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Story-Lenny 2

immagine presa da 123rf.com
In questa fase: 1 contributo alla trama a testa per capitolo (da inserire nei commenti)

C’È UN RIEPILOGO IN FONDO AL TESTO

Lenny, sei tu?

La porta si apre piano.

– Lenny, sei tu?

Silenzio e un fiato di contraria.

– Lenny, non farmi prendere spaventi!

Spaventati invece, cara.

– Aaaaah! Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Canta anche, il mio personaggio preferito!

– Ma non stavi da Lenny?

È più carino seguire te.

– Non se ne parla proprio!

Come no? Non sono forse il tuo Narratore prediletto?

– Cosa fai, broccoli?

Sono serio, Lenny è troppo noioso per me… non c’è paragone con la tua sensuale presenza!

– Mi stai corteggiando per caso??? Ma levati proprio, io sono soltanto del mio Lenny!

Mah… se conosci me altroché Lenny! Lasciamo perdere va’!

– Non ho capito perché ti piace così tanto insinuarti nella vita degli altri, cosa trovi di così divertente nel perseguitare il prossimo?

Sono un narratore, non perseguito nessuno! Il mio compito è raccontare la storia della persona che scelgo! Ma posso sempre cambiare se non mi va più di seguire la vita di quella persona, come ho già fatto.

– E in mezzo a miliardi di persone dovevi scegliere proprio me?!

Ti ho scelta perché sei interessante. Mia sola ed unica cara… non pensare di liberarti di me perché non accadrà mai!

– Io dico che accadrà invece, ti stancherai presto di me!

No. Non credo. Sai una cosa? Quasi sono geloso di Lenny, può avere tutte le tue attenzioni e tenerezze. L’unica cosa che invidio di lui.

Cara prende il telefono situato sul tavolino e si siede sulla poltrona, velocemente compone il numero di telefono di… Lenny?!

– Che ti importa chi chiamo?!

Dopo tre squilli una voce profonda e al contempo vellutata risponde alla chiamata.

– Ciao Lenny! Senti, ti va di venire a cena fuori con me stanotte? Dai… voglio vederti, mi mancano tantissimo le nostre indimenticabili serate insieme.

Ah, scommetto che vuole trascorrere una serata galante… con lui sì che diventa mansueta, con me tira sempre fuori gli artigli!

Cara parla languidamente, la sua voce si riduce quasi ad un flebile sospiro mentre si arriccia una ciocca di capelli fra l’indice e il pollice della mano destra.

Ahhh… quanto è bella la mia Cara.

– Alle 21 quindi? Ok, allora mi preparo immediatamente! A dopo carissimo Lenny! Smack!

Yleniaely (22:11 19/10/2020)

Cara si passa un dito sulle labbra e lo sguardo, oh lo sguardo sdilinquisce pago. Accavalla lentamente le gambe sul bracciolo della poltrona e la gonna leggera scopre, fin quasi all’inguine.

– Ma cosa dici? Ho su i jeans!

E non ti cambieresti per me?

– Non se ne parla proprio, sto leggendo un trattato di biochimica e mi disturbi!

Cara, non son letture da te, quelle. Quanto impegno mal speso. Dovresti leggere poemetti erotici e assecondare posizioni diverse, introspettività sensuali. Saresti perfetta.

– Guarda “caro”, nell’appartamento in parte c’è chi cerchi: sciò!

Potresti avvertire un sussurro languido all’orecchio, cara.

– Hai intenzione di stare qui a lungo?

Tutto il mio tempo.

Il libro si chiude in botto. Cade pesante a terra. Gli occhi sprizzano giocosa malizia e… no, no dai, non fare così.

– Vattene.

Non sono posizioni serie, rimettiti a sedere composta.

– Il mondo è bellissimo a testa in giù e le scarpe da guardaboschi per aria si ossigenano!

Cara, non me ne andrò per questi infantili dispetti.

Mettiti composta e ascoltami signorina, sono stufo della tua boria ribelle. Mettiamo giù pagina e fatti docile. Arriverà il buon Lenny e tu ti farai trovare mite… poi magari io mi inserisco e ti regalo na bella sfuriata sulle sue assenze… concertiamo ‘sta cosa… ma mi devi regalare uno scenario credibile. Dunque sta buona e postura da donna un po’ triste per l’attesa. Proviamo?

Ettore Massarese (fu Franz) (21:45 19/10/2020)

Il sospiro è d’arresa. Vinta dal fato s’alza e si avvicina al frigorifero con l’espressione di chi non sa che fare. Mangiare forse?

Ma non devi uscire non Lenny?

endorsum (22:40 19/10/2020)

– Mi metti una tale ansia, Narratore.

Perdonami creatura amata, ma non son qui per questo.

– Allora vai via!

Sarà divertente studiarti in atteggiamenti e piccoli vizi, fai pure, cara.

– E comunque ci esco! (Mi faccio giusto uno spuntino.)

endorsum (22:42 19/10/2020

Guarda ancora con circospezione l’intorno, come a scoprir qualcosa di misterioso e affascinante: me.

– Ma cosa ti salta in mente? Ti inserisci nella narrazione?

Sono il Narratore e posso. Oh se posso!

– Allora vieni a darmi una mano a scegliere.

Apre il portellone del frigorifero e indaga l’interno in una scelta senza fine.

– Cosa mangio adesso?

Eccomi pronto, cara. Vediamo-vediamo. Un bell’ordine, non c’è che dire, ma non capisco. Fammi strada, cosa c’è in quel cartoccio? Non ti dispiace vero se allungo una mano e sollevo la stagnola. Dunque, interessante, profumo invitante, ottimo appetising…

– Uff, decidi in fretta. Ho fame! Guarda anche sul ripiano in basso, giù in fondo.

Scomodo da raggiungere, ma di sicuro una piacevole scoperta, brava! Questo mi sembra perf…

SBAMMMM!

(cartoccio piccolo, cartoccio grande, uva, more, insalata, carote, cipolla, caprino, limoni, cetriolini sott’aceto…)

RIEPILOGO AGGIORNATO DEL CAPITOLO

  1. Il Narratore è ora in casa di Cara.
  2. Battibecco tra i due in cui il Narratore esprime le proprie intenzioni e Cara protesta.
  3. Cara chiama Lenny per uscire a cena, ribadendo le proprie preferenze.
  4. Per trascorrere il tempo prima di uscire, Cara fa dei dispetti al Narratore che prova a convincerla ad essere il personaggio che lui desidera.
  5. Il Narratore la rimbrotta deciso e Cara si adombra, triste, cerca il frigorifero per uscire in qualche modo dallo stato d’animo.
  6. Cara chiede al Narratore di aiutarla a scegliere il cibo e lo chiude dentro il frigorifero.
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Story-Lenny riassunto

AGGIORNATO!

Story-Lenny 1
  1. Cara cerca Lenny nel suo appartamento; il Narratore interloquisce dandolo per assente; Cara non gli crede e lo cerca al telefono.
  2. In un altro luogo il personaggio A e il personaggio B discutono; A dice a B di avere incontrato Lenny al ristorante in atteggiamento galante verso un’altra donna; B chiede di Cara e la risposta di A è vaga.
  3. Cara è alle prese con il Narratore deciso a pedinarla nel suo girovagar per casa.
  4. Scocciata, Cara ricorre a uno stratagemma verbale per liberarsi del Narratore.
  5. Appena fuori dall’appartamento Cara si accorge di essere ancora importunata dal Narratore, che cerca di metterla in guardia su Lenny (e non rinuncia ai privilegi del proprio ruolo). Rumor di passi in avvicinamento.
Story-Lenny 2
  1. Il Narratore è ora in casa di Cara.
  2. Battibecco tra i due in cui il Narratore esprime le proprie intenzioni e Cara protesta.
  3. Cara chiama Lenny per uscire a cena, ribadendo le proprie preferenze.
  4. Per trascorrere il tempo prima di uscire, Cara fa dei dispetti al Narratore che prova a convincerla ad essere il personaggio che lui desidera.
  5. Il Narratore la rimbrotta deciso e Cara si adombra, triste, cerca il frigorifero per uscire in qualche modo dallo stato d’animo.
  6. Cara chiede al Narratore di aiutarla a scegliere il cibo e lo chiude dentro il frigorifero.
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Extra-Lenny

STORY-LENNY 1 è a disposizione di chi voglia metterci mano, un’unghietta, un po’ di smalto, una passata di crema, una carezza e, e ok, credo si sia capito. Dicevo, prima di pubblicare la seconda puntata di Story-Lenny, ecco quello che ritengo un regalone!

È di certo un contributo extra da parte di Andream2016!

Qui la 1° parte.

Per accedere alle fantastiche peripezie porno-fantascientifiche di Pinka ed Endy (la 2° parte), in fondo c’è la dicitura “… continua cliccando e digitando la parola PINKAENDY (maiuscolo)“. Buon divertimento!

Dimenticavo! DISEGNI ESPLICITI! Metterò in testa la consueta immagine di censura, se la supererete sarà a vostro rischio e pericolo!

Grazie Andrea!

CENSURA!

Posted on di andream2016

Pinka: avventura 2, parte 1

Parte 1: Arriva Endy.

Ciao ciccine e ciccini, il mese scorso stavo curando l’estetica di cazzo e passera quando

La rasatura

DRIIIIIIIIN DRIIIIN … DRIIIIN

il campanello di casa iniziò a suonare ripetutamente.

Mi asciugai velocemente ed andai ad aprire la porta. Davanti a me una bella ragazza dai capelli rossi mi stava fissando.”

“Endy!!! Che bello rivederti. Entra dai, non stare lì impalata.”

Ricordate vero chi sia Endy? E’ l’amica che mi ha convinto a farmi ricostruire la vagina.

Endy entrò velocemente in casa ed io richiusi la porta.

“Ma ti sei fatta nuovamente i capelli rossi! Sono contenta, te lo avevo detto anni fa che eri bellissima così rossa”.

Endy

“Non me lo dire, non è stata una scelta.”

Rimasi un po’ stranita “come sarebbe che non avevi scelta?”

“Ma sì, niente di serio, non ti preoccupare. Sai che ho avuto una specie di relazione con il Sommo Poeta?”

“Lui? Proprio Lui il Sommo Poeta che tutti conosciamo? No, non ci posso credere!” racconta

“Già proprio il Sommo” rispose Endy mettendosi a ridere, “lo so che ti sembra strano che io abbia ‘accalappiato’ l’Irraggiungibile Poeta, ma la vita va così.

Sai, due mesi fa ero stata abbandonata da quel vigliacco di Lenny. Aveva paura di tutto, era addirittura geloso di una specie di fantasma che continuava a chiamare ‘il narratore’. Insomma, per fartela breve, una mattina mi sveglio e Lenny non è nel letto.

Cerco Lenny ovunque, vado in bagno e vedo la finestra aperta con una corda penzoloni sull’esterno.

Eccheccazzo, si era calato fuori dal bagno e se l’era data a gambe levate. Da allora non l’ho più sentito.”

“Ma il Sommo ed Irraggiungibile in tutto ciò?”

“Beh io ero sconvolta, e per tirarmi su leggevo i componimenti dell’Immenso Poeta, quando un giorno senza nemmeno rendermene conto gli scrissi proponendogli di incontrarci.”

“Non ci posso credere che tu abbia trovato il coraggio di fare una cosa simile, hai trovato la forza di scrivere all’Unico?”

“Infatti, anche io quando lo racconto non riesco a credere all’audacia di questo gesto.

In ogni caso passò nemmeno un’ora quando sentii sotto casa uno scalpitar di cavalli. Mi affacciai al balcone e … il Magnifico Poeta era venuto a casa mia, con la sua carrozza trainata da sei splendidi cavalli muniti di altrettanto splendidi supercazzi.”

“E ??? non tenermi in ansia.”

“Il finale forse lo immagini. Lui il Sommo e Irraggiungibile è salito nel mio appartamento ed ha declamato odi per due ore filate. Finito di declamare, si è girato sui tacchi e tornato alla carrozza ed è sparito!”

“Niente sesso? E’ andato via e nemmeno avete scopato? Ma non hai detto di aver avuto una relazione?”

“Ho detto di aver avuto una ‘specie’ di relazione. Ed infatti è stata una relazione esclusivamente poetica. Fattostà che lì per lì mi sono incazzata, e nell’ira ho fatto cadere da una mensola una bottiglia di candeggina sui capelli … sbiancandoli a metà. Che dovevo fare? Per rimediare me li sono fatti tingere di rosso.

Ed infine eccomi qua, ma non certo per raccontarti del Grande Magnifico Poeta, ma perché è accaduta una cosa davvero orribile, l’universo ha bisogno del tuo aiuto!

… continua cliccando e digitando la parola PINKAENDY (maiuscolo)

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Protetto: Pinka e Endy

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Il disgusto

(immagine presa da qui)
Nuova e poco trattata emozione regalatami da ALESSANDRO GIANESINI! Ebbene sì, prima o poi la si doveva annoverare… (cit.) ma niente panico! È meno consueta di quanto si pensi.
Buona lettura!
(GRAZIE ALE!)

Cos’è ‘sta roba? E io ci dovrei mettere le mani? Mi viene il vomito solo a pensarci, figuriamoci ad avvicinarmi. Si sente la puzza fin da qui. No, no: quello sta lì dov’è e si arrangia, io le mani non me le sporco di certo con quella merda.

E poi, perché lo devo fare io? Non è il mio lavoro. Che si arrangi chi ha fatto quel macello.

«Bleah…» una zaffata acre, un miasma immondo mi arriva alle narici e quasi traballo prima di riuscire a portare la mano al naso.

Dei passi dietro di me, devo decidere cosa fare, o qui si mette male. Ma come si fa? Non ho nemmeno un paio di guanti e poi, quella cosa, continua a muoversi e io… Come ci sono finito in questo pasticcio?

No, non era così che immaginavo di iniziare la giornata. Posso far finta di niente, certo, ma poi?

Mi giro di lato, prendo un gran respiro e faccio un passo avanti: quasi senza guardare allungo le mani, afferro la cosa e l’odore mi riempie le narici. Per poco non mi cade.

Si mette pure a fare un rumore infernale: ma non si scaricano mai le batterie di ‘sto coso?

Solo una fessura, le palpebre quasi del tutto chiuse e il naso che mi si è arricciato in una maniera innaturale. L’ossigeno sta finendo nei polmoni e io son qui ancora lontano dall’aver finito con questa cosa.

Merda, merda, merda! Appoggio alla superficie e tenendolo fermo con una mano, mi volto e prendo fiato, anche se è tutta pervasa da quel lezzo nauseabondo. Non ce la faccio più, non ce la faccio…

«Levati, imbranato: ci penso io a cambiare nostro figlio.»

Non me lo faccio ripetere e mi allontano di qualche passo: l’aria è più buona nell’altra stanza. Non mi sento in colpa, mi sento sollevato. E sorrido: quanto preferisco quel fagottino quando è pulito e profumato!

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Story-Lenny 1

We Can Do It!, poster di J. Howard Miller del 1943 ispirato a Rosie the Riveter

PRIMA FASE: un intervento a capitolo per ciascuno (attaccandolo dove pare e piace)

C’È UN RIEPILOGO IN FONDO AL TESTO

Lenny?

– Lenny?

Non c’è, cara.

– E tu chi sei?

Il Narratore.

– È uno scherzo? Lenny?

Non è uno scherzo, cara.

– Ma quale cara e cara, io non mi chiamo “cara”. Lenny? Dove sei finito?

Non c’è.

Cara smette di girare per la stanza e inizia a fissare gli angoli del soffitto.

– Da dove viene la voce? Ci sono delle telecamere?

No.

– Palle.

Io non mento mai, cara.

– La smetti? Lenny!

Cara è indecisa se cercare l’uomo o apparecchiature tecnologiche. Toglie il cellulare dalla borsa e avvia una chiamata.

– Lenny, santo cielo, rispondi… ciao Lenny, sono io, sono nel tuo appartamento, la porta era aperta, dove sei finito? Ti aspetto qui per una decina di minuti, poi vado, ciao. – Biiiiit

Non ci crederai…a cosa non dovrei credere…vado al solito ristorante, qualche sera fa e chi ti vedo?…eh, chi ti vedi?…Lenny, o forse era Cara: metto gli occhiali e…ed è proprio Lenny che si rivolge a me e mi fa: “E tu?”…tu cosa?…appunto gli chiedo: “Io cosa, Lenny?!”…temevo una brusca reazione invece mi dice di fargliela leggere…scusa, ma lui sa che scrivi?…beh, sì, non bene come Prévert, ma meglio di Catalano Guido…ah, quello che fa il comico?…eh…Lenny mi dice: ma quella lì l’hai vista?…è da quando è arrivata che sa di avere una calza slacciata, ma non si decide…non si decide a fare cosa?…oh, all’improvviso Lenny si alza, va dalla tipa e le dice: “Sono troppo indiscreto se faccio io, la vedo così imbarazzata, anche se devo dire che non c’è niente di più sensuale di quelle pieghette, altro che “…scarpa col tacco a spillo persa in strada…”, come diceva Baricco in City, a p. 61. Lui diceva altro per la verità, ma non faccio la citazione perché endorsum poi si annoia…”. E la tipa: “Chi sarebbe endorsum?” “Vede là quel tipo”, e indica me, “…ecco si è immedesimato in endorsum, una che dice che lei e le poesie, naaaaaaaaaaaaaaa, niente, e poi mette giù così, stia a sentire: Si aspetta una poesia col nome di donna/E non importa che si chiami Amal, Huda o Lamya/Si aspetta una canzone e non sa nemmeno cantare/Non sa che sia musica eppure la vede/Da me si aspetta una donna colorata/Una donna scura/Come i capelli che porto/E lunghi, ma lunghi che il pari non esiste/Da me si aspetta tutto/Labbra, caviglie, unghie rosse e vita senza ritegno/Da me si aspetta che “io sia il mare e tutti i suoi pesci”/Come scrisse la Donna di Jenin/Da me si aspetta che lo faccia sentire uomo/Uomo e basta/Uomo e basta è tutto per un uomo” La tipa: “E il titolo?” “Da me si aspetta tutto…va da sé che, io…mi perdoni, non mi sono presentato: io sono Lenny, quello che da lei si aspetta tutto. È a quel punto che la donna si alza la gonna e dice: “Faccia pure”…calma, eh, Lenny si limita ad allacciarle la calza al gancio…un vero gentiluomo questo Lenny..già ma…ma Cara? Boh, cioè, circa, credo, non so, mi pare che…che cosa?…eh, però direi che…

Bruno Navoni (18:11 15/10/2020)

Non verrà, cara.

– Come sarebbe a dire? E cosa ne sai tu?

Sono il Narratore, io so tutto.

– E ‘sti cazzi?

Ah! Ah! Ah! Sei simpatica.

– Ma vaffanculo!

Cara, non essere volgare.

– Senti non so chi sei e non sai chi sono, non potremmo finirla qui?

No, non potremmo, devo finire il racconto.

– E che devi raccontare? Di come mi muovo in un appartamento cercando chi non c’è?

Anche.

– Frustrato!

Non offendere.

– Cioè, fammi capire, io sarei un tuo “personaggio”?

Esattamente.

– E mi farai fare ciò che credi?

Per esempio.

– No! No caro!

Cara parla voltando alternativamente il capo a destra e a sinistra (con un piglio singolare, in effetti).

– Stai parlando di me?

E di chi altrimenti?

– Non mi piace.

Non ha importanza.

– Stronzo!

Attenta…

– È una minaccia?

Non amo definirla in questo modo.

– Ah! Sei clemente con te stesso!

Se mi garba, lo sono.

– Ma che gran pezzo di merda! Senti un po’ onnipresente e onnisciente, se esco da qui continuerai a rompermi i cosiddetti?

Non ho ancora deciso.

– Allora, se non dico parolacce da scaricatore di porto, mi lasci uscire da qui senza seguirmi?

Mi stai proponendo un patto?

– Figliodiputtanarompicoglionimaledetto!

Su cara, non ti donano, davvero, non ne esci bene.

– Imbecillepuzzolentenanomalefico!

