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il possibile

Paolo 2

Ciao Paolo.

No, non ero venuta a Mantova per prenderti le misure.

Sì, un po’ sì.

Ciao.


(immagine di Fausto Gilberti, foto tratta da qui)
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essere X X

Ittiogenico

Ittiogenico. X si è appassionato al termine.

Così l’ho portato a veder pesci.

Storioni (e mi hanno regalato uova).

simon's gifs & images
X in acqua
(flow, immagine di simon da no gifs allowed)
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Dell’impossibile

RACCONTINO DELL’ASSURDO SU WORLD OF SPHAERA!

TITOLO: LA SCIAGURA

Buona lettura!

Nel frattempo lascio qui una canzone che ben aiuta a entrare nel mood di una narrazione.

Accade – CSI
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Regalo

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

foto da qui

«Che ore sono?»

«Le 23:58.»

«Ancora due minuti.»

«Dai, che palle, aprilo.»

«Ssst!»

«Non sopporto quando fai così.»

«Un attimo solo. (Certo che metti un’ansia.)»

«Ah, io metto ansia? Hai problemi con le sorprese?»

«No.»

«Cosa potrà mai esserci dentro?»

«Un regalo.»

«Eh, sarebbe bello scoprire di cosa si tratta. Dubito sia un pagliaccio con la molla.»

«Sono terribili i pagliacci con la molla. Che ore sono?»

«Le 23:59. Apri questo pacco?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Sto rovinando l’attimo?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Ti ricordo che è anche per me. Dai!»

«È un rito importante.»

«Importante ‘sto par di palle!»

«Silenzio, il momento sta arrivando.»

«Ok hai vinto, meno 20, 19, 18…»

«Non sfottere.»

«Vuoi un cerimoniale? Una musica di sottofondo magari? Un coro di voci bianche?»

«Magari! Ore?»

«00:00 del 25 dicembre, contento?»

«Sì. Bisturi… aspira. Pronto con il divaricatore.»

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La tristezza

Polesine – opera di Marco Rosellini

Questo Regalone mi è particolarmente caro poiché è testimone della volontà di ALESSANDRO GIANESINI di esplorare l’insolido sentiero che porta a luoghi muti e urlanti: le emozioni.

Gli sono grata per aver deciso di condividere così tanto.

Il percorso è iniziato con il racconto LA RABBIA, che ho avuto l’onore di ospirare in questo spazio in anteprima; ora è di ritorno a casa.

(ALE, GRAZIE)


Lo schermo è scuro, buio, immoto: nessun led che lampeggia, nessun bip a indicarmi un sussulto di vita; scorro le e-mail, ma quest’oggi nemmeno lo spam sembra interessato a me.

Infilo il telefono in tasca e me ne esco per una passeggiata: la mente si arrovella senza tregua, senza lasciarmi nemmeno il tempo di godermi quell’alito di vento che fa viaggiare veloci le nuvole, che corrono libere almeno quanto i miei pensieri.

Il telefono vibra, trattengo il fiato, ma è solo il meteo che mi avvisa che oggi c’è il sole «Grazie tante, eh!» gli rispondo, ma ne approfitto per scorrere con le dita in cerca di altro: niente. Elimino la notifica, scuotendo il capo e ricominciando a rincorrere le mie preoccupazioni, anche se forse son loro a inseguire me, ovunque vada, ovunque volga lo sguardo.

Com’è che sono finito in questo circolo vizioso? Era una mattinata così piena di allegra ipocrisia, saluti, baci, messaggi e poi… e poi niente, come se fossi sparito dalla faccia della terra.

Ripasso mentalmente tutta la giornata e la mano si infila in tasca: giusto una sbirciatina. Niente.

Non c’è nemmeno un runner da salutare oggi? Han deciso tutti che devo essere solo? Va bene, lo accetto…

Sì, come no! Non riesco a essere sincero nemmeno con me stesso? Ci sto male, ma non posso far altro che aspettare, muovermi, guardare. Lo vorrei gridare al mondo quanto sto male, ma sono talmente giù di corda che non ho avuto nemmeno il coraggio di parlarne con i miei amici.

Una macchina! Sembra che mi stia salutando, ma poi mi accorgo che mi sta solo facendo segno di stare in parte perché sono finito in mezzo alla strada. Cos’è? Il subconscio che ha deciso che è meglio lasciar perdere tutto e finirla qui?

