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Eppure

Vilhelm Hammershøi, Interno con donna di spalle (1898; olio su tela, 51,5 x 46 cm; Stoccolma, Nationalmuseum)

Ciao. Sì, ciao.

Così comincia e così finisce.

Sono una pazza, mi dico e me lo dico pensando a quant’altro ho perso. Non ho idea del lasciato, non voglio tenerne conto, so che è perso.

Eppure.

Una relazione quotidiana sul filo del ci sono-ci sei e ingordo il mio sguardo a frugare, mai pago. I soliti gesti, ormai, va da sé, solo talvolta più celeri.

Di quale soddisfazione si stia parlando non lo so più. L’andarmene ogni volta. Il suo stare. Il suono felpato delle mie scarpe da ginnastica, mai diverso, costantemente risolutivo a ogni incontro.

Chiara la luce, per non confondere, per non giocare con percezioni errate, per essere certa di quanto accade, e sempre buono il profumo. Da amare.

Eppure.

Di giorno in giorno m’interrogo: se potessi fare a meno di ciò che ha il sapore di un rito? Ma quale rito, è così e basta. Talvolta è la prova, la prova che cerco, intima, di riuscire a uscirne e cerco due occhi diversi, due mani migliori.

Legati.

Attimi sempre legati, al bisogno. E osservare il bisogno a pupille cattive, sviscerare il motivo fino al cuore: della dipendenza. Per scuotere ogni volta il capo, arresa. Che io scuoto il capo, lì ci sono le ragioni, lì i torti.

Oggi.

Rieccomi, con le solite vecchie speranze e il timore. Sempre presente. Rieccomi, con la lingua sulle labbra, ancora. E lo spazio chiaro. E una supplica: “Ciao, due mantovanine, grazie”.