Oh, andrai avanti per molto?

– Scemostupidopezzentecialtrone!

Non sei carina, per niente.

– Facciadimerdastercoschifoso!

Ok. Si può fare.

– Ciao.

Cara esce dalla porta. Con un sorriso.

– Finalmente…

Cara sospira di sollievo appena esce dall’abitazione di Lenny.

– Spero che ora quel narratore mi lasci in pace…non ne posso più!

Prende il telefono dalla borsa dopo aver udito il suono ripetuto di alcune notifiche.

– Deve essere Lenny.

Le sue labbra si piegano in un sorriso colmo di gioia, svanito immediatamente alla vista del numero sconosciuto.

Diffidente, apre la chat WhatsApp e vede una serie di messaggi, un dialogo fra amici che parlano proprio di Lenny e di una donna.

– Chi accidenti sono questi, cosa stanno dicendo??? No…non è possibile…Lenny non può…

Le mani le tremano per l’agitazione e velocemente risponde allo sconosciuto.

– ”Chi sei? Chi ti ha dato il mio numero?”

La risposta non tarda ad arrivare.

” Sono un amico di Lenny, ho preso il tuo numero dal suo telefono quando lui l’altro ieri, l’ha dimenticato a casa mia. Scusa se mi permetto di scriverti, ma volevo che tu sapessi ciò che è accaduto, lui non è ciò che sembra, tienilo bene a mente.”

Cara gli invia messaggi in continuazione, pretende una spiegazione più chiara, ma l’uomo, probabilmente, ha già bloccato il numero.

È confusa, piange disperatamente come non le era più successo da tempo né mai con tale disperazione come in quel momento, tutte le sue illusioni le sono crollate addosso in pochi minuti come un macigno.

Te l’avevo detto che non sarebbe venuto…ahah.

– Ti avevo detto di non seguirmi! Vattene via, non voglio ascoltarti, mi fai schifo!!!

Le tue minacce sono inutili, mia cara.

– Taci stronzo!

Non te ne sei accorta, ma io ero lì nel momento in cui hai ricevuto quei messaggi, ho visto tutto, non pensare di farmi fuori con qualche parola volgare, con me non attacca, sai?

– Esci fuori dalla mia vita!

Sei così bella quando dai sfogo alle tue forti emozioni, anche la rabbia e la tristezza rendono ammaliante il tuo viso, le tue labbra tremanti poi…

– Quanto vorrei…

Cara, è inutile che stringi il pugno, non puoi colpirmi.

– Ti offenderò fino a quando sarai costretto ad andartene! Non hai capito che ti odio?! Mi stai rovinando la vita!

Ah, si? Io? Casomai è qualcun’altro che ti sta rovinando la vita, apri gli occhi una buona volta.

– Non permetterti mai più di nominare Lenny!

Decido io cosa fare.

– No! tu non decidi niente, ora basta con le tue intromissioni!

Sono il tuo narratore, non insistere!

– Abbassa la voce altrimenti…

Dei passi decisi avanzano verso Cara costringendola a voltarsi.

Yleniaely (21:50 15/10/2020)

RIEPILOGO AGGIORNATO DEL CAPITOLO

  1. Cara cerca Lenny nel suo appartamento; il Narratore interloquisce dandolo per assente; Cara non gli crede e lo cerca al telefono.
  2. In un altro luogo il personaggio A e il personaggio B discutono; A dice a B di avere incontrato Lenny al ristorante in atteggiamento galante verso un’altra donna; B chiede di Cara e la risposta di A è vaga.
  3. Cara è alle prese con il Narratore deciso a pedinarla nel suo girovagar per casa.
  4. Scocciata, Cara ricorre a uno stratagemma verbale per liberarsi del Narratore.
  5. Appena fuori dall’appartamento Cara si accorge di essere ancora importunata dal Narratore, che cerca di metterla in guardia su Lenny (e non rinuncia ai privilegi del proprio ruolo). Rumor di passi in avvicinamento.
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Story-Lenny!

Sì, perché no?
Lenny è Lenny.
Lenny diventa di tutti.
Puntata per puntata ognuno potrà inserire i propri contributi alla trama.

CHI: chi unque

COSA: uno scampolo di testo (che può seguire qualunque strada)

COME: con il proprio stile

DOVE: nei commenti, poi io li aggiungerò al testo con attribuzione.

QUANDO: da quando esce la puntata (se siamo alla 3° puntata e serve aggiungere un passaggio alla 1°, si può fare)

FINO A QUANDO: fino al capitolo 14

POI: e poi si va avanti!

POI-POI: poi-poi quando siamo stufi e Lenny è diventato un mostro… ce lo autopubblichiamo, per ricordo (eccheccatz!).

IO: mi sentirò libera di inserire deviazioni o spunti, così, tanto per incasinare le cose.

“HAI FATTO DEVIARE IL MIO PEZZO DI TRAMA?”: SÌ, si può fare, la trama è di tutti e a chi tocca non si ingrugna: tolleranza, apertura ai contributi altrui e ridimensionamento narcisistico, se no non si partecipa.

PRIMA FASE: un intervento a capitolo per ciascuno (attaccandolo dove pare e piace)

Domani si comincia con la 1° puntata! Yepa!

Nel frattempo lascio in lettura i diversi capitoli, così, per risvegliare desideri sopiti.

Lenny? (1)Lenny, sei tu? (2)Lenny, scappa! (3)Lenny, non si può (4)Cazzo, Lenny! (5)Lenny??? (6)Lenny… (7)Lenny, ciao. (8)Lenny, entra… (9)Lenny, torna su! (10)Lenny, pronto? (11)Lenny, vieni! (12)Lenny, non scappi? (13)Lenny? (14)

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_ t o _ y – _ e n n _

DOMANDA:

MBÈ?

Hold
My tongue
Clenched teeth
Full lung
Fold
My thought
In one way
In one shot

Got our gestures open wide
Got our language spoken right
Got the blood to your open heart
But the skin thick enough so start it
It’s the question on your lips
It’s the heartbeat, when one skips
It’s the moment we connect
And the moment it conflicted

Can’t resist and can’t refuse
The safety and the danger you use
If you choose
Aimed for a win, missed the cues
The gemstones and the junk that you fuse
If you choose

Then the shit’s on me
The shit’s on me
The joke’s on me
The joke’s on me
2020-10-14T17:14:00

  giorni

  ore  minuti  secondi

fino a

RISPOSTA

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Avviso: disegno esplicito! :-)

Non potevo, non potevo! Non potevo non riproporlo! È di Andream2016 e se i disegni espliciti non piacciono, ci si fermi alla sola lettura! (Non sarà difficile fermarsi, ho messo una bella censura.)

Ok, anche il linguaggio è esplicito e ok, le ore non erano 3.


Posted on di andream2016

La nuova Pinka si presenta

Questa è solo l’introduzione alle nuove storie di Pinka ed è in fondo una storia molto seria.
Dedicato a tutt* le/gli intersessuali che ogni anno vedono la luce in Italia e che sono sottopost* a terribili mutilazioni sessuali .

Ciao ciccine e ciccini, sono tornata e sono cambiata.

Oh, non preoccupatevi sono sempre la solita favolosa Pinka solo che ho cambiato taglio dei capelli e … ma procediamo con calma.
Un annetto fa stavo parlando del più e del meno con la mia amica Endy mentre bevevamo il decimo margarita a testa in un bar di Mexixo-City, quando Endy se ne viene fuori con:

“Ma ti rendi conto di quel che ti hanno fatto? E’ mostruoso!”

“Ehhh ?”

“Ma sì, non fare la finta tonta, quello che ti hanno fatto alla nascita!”

“Intendi dire il trasduttore spazio temporale inserito nelle palle?”

Effettivamente dopo dieci margarita ero leggermente sbronza e per niente veloce di comprendonio.

“Ufff, ma no, il trasduttore è una cosa ottima, beata te che ce l’hai. Mi riferisco alla tua vagina.”

“Ma io non ho la vagina!”

“Infatti è questo il problema, tu l’avevi ed ora non ce l’hai più.”

“Lo so lo so, fu una decisione del medico della clinica neonatale”.

“Improvvida? Fu una decisione criminale, presa senza il consenso dei tuoi genitori!” proseguì alterata Endy. “Sai benissimo che quando sei nata la chiesa ipercattolica spadroneggiava in tutto l’universo. E sai bene che il medico che ti ha fatto nascere era un ipercattolico, di quelli più schifosi. Insomma, la chiesa ipercattolica non concepiva niente altro che non la dualità femmina/maschio. Ogni anno il 2% dei nascituri è intersessuale, ovvero nasce con entrambi gli organi genitali maschili e femminili”.

“Lo so, lo so Endy. Io ero una di queste intersessuali, una abominio per la chiesa”.

“Esatto, e cosa fece il buon dottore? Decise lui che sesso dovevi avere secondo la sua testa malata. Fu questione di pochissimo, ti asportò ovaie e vagina, sperando di poterti far diventare un vero maschio.”

“Vero, ma non fece i conti con i miei genitori, che appena scoperto quanto combinato lo appesero letteralmente per le palle al muro! Morì di lenta agonia, fortunatamente moooolto lenta, ma ormai il disastro era stati fatto. Fortunatamente i miei genitori non mi dettero mai gli ormoni per rendere il resto del mio corpo compatibile con il mio cazzo, e questo che vedi è il risultato … che direi essere splendido!”

“E certo che sei splendida” disse Endy “ ma …”

“Ma cosa?”

“Hai mai pensato di rifarti costruire la vagina? I progressi medici sono ormai tali che la vagina sarebbe in tutto e per tutto come se non te l’avessero mai asportata … potresti addirittura rimanere incinta”.

Il sasso era lanciato, Endy mi aveva indubbiamente scossa.


Lì per lì decisi di non pensarci, con Endy andammo nella nostra camera d’albergo e facemmo sesso per tre ore di fila (non vi dico i particolari, diciamo che alla fine cazzo e culo mi bruciavano assai).

Ma ormai il tarlo mentale aveva iniziato la sua opera.

“Chissà come sarebbe avere una vagina ed accogliere dentro un cazzo” pensavo, “io l’ho infilato in tantissime passere e culi, ma l’ho ricevuto solo nel mio (splendido) culetto!”


Dopo una settimana decisi. Mi presentai alla clinica REVERSE e tempo due giorni uscii fuori con la mia passera nuova di zecca. Cazzi dell’universo, aspettatemi!!!


Ciccine e ciccini, sono la nuova Pinka, sempre pronta a salvare l’universo dalle forze del male e sempre pronta a fare sesso … ed oggi ancor più di ieri.

Che l’orgasmo sia con voi!

CENSURA!

Pinka, disegno di Andream2016
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_ _ o _ y – _ e _ n _

DOMANDA:

MBÈ?

Sweet berries ready for two
Ghosts are no different than you
Ghosts are now waiting for you
Are you
Sweet berries ready for two
Ghosts are no different than you
Ghosts are now waiting for you
Are you, dreaming
Dreaming tonight
Dreaming alright
Do we, do we know
When we fly
When we, when we go
Do we die?
Sweet berries ready for two
Ghosts are no different than you
Ghosts are now waiting for you
Are you
Sweet berries ready for two
Ghosts are no different than you
Ghosts are now waiting for you
Are you, dreaming
Dreaming tonight
Dreaming alright
Do we, do we know
When we fly
When we, when we go
Do we die? Yeah
La la la la la la la la
Do we, do we know
When we fly
When we, when we go
Do we die?
La la la la la la la la
2020-10-14T17:14:00

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Una sera da bicchieri in alto

Poesie non ne scrivo. Però le pubblico. Ringrazio Bruno Navoni per questo inaspettato e gradito regalone. Buona lirica.
(foto ptresa dai qui)

Vorrei baciarti come

nessuno mai l’ha fatto.

Vorrei averti come

sappiamo noi.

Vorrei che fosse

una sera qualsiasi

una sera di bicchieri in alto.

Vorrei abbracciarti come

dopo una lunga attesa

con le lacrime e

gli applausi di chi ci vuole

bene e sa come siamo.

Vorrei amarti per ricordarmi

che esistiamo.

E alla fine vorrei

che queste fossero

prese per parole banali

come è la vita ogni giorno:

intensa, sprecata e vera

e tanto piccola

da essere dimenticata.

Vorrei che questi baci

fossero quel che sono

di fronte all’universo Infinito

che solo lui sapeva narrare.

Bruno Navoni

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_ _ o _ _ – _ e _ _ _

DOMANDA:

MBÈ?

Sometimes I wonder who the fuck I am
Uhh
Yeah, want you to feel it
I want you all to feel it
So step up on the mic and uhh
Show them what you got tiger
Sometimes I wonder who the fuck I am
So I’ve been lookin’ in the mirror and it still don’t make no sense
I’m askin’ what am I supposed to do?
I’ve done so much in my short lifetime, but I haven’t done shit
I done flew around the whole world
First I shook a million hands and I took a million pictures
But I’m a hostage in my own world
And my thoughts my own enemy, got no time for these bitches
I got too much on my damn mind
So if I add some more stress, I just don’t see how I’m a cope
I think they underestimate the grind
I do, bring this dough, and I’m only 20 years old
I wonder why I sip this devil juice
Cause it feel incredible, problems, I got several
Thank God that none of that medical
Ugh, I’ve been blessed with much to be expected
What am I doing here?
I wonder what am I doing here
What am I doing here
What am I doing here
I hope this feelin’ lasts for fuckin’ ever
I don’t want to come back down, let me stay above the ground
I hope I do what I was meant to do
Cause I’ve been searchin’ for that answer, I just hope I get it now
Please, let me find euphoria
When you up above the clouds, like, who goin’ to touch me now
And do we ever get to know the truth?
Cause everyone seems to have it, but to me it seems they lack it
Now I’m rollin’ and I’m sippin’ lean
Sometimes I catch a buzz just to help me picture love
Drinkin’ liquor and I’m smokin’ weed
And you don’t ever do too much if you could never do enough
Wonder why it’s me instead of you
I’ll be there to rescue you, problems you got several
Thank God that none of that medical
Ugh, I’ve been blessed with much to be expected
What am I doing here?
I wonder what am I doing here
What am I doing here
What am I doing here
2020-10-14T17:14:00

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_ _ _ _ _ – _ _ _ _ _

DOMANDA:

MBÈ?

It’s the questions (what) it’s the questions boy
It’s the questions (what) it’s the questions come on
The questions (what) it’s the questions boy
It’s the questions (hah) it’s the questions yeah
Talking bout the questions, it’s the questions y’all
It’s the questions (what) it’s the questions, dig it
The questions (why) it’s the questions boy
It’s the questions (huh) that’s what it’s all about
Yo, yo
What is an emcee if the wall ain’t got no back
(I don’t know, yo, he must be kinda wack)
What is paper to a nigga if the nigga don’t stack
(Yo, why the hell you asking me that)
Why do these girls, look so good in the summer
(I don’t know, I’m just saying this shit)
If you got ta-dat-ta-dat-tap for your lady would you wanna
(Hmmm, yeah, right)
Cause you answer the phone peace do that mean that you not a freak
(Hell no! That’s right)
Cause you recognize me, yo, I got to speak
(Why can’t you speak What you big a star now)
Why you got-ta, act like, nigga, all the time
(Even on Sunday’s you should)
Is a nigga yo’ complexion, is it all in your mind
(It’s all your mind)
What’s it called y’all
It’s the questions (what) it’s the questions boy
It’s the questions (what) it’s the questions, yeah!
The questions (uh) it’s the questions y’all
It’s the questions (What) it’s the questions come on
The questions, it’s the questions boy
It’s the questions (ah, uh ah) it’s the questions, yeah
The questions (yes) it’s the questions boy
It’s the questions, that’s what it’s all about
Yo, if I’m a intellectual, I can’t be sexual
(I don’t know, you wanna be sexual)
If I want to, does that mean I lack respect for you
(I don’t know you tell me)
You see a grown man, why fuck that young girl, are you lusting
(I might look twenty but I’m 15, slow down girl)
If you got paper like that, then why you still hustling
(Why you still hustling come on!)
Now you know yo’ stomach too big, to be wearing a shirt like that
(Look at your stomach, it’s sloppy)
So why, you want, to go and do that
Why ya why ya why ya why ya why ya wanna why ya wanna
Why ya wanna go and do that love huh
Yo why your girl gigiddy when my name come up
How come the industry build careers that don’t last
(Uh-huh, that’s right, ask him)
How come niggas don’t know but they front and don’t ask
Man I don’t know, I don’t know
It’s the questions (what) it’s the questions girl
It’s the questions (what) it’s the questions come on
The questions (what) it’s the questions Com
It’s the questions it’s the questions yeah
Yo we talking bout the questions, it’s the questions girl
It’s the questions (the who, the where, the when, the why)
It’s the questions, come on!
The questions, the questions y’all (yo we shoutin’ it out)
It’s the questions, that’s what it’s all about
Yo, why they say never say never, when they know that ain’t right
(What)
Cause to never say never you done said never twice
(They scrubs, that’s why yeah that’s twice)
Why do I need I.D. to get I.D.
(I don’t know, beats me beats me)
If I had I.D. I wouldn’t need I.D.
(That’s right, that’s true)
Why do these fine ghetto women got so much ass
(Why’d you talking about our ass though come on now)
Why did Dr. J shave his beard and mustache
(Like this, and like this)
How you got high expectations but got no patience
(Come on, I don’t know, I don’t know, I don’t know)
How come this joint named The Questions is so John Blazin’
(Uh-huh, uh-huh, uh-huh) Man I don’t know, I don’t know
It’s the questions (what) it’s the questions boy
It’s the questions, it’s just my questions black
Some questions, it’s the questions y’all
It’s the questions (what) it’s the questions, yo
Talking bout the questions, it’s the questions girl
It’s the questions (what) it’s the questions, come on
The questions (which) and we’re shoutin’ it out
It’s the questions (huh) that’s what it’s all about, yo
2020-10-14T17:14:00

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Diario cinese

copertina

Di Aldo Terminiello aka Qin Aode 秦奥德 ho pubblicato alcune divertenti pagine del Diario Cinese e la breve e delicata storia L’ultimo volo.

Vorrei soffermarmi sul DIARIO CINESE. È un’opera in giallo. Dentro c’è tutto. Anche il giallo. La copia cartacea è molto bella. Però è ancora fruibile gratuitamente in rete. Ecco, prima che PUFF! sparisca, ne consiglio la lettura.

Le COPERTINE sono diverse, alcune donate, sono belle anche loro.

I MESSAGGI post-lettura? Un modo per Aldo di sapere se il suo lavoro è stato apprezzato.

Era pure ora

aldoter Diario Cinese Jul 29, 2019 1 Minute

Esattamente 3 anni fa tornavo in Italia dopo l’anno trascorso a Kunming. Ho scelto proprio questa data (le date “significative” mi piacciono un sacco) per annunciare ufficialmente il progetto al quale ho lavorato per una quantità spropositata del mio tempo libero: il Diario Cinese.

Quindi alla fine ho fatto un conto alla rovescia solo per annunciare questa cosa… giusto per farvi capire quanto è importante per me!

In questo post c’è soltanto la copertina, probabilmente la cosa più semplice che potevo fare e sono abbastanza sicuro che resterà così. È un gatto che gioca con un gomitolo… il significato sarà chiaro dopo aver letto il libro… credo.

Saranno circa 250 pagine, 110 delle quali sono già complete adesso che sto scrivendo; non inizierò a condividerle ancora, però. L’originale è in italiano, ma sarà tradotto anche in inglese e pubblicato qualche giorno dopo o insieme alla versione italiana (dipende da quanto sono veloce con la traduzione).

Il Diario segue ciò che successe a Kunming quasi giorno per giorno e il progetto è di postare le nuove pagine ogni settimana, iniziando a Settembre con una prima release più sostanziosa che coprirà almeno un paio di settimane, per poi procedere seguendo il tempo “reale”. Ad esattamente 365 giorni da ora il libro sarà praticamente finito (anche se ho già progettato alcuni “extra”) e avrete letto la storia del gruppo di tipi strani più meraviglioso che l’Università dello Yunnan abbia mai visto… o avrete rivissuto quei momenti, se ne facevate parte!