Mi fermo a guardare l’acqua di un fosso che scorre lenta, un paio di pesci che si allontanano seguendo la corrente e la carcassa di una nutria a pelo d’acqua, lì vicino.

Perché sono venuto da questa parte? Perché proprio questa strada? Per non incontrarti in centro o è perché era la strada che facevamo insieme la domenica dopo pranzo?

Tutte e nessuna, chiaro. Ma io sono ancora qui a rivivere quei sorrisi al mio fianco, quelle volte che mi indicavi un airone o quando mi facevi cambiare strada perché c’era un cane che abbaiava a un cancello.

Dove sono quelle giornate di sole mano nella mano? Solo nei miei ricordi, ma non sono caldi come gli abbracci e le coccole che ci scambiavamo.

Faccio dietrofront quando vedo la casa che ci piaceva tanto e su cui facevamo tanti progetti. Quei progetti ora che fine faranno? Non lo so, la casa è bella lo stesso, ma non è più la stessa senza immaginarmici dentro assieme a te.

Ci vuole mezz’ora per tornare alla civiltà e ogni singolo secondo è te che vedo in ogni fiore, in ogni albero, in ogni sagoma che scorgo in lontananza. Un attimo, quella non è la mia immaginazione: sei proprio tu.

Sei da sola, cammini spedita e mi vieni incontro: il cuore perde dei battiti, ma chi se ne importa. Stai sorridendo, non c’è dubbio e sorrido anch’io.

Quando siamo vicini sto per abbozzare un «Ciao» addobbato da un sorriso, ma vedo il cavo dell’auricolare e tu non stai certo parlando con me. La smorfia resta paralizzata sulle mie labbra, mentre da parte tua vedo solo un’occhiata sdegnata, come se l’avessi urtata per sbaglio.

Passo oltre, il sorriso è rimasto stampato sulla mia faccia, ma si spegne sotto il peso di una lacrima scivolata sulle labbra.

Guardo il telefono, quella chiamata non era certo per me…

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brevi

Bianco horror

Il latte scivolò sul tavolo, cadde a terra.
Si rialzò.

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a proposito di X X: circumnavigazione

Attesa

Da troppo tempo non pubblico pezzi intorno a X.

Rimedio subito.


La porta dello studio è aperta. L’uomo di fiducia, passando sosta.

Dentro, il suo capo ha dita incrociate sul cranio e insegue cieco vecchie immagini incastrate al soffitto. Si volta verso l’interlocutore silenzioso e, con occhi appannati dal bianco e nero, informa:

«Dell’attesa so tutto.»

Dalla soglia giunge uno sguardo morbido di comprensione. Poi si abbassa e sposta.

Night and Day è un brano composto da Cole Porter nel 1932 per la commedia musicale Gay Divorce. Qui nella versione cinematografica Cerco il mio amore (1934), con Fred Astaire e Ginger Rogers.
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Argomentario

Rudimenti

Mi accodo come il nuovo vagone al traino e propongo una poesia bella.

Di Erin.

Il suo sito è Grianainech e io l’andrò a trovare spesso.

Poco sotto, poiché la poesia l’ho fatta un po’ mia, ho scritto una risposta ideale.


Rudimenti

Porgimi la punta della lingua,

le parole riarse delle risaie 

allagate, aperte al trapianto, e

quelle strisciate sul palato 

dei bambini che si rincorrono 

con un’oscura gaiezza

sulle mulattiere che 

costeggiano i graduali 

terrazzamenti, rudimenti

verso il cielo.

Il linguaggio funereo del 

fato sputa costantemente 

i tentativi di sciogliere 

le tue strade intricate e

ustionare la curiosa

irruenza che si porta

appresso un lenzuolo sfatto.

Si aggrappa con 

morsa premurosa alla 

celia della vita, si reca 

addosso la carie del 

quotidiano e la grana di 

zucchero che aspetta

di schiudersi in un 

lieve gemito 

di verità.


Ecco, poichè io ci ho visto anche una serie di domande (ognuno interpreta le liriche a proprio uso e consumo), se qualcuno dovesse pormele io risponderei così.

Sguardo fisso

in volta

veloce

di sorpresa l’immobile affanno.

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Troppo

Dopo essere stata a lungo in vacanza su World of Spheara, una nuova protagonista torna a casa dalla sua autrice.

Nel maggio di quell’anno fece una scoperta: dopo sei mesi di occhiate ricambiate, di accalorato fiorir di gote, di deglutizioni asciutte e spaesamenti, il bel tenebroso di quotidiano incrocio aveva una voce. Bella.

