ma tu mica lo vedi, che sei preso da vedere altre cose. Insomma, loro sono lì e ti dici che li togli da lì. Magari uno solo, no? Allora ti vesti, come loro dico, ti vesti così, non ti lavi per giorni, cerchi di andare a prendere puzza di scarto dove capita. Lo fai perché se no mica ti ascoltano, no, ti sputano addosso, se no continuavano a fare quelli normali, se no col cazzo che li vedevi e li volevi salvare, avresti detto “ma salvati da solo che hai solo scelto e puoi scegliere, stronzo”, perché ce n’è di gente normale da salvare, ma non son mica cazzi miei, quelli possono ancora scegliere, a volte. Comunque ti vesti e odori come loro, raccogli pezzi di cibo ai cassonetti, fanno schifo eh, però il cartone non fa schifo, è sempre pulito il cartone, che ti devi avvicinare per mimesi, dicono quelli dei corsi, io ne ho fatto uno al lavoro, di corsi dico, e mi han parlato della mimesi e mi è piaciuto quel concetto lì, mi è rimasto impresso, ma non è vero per tutti, per questi un po’ sì, ma non sempre, ma lo scoprirò dopo. Allora io mi avvicino, ma sono solitari e mi guardano peggio, gli rubo il giaciglio, lo spazio nello stanzino del bancomat. Io credevo di riuscire a parlare, ma no, mi sputano lo stesso. Allora cambio vestito, una cosa media, un po’ puzzo e un po’ si vede che le scarpe sono usate, ma sono di marca e allora mi guardano strano, ma ascoltano e io parlo e parlo e loro ascoltano e io mi sento finalmente ascoltato e torno anche il giorno dopo. Poi ti vien voglia di portarli a casa no? Chiedo se vogliono un bagno caldo e un piatto di stracotto e mi guardano male, ci starebbero, ma hanno paura del conto, del mio conto, magari sono un pazzo omicida, un picchiatore, uno stupratore, un sadico. Lo sanno che a volte c’è chi si interessa a loro, ma non si fidano, i motivi dell’interesse sono tanti e così rifiutano per un po’, ma tu continui ad andare a parlare e loro ti ascoltano e poi ti raccontano delle cose che non sei mica pronto ad ascoltare, perché tu di cose ne hai viste tante, ma queste ti fanno piangere come un bambino perché sono storie strane, universali, uguali per tutti, dico. Ti dici che è un caso se non sei al loro posto e non capisci che caso sia, se un caso benevolo o malevolo e non capisci più che cazzo stai facendo, perché io sono onesto e riconosco quando sto imparando. E ti rendi conto che ci sono dei fatti, messi nella vita di uno come delle virgole, no, ecco, delle virgole che metti nell’esistenza e che cambiano il senso all’esistenza e poi ci sono dei punti. Punto.

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Come quelli veri

Finalmente ci siamo riusciti!

A far cosa?

A portare su queste pagine la lettura di Alberto Bertow Marabello di Lei sulle tue dita, diventato per l’occasione Lei su i tuoi diti.

Visto!

Non quel video là, con la bella dedica d’accompagnamento, questo qua, che è quello originale, alla velocità giusta, nel quale si coglie la profondità del testo, la drammaticità intrinseca, il turbamento e, non ultima, l’interpretazione sentita e sofferta dell’attore (veneto l’attore, sì, veneto è veneto).

Come quelli veri?

Come quelli veri!

LEI SU I TUOI DITI – Dal suo canale youtube

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Un ricordo / 1

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Riassumendo/1

L’avventura estemporanea e itinerante di SPALLONI richiede che ogni tanto mi fermi a fare il punto della trama. Riassumendo:

Capitolo 1 – ADUNANZA

  1. Sangue nel lavandino: è il segnale. Con il segnale arriva la chiamata di conferma (che annuncia l’adunanza alle 00:15).
  2. Lui e lei sfidano il coprifuoco per raggiungere il luogo stabilito. Lui ha la mascherina (e la porta anche a letto).
  3. L’Aula Magna è piena nonostante i divieti e gli unici individui con la mascherina sono Lui e una donna sottobraccio a un direttore editoriale.

Capitolo 2 – UN MESE PRIMA

  1. Lui riceve le gocce di prepotenza organica, il preparato da assumere per sensibilizzarsi al segnale – il sangue – dell’arrivo dell’accadimento (immunizzante al resto).
  2. Lucio è tenuto a consegnare le gocce ai nuovi cooptati e non condivide tutti i nomi iscritti nella lista da Claudio.
  3. Lucio porta a Elisabetta i boccettini che si rifiuta di consegnare. Lei ricorda quando fu cooptata da Umberto.
  4. Lui mostra a lei le gocce. Sono il segno di un’appartenenza esclusiva e il simbolo di un’imminente carriera, a spese del padre di lei.
  5. Ciccino si vanta con Stellina di aver ricevuto da Elisabetta le gocce e le chiede di cucirgli gli scarpini cerimoniali. Stellina contratta il cucito con la promozione del suo libro.
  6. Lui e Stellina sono alle prese con un amplesso difficoltoso. Stare con altri per interesse è stressante, ma dopo l’accadimento potranno tornare ufficialmente insieme.
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Lei sulle tue dita

Questo racconto ha pochi mesi, oggi l’ho portato a socializzare su world of sphaera.