Il progetto non è ancora finito, come ho già detto, ma ci sono un bel po’ di spoiler sul mio Instagram qui.

EDIT: inizia a leggere qui!

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La vergogna

Afrodite (da qui)
Ecco una nuova emozione regalatami da ALESSANDRO GIANESINI (Ale dove seiiiii?). Non aggiungo altro, questo racconto è da bere ghiacciato, per sentire il brivido di pudore.
Buona lettura!
(GRAZIE ALE!)

Perché tutti mi fissano? Ho qualcosa che non va col vestito? È sporco?

Osservo le maniche e la gonna del tailleur gessato: sembra tutto in ordine, nemmeno una grinza. Allora perché mi sento tutti i loro occhi addosso? Ci dev’essere qualcosa che non va, ne sono sicura, ma cosa?

Ecco: ce n’è uno che ride sotto i baffi, lo vedo e quando i nostri occhi si incrociano lui smette e finge di sistemare un foglio.

Sarò diventata di tutti i colori, ci scommetto. Che abbia sbagliato a truccarmi? Eppure… No, no. È tutto a posto, mi sono data un’ultima controllatina prima di scendere dall’auto.

Continuano a fissarmi, mentre mi siedo. I loro occhi mi spogliano e io non riesco a sollevare la testa. Le gambe tremano. Continuo a muoverle, a farle oscillare con le mani che tengono giù l’orlo, tirandolo fin quasi alle ginocchia. Se continuo così me la strappo questa gonna e allora sì che ci sarà da divertirsi.

Ma già lo fanno. Un risolino, un altro. Eccone un altro che sogghigna, vicino alla finestra.

Deglutisco e li fisso, seduti davanti a me, ma loro sono impassibili e mi scrutano con ostinata voracità. Ma che vi ho fatto per meritarmi tutto ciò? Nemmeno fossi un carnefice che viene messo alla gogna davanti al popolo che ha terrorizzato fino al giorno prima. Sento che le lacrime sono a un passo dallo scorrere giù dagli occhi e sì, a quel punto il trucco andrebbe a farsi benedire e sarei ridicola.

Le mani tremano e lascio il segno del sudore dei palmi sulle cosce.

Perché tutte le volte è così? Non mi piacciono quegli sguardi che frugano nella mia intimità, come se fossi alla loro mercé, senza niente addosso, con anima e corpo esposti al pubblico ludibrio: sono una persona, abbiate rispetto di me e del mio pudore!

Prendo un profondo respiro e sollevo appena gli occhi. Il brusio cresce e io mi schiarisco la voce.

Il silenzio è pure peggio, ora ho la loro attenzione, ma i loro sguardi sono taglienti e sento addosso le ferite che mi infliggono.

Faccio scorrere lo sguardo su di loro, ma levo pian piano le mani dalla gonna e le allungo, prendendo tra le dita quella copertina azzurra, consunta e sdrucita agli angoli: ne sfoglio alcune pagine e poi torno all’inizio.

Una risata, qualche altra parola bisbigliata e un “iniziamo?” mi sferzano le orecchie.

Sento le guance in fiamme.

«Ra… ragazzi, ora si… silenzio. Fa… fa… facciamo l’a… l’a… l’a… l’appello.»

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Lenny? (14)

Jane Fonda, 83 anni, alla premiazione degli Oscar 2020 (immagine presa da qui)

Luce. Penombra. Buio. Penluce. I giorni si consumano cambiando rifrazione. Porta e finestre aperte ad accogliere. Un profumo di fiori di ciliegio ad aggraziar la vita in quattro mura. Desolazione a tratti. E a punti. A suggerire linee dall’imminente senso compiuto. Ribelle al segno tracciato da una volontà non mia, ripercorro gli angoli del perduto amore e trovo, negli oggetti che vi stanziano, il rarefatto pulviscolo di momenti sempre a filo di tangente. Cara, Mia Cara, te ne sei andata. L’abbandono brucia gli occhi di un Narratore senza corpo, occhi di fuoco, occhi d’inappetenza e fame, occhi brulicanti angoscia, che solo quella vedo in riempimento all’aria vuota. Di te.

Cara, Mia Cara… quando cazzo torni?

Non torni, già so, senza potere e inerme sto.

Oh, ecco, la porta si apre piano. Entrano uomini nerboruti dotati di imballi. Fuori dalla porta… Lenny?

BRUTTO BASTARDO FIGLIO DI PUTTANA!

Ma non sente, nessuno mi sente più.

Va bene. Si faccia: cambio genere!

Abbandonare il noto per il nuovo è eccitante e controverso, ma che sia! Solo uomini nelle future stesure! Monaci, magari! Monaci e di altri tempi, che la mia voce salga a equiparare quelle note! Non temo alcun confronto! Monaci, sì! E poche donne! Magari ottuagenarie!

SÌ, SOLO OTTUAGENARIE!

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Lenny, non scappi? (13)

(immagine presa qui)

La porta si chiude piano. Cara è sul divano, lancia le scarpe al vento. Urla. Un urlo delizioso.

– Non puoi fare sempre così!

Sì, posso.

– No, non puoi!

Sì, posso!

– Sono stufa di te!

Non è vero!

Cara si alza dal divano col broncio e un piagnucolio senza lacrime, va buttarsi sul letto.

– Non entrare!

Entro.

Il pianto senza lacrime continua, la faccia sprofondata nel cuscino, le spalle in sussulti ritmici. Nulla si bagna. Poi un sospiro lungo. E… un pisolino.

Passa il tempo. Cos’è cambiato in mia assenza? Qualche vestito nuovo (interessante), la spazzatura quasi come quando me ne sono andato (preoccupante), gli appunti e i libri di studio in un luogo diverso (strano), alcuni titoli freschi d’acquisto (caspiterina), uno di questi sul comodino (perdindirindina!). Cara si sveglia al suono della mia voce. Sto recitando a memoria alcuni brani del testo ora vicino al suo capo. Riconosce le pagine (le prime, per non sbagliare), allunga il braccio e inizia a leggere ad alta voce, sostituendomi. Il tono le si ammorbidisce, come la postura, il respiro inizia ad affannarsi, le labbra si inumidiscono e le cosce, oh le cosce si cercano piano. Eccola, è lei, è proprio lei, quella che ho sempre desiderato.

DLIN-DLONG!

– Sei stato tu?

No.

– Vado a vedere.

Si alza svelta abbandonando il poemetto erotico sul letto. Risponde al citofono, sorpresa preme l’interruttore del portone d’ingresso e apre la porta, aspettando.

– È Lenny! Proprio adesso?

Non guardarmi così, non ne so nulla.

Il giovane uomo è già sulla soglia. Con un gesto rapido toglie dalle tasche dei pantaloni due tappi di cera e li infila fulmineo nelle orecchie. Lo sguardo è risoluto, troppo risoluto e… dove vai? Fermati!

BUÙ! TA-DÀ! SONO UN FANTASMA! NON È VERO, SONO MOLTO PEGGIO: SONO IL NARRATORE… CAZZO FERMATI!

Il giovane uomo afferra Cara per la mano, risucchiato dalla visione delle labbra umide la bacia appassionatamente. Lei ricambia, già ingentilita dalla lettura. In breve i corpi si pretendono. Lei si stacca un attimo, come riavendosi da un sogno.

– Lenny, non scappi?

Muto, sorride malizioso.

COSA RIDI STRONZO! SCAPPA! SCAPPA FIFONE DEI MIEI STIVALI!

Si srotola la fune cinta in vita, la lancia in bagno e, con sguardo fiero, prende in braccio Cara, trasportandola nella zona franca. Chiude la porta a chiave. Rumori di discesa (dalla finestra).

Silenzio.

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Lenny, vieni! (12)

(immagine presa da qui)

– Sola. Alla fine son da sola. E per forza! Lenny scappa per colpa di Quello. Quello scappa per colpa di Lenny. Ma si può? Ma è giusto? Vigliacchi tutti e due! Non si fa così, non se ci sono io di mezzo! Ecco! Ecco… oh mioddio… che dubbio brutto brutto! Non è che magari? Eh? Non è che magari quei due si stanno comportando come innamorati spaventati all’idea di amarsi? Oh mioddio-mioddio! Non è che il premio non è altro che la scusa per incrociare le spade? Eh? Eh??? … Naaaa. Avranno studiato all’Accademia Dell’In Amore Vince Chi Fugge, ma se fuggono entrambi chi cazzo rimane? Io. Sempre io… Lenny, Lenny, sei così tenero, audace, fantasioso e così pavido certe volte. Il Narratore non è mica un fantasma, ma chi te lo spiega? Mi prenderesti per pazza credendo a ciò che si crede di solito quando le porte si aprono e si chiudono da sole (contraria a parte). Già, le porte, non sbattono più, non si aprono quando ho la spesa in mano, non si chiudono se me le dimentico aperte. Narratore, Narratore, cosa ci fai intorno a me sempre a rompere piani e sequenze? Chi ti ha mandato? E chi mi ci ha messa in questa situazione? Intanto adesso non c’è nessuno. Dalla porta alla finestra. Vuoto vero. Silenzio. Non l’ho nemmeno chiusa, la finestra, non si sa mai. Anche in bagno ci vado meno volentieri da quando non mi devo più nascondere. La tua presenza, l’esserci sempre, sempre troppo, troppo e con invadenza! Ma l’esserci… Ci si abitua a tutto. Quando ci si abitua alla presenza, arriva anche la mancanza. Mi manchi. Un po’. Un po’ tanto. Non ha senso. Non ha davvero senso: dai, alzati e telefonagli, che la vita continua. Dove ho messo il cellulare? Ah, eccolo. Chiama… Ciao Lenny, come stai?… davvero? … no-no, non c’è più il fantasma! … sei quasi arrivato? … Lenny, vieni!

La porta si apre piano e un giovane uomo sta per varcare la soglia.

TA-DÀ!!! Sono il Narratore! E non sono un fantasma!

Il giovane uomo fugge, non contando i gradini.

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Lenny, pronto? (11)

(immagine presa di qui)

– Lenny, pronto?

– …

– Lenny, che cosa ti prende? Sono 3 giorni che non ti fai vivo.

– …

– Non capisco, davvero.

– Hai i fantasmi in casa!

– E che colpa ne ho io?

– …

– Smettiamo di vederci per questo?

– …

– Lenny, su, siamo al telefono. Nessuno ci darà fastidio.

– …

– Sono qui, tutta sola.

– …

– Sul divano.

– Non possiamo fare in video?

– No! Mi piace come si faceva una volta: immaginazione.

– …

– Oggi ho deciso d’indossare la canotta del campeggio.

– …

– Ricordi come me l’hai tolta l’ultima volta?

– …

– Proprio quella.

– …

– Non l’ho rammendata (come potrei) e lo strappo è dove l’hai lasciato… solleticante, eccitante se penso alle tue dita che ne segnano il contorno e…

SBAMMM!

– Aiuto!!!

– Che succede, Lenny!

– La porta d’ingresso si è aperta e chiusa sbattendo!!! Ciao! Vado a cercare qualcuno che mi liberi la casa!

– Lenny! Lenny!!!

tu.tu.tu.tu.tu.

– (Bastardo!)

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Daniele, ciao

immagine tratta da qui

POESIE DI DANIELE CERVA

Oltre la vita

(senza titolo)

Ritorno

(senza titolo)

Ribelle

LA NOTIZIA

DANIELE CERVA UN GRANDE POETA CI HA LASCIATI

ADDIO A DANIELE CERVA

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Ricapitolando Lenny 2

DOVE SIAMO ARRIVATI?

AL NARRATORE CHE SE NE VA DI CASA.

E COME È STATO POSSIBILE?

EH…

MA SE LUI NON È IN CASA LA STORIA NON CONTINUA!

CONTINUA, CONTINUA…

Lenny 1Lenny 2Lenny 3Lenny 4Lenny 5Lenny 6Lenny 7Lenny 8Lenny 9Lenny 10

Aggiungo una canzone che mi ha fatto conoscere tempo fa Allegropessimista (un) e che trovo ora particolarmente adatta a descrivere la situazione narrata. Su chi sia chi, a ciscuno la propria interpretazione.

Buon ascolto e buona lettura!

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Per un bell’abito Olga perse le penne. — alemarcotti

Eccolo. Ve lo presento ufficialmente. Il lock down mi ha illuminata… E ho creato questo. Ho una prefazione meravigliosa e volevo ringraziare colui che me l’ha scritta. Per il resto…. Non vedo l’ora di avere la copia cartacea e iniziare a fare i miei spot pubblicitari!!!! https://www.ibs.it/per-bell-abito-olga-perse-ebook-alessandra-marcotti/e/9788835899310

Per un bell’abito Olga perse le penne. — alemarcotti

Vai Ale! Si parte!!!! 😀

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Ninna nanna maschia

OGGI RIPOSO, MA È TUTTO IL GIORNO CHE QUESTA CANZONE MI TORMENTA. BUON ASCOLTO!

CAALÌ – Charlie Cinelli
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Lenny, torna su! (10)

(immagine da qui)

La porta si apre piano. Dal pianerottolo giunge una voce “Lenny, torna su!”, ma non pare ottenere risultati. Cara rientra furiosa. La porta si chiude piano, autonoma.

– Dobbiamo parlare!

È bellissima… vestita per sedurre e arrabbiata. Pare sarò io il fortunato a goderne appieno.

– Eh no, caro!

Non vuoi un goccio di vino? C’è il decanter, il tuo bicchiere preferito, sei sempre più soave dopo un bicchiere di vino.

Soave un par di palle, Narratore!

Ahi… non è un bel segno quando mi chiami per nome. Siediti, su, non ti affaticano quei tacchi alti? Non hai voglia di toglierli, massaggiarti le piante dei piedi, allungare le belle gambe sul divano e ascoltare magari un po’ di musica d’atmosfera? Non hai voglia poi, magari, di accarezzarti languida il ventre e…

– Ma la pianti? Ho detto che dobbiamo parlare!

Va bene.

– Così non si può andare avanti. Ho una vita io!

Lo rispetto.

– Non è vero! Non ti limiti a osservare, tu vuoi dirigere il mio presente! Per non parlare del futuro.

So che la cosa ti disturba, ma è nell’ordine delle cose. Io sono il tuo Narratore.

– Non me ne frega un cazzo di chi sei! Non ti ho evocato come uno spirito dell’Oltretomba!

La situazione non cambia.

– Sì invece… io, io voglio che tu te ne vada.

No.

– Sì.

Lo sai, poi ti manco, lo hai ammesso ieri.

– Ieri non avevo idea della piega che avresti preso!

Lo sai da sempre qual è la mia piega, non ho mai nascosto l’essere un manipolatore!

– Stai alzando la voce?

Sì!

– Ah!

Cosa stai facendo adesso?

– Vado da Lenny!

No!

– Sì!

Ah!

– Non aspettarmi!

L’ho appena mandato a giocare a calcetto!

– No!

Sì!

– Ah!

Esco, non aspettarmi!

– No!

Sì!

– Ah!

Cara resta inebetita dallo scambio appena avvenuto. La finestra si chiude piano.

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Lenny, entra… (9)

La porta si apre piano. La figura nota entra. Tituba sull’uscio. Lo sguardo a girovagar per la stanza e poi a un tratto fisso, serio. Mi punta.

– Lenny, entra…

Ma sei pazza? Non son pronto! Guardare il mio antagonist… personaggio appropriarsi dello spazio? Non Guardo! Non sento! Non parlo!

– Vieni Lenny, ho riordinato. Non volevo tu vedessi tutto sottosopra. Accomodati. Vuoi qualcosa da bere? Sistemo la roba della palestra e l’asciugamano bagnato dalla doccia. È un attimo.

Na na na na na na na na na…

– Fai come fossi a casa tua. Sai, pensavo, se preparassi una pasta la volo? Non grandi quantità, non vorrei ci appesantisse. O preferisci un filetto con della verdura fresca? Io lo voglio al sangue, ma se ti piace ben cotto basta tu lo dica, lo metto su prima del mio. Fammi una cortesia, apri la bottiglia che c’è in cucina e, tanto lo vedi, travasa il vino nel decanter.

Non sento non sento non sento non sento non sento!

– Io vado in camera a cambiarmi. Trovarti fuori dalla palestra è stata una vera sorpresa, ma ora dammi il tempo per una veloce restaurata.

Non vedo non vedo non vedo non vedo non vedo!

– (Maledette etichette) ho comprato un intimo stepitoso ieri, era in saldo… ah, la tovaglia è nel primo cassetto a destra, anzi, le tovaglie, ecco, non quella natalizia, ti prego. Ti ho mai raccontato di come mi sia entrata in casa quella natalizia? Era stesa al piano di sopra e con il temporale è planata sul balcone. Quando sono salita per restituirla gli inquilini erano scappati avvisati di una probabile incursione notturna dei Carabinieri. Hai capito che roba? Roba da matti! Avevo sulla testa dei pregiudicati e non mi ero accorta di niente. Ok, avevano frequentazioni un po’ sopra le righe, ma sai com’è in condominio, se inizi a fare le pulci agli altri non vivi più, il gioco diventa al massacro. Comunque, la tovaglia è molto bella e me la sono tenuta. Lenny? Ah, sì, vanno bene anche quei piatti. I bicchieri fai tu… hai deciso cosa vuoi mangiare? Guarda, sono quasi pronta. Giusto un po’ di trucco.

(Non parlo non parlo non parlo non parlo!) (No!)

Cara ha finito di sculettare per entrare nel tubino da matrimonio altrui. Sta calzando un paio di scarpe con un tacco che non le ho mai visto portare ed è contemporaneamente alle prese con lo spazzolino del mascara. Qualche colpetto a memoria, lo specchio a controllare ed è la volta del rossetto.

Mai vista così…

E che cazzo!

BU!!!

– Eccomi, ci sono, sono pronta Lenny. Lenny? Lenny??? Dove sei Lenny? (stronzo…)

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Lenny, ciao. (8)

La porta si apre piano. Dal pianerottolo si diffonde la voce nota: “Lenny, ciao. E grazie per lo zaino!”. La porta si chiude in autonomia.

Cara entra con in spalle un voluminoso zaino fluorescente. Lo lascia piombare a terra senza preoccuparsi dell’accasciamento in orizzontale. Qualche occhiata furtiva alla stanza, apertura delle finestre per cambiare l’aria. Espressione beata. Sorriso stampato. Sta bene. È felice. La vacanza le dona. È bella. Più bella.

Come è bella…

Non riesco a parlarle.

Va in bagno. Lascia la porta aperta e vedo. Si lava mani e viso, poi ritorna in sala ancora gocciolante, alza le braccia in alto, si issa sulle punte dei piedi e inizia una danza tutta sua, senza musica. La coreografia è quel che è, ma c’è tanta gioia in quelle movenze, tanta energia.

– Non mi chiedi niente Narratore?

E piroetta come una trottola ubriaca. I capelli fanno ciò che le leggi fisiche permettono loro. Dalla bocca inizia a uscirle un motivetto che non riconosco. Quante cose avrei da chiedere a quelle labbra angeliche, ma non posso interrompere un momento tanto speciale.

– Quanti problemi, ti rispondo lo stesso sai?

E con le mani sui fianchi improvvisa una specie di tarantella, ma non ci giurerei, sono tutti passi così poco distinti. Eppure è ipnotica.

– Chiedi pure, non ho intenzione di mentire.

Adesso le braccia si son messe a vorticare lungo i fianchi accompagnati da un fischio modulato (sa fischiare!). Non è chiaro cosa rappresenti nell’economia della, del, non saprei come definire ciò che vedo, ma qualcosa tutto ciò rappresenterà, no?

– È questa la domanda? Sono solo contenta.

Saltelli, ecco, i saltelli mancavano, a piedi uniti, intorno al divano con l’emissione di scanditi Yek-Yek! E una capriola sul divano. Sul quale rimane immobile a far calmare il fiatone.

– Ti sono mancata?

Sì.

– Anche tu.