Se l’era immaginata in profondità e spessore, impegnata in frasi rigeneranti l’ego e l’aveva nascosta in un luogo sicuro, nel timore di doversene staccare all’incontro con quella reale. Invece no, nessuna delusione. Nel maggio di quell’anno non ci fu perdita. Solo un problema: «Ippo-po-polita! Che bel no-nome!»

Ah!” esclamò mentalmente, sorpresa non tanto dalla previsione di conversazioni travagliate, quanto dai significati assunti dal suo nome in quel suono sincopato. Tre, almeno. Nessuno lusinghiero. O forse sì. O forse no.

Quanto tempo le sarebbe occorso per raggiungere le belle labbra e zittirne il suono? E dopo, quanto avrebbe retto l’impaccio da impiccio? E infine, a quale diminutivo affidarsi per evitare il riproporsi di tutti quei significati?

Troppo. Troppo il tempo delle fantasticherie. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel giugno di quell’anno fece una seconda scoperta: dopo un mese di titubanze, di avvicinamenti discreti e di sfiorar di pelle, Fulvio (perché anche lui aveva un nome, pronunciato da Ippolita con l’enfasi dovuta a una speranza che si vuole importante e realizzabile) aveva una fantastica propensione per lei.

Si accorse del movimento sotto il tessuto in un casuale combaciar dei corpi e ne fu colpita come se da lì partisse un’accensione con elettrica urgenza. La propensione era talmente definita da inorgoglirle i sensi e da permetterle di aprirsi a sensazioni effluenti. Un unico inconveniente, lui non riusciva a mantenerla. La propensione si era mostrata timida nei momenti sbagliati, vivace in luoghi non propizi, scultorea in presenza di parenti e amici.

Ah!” pensò ogni volta, non tanto preoccupata d’essere interessante ora sì e ora no, quanto per le preferenze mostrate dalla propensione, così difficili da soddisfare.

Troppo. Troppo per una storia appena nata. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nell’agosto di quell’anno fece una terza scoperta: dopo due mesi di carnalità ondivaga, di stop and go, di eccitanti improvvisazioni, Fulvio aveva esternato un virile desiderio di famiglia. Lei non vi aveva fatto caso, ma il suo sciogliersi di fronte a pargoli variamente impegnati in lallazioni, capricci e lancio di pappe, la mossero a considerare l’evenienza.

L’evenienza fu sobillata anche da frasi magiche pronunciate da lui lungamente e in più riprese, sintetizzabili in “con la pancia sarai bellissima”, “ti massaggerò le gambe” e inequivocabili “noi tre”. Nell’enfasi di un tale turbinio di proiezioni nel futuro, a Fulvio sfuggì una verità: era sposato. Sì. Con Marcello.

Ah!” si trovò quasi a dire, non tanto per la presenza di un legame ufficiale, quanto per essere stata catapultata nella competizione con un uomo, ricco, generoso con il giovane marito e promotore della sua realizzazione professionale.

Troppo. Troppo per chi vuol metter su famiglia. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel settembre di quell’anno fece una quarta scoperta: era incinta. Festante e sicura comunicò la lieta novella a Fulvio che l’abbracciò, la baciò e la coccolò per l’intero giorno.

Sul far della notte la condusse su un prato, illuminato da una luna invadente, le carezzò i capelli, la dondolò in abbraccio e, perdendo la dizione a tratti, che tanto intenerisce una donna, le disse: “È un sogno che si realizza. Mio e di Marcello.”

«Ah!» sbottò finalmente.

Ippolita si diede all’ippica.

Con il suo piccolo in spalle cavalcò elegante sulle rive chiare e sabbiose del Po, l’unico luogo in cui i significati si congiunsero a un senso.

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Anteprima mondiale

Lo so: è roboante.

Ma è vera!

È UN REGALONE: ANDREA ROCCIOLETTI HA SCELTO QUESTO LUOGO PER LANCIARE IN ANTEPRIMA UNA NUOVA OPERA.

(GRAZIE ANDREA!)


Location.

New York map, monkey, banana.

VR – Digital installation, 2020.


APPURATO CHE L’OPERA HA MESSO IN MOTO NEI SUOI FRUITORI LA VOGLIA DI INTERAGIRE CON ESSA CONCRETAMENTE, SEGNALO LA POSSIBILITÀ DI IMBATTERSI IN UN’ESPERIENZA ANCORA PIÙ ARRISCHIATA: QUESTA!
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regaloni

La rabbia

particolare de L’angelo caduto di Alexandre Cabanel, preso qui

QUESTO È UN REGALONE INASPETTATO!