Kazuhiko okushita

Il pesce ha dato un colpo di coda e in torsione ha spostato la pancia, in alto.

Mi spaventa sempre un po’.

È successo anche ieri. Tu eri alla cena di lavoro. Capiterà mai che si invitino mogli alle cene? Quando le organizza la nostra Società, le coppie clandestine ne approfittano e dopo il primo piatto spariscono. Puff!

Da quell’istante tutti sanno di non dover andare in bagno, a prendere i cappotti o alle macchine, per non imbattersi in scene d’itinerante sesso selvatico. Mentre in sala si assapora dell’ottimo Cacc’e Mmitte, altrove lo si pratica. Da voi non capita? No? Che felice eccezione. Comunque, sazi, gli amanti riemergono all’ora del dolce. Prosciugati dall’arsura da fiamma bevono, bevono e bevono, fino a mandar giù il sapore dell’altro.

Anche tu ieri sera eri disidratato, ti sei scolato un intero litro d’acqua, prima di venire a letto.

Non gradisci l’argomento. Ti giri verso il frigorifero cercando un interesse solido. Sbadigli perfino. Qualche passo e sei la sagoma nera davanti a una luce colma di auspici. Noto soltanto l’abbassamento del baricentro. Ti sei appesantito, Amore.

Sbircio il tavolo. Rosolino è ancora a pancia in su. Galleggia. Potessi farlo io.

Buono il tramezzino? Sì? Con la bocca piena ora puoi ascoltare il turbamento della tua donna?

La risposta è ricca di frammenti di cibo sputacchiati. Ne schivo alcuni.

Ottimi riflessi, già, ho anche le gambe zuppe di acido lattico. Mah, ti avrò dato calci questa notte per zittire il solito rantolio. Non hai lividi alle gambe? Peccato.

Mastichi, mi dai un buffetto sulla guancia, deglutisci. Con il pollice indichi la posizione del pesce alle tue spalle. Non ti sei lavato le dita, da ieri. Va bene, continuo.

Ho delle ipotesi in merito alle pantomime di Rosolino: la prima è che con il suo movimento ambiguo lo chiami; la seconda è che ne senta l’arrivo e vada in trance.

Ridi. Mi baci la bocca con labbra unte e ti liberi delle briciole spostandole sul divano. Ridi ancora. Incroci le gambe deciso a seguirmi in questo viaggio, appollaiato su scetticismo. Hai l’aria divertita di chi vuole assistere all’ennesima idiozia di una moglie stravagante. Sono il tuo personale show. Non so se voglio davvero condividere questa cosa.

Mi spettini i capelli, vigoroso. Per farti smettere devo desistere. Va bene, continuo.

È carino, sai? Piccolo. Scuro. Odora di legno intriso di catrame e di presenze salmastre; un profumo di liquore prevale sugli altri e, aromatico, s’infila dritto nel naso mentre, etereo, gonfia minute pezze giallastre. Scomodato da Lilliput, veleggia immobile nella boccia e vive, respira, in una bruma impalpabile.

Non guardarmi così. Son seria!

Odio dover dire “son seria” e vorrei cambiassi atteggiamento. Se non tiri giù gli angoli della bocca, se preferisci lasciarli appesi, io non posso andare avanti. Mi fermo qui, non ti racconto altro. No, non toccarmi i capelli! Mo-o-lla! Ancora il lezzo di lei. Va bene, continuo.

Come un trofeo in bottiglia, o il messaggio lanciato all’onda da chissà quale marinaio essiccato al sole, il veliero fantasma punta la prua verso di me e attende. Se non mi accorgo della sua venuta, sottili voci chiamano, compresse dalle misure e ridotte in confusi brusii senza senso (le senti? Io le sento).

Iniziamo un dialogo fitto, da qualche parte nella mia testa, che mi fa sentire forte, capace, potente. Capisci? Non importa.

In quel fraseggio tutto diventa semplice, e io mi scordo chi sono. (Chi sono?).

Poi la vista si offusca.

Che c’è? Che cos’ho? Non toccarmi gli occhi per favore. Ti puzzano le dita razzadibifolco! Mi pulisco da sola!

Oh, una lacrima nera. No, non preoccuparti, mi è venuta anche ieri, adesso passa. Dura poco, davvero. Guarda, l’ho tirata via.

Ne ho un’altra?

Ne ho gli occhi pieni?

Finisco e passa. Stai buono un secondo. Finisco. E passa.

So tutto di quel bastimento: conosco chi lo abita, le battaglie intraprese, come giocano col tempo. La loro storia, ora, è anche un po’ la mia. Mi hanno accolta come sposa novella, istruendomi. Io ho imparato.

Amo quel mondo tondo e perfetto, racchiuso nella sua palla di vetro. Ordinato e impietoso, è dotato di avvocato, di giudice e…

di un BOIA!

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Mascherina, io ti conosco!

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