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Lenny… (7)

La porta si apre piano. Si chiude. Si apre. Si chiude. Si apre. Si chiude ancora. Sempre piano. La ragazza non muove un muscolo. Sul divano sembra dormire.

Cara, cos’hai?

Solo il torace le si alza e abbassa.

Cara, non mi far preoccupare, dimmi, cosa c’è?

Lei si volta, viso allo schienale (una mano sull’orecchia).

Cara, non fare così, non mi dai argomentazioni.

Silenzio e quiete. Apparente, la quiete.

Cara, va bene, non m’importa delle argomentazioni, ma voltati almeno. Guardami… ok, non puoi propriamente vedermi, allora parlami. Fai qualcosa. Prenditi gioco di me. Giochiamo? Eh? Io faccio apparire l’idraulico e tu trovi il modo di fregarmi. Oppure io mi avvicino e tu ti allontani. Oppure io mi avvicino e tu non ti allontani. Oppure tu ti allontani e io osservo dall’alto il mio topino bianco, bello, che cerca il modo di uscire dal labirinto. Oppure io esco. Vado a fare un giro, eh? Ti piace l’idea? Sì, è esatto che poi torno, ma mi silenzio. Davvero, ci posso riuscire per un po’, stare zitto, lasciarti fare senza prenderne nota, ci provo, mi sforzo. Oppure mi chiudo nel frigorifero e tu ti alzi da lì, accendi lo stereo e vai a farti una doccia, poi chiami Lenny, ti prepari per la serata e io a leggere le etichette.

Dal divano si alza un sospiro.

– Lenny…

Ci tieni così tanto? Ma se l’altra sera quasi lo cornificavi! Se non fossi intervenuto io, tu, adesso… parlami. È la libertà a mancarti? Sei libera lo sai, io non sono così invadente. Sono invadente? O forse è il rendere pubblico tutto ciò che fai? Ammetto possa essere fastidioso. Succedesse a me non so come reagirei, ovviamente non deprimendomi. Su Cara, voltati, fatti guardare.

Un piede si tira di punta. L’altro anche. Le gambe li seguono. Il busto si torce. Le mani stropicciano gli occhi. Un sorriso prende forma. Uno sforzo e Cara è seduta. Qualche intrecciata rapida ai capelli e gli avambracci sulle ginocchia. Il volto si alza in direzione del nulla, ma il sorriso c’è.

Era da qualche tempo che il Narratore stava appollaiato sul lampadario e i primi cuscinetti adiposi gli si erano presentati festanti a ricordargli l’assenza di un moto qualsiasi.

Cara, cosa stai facendo?

Il colorito era diventato grigiastro per mancanza di ossigenazione e le occhiaie avevano mostrato la loro natura cosmica: due veri e propri buchi neri.

Cara, smettila, non si può… non si fa!

Occhi spettrali ingoiavano tutto ciò che gli si avvicinava e la bocca era sempre aperta. L’alito infernale.

Cara, smettila!

A un tratto una forza lo trascinò a sè, un super-bucone-nero bussò alla porta. TOC-TOC!

Chi è? Vai a vedere tu Cara?

La ragazza sorride.

– No, vai a vedere tu.

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Un corpo prestato a un concetto spaziale

EBBENE SÌ, HO PRESTATO IL MIO CORPO ALL’ARTE.

Opera di Andrea Roccioletti

A wearable version of Fontana’s “spatial concept”

Performance azioni impossibili impossible actions

A wearable version of Fontana’s “spatial concept”.
Or, for a serene acceptance of art.
Serie: impossible actions.
Performance and wearable installation, 2020.

The t-shirts are available to those who request them, free of charge, as long as those who receive them send a photo with the shirt worn, which will be published on this site.

Una versione indossabile del “concetto spaziale” di Fontana.

Ovvero per una serena accettazione dell’arte.
Serie: azioni impossibili.
Performance e installazione indossabile, 2020.

Le magliette sono a disposizione di chi ne fa richiesta, gratuitamente, a patto che chi le riceve mandi una foto con la maglietta indossata, che verrà pubblicata su questo sito.

roccioletti - concetto spaziale di Fontana 1
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 2
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 3
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 5
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 6
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roccioletti - concetto spaziale di Fontana 10
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 12
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 13
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 14

Endorsum
with a wearable version
of Fontana’s spatial concept.

(foto ed elaborazione di endorsum)
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Ricapitolando Lenny (e un gioco)

Piccola sosta per produzione materiali. Nel frattempo metto qui tutte le puntate. E un gioco musicale.

LENNY? (1)LENNY, SEI TU? (2)LENNY, SCAPPA! (3)LENNY, NON SI PUÒ (4)CAZZO, LENNY! (5)LENNY??? (6)

GIOCO MUSICALE

3 TIPOLOGIE DI LENNY, 3 TIPOLOGIE DI CARA, 3 TIPOLOGIE DI NARRATORE. BUONI ACCOSTAMETI!

LENNY A

LENNY B

LENNY C

CARA A

CARA B

CARA C

NARRATORE A

NARRATORE B

NARRATORE C

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Lenny??? (6)

(foto da 123rf.com)

Vino. Quale sorso sia non è dato sapere, ma sta muovendo verso il compimento dell’opera calda. I gesti si sciolgono e le lingue libere improvvisano argomenti a un solo scopo. Il bicchiere rimane tra labbra e mani come ultima difesa, il suo appoggio sarà incondizionata arresa all’assalto. Chi dei due avvicinerà la pelle non è stabilito, ma si sa che sarà lì, sul divano, il terreno di battaglia.

Basta, non mi dicono niente questi due. Non ci faccio nulla qui. Mi manca Cara.

Lo so cosa ha fatto l’altra sera. L’ho capito annusando l’aria quando mi è passata accanto. Ci sono rimasto troppo male. Non che lei non possa, ci mancherebbe, ma il sotterfugio, la menzogna, l’abbindolarmi con l’idea del bondage… ma quale bondage e bondage, tirava su Lenny dalla finestra!

Cosa stanno combinando questi due? Ah, siamo già al mani ovunque. Buon per loro.

Dovevo pur allontanarmi, ristabilire le distanze, il controllo e lasciarla alle sue priorità. Sì, ha delle priorità che non mi contemplano… e chi se ne frega!

La porta si apre piano. Cara entra in casa. Seguita da uno sconosciuto? Ridono. Scherzano. Si tolgono le scarpe lasciandole dove capita. Presto si sistemano sul divano. Si piacciono, non c’è dubbio. Non c’è dubbio.

Cara! Per cortesia, no eh!

La ragazza mostra al giovane e aitante uomo la sua posizione preferita sul divano: a gambe in su. Lui divertito la imita. La sintonia si trasmette vibrante ed esplode in un’allegria contagiosa. Contagia anche me… dling-dlong!

– Chi sarà a quest’ora?

Vai un po’ a vedere, Cara.

Si raddriza sulla seduta e corre al citofono inciampando in un scarpa da ginnastica.

– Chi è? Lenny??? (stronzo…)

Eh eh eh! Io il Narratore, tu il personaggio.

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Cazzo, Lenny! (5)

(foto presa da freepik.com)

La porta si apre piano, Cara entra in fretta.

– Ti dispiace chiudere la porta?

E abbracciando un sacchetto della spesa si dirige senza esitazione verso il bagno. La porta si chiude autonoma, sbattendo.

Ciao Cara -buongiorno Narratore- tutto bene al lavoro? -certamente mio Amato, unico e solo Narratore- cos’hai nella borsa della spesa? – non vedo l’ora di mostrartelo, ti dispiace chiudere la porta, oh Grande Creatore?- Ecco, così sarebbe stato accettabile.

– Ok.

È aprendo la porta del bagno che dalla borsina scappa ciondolante la cima di una fune bianca. Il suo movimento oscillatorio urla risposte a uno sciame di domande apparse tutte in una. E apparse a me!

Cos’è, Cara?

– Esercizi di bondage.

E si chiude dentro a chiave con la velocità furtiva di chi vuole al più presto mangiarsi il frutto proibito.

Ma… scusami tanto, io non sono preparato a quest’evenienza!

Dal bagno si odono rumori di fatica.

Scusa Cara, ho fatto mente locale su tutto ciò che so. E…

Qualche sbuffo da sforzo segue ai suoni precedenti.

Hai proprio detto bondage?

– Sì-sì.

Ma lo sai che è pericoloso, sei solo una principiante. Sei solo una principiante, vero?

– Sì-sì.

Un brusio inizia a farsi strada prendendo la via del buco della serratura.

Io non credo che dovresti fare certe cose senza assistenza.

– (Brish…vsch…oh santapace… ci sei quas…) Sì-sì

Se avessi saputo mi sarei almeno informato, Cara. Cara?

– (Oh! bravo! schhhh!) Sì-sì.

Non compiere stupidaggini, eh! Ma poi, queste prove, dico, che senso hanno se ormai pratichi l’astinenza?

– Mmm.

Ti sei messa un bavaglio?

– Sì-sì.

Come sì-sì?

– Ah, (mmmm-mmmmM…) no-no.

Eh, volevo ben dire! Non posso permettermi incongruenze di questo tipo!

– MmmmmMm… (ohhhhhh…)

Ho una reputazione da difendere, non è che il primo critico con la cresta alzata possa venire e pretendere di farmi le pulci… trovandole! Ah Ah Ah! Non trovi anche tu?

– Sì. (Ohhhhhh… sìì).

Brava, mi sembri convinta. Vedi che quando vuoi sai essere ragionevole, sai capire, capirmi soprattutto. In merito alla comprensione, pensavo, tu ed io non ci conosciamo ancora molto bene, dovremmo, dovrei, sì insomma, magari se mi aprissi un po’ di più con te, eh, che ne dici? Parlarti di me, rendermi a te più prossimo. Eh?

– HE? (… aaahhh… sìììì…)

Dicevo, ti piacerebbe conoscermi meglio?

– Mmm… (ohhhhh… sìììììììì.)

Ma cosa stai facendo con quella corda?

– Uuhh…

– Eloquente. Dovremo lavorare di più sul tuo vocabolario, Cara. Non ti nascondo una certa curiosità. Il tono ti si è quasi arrochito. Ti sento un po’ in affanno.

– Mmm… (dillo ancora…)

Non ti nascondo una certa curiosità. Il tono ti si è quasi arrochito. Ti sento un po’ in affanno. (L’ho detto.) Ma… sembri Jamie Lee Curtis nella scena in cui John Ceelse si spoglia parlando russo. Hai presente il film Un pesce di nome Wanda? Forse no. Ha qualche anno in effetti, oddio, probabilmente è più vecchio di te, ora che ci penso. Dovrei controllare per esser più preciso, certo, se ti interessa, ma io credo che possano interessarti queste piccole nozioni di cultura generale.

– (Ohhhh, sììì, continua…)

(Ok, continuo.) È normale appassionarsi agli argomenti suggeriti dal proprio Narratore. Film fantastico. Una pietra miliare. Dovremmo guardarlo una sera, ti piacerebbe moltissimo. Recitato divinamente, ironico, divertente, sarcastico. Ti farebbe un gran bene. Sempre quei testi scientifici tra le mani, che noia!

– (Ahhhhhh… Sììììì…)

Eh, te lo dico sempre che dovresti leggere letteratura erotica, non mi ascolti! Per altro, senza offesa, mi sembri ancora un po’ acerba in materia, devo prepararti all’idea del sesso che, ormai l’ho ben capito, ti neghi. Ma basta parlare di tematiche che potrebbero essere delicate, tornando a noi, allora, che dici personaggio mio, ci guardiamo un film una sera?

OHHH! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SSSSSÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌ!!!!!!

Accipicchia che entusiasmo! Non mi attendevo certo una risposta così! Ti ho sempre trovata piuttosto contrariata dalla mia presenza, dall’avermi intorno. Sai, stavo anche pensando di andarmene…

– Eh? (schhhhh!)

Sì, sto diventando empatico ed essere un po’ te mi avvicina alle tue ragioni.

– Sei serio? (vai… attenz…)

So che non dovrei dirtelo. Ma in qualche modo mi stai davvero diventando cara.

La porta del bagno si apre, Cara è spettinata e con gli abiti in disordine. Un forte rumore di sacco pieno stramazzato al suolo s’ode. La cima della fune bianca svolazza nell’aria e subito si precipita nel vuoto oltre la finestra. Un rantolio l’accompagna in senso opposto e contrario. Cara resta per un breve attimo perplessa, poi, come ripresa da un sogno a occhi aperti, corre al davanzale.

– Cazzo, Lenny!

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Lenny, non si può (4)

– “No Lenny, davvero, questa sera non posso.”

Cara guarda nel vuoto e l’espressione è contrita. Con i denti si stacca una pellicina intorno all’unghia del dito medio che di seguito innalza con intento comunicativo.

Ce l’hai con me, cara?

– “Ho promesso alla vicina di assisterla durante la festa di compleanno. No che non sei invitato, ma ti pare?”

Oh che meraviglia! Tu e la vicina, che bocconcini gustosi!

Il dito medio si alza ancora e ancora, con fare quasi rivendicativo.

– “Sì, lo so, anche tu mi manchi, lo so…”

E una mano va a coprire la bocca silenziando il rumore dei baci, o forse di parole d’amore. Il cellulare è ora sul tavolo in attesa di un altro utilizzo e lei si piazza in mezzo alla stanza con piedi divaricati. Eccola fare un piegamento del busto in avanti in un’espirazione rumorosa e quasi animale.

Non devi limitarti, cara, sfoga pure il tuo turbamento. Lo so, sai, che eviti Lenny per tutela della privacy, ma non dovresti mantenere questo atteggiamento nei miei confronti, non sono un guardone qualsiasi, io sono il tuo Narratore, il creatore del tuo destino, capisci? Conoscerti è per me una missione. Solo così potrò decidere di te.

– Hai finito?

Sì, al momento.

– Io questa sera ho rinunciato a Lenny. Non gradisco essere condizionata a tal punto. Siamo 1 a 0 per te. Vorrei andare dalla vicina e non correre il rischio che ti vengano idee insane agendo su altri, quindi: tu farai qualcosa per me.

Mmm… un gioco. Mi piace.

Cara si toglie i pantaloni della tuta. Lo slip è floreale e di gusto; un tenue pizzo color rosa antico circoscrive il triangolo pubico.

– Ma la smetti di fare il porco?

Lo sai vero che prima o poi dovrò descriverti in un amplesso, cara?

– Eh? Col cazzo!

Certamente.

– No! Volevo dire… ma vaffanculo!

E raggiunge infuriata il bagno, ci si chiude a doppia mandata. Un ripensamento ed esce.

– Il gioco!

Son qui ad attenderti.

– Letterario!

Hai imparato a conoscermi, mio adorabile personaggio.

– Tu scegli il testo e io cosa ci devi fare. Ti ripresenterai solo quando avrai terminato.

Fantastico!

– Bene. Autore e titolo.

Ibsen: Spettri. È un libro piccino, eh eh eh.

– Devi fare una casa di bambola.

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Lenny, scappa! (3)

(foto presa da qui)

Tre mandate, la maniglia si abbassa. La porta si apre piano e la sua testa sbuca in ispezione.

Benvenuta cara, cos’è questo fare? Mi nascondi qualcosa?

La testa si ritrae e dal pianerottolo si ode un confabular di voci. Due. La testa riappare.

– Vai via per piacere?

Non posso perdermi questa novità. Son qui, ormai, esclusivamente per te.

La testa si eclissa ancora. Le voci son di turbolenza. A un tratto la ragazza esclama: “Ci sono i ladri ti ho detto! Resto io a chiamare la Polizia, tu, tu… ma non hai capito? Lenny, scappa!”. Rumor di fuga vigliacca.

Io non sarei scappato. Lo sai.

– Già. E chi ti uccide?

Entra nell’appartamento chiudendosi alle spalle la porta. Si va a proiettare sul divano, sconsolata.

Non esser triste. Ci sono io con te, il tuo Narratore.

Lo sconforto prende il sopravvento e un pianto quasi isterico vien spinto agli occhi dal diaframma.

– Non stare qui! Non vedi che piango?

Io devo stare qui proprio perché piangi.

– E io non voglio che tu mi veda!

Non c’è nulla da nascondere, è naturale ciò che sta accadendo.

– Ma che cazzo vuoi saperne tu?

Dimmelo, sapere è il mio mestiere, cara.

– A te non dico proprio niente!

E si alza andandosi a chiudere in bagno. Esce con il viso rinfrescato dall’acqua. Tituba. Rientra per fare una pipì. Scrosci: del water prima, del lavandino poi. Torna al divano, ma aspetta a sedersi. Mi cerca…

– Per parlarti, da qualche parte devo pur guardare.

È così bella con i resti del congestionamento da pianto. E gli occhi, nel rigonfio, paiono pure più grandi.

– Non sei venuto in bagno.

Cosa vorresti dire?

– Dico: non sei venuto in bagno.

Prendevo nota di come hai lasciato il divano, cara.

– Non ci vieni in bagno?

– ZONA FRANCA!

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Lenny, sei tu? (2)

immagine presa da 123rf.com

La porta si apre piano.

– Lenny, sei tu?

Silenzio e un fiato di contraria.

– Lenny, non farmi prendere spaventi!

Spaventati invece, cara.

– Aaaaah! Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Canta anche, il mio personaggio preferito!

– Ma non stavi da Lenny?

È più carino seguire te.

– Non se ne parla proprio!

Come no? Non sono forse il tuo Narratore prediletto?

– Cosa fai, broccoli?

Cara si passa un dito sulle labbra e lo sguardo, oh lo sguardo sdilinquisce pago. Accavalla lentamente le gambe sul bracciolo della poltrona e la gonna leggera scopre, fin quasi all’inguine.

– Ma cosa dici? Ho su i jeans!

E non ti cambieresti per me?

– Non se ne parla proprio, sto leggendo un trattato di biochimica e mi disturbi!

Cara, non son letture da te, quelle. Quanto impegno mal speso. Dovresti leggere poemetti erotici e assecondare posizioni diverse, introspettività sensuali. Saresti perfetta.

– Guarda “caro”, nell’appartamento in parte c’è chi cerchi: sciò!

Potresti avvertire un sussurro languido all’orecchio, cara.

– Hai intenzione di stare qui a lungo?

Tutto il mio tempo.

Il libro si chiude in botto. Cade pesante a terra. Gli occhi sprizzano giocosa malizia e… no, no dai, non fare così.

– Vattene.

Non sono posizioni serie, rimettiti a sedere composta.

– Il mondo è bellissimo a testa in giù e le scarpe da guardaboschi per aria si ossigenano!

Cara, non me ne andrò per questi infantili dispetti.

Il sospiro è d’arresa. Vinta dal fato s’alza e si avvicina al frigorifero con l’espressione di chi non sa che fare. Mangiare forse?

– Mi metti una tale ansia, Narratore.

Perdonami creatura amata, ma non son qui per questo.

– Allora vai via!

Sarà divertente studiarti in atteggiamenti e piccoli vizi, fai pure, cara.

Guarda ancora con circospezione l’intorno, come a scoprir qualcosa di misterioso e affascinante: me.

– Ma cosa ti salta in mente? Ti inserisci nella narrazione?

Sono il Narratore e posso. Oh se posso!

– Allora vieni a darmi una mano a scegliere.

Apre il portellone del frigorifero e indaga l’interno in una scelta senza fine.

– Cosa mangio adesso?

Eccomi pronto, cara. Vediamo-vediamo. Un bell’ordine, non c’è che dire, ma non capisco. Fammi strada, cosa c’è in quel cartoccio? Non ti dispiace vero se allungo una mano e sollevo la stagnola. Dunque, interessante, profumo invitante, ottimo appetising…

– Uff, decidi in fretta. Ho fame! Guarda anche sul ripiano in basso, giù in fondo.

Scomodo da raggiungere, ma di sicuro una piacevole scoperta, brava! Questo mi sembra perf…

SBAMMMM!

(cartoccio piccolo, cartoccio grande, uva, more, insalata, carote, cipolla, caprino, limoni, cetriolini sott’aceto…)

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Lenny? (1)

We Can Do It!, poster di J. Howard Miller del 1943 ispirato a Rosie the Riveter

– Lenny?