FINALMENTE POSSO ACCOGLIERE SULLE PAGINE BEIGES ALESSANDRO GIANESINI, COLUI CHE MI OSPITA GENEROSAMENTE NELLA SUA DIMORA.

LA VOCE PUÒ CAMBIARE, QUI È SICURAMENTE INEDITA

BUONA LETTURA

(GRAZIE ALESSANDRO!)


«Cos’hai da guardare, ah? Tutte le mattine, alla stessa ora ti trovo qui con quella tua faccia da idiota che mi guardi come se non avessi capito un cazzo delle vita: ma chi ti credi di essere?

E poi che cazzo ridi quando ti parlo? Una volta o l’altra ti pianto un pugno su quel naso, che nemmeno tua madre ti riconoscerà quando avrò finito.

Niente, allora non capisci! Ti devi levare dalle palle, non mi interessa chi sei o cosa fai: non voglio più rivedere il tuo brutto muso. Fuori dai coglioni, sciò!

Guarda, ora mi sto davvero innervosendo, se hai qualcosa da dire, dillo e in fretta, perché io sono una persona calma, pacata e tutto il resto, ma quando uno mi prende di mira come stai facendo tu, allora divento una bestia e mi incazzo sul serio. Credo che nessuno mi abbia mai visto davvero incazzato, e tu potresti essere il primo: che culo! Però non so se dopo sarai in grado di andare a dirlo in giro, sai? Servirà la scopa e la paletta per raccogliere tutti i pezzi di quel tuo faccione di merda che ti ritrovi.

Mi dici che cazzo vuoi dalla mia vita? Me lo stracazzo dici una buona volta? No, non mi piace la tua faccia, non mi piace come mi guardi e non mi piace come ridi di me, perciò ora ne ho davvero pieni i coglioni: o ti levi, o ti spacco la faccia… e non è una minaccia.

Vedi? Mi sto tirano su le maniche: ti conviene iniziare a scappare finché sei in tempo, o questa è l’ultima volta che vedranno in giro, pezzo di merda!

Allora l’hai voluto tu…»

Il sangue gocciolava dalla mano. Lo specchio era a terra, in frantumi.

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La (Co)Vidina Commedia Pt. II

Salvador Dalì – una delle tavole dedicate all’Inferno di Dante

È vero, in questi giorni ho lasciato che la realtà facesse prepotentemente il suo ingresso nel blog. Non capiterà più, giurin giurello (smaciuck! smaciuck!)

Per rimettermi sulla retta via ho chiesto aiuto a Il Pensator Cortese e lo ringrazio per ciò che segue. (La sua poesia proviene da qui.)

Buona lettura!


Non avendo ricevuto denunce a seguito della pubblicazione della prima parte (che potete trovare QUI), ho ben pensato di lasciare ai posteri anche la seconda parte di questo… questa… non saprei come definirlo/a. Va beh, mentre mi organizzo per indire un concorso dedicato, eccovi il seguito:

Nel mese più piccin, guai ad ogni giorni
Antartide si coce a gradi venti
Che sembra siano stati accesi i forni

O al frigidario aperti li battenti.
Racconto poi in dover di esser onesto
Novella che ancor ci lascia sgomenti

De’ giocator che manda un’orbe al cesto
Recando seco il proprio angelo in dote
Mancati a questa vita troppo presto

“Vuolsi così colà dove si puote
Ciò che si vuole”, scrisse un letterato.
Leggi divine che a me paion vuote

Nascondono in seno significato
Ch’al mortal non giunge se non in fine
Al calar del percorso erto e clinato.

Ed ecco, come spina tra le spine
Si affaccia allo pianeta quatto quatto
Tra mari, monti, pianure e colline

Si crede arrivi dal volante ratto
Nefasto morbo ha viso e ali di uccello
Di sua presenza non gioviamo affatto

Impone a tutti quanti al volto un vello
E mani in soluzione che ti ustiona
Ei vaga fiero, re senza castello

Vestito solo della sua corona
Porta nel grembo amara condizione:
Distantia ogni essere da altra persona

Financo li parenti han ristrizione
Ho scusa almen per non li avere attorno
Qual triste premio per consolazione.

La mente ora già viaggia in sul ritorno
Sognando la mi’ amata e la sua pelle
Così poscia verrà di nuovo il giorno

Cui usciremo a riveder le stelle.