Non c’è, cara.

– E tu chi sei?

Il Narratore.

– È uno scherzo? Lenny?

Non è uno scherzo, cara.

– Ma quale cara e cara, io non mi chiamo “cara”. Lenny? Dove sei finito?

Non c’è.

Cara smette di girare per la stanza e inizia a fissare gli angoli del soffitto.

– Da dove viene la voce? Ci sono delle telecamere?

No.

– Palle.

Io non mento mai, cara.

– La smetti? Lenny!

Cara è indecisa se cercare l’uomo o apparecchiature tecnologiche. Toglie il cellulare dalla borsa e avvia una chiamata.

– Lenny, santo cielo, rispondi… ciao Lenny, sono io, sono nel tuo appartamento, la porta era aperta, dove sei finito? Ti aspetto qui per una decina di minuti, poi vado, ciao. – Biiiiit

Non verrà, cara.

– Come sarebbe a dire? E cosa ne sai tu?

Sono il Narratore, io so tutto.

– E ‘sti cazzi?

Ah! Ah! Ah! Sei simpatica.

– Ma vaffanculo!

Cara, non essere volgare.

– Senti non so chi sei e non sai chi sono, non potremmo finirla qui?

No, non potremmo, devo finire il racconto.

– E che devi raccontare? Di come mi muovo in un appartamento cercando chi non c’è?

Anche.

– Frustrato!

Non offendere.

– Cioè, fammi capire, io sarei un tuo “personaggio”?

Esattamente.

– E mi farai fare ciò che credi?

Per esempio.

– No! No caro!

Cara parla voltando alternativamente il capo a destra e a sinistra (con un piglio singolare, in effetti).

– Stai parlando di me?

E di chi altrimenti?

– Non mi piace.

Non ha importanza.

– Stronzo!

Attenta…

– È una minaccia?

Non amo definirla in questo modo.

– Ah! Sei clemente con te stesso!

Se mi garba, lo sono.

– Ma che gran pezzo di merda! Senti un po’ onnipresente e onnisciente, se esco da qui continuerai a rompermi i cosiddetti?

Non ho ancora deciso.

– Allora, se non dico parolacce da scaricatore di porto, mi lasci uscire da qui senza seguirmi?

Mi stai proponendo un patto?

– Figliodiputtanarompicoglionimaledetto!

Su cara, non ti donano, davvero, non ne esci bene.

– Imbecillepuzzolentenanomalefico!

Oh, andrai avanti per molto?

– Scemostupidopezzentecialtrone!

Non sei carina, per niente.

– Facciadimerdastercoschifoso!

Ok. Si può fare.

– Ciao.

Cara esce dalla porta. Con un sorriso.

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Una storia politicamente e religiosamente scorretta

I disegnini di Andrea + qualche foto

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Aggiungerei:

“Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

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Protetto: Una storia politicamente e religiosamente scorretta

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regaloni

La paura

Mr. FEAR – SIAMÉS
(Directed and Animated by RUDO Co. http://www.rudocompany.com)

PRIMA DI LASCIARE QUESTE LANDE DESOLATE, L’EX-SOCIO ALESSANDRO GIANESINI MI HA FATTO DONO DI ALCUNI RACCONTI RIGUARDANTI CIASCUNO UN’EMOZIONE. LI CONSIDERO DEI REGALONI. ECCONE UN ALTRO PARTICOLARMENTE CENTRATO… (i puntini di sospensione sono una citazione che gli devo)

PER L’OCCASIONE NON USERÒ UNA SEMPLICE IMMAGINE, MA UNA CANZONE CON UN’ANIMAZIONE STUPENDA.

(GRAZIE ALE!)

Buona lettura!


«No, non spegnete la luce, vi prego…» gratto con le unghie contro la porta chiusa, ma anche lo spiraglio che c’era sotto scompare: stop, finito, buio totale.

Mi metto con la schiena contro il legno, che improvvisamente è freddo, ostile. Il formicolio sale dalle dita e scorrere attraverso le mani fino ai gomiti: mi gratto, ma non si ferma, e un sibilo spezza il silenzioso nero che mi avvolge e mi striscia addosso con le sue viscide squame.

Ho gli occhi sbarrati, ma nessuna luce mi permette di trafiggere quella nebbia bituminosa che fluttua davanti a me, attorno a me, occultandomi il mondo… occultandomi al mondo…

Mi si mozza il respiro riempiendomi i polmoni di un gelido fluido ribollente.

Era una risata quella? «Ehi, c’è qualcuno?» giro di scatto la testa, ma è tutto nero, tutto lontano dai miei sensi amputati.

Tutto tace, ma il vuoto è rotto dalla risata che mi gira intorno, da un orecchi all’altro, carezzandomi con l’alito graffiante del suo rauco ripetersi.

Agito le mani, ma i fendenti delle mie dita graffiano solo l’aria, che si fa intensamente pungente e mi trafigge la pelle. Torno a grattarmi, i palmi, i dorsi delle amni e sento che tutto si lacera e anche quel tepore di sangue che ne esce, si congela, evaporando via dal mio corpo.

No, no: non urlerò come ieri, non lo farò di nuovo: quell’ago mi ha fatto vivere un sogno che… ma io ci sono già dentro, non è così?

Ancora quella voce, così carezzevolmente spietata che mi lacera i timpani col suo sussurro di piacevole morte: mi metto in posizione fetale cacciando la testa tra le ginocchia, ma la voce sembra ancor più distinta e mi attira ancor di più lontano dalla luce, dove il pensiero non riesce a penetrare il velo di oscurità che l’ha intrappolato. Ansimo a bocca aperta e l’aria non ne vuol sapere di riempire il mio corpo.

Non ce la faccio più, ora urlo… ora urlo… ora urlo!

Sento il sangue colarmi dall’angolo della bocca e scorrermi in gola, refluo di tepore già destinato a estinguersi.

Ogni respiro s’affanna a inseguir quello prima, ma la risata cresce di volume e ora sento il suo odore davanti a me e i suoi occhi mi fissano bui e profondi come la notte che mi tormenta col suo scherno.

Serro le palpebre, ma queste mi si ribellano e gli occhi scrutano quel che non si vede, quel che mi aggira e mi perseguita: sento il suo tocco sul corpo, tra i capelli e i suoi passi silenziosi mi aggirano in una danza macabramente rituale e dal sapore di fine.

Il sale delle lacrime si mischia al sentore ferroso del sangue sulle mie labbra e la lingua ferita ne raccoglie gli umori per ricacciarli nel corpo a cui appartengono.

Il cuore smette di martellare, la voce stavolta è vera e la porta si apre sul corridoio abbagliante.

«Ti sei pisciato addosso anche stanotte, stronzo?» il secondino mi assesta due calci nei reni, ma il mio corpo ancora tremante non si muove dalla posizione. La luce mi lacera le pupille, ma ora respiro, vivo.

Il sangue, le lacrime, il piscio… di quello poco m’importa.

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Giulia 9

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(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

«Mi lasciano uscire. Adesso.»

«Arrivo.»

«No, ho chiesto a Enea di venire.»

«Capisco…»

«Ciao.» e chiude la chiamata senza dispiacersi. Non è il momento. Seduta sul letto d’ospedale si dona per l’ultima volta la vista: il cielo, le cime verdi a rincorrersi, qualche nube screziata dai capricci del sole. Una compagnia buona per quei lunghi giorni. Grazie.

Enea entra sicuro nella stanza, rallenta stentando a riconoscerla, colpa dei cerottini e di alcuni ematomi non ancora assorbiti. Preso in contropiede dalla visone abbozza un’impacciata interlocuzione.

«Giulia, sei sparita.»

«Ero qui.»

«Cos’è successo?» e si siede, smarrendo la verve rivendicativa.

«Ho cercato di rubare i segreti di tuo padre.»

«Eh?»

«Ti ho mentito Enea, fin dal principio.»

«Eh?!»

«Ti ho cercato per arrivare a lui.»

Gli lascia spazio e tempo. Gli chiude una mano tra le sue per calmarlo e continuare. Enea però si è irrigidito, non capisce, sì capisce, non gli piace. Vorrebbe solo andarsene. Ma le mani sono così morbide e calde.

«Ti sapevo suo figlio. Io dovevo raggiungerlo. Prima ho provato con l’Inge, per tutta una serie di motivi che ti spiegherò. Inutile aggiungere che in tre anni con lui non sono approdata a nulla.»

Enea ascolta. Pur sentendosi umiliato e usato, il volto tumefatto di Giulia gli provoca un unico vero istinto: abbracciarla.

«Erano anni che preparavo la missione. Ci vuole tempo per le imprese importanti.»

«Perché: perché tutto questo? Me, l’Inge, perché Giulia?» la voce esce flebile e la domanda si consuma in un soffio sincero e deluso. Lei sostiene lo sguardo triste, lo accoglie con un sorriso timido e una risposta concisa.

«Per vendetta.»

«Eh?!!!» esclama quasi in scoppio.

«Hai qui la foto con tuo padre?» Enea tira fuori dalla tasca il portafoglio senza obiettare, nel mentre, Giulia depone sulle proprie cosce la borsa poco distante. Ora lui ha tra le dita la sua immagine da piccolo con indosso un paio di guanti verdi ed è lì, tra madre e padre. Giulia dalla borsa pesca un piccolo guanto di lana verde, sopravvissuto al lancio di sfida a Mister T.

«Perché ce l’hai tu?»

«Enea, per piacere, guarda bene tua madre.»

«Che ha?» non vuole darle ascolto, il guanto verde gli sta frullando in testa, ma l’asseconda sperando che distrarsi possa far cessare quel moto sordo. Invece ne aggiunge uno nuovo, di moto, dalla diversa traiettoria. Enea apre le labbra senza pronunciar suono. I pensieri si bloccano. Un vetro fumè si spacca. Giulia gli si avvicina, come per afferrarlo in caduta, e scandendo bene le parole illustra.

«Si vede ciò che si vuol vedere. Quel piccolo, Enea, sono io, da piccola. Quella donna è mia madre, non la tua.» e dalla borsa estrae svelta un’identica foto.

«Ma…» e lo sguardo si perde in quello di lei.

«Siamo fratelli da parte di padre, sì.»

Le fissa il naso, così familiare, dentro il petto una chiazza chiara si allarga, fino agli occhi. Lei gli afferra le mani, lo invita ad alzarsi. Gli oggetti cadono. E di due bimbi è l’abbraccio.

FINE

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Giulia 8

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Giulia è accucciata in parte al pesante piedistallo di pietra, sotto il piano in cristallo. È in tenuta d’ordinanza e una piccola luce sulla fronte illumina la zona di lavoro. Il polpastrello guantato accarezza il granito mentre l’altra mano estrae da una taschina sul bicipite una lamina chippata che inserisce nella sottile fessura appena individuata. Alcuni led presenti nella stanza si spengono e un clack indica l’apertura di un vano segreto nel mobile bar.

«E bravo il nostro Mister T, finalmente ci siamo. Mi hai anche fornito un motivo in più per rubarti i segreti: non dovevi seppellire vivo tuo figlio.»

Ha ancora 45 secondi per prendere i documenti e andarsene prima che parta il secondo allarme. Agile raggiunge il vano, prende i fascicoli, sfogliata veloce, li infila nello zaino piatto, lo indossa e felina esce dalla finestra. Quando i sistemi antintrusione si attivano ha già valicato il muro di cinta e sta correndo attraverso il bosco. Raggiunge l’auto sulla statale e, prima di partire, sfila zaino e passamontagna attrezzato. Mette in moto. Si osserva compiaciuta nello specchietto retrovisore, dedicandosi quello sguardo speciale che sigla il termine di una missione. Sì.

No. Un momento. Sono le 4 del mattino, perché sono comparsi due fanali lì dietro? Gli scagnozzi di Mister T, di sicuro.

No. La forma… non può essere. Individuato il modello dell’auto deve verificarne il colore. Con una sterzata in velocità passa vicino a un lampione, seguita a breve distanza. Beccato!

«Oh Inge, perché mi segui? Non eri mai arrivato a tanto. Non ora, dai!» e accelera. Sono pochi i tornanti che la vedono prendere un vantaggio sulla berlina. Altrettanti quelli che le riattaccano un paio di fanali al sedere. Di un vecchio, fottutissimo Hummer.

Prima spinta. Resiste. Seconda spinta. Sbanda paurosamente. Terza spinta. La scarpata.

Il volo.

L’auto è riversa sul fianco del guidatore. Giulia è intontita, sangue tra i denti, fatica a respirare. Riesce giusto a intravedere due mani calarsi dal finestrino rotto del passeggero e sfilare lo zainetto. Dolore feroce, poca visuale: uscire prima che l’auto s’incendi. La cintura da slacciare. Allunga le braccia verso l’alto, le gambe non rispondono a dovere, respira male, vede sempre meno. Non vede più.

Ma sente. D’esser presa. Di peso. Issata fuori. Appoggiata sull’erba. Stretta in un abbraccio, a coprirle il capo prima dell’esplosione. Il botto.

«Giulia, Amore Mio, adesso basta vero?»

«Basta.»

E per la prima volta, dal corpo martoriato, sgorga un sentimento autentico.

CONTINUA…

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Giulia 7

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Ecco il silenzio.

Sospeso, senza finestre. Ostile. La stanza se n’è riempita all’improvviso con una deflagrazione muta, provocata da qualche lemma arrotato e sputato allegramente dall’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra.

Sta lì, il silenzio. Sfrontato. Ha braccia sui fianchi e zitto domanda ai presenti chi sarà il primo a violarlo. Nessuno. (Nessuno). L’istante si protrae tracimando aria, solida. Nulla si muove. Gli stessi respiri sono sottili, discreti, carichi. Sempre più carichi. Gonfiati dalla morsa che li trattiene.

Gli occhi del padrone di casa non smentiscono il senso dell’ultima frase e avidi masticano la scena come non avessero mai fatto altro: godere.

Enea stringe le mandibole e fissa, fissa quel fottuto naso, quel maledetto naso. Uguale al suo. Che effetto strabiliante, che gioco di prestigio raro. Che faccia da cazzo! Glie lo staccherebbe a morsi, ecco cosa farebbe a quel naso! Se le sente le cartilagini tra i canini, crick-crock, non sarebbe difficile, un balzo sul piano, le mani a stringere le orecchie e giù di rabbia. Cieca. Ahhhh!

Giulia annusa, non vista. Le sente tutte le forze stipate, puzzano. Sa che l’uomo ha di certo un’arma, lì dietro. Sa che potrebbe usarla con destrezza, in velocità, precisione e voglia, basterebbe poco all’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra. Se Enea scattasse in avanti, a lei il trattenerlo, anzi, il fermarlo, con un rapido colpo alla gola, giusto per togliergli il fiato, l’ardore, l’intenzione, costringendolo a spostare l’attenzione sulla mancanza di ossigeno. L’alternativa è assistere a un’esecuzione. Magari anche doppia. No, doppia no.

Enea non è nessuno per lo sterco di cavallo seduto davanti a loro. Enea è orfano di padre proprio ora, avendolo di fronte. Ciò che è mancato si presenta come un pieno rancido e corrosivo capace di distruggere ogni parete a contenerlo. Non doveva andare così. Non doveva essere questo il finale del viaggio di un figlio alla ricerca del padre. Avrebbe potuto accettare ogni altra alternativa: insulti, vergogna, anche fragile supponenza, ma non… Giulia rompe l’aria carezzandosi i capelli. Un respiro leggero e si volta con uno sguardo buono, a dargli un via.

Sì, via, ha ragione lei, andare, lasciarsi tutto lì, tutto, non dare alcuna soddisfazione, riprendere il passo, provarci, scappare. Qualche volta si può anche scappare. Enea la ringrazia con un sorriso e trova finalmente il coraggio di parlare.

«Giulia, posso avere ciò che ti ho consegnato prima di entrare?»

Lei apre la borsetta, infila l’indice in un cerchio di ferro ed estrae le chiavi della macchina.

«Grazie.» si alza «Andiamo.» e senza preoccuparsi più di voltare le spalle al vuoto che l’ha ingoiato da sempre, esce, sostenuto dalla voglia di vomitare.

Giulia attende che Enea sia in corridoio, si accerta che non l’aspetti, controlla che il ritmo dei suoi tacchi non subisca variazioni quindi si alza in piedi a sua volta. Le palpebre color cobalto si abbassano e la fessura si affila. Le labbra morbidamente viola si tendono in un sorriso studiato, scisso da ciò che le mani si accingono a fare. Le dita di nuovo nella borsetta, indice e medio uniti con in mezzo una stoffa. Sciaff! Il lancio.

«Cos’è questa porcheria?» chiede l’incredulo schifato, togliendosi dal volto un piccolo guanto di lana verde.

«Un guanto di sfida.» si gira, raggiunge lenta la porta, una veloce torsione del busto e una precisazione.

«Un errore il Suo, oggi.»

CONTINUA…

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Giulia 6

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È lì, in piedi. Peso su una gamba. L’altra leggermente flessa. Mano in tasca. Enea si controlla davanti allo specchio. Aspetto in ordine = pensieri in ordine. Emozione. Riprova. Aspetto in ordine + respiro ponderato = pensieri in ordine. Emozione. Emozione che mina il passo. Merda! Le ginocchia già cedono e la voglia di strapparsi stomaco e intestino è quasi oltre la soglia. Per non parlare del calore che dal collo arriva su. Su dove? Su. Non si piace, per niente, ma è in ordine e i pensieri si sono appesi da qualche parte per evitare di cadere nel pozzo profondo del noncapiscopiùuncazzo. Ok, o si costringe a uscire o morirà svuotato e liquefatto sul pavimento. Vai!

Cammina male, è vero, ma cammina e guidare non sarà un problema. La pressione del pollice sul piccolo dosso nero della chiave sblocca la chiusura centralizzata. La mano si pronuncia alla maniglia della portiera ed ecco arrivare un tocco. Un palmo fresco e deciso si sovrappone al suo dorso. Enea segue le dita fino al polso, lo sguardo sale lungo il braccio, la spalla, il collo, l’ovale del viso e si blocca in occhi già nei suoi: Giulia.

«Dove vai?» chiede quasi atona.

«Da mio padre.»

«Ti accompagno.» risponde improvvisamente risoluta. Una titubanza sottile le innerva la mano in una stretta morbida. È solo un attimo. Se ne accorgono entrambi. Negando l’attimo, Giulia si porta svelta la mano ai capelli in una carezza inutile. Confuso, lui guarda in urgenza per terra.

«Non c’è bisogno, davvero, è una questione di famiglia, tu non c’entri.»

«Certe volte una vicinanza aiuta. Lo so.» tenera è la voce e assecondarla naturale. Enea cede senza difese alla proposta, offrendole uno sguardo grato e perso. Finalmente conquista una visione d’insieme di Giulia.

«Sei bellissima, addirittura truccata da sera, quasi non ti riconoscevo. Stai andando da qualche parte? Non vorrei mai…»

«Lascia perdere, avevo in programma una specie di sceneggiata, niente che non possa essere rimandato.» taglia corto dirigendosi verso l’altro lato della vettura. Una corsa ad inseguirla per aprirle la portiera, così, un automatismo mai riservato a nessuna ospite della sua utilitaria. Lei sorride, si siede, cintura: è pronta. Si parte?

Dopo un’ora di viaggio la macchina prende una stradina collinare ben asfaltata. Davvero molto ben asfaltata. Fin troppo per una strada pubblica.

«Hai visto? Ci sono già telecamere.» Giulia indica un palo della luce.

«Dove?»

«Lì, non vedi quei… non importa. Decelera, se arriviamo su troppo in fretta ci accorgeremo di cosa sia una calorosa accoglienza.»

«Ma cosa stai dicendo?»

«Niente, niente, però non correre che con tutte queste curve mi vien la nausea. Vuoi che ti sporchi interni già così provati?»

«No!»

«Bravo.»

L’andatura si fa più tranquilla e dopo dieci minuti l’auto è davanti a un gigantesco cancello moderno.

«Pomodoro.» dice Giulia.