D 😁


ANDARE A TROVARE J È ALTAMENTE CONSIGLIATO, DIVERSE VOLTE ALLA SETTIMANA

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Modulo d’Amore

Che scippo!
Ecco in anteprima la bozza del prossimo modulo per la circolazione consapevole e coscienziosa!
(Ringrazio l’anonimo curatore)
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Le domande esistenziali: proposta di referendum abrogativo

Il Comitato è un organismo costituito da cittadini, quindi democratico; opera nel campo della salvaguardia della salute pubblica, quindi nel bene e nell’interesse di tutti.

La proposta di abrogare le domande esistenziali, tramite una consultazione popolare, nasce da un’attenta analisi del problema e, dopo le dovute considerazioni, è risultata essere l’unica forma di prassi davvero risolutiva al fine dell’estirpazione del male che affligge tutte le menti pensanti.

Le domande esistenziali sono un prodotto umano innaturale e artificiale.

Da sempre compaiono ovunque seminando il panico.

Nei soggetti più resistenti si trasformano in spinte propulsive verso la ricerca di una risposta, ma la domanda esistenziale non è destinata a fornire risposte, si rigenera in continuazione in forme più o meno scomposte.

Inducono a pensare, ma con un inevitabile portato d’ansia. Per questo sono dannose e pericolose per la salute pubblica.

Per combatterle e neutralizzarle è importante conoscerne le caratteristiche, per distinguerle dalle sorelle più innocue.

Conosciamole, solo così potremo evitarle.

Caratteristiche comuni:

  • nascono di fronte all’inspiegabile;
  • sono dotate di punto di domanda;
  • non sono dotate di risposta;
  • rendono chiunque nervoso.
  1. La domanda esistenziale essenziale

Perché?

La domanda esistenziale essenziale è caratterizzata dall’estrema sintesi concettuale. La sua conformazione la rende di facile lettura, d’immediata comprensione, ma di ostica interpretazione, poiché lascia nell’interlocutore il dubbio di un’errata attribuzione di senso. Elevato grado di pericolosità.

  1. La domanda esistenziale autoreferenziale

Questa è una domanda esistenziale?

La domanda esistenziale autoreferenziale è caratterizzata da una forma di autocertificazione: qualunque domanda semplice, o innocua, preceduta da questa domanda esistenziale è destinata alla trasformazione. Non è sufficiente una risposta negativa, un “No” per intenderci, a evitare il peggio, poiché il dubbio si è insinuato in chi la produce e ciò la promuove allo stato di fatto di domanda esistenziale. Elevatissimo grado di pericolosità.

  1. La domanda esistenziale mutante

Ho una domanda esistenziale da porvi, pronto? Mi sentite? È una domanda importantissima, non ci dormo la notte, ma mi sentite? Pronto? Davvero, per me è una cosa vitale, cerco una risposta, ma, pronto? Pronto? Ma così non posso porvela, se non mi rispondete non posso, lo capite? Mi sentite? C’è un’interferenza? Va bene, mi avete costretto voi, voi mi costringete! Cambio domanda. Ma mi sentite o cosa? Rispondete! … me lo fate un prestito?

La domanda esistenziale mutante è caratterizzata dall’assenza, reale, fittizia, momentanea, di un interlocutore; finisce inevitabilmente per mutare in domanda semplice o innocua, nel tentativo di avere comunque una risposta. Chi la pone abbandona l’intento in breve. Basso grado di pericolosità.

  1. La domanda esistenziale collettiva

Perché noi? o anche Noi, perché?

La domanda esistenziale collettiva è caratterizzata da una connotazione di tipo sociale, generalizzante, universale. Valica il senso egoistico e personale a caccia di risposte per la collettività. È molto utilizzata da persone con doti di leadership con un chiaro intento mistificatorio. Elevato grado di pericolosità.

Unisciti a noi e combattile, usa anche tu lo strumento democratico per eccellenza!

Contattaci, il Comitato è ospitale e compagnone!

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Fiaba moderna

RACCONTINO SMALIZIATO SU WORLD OF SPHAERA!

TITOLO: TROPPO

Buona lettura!

Nel frattempo lascio qui una canzone che di fulmini e annessi ne sa qualcosa (in un’interpretazione che trovo magnificamente agreste).

Ok, li invidio. Chi non vorrebbe, del resto, essere al posto di uno di loro.
Thunderstruck (AC/DC) by Steve’n’ Seagulls.