«Eh? Io oggi sono agitato, ma tu sei ben strana.»

«È opera di Arnaldo Pomodoro, non è nota però: il cancello intendo. Non può essere una copia del Cancello Solare, o hai una sua opera originale o non fai fare una copia, capisci?»

«No, non capisco, oggi proprio non ti capisco.»

«Non importa. Guarda piuttosto il comitato d’accoglienza.» e con un colpetto del mento in avanti indica i due uomini che stanno arrivando da dietro l’opera.

«Sei armato Enea?»

«Ma sei scema?»

«Ok, è un no. Non fare movimenti bruschi.»

«Giulia, ma cos’hai fumato?»

«Dai andiamo.» e con eleganza scende dalla macchina, si avvicina al cancello, saluta i nerboruti. Enea la raggiunge in breve.

«Ti ricordo che stiamo andando da mio padre.»

«Ti ricordo che potrebbe non essere contento d’incontrarti.»

CONTINUA…

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Giulia 5

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«Mi hai lasciato il rossetto, vero?»

Enea non osa toccarsi la fronte. Giulia quasi si sbrodola con il caffè, le si allarga un sorriso fanciullo solo in parte nascosto dalla tazzina alle labbra. Lui la fissa con un orgoglio incredulo per l’inaspettata complicità. Come è successo? Quando lei ha permesso che si sgretolasse il muro a secco eretto fin da subito per evitare sconfinamenti e problemi? E lui come, quando, perché si è conquistato questo onore? Onore? Ma si sente? Se lo sarà meritato no? Non è una mezza calzetta, è bravo, astuto, professionale, ingegnoso, non è il primo venuto: è una calza di Filo di Scozia fin sotto il ginocchio! Sposta lo sguardo alla sua destra, costringendosi a trovare interessante la bionda del tavolo accanto, giusto per contegno.

«Senti Giulia» e continua a puntare la bionda «credo che l’idea di una storia tra noi da dare in pasto all’Inge non sia da escludere, sai?» controlla con la coda dell’occhio la reazione. Lei si blocca, rischiara la voce, raddrizza la postura ingobbita dalle risa soffocate in precedenza e tace. Ha un’espressione nuova, mai veduta prima. Enea smette di contare le vertebre della bionda e si prepara a indossare una troppo stretta indifferenza per affrontare un volto divenuto austero.

«Lo sai che ho ragione, gli aspetti positivi sarebbero diversi.»

«Quali.»

«Nessun estraneo, più controllo della situazione.»

«Parli come lui.»

«No!»

«Senti Enea, lascia stare, eh. Inizia a passargli le telefonate, al resto ci penseremo tra un paio di settimane. E non fare quella faccia, lo sai perché sto con lui.»

«Non lo so, dimmelo. Devo essermelo perso il vero motivo di tre anni di relazione con, sì insomma, uno molto più grande di te e – mioddio – cotto a tal punto da difenderti intimandomi di non giudicarti a fronte di foto e qualunque altra diavoleria deciderai di sbattergli sul muso. Guarda, a volte mi fa anche pena. No, errore, i clienti non mi fanno mai pena, però…»

«Sono una stronza? Una manipolatrice? No Enea, i valori sono tutti in campo e ognuno manipola l’altro sapendo d’essere manipolato. È un rarissimo caso di onestà incorrotta.»

«Ma allora cosa vuoi davvero da quell’uomo?»

«Un passaggio, amico mio, solo un passaggio.» e si alza. Non bacia. Non saluta. Va.

Enea resta senza fiato. Se l’è giocata la complicità incantata. Per un fottuto passo lungo. La saliva scompare e lo stomaco si rimpicciolisce fino a diventare una melina selvatica. Quanto può far male una melina selvatica che decide di mettersi a rimbalzare dove non deve? Inspira profondamente, espira pianissimo, e ancora. Ancora. Più e più volte. Stupido! Si agita di nuovo, rifare. Dalla tasca della giacca una vibrazione interrompe la procedura di salvataggio.

«Ciao, dimmi… sì… no, aspetta, sei sicuro? … mandamelo! … grazie, ti devo un favore!». Pochi secondi ed ecco il bip. Ecco un numero. Ecco la vera perdizione.

Si alza sostenuto da una nuova urgenza lasciando sul tavolino monete convulsamente cercate in tasca e quasi lanciate. Corre all’auto. La guida per l’occasione è sportiva. Parcheggia, male, non importa. Deve sedersi subito alla scrivania. Deve essere in posizione. E definire. Nella foga dell’apri-sali-apri dimentica la porta di casa aperta. Non importa. Sì, importa. La chiude. Finalmente si siede.

«Cazzo! Ti ho!» urla eccitato e prende il cellulare dalla tasca della giacca, controlla il numero nel messaggio, lo trascrive su un pezzo di carta scandendo ad alta voce ogni cifra. Lancia la penna a sfera nel cestino dei rifiuti, fa canestro e si abbandona a un ululato a braccia alzate.

Giulia è in macchina quando una chiamata la raggiunge. S’infila l’auricolare e preme il pulsante per la ricezione.

«Vai, parla.»

«Ha il numero. L’ha chiamato.»

CONTINUA…

IL MISTERO DI GIULIA – Litfiba

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L’ultimo volo

ECCO L’ULTIMA CREAZIONE DI

QinAode!

Aldo Terminiello aka
Qin Aode 秦奥德
Credits

❤️ grazie a Daniel J. Burke per il proofreading della versione inglese

❤️ grazie a Mia Liu per l’immenso aiuto sulla versione cinese

❤️ e infine un grazie e una GIF a Kim, per avermi incoraggiato a finire questa storia e per aver fatto la traduzione in francese (anche il font che ho usato viene dalla sua calligrafia)

Font: Kim Old Hand (personalizzato)

Font della versione cinese: Hanyi Senty Journal

Software: Clip Studio Paint Ex

Tutte le foto usate per sfondi e effetti sono mie.

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Giulia 4

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Abbandonato nella poltrona preferita (oh sì), è rapito dall’odore avvolgente e acre di cuoio masticato da usura e sudore, che lo aiuta quanto deve. Una mano a coprire istintivamente la sigla sulla copertina del fascicolo giallo, l’altra perduta tra i capelli; il mento in alto, ad accompagnare pensieri e sospiri taglienti, nati per sezionare, feroci in gola. Il filo di voce esce senza consenso.

“Sciocco Amore Mio, non arriverai ai segreti finanziari di Mister T attraverso queste carte: non sei pronta per un boiardo di Stato; (non sei pronta…) non sei ancora pronta!”

La frase lo urta con la vergogna di chi si è sentito, raddrizza il collo, controlla il respiro, infine manda mansuete le mani a sfogliare. Il tocco è delicato, adeguato a fragili carte appassite. Le dita si muovono leggere tra vecchi fax, fotocopie e qualche foglio con firme e timbri. Intatto vecchiume sempreverde, informazioni pronte all’uso, eclatanti, magnifiche. Prove. Valide ovunque. Un sorriso distende viso e tempie; il ricordo lo rallegra ogni volta che lo risveglia e la tranquillità si allarga calda in petto. Va meglio. “Bravo.”

Ci fu un tempo in cui gli capitò di collaborare con Mister T. (oh sì). Una quindicina d’anni prima, qualche capello nero in più agli argini del bianco e gagliardi scenari professionali, lì a un balzo. Fu grazie agli sparuti fogli sulle sue ginocchia che non si fece addentare, smembrare e tritare dallo squalo, garantendosi la via di fuga. Certo, non poté accedere al ruolo prestabilito, ma avrebbe dovuto diventare un nuovo e sollecito schiavo, coinvolto in fatti inconfessabili. Il ricatto era nei patti. Quale dei due essere fu la scelta. Con essa sprofondò nelle plumbee conseguenze. Peu mal.

L’immagine di Giulia si materializza tra ciglia inspiegabilmente mosse: davanti al cappuccio indecisa se mollare il biscotto o tenerlo ancora per metà in ammollo; addormentata sul divano con la guancia schiacciata sul cuscino amaranto; nel salto agile della sedia per non girarle attorno. Ma ne ha altre (oh sì), non è difficile, si nutre ingordo della sua visione ogni volta che le è attorno. L’ascolta. La spia. La sfiora per caso. La respira forte. La imprime in tutto ciò che può, affinché resti. Lei (oh bellissima lei), così sprovveduta nella sua presunzione e così affamata di quel nulla che al nulla rilancia. Monade solida e infantile, da difendere: con lo sguardo lungo di chi non vuol forzare.

Soppesa il faldone. Quanto peserà? Il peso dell’attaccamento a lui da parte di una donna che non finge quando per capriccio animale lo sceglie annusando l’aria, e lo prende. Lo fa suo. Lo annienta. Una donna che scomparirà quando troverà il nuovo nascondiglio delle carte e il modo per accedervi.

Le labbra si aprono appena, la lingua esce a inumidire. Gli occhi ancora altrove. Solo Dio sa cosa sarebbe disposto a sacrificare per renderla serena, rinuncerebbe a lei, dandole semplicemente ciò che vuole. Ma Giulia vuole i segreti del boiardo. E non la metterà sulla strada di un suicidio assistito.

CONTINUA…

GIULIA – Le vibrazioni

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Giulia 3

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«Mamma, ho riportato le cose di papà. Tengo solo la vecchia foto.»

La donna prende dalla mano del figlio il borsello, scrutando con apprensione un’insolita espressione ferma.

«Stai qui a mangiare?»

«No. Devo vedere un cliente.»

Gli si avvicina di più, trattenendo un abbraccio. Le sfugge una breve carezza alla spalla e un bacio furtivo alla guancia, alzandosi svelta su punte. Enea ha labbra tirate e voglia di piangere, ma non lì, fuori, in ascensore magari.

———

Giulia è davanti alla cassaforte aperta della camera da letto. Cerca vorace tra carte: precisa, rapida, selettiva. Non c’è. Eppure l’aveva visto. Dopo l’ultimo amplesso lui aveva aperto l’antro per estrarre un nuovo regalo prezioso e il faldone giallo era in piedi, in vista con la sigla “M.T.”. Controlla ancora, i documenti possono esser rimasti orfani di contenitore e confondersi tra altri.

L’Ingegnere appoggia la mano allo stipite e silenzioso attende, non visto. Soffre a saperla così, senza pace, inarresa. Che smetta. Che smetta subito. Che si spaventi, ma che smetta. Percorre a ritroso alcuni passi nel corridoio e giunto alle scale chiama.

«Giulia! Amore!» per un po’ dovrebbe bastare a distrarla.

Giulia si volta felina, le mani lavorano in un automatismo rodato, il cartaceo è in ordine e le compare al dito la riviere di diamanti fancy. Chiude con calma senza voler nascondere d’essersi presa l’anello. Indossa un sorriso raggiante e mirandosi la falange si prepara ad accogliere l’uomo. Lui finalmente si mostra.

«Ho voglia d’indossarlo. È delizioso.»

«Stai uscendo Amore?»

«Torno tra un paio d’ore.»

«Sai che non è necessario.»

«Lavorare?»

«Lavorare…»

«Due incarichi e smetto.»

«L’hai detto anche due incarichi fa. Non mi piacciono i rischi che prendi.»

«Ne abbiamo già parlato. Adesso vado.» Lui ingombra l’uscio, immobile, le gambe leggermente divaricate, le mani sugli stipiti, quasi a staccarli. Lei gli sfiora le labbra con l’indice, sul quale appoggia morbida la bocca: “silenzio”. L’Ingegnere si sposta, lei passa, si allontana, scende, esce, sale in macchina, s’immette nel traffico, ferma la vettura nel parcheggio di un centro commerciale, si dirige verso l’unico bar con i tavolini all’aperto, si siede, ordina e attende. Enea le si siede accanto. Giulia trasale.

«Sorpresa di vedermi?»

«Sì! Che ci fai qui?»

«Cercavo te. Sono bravo nel mio mestiere.»

«Dai, non scherzare, come facevi a sapere che sarei venuta qui?»

«Mi hai mandato un messaggio.»

I due si guardano complici e iniziano a ridere, ridono di gusto e non smettono fino all’arrivo dei caffè.

«Giulia, ho riflettuto, è ora che cerchi mio padre, anche solo per prenderlo a ceffoni, o insultarlo, dipenderà dal suo stato di salute.»

«Bravo! Non sono pesi che si possono reggere per sempre.» e gli marca la fronte con una sfumatura color pesca.

CONTINUA…

GIULIA MON AMOUR – Calibro 35

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Giulia 2

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L’ingresso ampio svolge la doppia funzione di salotto e ufficio. La scrivania è sul fondo, davanti a due finestre. La luce naturale rende nitide le intenzioni dei clienti e lascia in ombra le sue. Piccoli vantaggi. Enea è al posto di comando quando bussano alla porta, con l’indice preme il secondo pulsante del citofono da tavolo, un breve ronzio elettrico e la serratura si apre. Entra una donna. Rompe l’aria fasciata da un abito verde scuro, impudico. Le scarpe hanno tacco e punta della stessa tonalità ciliegia che le bagna le labbra. Il taglio maschile dei capelli esalta un collo sottile sfiorato da pendenti di giada. È Giulia, e il bel viso è inespressivo. Chiude la porta. Sbircia divertita accatastamenti sparsi e procede verso la poltroncina in similpelle davanti alla scrivania. Giunta, si siede, con borsa in grembo.

Enea non parla.

Giulia non si scompone, rimesta per qualche istante nella borsetta, la chiude tenendola sulle gambe, alza il volto, fissa il suo interlocutore e annuncia.

«Ti ho visto scendere dalla sua macchina oggi. Ero in zona.»

Si sporge in avanti cercando sorpresa nell’uomo. Coperta dal seno, la mano è veloce sotto il piano di legno e piazza una cimice. Giulia sorride in sfida e con studiata lentezza si appoggia allo schienale. Le scappa un sospiro fissando il soffitto, quindi domanda.

«Cosa vuole ancora da te?»

Enea resiste. Esita. Parla.

«Sa che fai il doppio-gioco.»

«Oh, finalmente!»

«Come scusa?»

«Sì, finalmente, un peso in meno.»

«…»

«Non mi lascerà certo per questo.»

«Infatti.»

«E…?»

«Crede ci sia dell’altro.»

«Dell’altro, tipo, la nostra collaborazione?»

Enea storce la bocca in una smorfia di muta disapprovazione. Lei continua.

«Sei esacerbante. Dimmi: cosa dovremmo fargli sapere allora?»

«Non saprei, vuole che ti intercetti ogni chiamata.»

«Ma lo stai già facendo! Ti ho chiamato apposta dal telefono di un passante.»

«Sì. È che non le ho ancora usate.»

«Hai fatto bene, prenderemo altro tempo. Anche se nelle telefonate non c’è niente che già non sappia.»

«Non importa, ci inventeremo qualcosa, magari una tua relazione.»

«Con chi Enea, con te?»

Giulia scoppia in una risata calda e sincera.

«Perché no, scusa?»

«Lascia stare. Io resterei tra le sue grazie comunque, ma tu perderesti l’incarico in favore di un terzo attore impossibile da controllare. Un introito in meno, non se ne parla.»

Giulia si alza, borsa alla mano prende la via d’uscita, si arresta. Dandogli le spalle aggiunge alcune indicazioni operative.

«Inizia a snocciolargli le intercettazioni, quando avrà bisogno di qualche particolare piccante per continuare a fantasticare, costruiremo una novella dal sapore internazionale. Ah, arieggia, sa di fumo.»

Enea preme l’interruttore, la porta si apre e Giulia scompare lasciando scia di gardenia.

Mentre lui medita tirando profonde boccate da una sigaretta appena accesa, la giovane donna esce dal condominio, percorre il marciapiede, si avvicina a un furgone parcheggiato, perde l’equilibrio, si appoggia al provvidenziale fianco del veicolo e batte tre colpi sincopati. Quindi riprende a camminare.

CONTINUA…

BRAVA GIULIA – Vasco Rossi

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Giulia 1

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)
GIULIA è un racconto a puntate che ho creato per la pubblicazione sul sito di Alessandro Gianesini (worldofsphaera.com). Ora è a casa.
Buona lettura!

La tocca con garbo nelle parti consunte. Si è ingiallita per confermare un tempo andato. Gli è capitata in mano svuotando il vecchio borsello di un padre svanito nel nulla. Non è la fotografia da tenere in una cornice di mogano. Non nel portafoglio. Non ora quantomeno. Scruta i particolari di un parco giochi ormai ingoiato da una speculazione edilizia, e si perde nello sguardo di un bimbo di tre anni in piedi tra padre e madre. Sbatte piano le palpebre, espira profondamente e risistema il ricordo dietro a una zip.

Va in sala. Apre una finestra. L’aria azzurra del mattino cerca di entrare, si scontra con una nube di fumo, quindi si insinua paziente, sfilaccia uno a uno i ghirigori biancastri, infine li inghiotte in strada, prendendone definitivamente il posto tra le mura.

Una sigaretta accesa dondola nell’incavo di un posacenere pieno, uno sbilanciamento e cade sul tavolo portandosi la brace in dote. Il legno inizia lentamente a scurirsi in una chiazza nera. Enea osserva, studia quel colpo di reni all’indietro reputandolo emblematico e in grado di alludere ad altro. Da una tasca dei pantaloni toglie un’agendina verde e prende nota.

È, come ama definirlo, un accadimento simbolico evocativo e nasce da una sollecitazione inconscia a fermare l’attenzione ove sia davvero importante farlo. Troppo semplicistico dire intuito o illuminazione, preferisce descriversi con vocaboli altisonanti. Così gli piace e così è.

Dato il precoce suicidio, si accende una nuova sigaretta, la tiene tra le dita mentre da uno schedario in parte al divano estrae due faldoni: uno è denominato con una sigla incomprensibile, l’altro solo con “GIULIA”. Seleziona da entrambi alcuni fogli. Mantenendo la divisione della provenienza manda una fotografia dal cellulare dei primi a un numero, l’altra dei secondi a un numero diverso. Nell’attesa di una risposta qualsiasi, si stira la camicia da abbinare al vestito buono.

_______

Enea entra in un parcheggio sotterraneo e sale sulla berlina dalla portiera socchiusa. Il suo abito antracite genera un contrasto elegante con i sedili in nappa color senape. Grazie alla benevolenza del proprietario ora appare in tutto e per tutto una persona di gusto.

«Hai fatto un ottimo lavoro Enea, complimenti. La prossima volta mi spiegherai. Questo è l’assegno. Pagati una domestica.»

«Nulla da spiegare, mi ha dato un compito che ho eseguito.»

Il committente gli rivolge un sorriso obliquo, la frase ricevuta e il suo tono appartengono a un copione prevedibile che rende poco interessante il resto della conversazione. Si appresta a sparigliare le carte.

«Non ho mai chiesto l’origine del tuo nome.»

«Un’idea di mio padre, uno dei suoi libri preferiti, anche se nei fatti ha dimostrato di privilegiare Odisseo.»

«Ah. Mi spiace.»

«Capita.»

L’uomo capisce di aver esagerato, si passa una mano tra i capelli bianchi e decide di tornare a uno scambio più serrato.

«Vorrei che facessi dell’altro. Intercetta tutte le comunicazioni di Giulia.»

«Non le bastano le evidenze?»

«Caro Enea, Giulia non è doppiogiochista, è complessa.»

«È dura rinunciare a una donna così ricca di fascino.»

«Con qualche anno in più sapresti leggere meglio la realtà.»

«Non mi dia dell’immaturo.»

«E tu non esprimere giudizi, ti pago per i risultati.»

Enea annuisce con la testa, piega il foglietto a metà, lo infila in una tasca interna della giacca, saluta ed esce dalla stessa portiera d’entrata.

Non è mai simpatico incontrare l’Ingegnere, ma lo paga bene e ha bisogno dei suoi soldi.

CONTINUA…

GIULIA – Antonello Venditti
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Argomentario

Da qui al 31 agosto

Ho già parlato di Daniele Cerva qui.

Il tempo corre.

Finché trascorre vi segnalo alcune sue poesie:

(senza titolo)ritorno(senza titolo)ribelle

Ma ripropongo anche il suo articolo.


AIUTO

Io ve lo dico…
Devo trovare 500 euro entro il 31 agosto o vado a prepararmi da dormire al parco pubblico.Io vivo con il reddito di cittadinanza e non ho a disposizione questa cifra perché posso prelevare solo 100 euro al mese in contanti.Ho proposto un pagamento rateale fino al saldo del debito che è stato rifiutato. Ora se trovassi questi soldi mi impegno a rimborsare mensilmente 80 euro fino al saldo.
Lascio qui il mio IBAN.Se qualcuno mi può aiutare gli sarò grato per sempre.Grazie in anticipo.
POSTEPAY EVOLUTION
5333 1710 9594 0488
SCADENZA 10/ 24
IBAN:
IT53A3608105138299278699283

Daniele Cerva

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Argomentario partnership

Gianesiniiiii!

– Chi urla?

– Io! La endorsum. Dove sei finito?

– Per verdi pascoli e a ogni passo saluto nutrie spuntate dal fosso.

– Eh?

– Cavalco un unicorno in raggiungimento dell’arcobaleno.

– Alessandro, ma hai chiuso il blog! E noi come faremo?

– Che ognuno insegua il proprio sogno.

– Ma Socio, stai gurizzando… (puntini di sospensione in tuo onore)

– Dici? Non importa, ho scoperto la vita… se è da guru…

– Ma… ma…

Mamma ma, mamma maria ma mamma ma, mamma maria ma…

– Ale, ci manchi già. Buona vitaaaa!

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Argomentario

Certi prima e certi dopo

Non conosco Daniele, ma gli ho riconosciuto l’impaccio del chiedere.

Non lo conosco, dicevo, ma so che certi prima determinano certi dopo.

Questo sotto è il suo articolo (l’IBAN è stato aggiunto in seguito). Mi è parso giusto dare un po’ più di visibilità al tutto.


AIUTO

Io ve lo dico…
Devo trovare 500 euro entro il 31 agosto o vado a prepararmi da dormire al parco pubblico.Io vivo con il reddito di cittadinanza e non ho a disposizione questa cifra perché posso prelevare solo 100 euro al mese in contanti.Ho proposto un pagamento rateale fino al saldo del debito che è stato rifiutato. Ora se trovassi questi soldi mi impegno a rimborsare mensilmente 80 euro fino al saldo.
Lascio qui il mio IBAN.Se qualcuno mi può aiutare gli sarò grato per sempre.Grazie in anticipo.
POSTEPAY EVOLUTION
5333 1710 9594 0488
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Daniele Cerva

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Argomentario

Giulia nona e ultima

EBBEN SÌ, SIAMO ALLE BATTUTE FINALI (LETTERALMENTE)

COME AL SOLITO GIULIA È SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Caldo, pulizie e ricerca di ritmi

Ritmi.

Quelli nuovi. Quelli dal silenzio.

Mica facile!

Non impossibile.

(buona visione)

Stomp in versione relax.

Ok, poi ci sono i vicini che ci mettono del loro…

Stomp in versione relax.

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Giulia ∞

QUALCHE CONTO LO DEVE PUR FARE ANCHE GIULIA

COME AL SOLITO SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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luoghi X

134 Km

Turm è una torre di pietra a pochi metri dall’acqua.

Ha un respiro baritonale e radici (umide di sepolture). Prima dell’aggiunta di altre forme in pianta, setaccia angosce al suo costruttore (e le monda).

Goetheanum è un grande cerchio sbocciato al sole.

Ha sfere che cantano e radici (solide sulla pirite). Prima di svanire nell’atmosfera densa, accoglie l’arte del suo costruttore (liberandola).

Certe distanze non hanno fiato. Altre hanno vento.

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Giulia sette

GIULIA E GLI UOMINI

SÌ, EBBENE SÌ: SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Ferie!

Unsplash

Ebbene sì, anch’io!

Ne approfitterò per riposare, terminare il sequel di X, scrivere articoli da proporre al rientro, girellare, svagarmi.

Ho promesso al mio socio di concludere le avventure di Giulia e sarà l’unico impegno (settimanale) che mi vedrà anche presente nei commenti.

Però alla corrispondenza rispondo: endorsement@virgilio.it

Buona estate a tutti! 😀

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racconti racconti brevi

Melville

Quando lessi Melville accadde qualcosa di strano.

Non ricordo la mia età, solo ciò che fu.

Appassionatami come mai prima ai personaggi, decisi di stringere con loro un patto. Sì, non è procedura comune, ma questi uomini ricchi di sfumature ambigue avevano alimentato una curiosità caparbia e capricciosa. All’epoca non mi resi conto della conseguenze, eppure fatico a condannarmi, perdonando sempre ogni decisione al limite.

Il patto dicevo, pensai potesse essere una buona idea e lo proposi. Si raccolsero per un tempo lasso e ciascuno mi portò poi una personale risposta. Giusto. Ci salutammo nell’ora incerta e mi dimenticai di loro.

Il patto dicevo, il parto di una mente giovane e ambiziosa di sostanza, in sfida, amante del gioco proibito, lo formulai in questi termini: sarò in grado d’incontrarvi nella vita, promettetemi di farvi riconoscere.

Così è stato. E non è stato facile. Così è.

Oggi uno di loro si è reso riconoscibile e come ogni altra volta il boccone è sceso amaro.

Le sue parole sono scivolate semplici, sincere, modeste e le rispetto come si rispetta l’opera di un genio: “Preferirei di no.”

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Le età dell’innocenza 8

– Eccoti Pucci Amoremio! Com’è andata dal veterinario, caro?
– Male.
– Cos’ha il mio Pucci?!
– Non sono riuscito a farlo entrare.
– Cioè?
– Dopo 5 secondi ha attaccato un pastore tedesco e ha morsicato la mano dell’assistente.
– Pucci tesoro! Che ti hanno fatto Amore?
– L’ho dovuto portare via prima che mi facessero a pezzetti.
– Pucci vieni dalla mamma! Ti hanno fatto arrabbiare, piccolino? Eh? Tesoro, baci baci baci.
– Puoi non farti leccare la faccia?
– Ma sei pazzo? Questi sono i baci del mio bambino.
– È che poi ti bacio anch’io.
– E allora? Non c’è niente di schifoso, è amore, vero piccolino?
– Sì, ma… si lecca il culo!
– Pucci, Amore, non è cattivo, è solo un po’ invidioso, capisci? Ha paura che voglia più bene a te che a lui. Ma adesso la mamma gli spiega bene come stiano le cose, non preoccuparti, ci pensa la mamma a metterlo al suo posto.

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Argomentario

avviso

Oggi il 50% dei miei commenti non è stato pubblicato. In diversi avrete in SPAM qualcosa di mio (nel migliore dei casi). Essendo la situazione nuova e fastidiosa chiedo: sapete se ci siano soluzioni di qualche tipo? Lo chiedo prima di buttarmi in una cieca e furibonda lotta con WORDPRESS. (oh, prima dovrò salvare altrove tutti i miei articoli…)

Nel frattempo userò i messaggi che mi avete lasciato qui per comunicare con tutti.

Grazie e scusate il disturbo, come si diceva una volta 🙂

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Le età dell’innocenza 7

– Caro mi ascolti?

– Sì.

– Non sembra. Cosa guardi?

– L’unghia.

– Allora mi stai ascoltando.

– No. Se guardo l’unghia non posso avere un pensiero che la riguardi?

– Mi sembrava assurdo.

– Hai creduto, quindi, che ti stessi davvero ascoltando perché se guardo un’unghia non ho di meglio da fare che ascoltarti?

– Be’ sì. Quella è l’unghia che ti sei appena tagliato, è già un rifiuto, presto la butterai e non ne avrai nemmeno il ricordo.

– Sbagli cara, devi capire, capire che ci può sempre essere dell’altro anche quando mi guardo un capello sul pettine.

– E cosa devo capire? Che sei in lutto tutte le volte che ti si squama la pelle, che ti soffi il naso, che vai al gabinetto?

– Brava!

– E perché dovrei essere partecipe di questi lutti quotidiani?

– Per capire me, no?

– Credo di non volerti conoscere così approfonditamente.

– Ma sono il tuo pigmalione!

– Grazie, sì, ti devo quasi tutto, ma piangerti la forfora no, è troppo.

– Vedi che non vuoi capire, non sei stupida, sei ottusa…

– Cosa fai adesso?

– Metto l’unghia in una tabacchiera, raccolgo reliquie da vivo.

– Che schifo!

– Lo faccio anche per te, quando sarò morto le potrai vendere.

– Ma sei pazzo? Nessuno comprerà mai certa roba!

– Perché? Non credi che qualcuno possa bramare il mio DNA?

– E per farci cosa?

– Sapevo di non doverti chiedere troppo.

Le età dell’innocenza 1234568
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Le età dell’innocenza 6

– Non ho fame, dallo al pitone.

– Il pitone non mangia i tuoi avanzi.

– E cosa mangia?

– La cavietta.

– Mi hai riempito la casa di topi?

– Te ne sei accorto finalmente.

– Ma io pensavo fossero l’alludere alla mia mancanza di attenzioni!

– Ha dato qualche risultato?

– No, per questo non mi preoccupavo del fatto che aumentassero di numero.

– Sono solo cibo.

– Ma dobbiamo proprio tenere quella bestia in casa?

– È un animale come un altro, che fastidio ti dà?

– Un enorme fastidio!

– Ce l’hai con lui perché è più lungo del tuo pisello.

– Che stronzata! Anche gli alberi hanno rami più lunghi del mio pisello!

– Lo so…

– Che vorresti dire?

– Niente, dico solo che lo so.

– Ah, lo sai, lo sai eh? E che altro sai?

– Che non te la prendi con tutti gli alberi andando a tagliargli i rami, quindi perché prendertela con il pitone?

– Perché mi fa senso! E non lo voglio in casa mia!

– Preferisci che mi prenda un cane?

– Non voglio animali in casa!

– Ma io sì!

– Se ti prendo un vibratore è lo stesso?

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Le età dell’innocenza 5

– Che musica sublime, vero?

– Un’esecuzione mediocre.

– Ma che dici? È magnifica!

– Magnifica non direi, nella norma, dai, non di più.

– Perché?

– L’arrangiamento non è nemmeno originale, è copiato qua e là, pari pari. I musicisti sono quanto di meglio si sono potuti permettere, niente di eccelso quindi.

– Come sei categorico, a me sembra stupendo.

– A te.

– Cosa vorresti insinuare, che non ho una sufficiente cultura musicale per distinguere?

– No, per carità, è che devi ancora studiare, ascoltare, leggere anche qualche testo tra quelli che ti ho regalato.

– Con calma, ho anche altro di cui occuparmi.

– Esatto…

– Be’ e nel frattempo non posso esprimere i miei pareri?

– Con cautela, sii solo un po’ più prudente, soprattutto quando siamo in pubblico.

– Ah!

– Ecco.

– Ti ho mai messo in imbarazzo davanti ai tuoi dipendenti e amici?

– Qualche volta.

– E non me l’hai detto?

– Non sarebbe stato carino.

– Non lo è nemmeno ora, se è per questo.

– Sì, ma adesso almeno è chiaro che devi stare un attimo più attenta.

– Ah!

– Ecco.

– Dicevo, davanti ai tuoi dipendenti, nonché amici…

– Sì?

– Perché gli unici amici che hai sono i tuoi dipendenti.

– Bene, colpito e affondato, adesso mi prometti più attenzione?

– Ci penserò.

– Attenzione e cura.

– Cura in cosa?

– Nell’aspetto, cara.

– Che cos’ha il mio aspetto?

– Lo stile eccessivamente giovanile.

– Ma io sono giovane!

– Eh, dimostrare qualche annetto in più non ti farebbe male.

– Dovrei vestirmi come tua moglie?

– Ottima idea, per domani ti organizzo un appuntamento a casa sua, che ne dici?

– Vaffanculo!

–Ok, facciamo la prossima settimana allora, il tempo di sbollire, eh? Sei adorabile quando ti arrabbi, dai, vieni qui, fatti toccare, mh, sei calda quando ti arrabbi, mi fai impazzire…

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Le età dell’innocenza 4

Marisa Solinas e Bob Henry sul set di Una colt in pugno al diavolo

– Un’altra lettera?

– Sì.

– Chi te l’ha scritta?

– Un produttore.

– È stato gentile.

– Non direi, non sono condoglianze.

– Ah, di che si tratta?

– Mi vuole far causa.

– Ma chi è, quello dello spettacolo dell’anno scorso?

– Sì.

– Be’…

– Che c’entra, come osa?

– Eh!

– Cos’è questo tono, non vorrai dargli ragione?

– Vuoi dargli torto?

– Certamente!

– Hai fatto saltare otto date.

– E con questo?

– Sono un bel po’ di soldini.

– Non stavo bene.

– Non è vero, una sera ti ha beccato in una sala slot.

– Non posso spendere il mio tempo e il mio denaro come preferisco?

– Il suo denaro.

– Il mio! Vaffanculo!

– Dovresti limitarti, lo sai.

– È un passatempo.

– Il marito di Arianna è uno in gamba.

– Vuoi che vada da un terapista? Ma sei scema?

– No, dicevo così, nel caso in cui…

– Io non ho bisogno di loro, loro hanno bisogno di me!

– Sì, però, due parole soltanto, durante una cena a due, magari.

– No!

– Non puoi continuare a giocare alle macchinette.

– Non chiamarle così, non sono un tossico, è gioco d’azzardo. Il casinò è troppo lontano.

– Ma se vai anche dal tabaccaio a giocare!

– No, non mi mescolo, è capitato solo una volta intanto che ti aspettavo.

– Ah, è colpa mia allora!

– Se tu ci avessi messo meno a prepararti io nemmeno ci sarei andato a prendere le sigarette.

– Tu non fumi!

– Le sigarette di scena, per lo spettacolo, no?

– Potevi mandare la segretaria!

– Visto che avevo del tempo ho pensato allo spettacolo, che c’è di male?

– Allora non è colpa mia, sei tu il solerte.

– Più o meno.

– Sei tu, il vizioso.

– No!

– Ci passi quattro ore al giorno!

– Non è vero!

– Ma non puoi trovarti un’altra dipendenza, cristo santo?

– Già fatto, che credi, le esperienze le ho provate tutte!

– Bravo! Fatti prosciugare il conto in banca allora!

– Già fatto, che credi, ho detto tutte.

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Giulia sesta

GIULIA IN VIAGGIO?

DI SICURO È GIUNTA SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Le età dell’innocenza 3

– Dove vai?

– Sembri mia moglie.

– Eh…

– Non sei mia moglie!

– Acuto.

– Nemmeno la mia segretaria!

– Cosa sono?

– Il mio scacciapensieri.

– Ho fatto progressi.

– Brava.

– Grazie. Dove vai, dicevo?

– A farmi fare un massaggio.

– Non è vero.

– A farmelo ciucciare da un trans.

– Non è vero.

– E che cavolo!

– Dai, dove stai andando?

–  …

– Credi davvero che non lo sappia? Volevo darti la possibilità di essere sincero, almeno con me.

– Sto con te perché posso essere sincero e trattarti male, cosa vuoi che ti nasconda?

– Le iniezioni di botulino.

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Le età dell’innocenza 2

– Ancora con la scorta?

– Sì.

– Che palle!

– Senti, non iniziare…

– Mi dà fastidio, tutto qui.

– Non ne posso fare a meno.

– Lo so, lo so, è che io sogno una nostra fuga, da loro, in un albergo, tu ed io, soli, come due amanti in incognito.

– Siamo due amanti.

– Ma con la scorta si istituzionalizza tutto!

– Non dire cazzate.

– Guardami mentre parlo, lascia stare il tablet, sto dicendo che si perde la poesia, il brivido, la trasgressione. No?

– No.

– E siamo anche ricattabili!

– Tu? Io lo sono, mi sembra già un bel brivido, scusa.

– Be’, anche io sono ricattabile.

– Davvero? Di che ricatto stiamo parlando?

– Che ne so, potrebbero spifferare tutto a mio padre.

– Ci ha presentati lui, avete una nuova casa al mare, mi sembra che sia largamente al corrente di cosa faccia sua figlia.

– …

– Su, via quel broncio, non dicevo davvero.

– E come dicevi?

– Sono un po’ nervoso, ho una riunione tra poco, devo farti portare al ristorante.

– E tu non vieni?

– Dopo.

– Ma io mi annoio!

– Ecco, non bere nel frattempo.

– E cosa faccio allora?

– L’altra sera ti hanno portata via dal ristorante mezza nuda, con il cestello del vino in testa.

– Stavo facendo il mio numero!

– Conosci solo quello?

– Sì.

– Ecco, non spogliarti però, non ti ho presa in un night.

– Parli come mio padre.

– Eh, più o meno…

– Perché non mi presenti a tua figlia?

– Non è il momento.

– Ma io voglio trovare il mio posto nel mondo!

– Ce l’hai già.

– E che posto è?

– Non è chiaro?

– No, dico un altro posto, quello professionale.

– Ah, professionale.

– Certo, come mi vedi tu?

– Nel mio letto.

– Sì, a parte il tuo letto, maleducato, non sono mica una di quelle.

– Mh, professionale eh? Direi che potrei pensare a un segretariato.

– Segretaria?

– Sì.

– Bleah!

– No?

– Ma no, qualcosa di più eccitante, qualcosa che mi metta un po’ più in evidenza, ecco.

– Scusa, sono arrivato, ne riparliamo. Ciao. Non ubriacarti, e nel tragitto fermati al negozio di lingerie, questa sera ti vedo gattona, ok?

– Gattona? Con la coda e le orecchie? Mi vedi gattona? (Ma che catz di fissa per i fumetti…)

Le età dell’innocenza 1345678
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Le età dell’innocenza 1

– Questo articolo parla molto bene del tuo ultimo saggio, è che non capisco cosa voglia dire qui…

– Fammi vedere, dunque, sì, l’ho letto stamani, vuol dire che la mia reinterpretazione del mito è simile in spessore e importanza a quella scritta un trentennio fa da quest’altro signore.

– Lui l’ha scritta prima.

– Sì, ma io ho dato un’interpretazione un po’ diversa.

– Ma se tu non avessi letto la sua adesso cosa avresti scritto?

– Qualcosa di simile a ciò che ho scritto, ma senza citarlo in lungo e in largo.

– Allora sarebbe passata inosservata.

– Non è del tutto sbagliato, brava la mia Piccola!

– Ma quanto è originale ciò che hai scritto?

– Non molto, un altro signore, questo citato, era arrivato allo stesso punto più o meno due secoli fa.

– E allora?

– Allora niente, io ho cambiato l’ordine degli addendi e ho usato un linguaggio moderno.

– L’hai copiata?

– Non si dice così, ho ripercorso le sue orme.

– Ma spessore e importanza li aveva già messi lui?

– Sì, non è sbagliato.

– E allora?

– Allora funziona così, mi guadagno da mangiare così, sono famoso perché ho fatto quello che stai facendo tu adesso.

– Cioè?

– Questa baracca me l’ha lasciata la signora che è nella foto all’ingresso.

– Ah, non è una parente?

– No, non la stai studiando all’università?

– Ah! È lei!

– Brava.

– Apperò!

– Che c’è? A cosa pensi?

– Che metterò la tua foto accanto alla sua.

–  Non correre così veloce, Piccola.

Le età dell’innocenza 2345678
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Atlas-A

GIOCO DI RIMBALZO PER RIPROPORRE DAL SITO WORLDOFSPHAERA.COM L’OTTIMO RACCONTO DI MOONRAYLIGHT.
PARE NON SIA STATO SEMPLICE CONVINCERLA A SCRIVERLO… CHI VI È RIUSCITO HA TUTTA LA NOSTRA GRATITUDINE.
BUONA LETTURA!

Hades’ Star –Warp Lane Hub by GabrielBStiernstrom (deviantart)

“Ferma, devi restare assolutamente immobile.” il raggio bluastro era gelido più del ghiaccio e lei doveva sforzarsi di non contrarre i muscoli ad ogni passaggio.
“Ci siamo quasi, l’ultima scansione, poi è fatta.”
Per tutta la vita il suo difetto di fabbrica l’aveva emarginata.
Adesso quel difetto era diventato di interesse Ghe-politico, addirittura. Ironico, no?
Si strinse nelle braccia sfregando il maglione, per richiamare un po’ di calore nel corpo.
“Ecco qua” Gala le consegnò una lastra blu-violacea grande quanto una noce.
“Distruggerò tutto il macchinario e tu, tu non perderla e soprattutto non fartela fregare. Sai cosa…”
“Si lo so, lo so benissimo.” rispose Khary in tono sbrigativo.
“Domani verso l’ora di pranzo.”
“Ok.”
Khary si tirò su il cappuccio e corse veloce sotto la pioggia, saltò al volo sulla navetta e scese con un balzo dieci minuti dopo, senza mai alzare lo sguardo.
Soffiò nella toppa, la porta si aprì e appena entrata i vestiti scivolarono sul pavimento. Una bella doccia calda, sì!
Mentre si asciugava indugiò con lo sguardo sul riflesso nello specchio.
Quando era stata l’ultima volta che si era guardata? E quando si era veramente vista?
Gli occhi seguirono le chiazze verdastre che disseminavano il suo corpo in un ricamo senza senso.
Quanto dolore, quanta solitudine a causa loro. Eppure, erano un dono, un dono scoperto tardi e che forse avrebbe preferito non scoprire mai.
Seguendo le chiazze sul corpo di Khary con quel puntatore glaciale, si otteneva la mappa tridimensionale dell’accesso X-J che conduceva al portale di Atlas-A: l’origine di tutto, e dove tutto avrebbe avuto fine.
Ad Atlas-A si generava il Destino dei Mondi: ecco perché nessuno doveva sapere dove fosse.
Gala aveva rivelato a Khary delle sue nobili origini Atlassiane e del suo ripudio, quando fu profetizzato che la bambina greenspot avrebbe aiutato i Mondi e cambiato per sempre il Sacro Finale.
Da allora la sua vita ed il suo destino erano cambiati completamente.

L’orologio scoccò mezzogiorno. Gala era già lì, in attesa. Giocherellava con i capelli fingendo di guardare i mosaici, per non dare nell’occhio.
“Eccomi, scusa ma stavolta non è stato facile seminarli.”
“Le spie di Mahov sono sempre più scaltre, ma noi lo siamo di più Greeenspot, puoi esserne certa.”
Salirono sulla navicella, Gala fece cenno e Khary inserì la lastra.
Si sentì un forte tremore, poi un sibilo ed ecco: davanti a loro l’imponente cascata di Thalyeniyt, lo sbarramento del portale di Atlas-A.
Si stavano ancora stabilizzando quando il lobo sinistro di Khary si illuminò.
“Klod? Ma come…”
“Lo sai che ti sento sempre arrivare molto prima del salto lungo le greenlines, sciocchina.”
“Sì, lo so, ma ne resto ancora stupita, ogni volta.”
“Avanti, vi ho liberato il canale.”
La navicella scivolò via veloce e alla fine del canale rallentò la corsa, per atterrare dolcemente su di un prato cremisi.
Khary premette il pulsante di apertura e la porta si scostò di lato. Klod era lì, la guardò. E sorrise.
Scese le scalette in un lampo e gli corse incontro.
“Khary, lo sai.” tuono’ Gala dalla navicella.
“Sì, lo so, lo so molto meglio di te.”
Klod estrasse una tessera dalla tasca “Ecco, questo è quanto hanno deciso per i prossimi tre mesi riguardo B-Nyja, Y-Ka e Epsylon-S.”
“Oddio, no! Io… Cavolo, stavolta non so se riuscirò a mutare i flussi.”
“Lo so, gli investimenti sul potenziamento delle Determinazioni hanno dato risultati notevoli. Ma tu sei più tosta di qualsiasi scienziato, perche’ tu hai il Dono.”
“Klod…”
“Shhh. Ce la puoi fare e ce la farai, io lo so.”
“Sbrigatevi: tre minuti.”  Gala controllava l’orologio picchiettando il piede contro la scaletta.
Khary cinse Klod in un profondo, avvolgente abbraccio. Lui sfiorò la chiazza verde che le tagliava trasversalmente il viso e lei si ritrasse cercando di sottrarsi al suo tocco.
“Perché? Lo sai che a me piaci così come sei. Così sei tu e tu soltanto.”
“Lo sai che adesso siamo già a tre minuti? Lo sai che se resti a contatto con me e le mie chiazze oltre tre minuti, morirai?”
“Lo so. Tu invece sembra non lo sappia.”
“Che cosa?”
“Che non mi importa.”
“Folle, sei uno stupido folle!”
“Ascolta, ragazzina…”
“Khary!” Gala lanciò un urlo di terrore.

00:03:01

moonraylight

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regaloni

Il senso di colpa

Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre. Scuola romana del XVII secolo (immagine da qui)

NON LO SI PUÒ NEGARE: C’È, AGISCE, LAVORA.

IN QUESTO REGALONE DONATOMI DA ALESSANDRO GIANESINI NON C’È TIMORE DI GUARDARNE GLI OCCHI CUPI.

BUONA LETTURA

(GRAZIE ALE…)


«Nooooo!» mi sveglio urlando e con la fronte imperlata di sudore.

Mia madre si precipita in camera mia, accendendo la luce «Cos’è successo?» l’espressione di apprensione sul suo volto si smorza dopo una rapida occhiata tutt’intorno.

«Niente, mamma, solo un brutto sogno.» ora dal suo volto trasuda compassione «Va pure a dormire.» mi fa incazzare quando vedo le facce da cui traspare la pietà. Soprattutto se è rivolta a me «E spegni la luce.»

«Buonanotte.» sussurra dopo aver premuto l’interruttore e accostato la porta. Sento i suoi passi che si allontanano e qualcos’altro: un singhiozzare sommesso?

Sospiro e chiudo gli occhi, ma la sua immagine mi si staglia nel cervello appena abbasso le palpebre: lei è lì, davanti a me, con un’espressione sorpresa dipinta sul volto: allungo la mano per sfiorarla, ma resta sempre al di fuori della mia portata e poi…

No, non riuscirò a dormire neanche stanotte.

Accendo la luce del comodino, prendo un libro ma tutto mi ricorda lei: quel poster del suo gruppo preferito, la maglietta che mi aveva regalato. Prendo foglio e penna e inizio a scrivere di getto.

Quanto tempo è passato? Un anno intero? E tu dove sei? Perché doveva finire così?

Le emozioni turbinano nel mio petto, ma nessuna riesce a prenderne possesso e il ricordo di quel che è stato e di come avrebbe potuto essere le tiene lontane.

Non sono mai riuscito a piangere, né a urlare, solo pensare e ripensare a cosa avrei potuto cambiare nella mia vita, nella nostra vita.

Abbasso di nuovo le palpebre, ma il tuo sorriso si trasforma in un muto saluto, con una lacrima che ti scivola lungo la guancia. La tua figura è avvolta da una nuvola di polvere che gli pneumatici alzano slittando sulla terra secca e arida.

Apro la finestra: il cielo è limpido e stellato come quella sera, un anno fa, ma tu non sei qui con me.

Perché litigammo? Non lo ricordo neppure, ma so che successe e io me ne andai, lasciandoti sola nella notte. Il giorno dopo: il giorno dopo non è più stato vivere.

Ora però tornerò da te e faremo pace e il mio cuore tornerà leggero com’era un tempo.

La mattina dopo, sua madre entrò nella stanza, vide il letto sfatto e la finestra aperta. Sulla scrivania il foglio con le sue parole:

“Vado a cercarla, non posso più star qui a vivere o fingere di farlo.

Se lei ha sofferto è colpa mia;

se lei non è qui, è colpa mia;

se lei si uccisa, è colpa mia!”

Il corpo del giovane giaceva nella vasca, le vene dei polsi tagliate fin quasi al gomito e il sangue mischiato all’acqua ancora tiepida. Sembrava sereno.

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Quindi poi è andato tutto bene?

LA DOMANDA È INTERESSANTE. RIPUBBLICO UN ARTICOLO DI ANDREA ROCCIOLETTI PER FARLA RIMBALZARE


Quindi poi è andato tutto bene?
So then everything went well?
Alors tout s’est bien passé?
Urban art, 2020.

“L’arte dovrebbe fare luce
sul carattere vulnerabile e interconnesso
di ogni cosa.”
– Cyprien Gaillard.

Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 1
Quindi poi è andato tutto bene? n.1
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 2
Quindi poi è andato tutto bene? n.1

“E’ il trionfo del tempo vuoto. Svuotate le città e svuotati noi, senza più impegni improrogabili, incombenze incalzanti, faccende da sbrigare, costretti ad un romitaggio che non avevamo cercato e che sgomenta. Homo solitarius aut deus aut bestia. Aristotele. Ma non aspiravamo a tanto. Ci saremmo accontentati di trascinarci nelle nostre esistenze mediocri, contrassegnate da piccoli egoismi quotidiani, dalla meschinità di qualche cosiddetta buona azione compiuta senza sforzo, bagatelle per mettere a posto la coscienza. Ci sarebbe bastato andare avanti con le misere gioie di possedere qualcosa che ci qualificasse e in cui identificarci: una casa, un abito, un’auto, un cellulare – un amore, perfino. E sempre pronti, poi, a buttare via senza indugio il vecchio per il nuovo, in una rincorsa spasmodica verso un di più, un ancora che non ci avrebbe saziato mai.”
– Lorella Pagnucco Salvemini, ArteIn n3. maggio/giugno 2020.

Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 3
Quindi poi è andato tutto bene? n.2
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 4
Quindi poi è andato tutto bene? n.2
M.Donner Manuale di autodistruzione Saggiatore
M.Donner, Manuale di autodistruzione, Saggiatore.
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 5
Quindi poi è andato tutto bene? n.3
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 6
Quindi poi è andato tutto bene? n.3
A.Emo In principio era l'immagine Bompiani
A.Emo, In principio era l’immagine, Bompiani.

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Work in progress

Work in progress 1
Work in progress 2

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Non so disegnare.

Roccioletti - non so disegnare 1
Roccioletti - non so disegnare 2
Roccioletti - non so disegnare 3

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S.Sontag La coscienza imbrigliata al corpo Nottetempo
S.Sontag, La coscienza imbrigliata al corpo, Nottetempo.

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Forma e contenuto.
Reloaded art: 9 feb 2020.

Ho preso un abbaglio.
Reloaded art: 10 feb 2020.

Movimento per violino.
Reloaded art: 20 mar 2020.

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Letture consigliate

R.Barilli, Tra presenza e assenza, Mimesis
E.M.Di Palma, G.Pagliasso, Il nuovo mondo estetico, Marco Valerio.
S.Vaccaro, Eterotopie anarchiche, Elèuthera
C.Demaria, “Teorie di genere”, Bompiani
E.Illouz, “La fine dell’amore”, Codice
D.Serafini, “Schiavi elettrici”, People
AA.VV, “Rimediare, ri-mediare”, Franco Angeli
P.Benanti, “Digital age”, SanPaolo
D.Rushkoff, “Team Human”, Ledizioni.
P.Godani, “Tratti”, Ponte alle Grazie
J.Guerra, “Il corpo elettrico”, Tlon
C.Demaria, Teorie di genere, Bompiani

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N3ÜRØ – ERROR-[404]

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racconti racconti brevi

Ping pong

Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in riscucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui ha guardato la piccola e insignificante rompicazzo, ha abbandonato la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, l’ha schiacciata: crack! Al suono si sono affacciati i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro ha imbastito una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è stata, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna l’ha punzecchiato, Onorina gli ha controllato il cucito, Patrizio si è servito un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio di quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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La tregua della Gazza e il potere estraniante della musica

– Che succede?

– Schermaglie.

– Eh?

– Sì, lancio bottiglie e sedie.

– Lancio bottiglie e sedie?

– Adesso anche un cestello del ghiaccio e una sagoma cartonata del Campari.

– No! La sagoma del Campari no!

– È inutile che scendi, dopo le esplosioni dei sacchetti di patatine non è rimasto molto, tra una decina di minuti si scambieranno le pagine della Gazzetta. Mettiti pure tranquilla.

– Tranquilla? Tranquilla?! Ok: musica.

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Argomentario

ciao Roby

Ciao Roby (immagine da qui)

ciao Roby

passa a trovarmi, quando vuoi

ma prima ammantali, ti prego

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Giulia sic (cinque)

GIULIA COSA CERCA?

LO TROVERÀ SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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racconti racconti brevi

Speciosità dei rapporti

(immagine da qui)

«Non ti vedo, dove sei?»

«Sono qui, raggiungimi!»

«Ma non ti vedo…»

«Dai!»

La mano s’immerge in un latte nero. Cercando il corpo morbido ne teme l’impatto. La stanza s’illumina e tutto cambia colore. Una voce di donna chiede.

«Cosa stai facendo Amore?»

«Cerco la mozzarella mamma.»

«Ma ti ho sentito parlare.»

«Sì, parlavo con lei.»

«Tesoro, lo sai che poi non riesci a mangiarla.»

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Stai da me questa notte?

“Stai da me questa notte?”. Sì.

Non è la prima volta che ti svegli nel suo letto. E che lo trovi vuoto. Vuoto.

È la prima volta che ti svegli nel suo letto e decidi di portarti via le lenzuola. Via le lenzuola. Via il tuo odore. Riprendersi il dato. Con un sacco.

Allora ti guardi un po’ in giro. Via tutto ciò che ha avuto l’onore di un tuo tocco. Nobilitare il nulla. In tre bauli.

Via tutto ciò di cui hai consigliato l’acquisto. Il tuo gusto per il suo abitare. Quattro borsine.

Via anche ciò che ti piace, tutto ciò che ti è sempre piaciuto di quell’appartamento. Il ratto di uno stimolo estetico. Tre scatoloni.

Quanti i ricordi degli amori che ti hanno preceduta, ma tu sei l’ultimo amore, quello significativo, hai già strappato le facce alle altre, le hai già annegate nella massa di ricordi nuovi e indelebili, portarti via le loro minute pendenze non offenderà nessuno. Lo scalpo. Un sacco nero.

C’era qualcosa che non andava. Via le fotografie. Nella mia immagine la mia anima. Una cartellina.

Cosa non avete fatto sul tavolo, sul tappeto, sul divano. Frammenti di vita. Via.

Certo, qualcosa non andava.

“Sì, porti via anche questo” hai detto all’uomo dei traslochi “e dove portiamo tutto?”, eh, e dove portano tutto? “Al mercatino dell’usato”, “Lei abita lì?”, no, non abito lì.

Poi sei uscita sul balcone, hai dato un colpetto con il piede alla gamba dell’uomo seduto sulla panchina liberty. Il corpo si è lasciato cadere sul fianco. Hai controllato che non respirasse e sei uscita seguendo un TIR.

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regaloni

Ieri

Ieri l’ha fatto.

Marte, il mio pianeta, è finalmente venuto a trovarmi.

Non pratico molto le evenienze intorno agli spostamenti dei pianeti, ma devo dire che arrivando ha portato doni.

Di più:

3 REGALONI!!!


Allegropessimista, l’altro ieri, approfittando di una mia errata lettura di uno dei suoi magnifici aforismi, ha buttato lì un “Bella la metto a nome tuo, dammene altre 3 e la battuta del giorno è tua”. Non frequento il genere (aforismi), ma la cosa mi ha divertita. Ecco il primo esperimento e il REGALONE di Allegro è, al di là della visibilità, l’avermi invogliata a sperimentare qualcosa di nuovo.
(Grazie.)

Battuta del giorno endorsum

unallegropessimista umorismo 28 giugno 2020 1 Minute

Endorsum per gli amici Endy scrittrice aforista e altro per sopravvivere. bravissima il genere è l’ermetico bisogna pensarci un po, un po, un po….. comunque pensare non fa male.

L’uomo è….. ecco la donna è……ecco.

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

Capita che il soliloquio esca dalla porta, per incontrare simili al bar.

Se un giovane ragazzo belloccio e benportante ti saluta per strada dicendoti ” ciao bella” è chiaro che vuole i tuoi soldi; se tu gli rispondi “ciao bello” è chiaro che vuoi la percentuale.

Variazione alla battuta di ieri

Il cretino ha le sue ragioni che l’assonnato non conosce.

Mi raccomando tante stelline.


FA minore, generosamente, ha sollevato dal gruppetto un aforisma in particolare e gli ha dato un abito bellissimo.
(Grazie FA minore!)

Il monaco

di Endorsum

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

https://endorsum.wordpress.com/

da un post di unallegropessimista
https://wordpress.com/read/blogs/150551507/posts/6509#comment-10266

P. S. Grazie alla caustica Lu per la dritta sulle mentine.


Sempre ieri Alessandria today ha ripubblicato il mio racconto LEI SULLE TUE DITA
(Grazie!)

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Argomentario

Giulia poker

GIULIA C’È ANCHE QUANDO NON C’È.

CONTINUA COMUNQUE A ESSERE SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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regaloni

La noia

Stranger Than Paradise – Jim Jarmusch – 1984 (foto da qui)

ED ECCO UNA NUOVA EMOZIONE REGALATAMI DA ALESSANDRO GIANESINI. (Il Socio non ne sta sbagliando una.)

È LÌ, SOTTOPELLE, PRONTA A CERCARE OSSIGENO IN QUALSIASI MOMENTO.

BUONA LETTURA

(ALE, GRAZIE!)


«[…] al triplice fischio dell’arbitro, il punteggio resta sullo zero a ze…»

«Bella partita di merda!» Sbuffo.

Mi giro a guardare mia moglie che dorme sotto al plaid e afferro il telecomando mettendomi a fare zapping. Ci provo per cinque minuti, ma senza trovare niente di interessante e spengo la TV.

Faccio passare un braccio attorno alle spalle di Elena, la tiro verso di me e le bacio il collo «Ehi, tesoro» lei muove la testa senza aprire gli occhi «a me è venuta una certa idea, che ne dici se…»

«Sono stanca, amore, lasciamo dormire.» mugugna qualcosa e aggiunge «Domani, promesso…»

Sospiro e mi alzo, guardando fuori dalla finestra: le luci dei lampioni illuminano la via, ma non si vede una macchina in questa serata d’inverno: cos’è? Han tutti paura di una spruzzata di neve? Ce ne sarà forse un millimetro…

Prendo il telefono e guardo nel gruppo degli amici di whatsapp: qualcuno ha detto che non esce, gli altri nemmeno quello han scritto.

Non ho voglia di stare a casa da solo. A dormire da solo: è sabato sera, cazzo!

Ok, deciso: esco. Mi bevo una birra e se non trovo nessuno, torno. Tanto quella, scuoto la testa guardando mia moglie nemmeno se n’accorge che non ci sono e la ritrovo dove l’ho lasciata.

Mi cambio, infilo un paio di jeans puliti e una camicia a caso, maglione, giaccone e via.

Esco dal garage e la neve riprende a cadere, stavolta più fitta. Ok, non ho le gomme da neve, ma per fare un paio di chilometri che sarà mai? Le catene nel baule ci sono, perciò…

La birreria è chiusa, figurarsi: uno vuole uscire una sera, divertirsi dopo una settimana di merda e non c’è nemmeno un posto dove andare a bere?

Sono tentato dal bar Sociale, ma con la clientela che ha è già buono se resta aperto fino alle nove di sera.

Cambio programma, andiamo fuori paese, sia mai che…

Cinque chilometri con la neve che continua a scendere e aggrapparsi all’asfalto e il risultato? Chiuso, nessuno in giro, tutte le luci spente e io a rompermi i coglioni perché non posso bermi una stramaledetta birra! Tornerò a casa, tanto, ormai, peggio di così…

Mi giro nel parcheggio vuoto e torno sulla strada: la visibilità è calata, ma tanto ci sono solo io in giro. Premo sull’acceleratore e la macchina mi va via di culo: l’adrenalina sale e io controllo a fatica il volante, ma mi sfugge un «Wow» dalle labbra.