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8 sfumature di musa. Corso avanzato. Metodo teorico pratico di sopravvivenza alla retorica del sacrificio (*brevetto endorsum)

CREDERE ALL’INCREDIBILE

Arriva un momento in cui, Muse, si cede a un corteggiamento sfiancante costituito da opere rivolte alla vostra persona. Ci si infatua dell’Artista.
Come già detto, l’evento è pericoloso e portatore di sciagure e sconforto, ma accade. È quando iniziate a pretendere che dalle parole l’Artista passi ai fatti.

I fatti, quali fatti? Dove sono? Erano qui, giuro, erano qui un secondo fa! Ma dove sono finiti?
Onde evitare di farvi trascinare in procrastinazioni ventennali, attaccheremo frontalmente la retorica del sacrificio, una delle scuse più utilizzate dall’Artista messo spalle al muro.

VITA D’ARTISTA

L’Artista ha una vita, un quotidiano, uno spazzolino da denti, un appartamento, parenti vicini e lontani, spesso ha un lavoro, impegni, una macchina, un animale domestico e, in sintesi, un tran-tran che lo tiene occupato a orari fissi o variabili. Come voi.
Traduce i suoi sogni in opere, che voi ispirate. Sogni destinati a restar tali. Poiché sono destinati a restar tali, i sogni non devono concretizzarsi ed è esattamente qui che prende piede la retorica del sacrificio.

SACRIFICARE IL SOGNO O LA REALTÀ?

Il pensiero è ardito, ma eccolo: per non sacrificare il sogno se ne sacrifica la sua realizzazione.
Ovvero, per non perdere il Sogno e per mantenerlo fresco e confortante, si sacrifica ciò che potrebbe renderlo reale. Non solo, il vero colpo di genio dell’Artista è: sacrificare la realizzazione del sogno fingendo di sacrificare il sogno stesso.

QUALCHE UTILE DISTINGUO

Inutile dire che di sacrificio si parli un po’ a sproposito. Il sacrificio vero ha a che fare con l’altro, non ci sono mezze misure. Si sacrifica la propria vita scambiandola con quella altrui: o con la morte, o con una continua e pervicace dedizione a qualcuno, fino alla propria morte interiore (che alla lunga alla lunga e alla lunga coincide con quella fisica). Anche il sacrificio per un Ideale, inteso come l’atto d’immolarsi, ha a che fare con una possibile, futuribile, auspicabile vita migliore altrui.

Di cosa si parla allora quando l’Artista ricorre alla retorica del sacrificio?
Il sacrificio invocato dall’Artista è, a tutti gli effetti, compiaciuta autocommiserazione che, in quanto tale, ha lo scopo di nobilitare ciò che è dato come immutabile.
Esempio: “sacrifico i miei sogni di gloria per dedicarmi con amore alle piccole gioie del vivere.”
Ciò che è sacrificato (e già abbiamo visto che la parola è abusata) non è il sogno di gloria, quanto la realizzazione del sogno, e ciò lo rende vivo in qualità di sogno. In questo c’è una gustosa e compiaciuta autocommiserazione descrivibile con: “oh, povero me, me tapino.”

CAS

Denominare sacrificio la compiaciuta autocommiserazione solipsistica (CAS) è depauperare il senso potente del termine.

Che fare dunque?
Diamo alla CAS un altro nome.

Che nome?
TORTELLONE.

Qual è il senso di questa operazione?
Ripristinare una gerarchia tra i significati.

Come si agisce?
Ogni volta che la CAS (Compiaciuta Autocommiserazione Solipsistica) si presenta vestita di un profumato abito nuovo, basta non chiamarla sacrificio, ma TORTELLONE.

ESEMPLIFICANDO:


1) Se l’Artista ti sta raccontando che è eroico nel rinunciare all’amore della sua vita perché non lo merita, fermati Musa, usa la parola magica e dillo: cazzo, è un tortellone! D’incanto capirai che, senza troppe seghe mentali, l’Artista rinuncia all’amore della sua vita perché non vuole un’estranea in giro per casa dalle 8 del mattino alle 24 (che sul dormire c’è sempre la politica dei letti separati ad aiutare).

2) L’Artista ti dice che rinuncia all’amore della sua vita perché sua moglie non può vivere senza di lui. A parte che sua moglie vive senza di lui ormai da 15 anni, ma fingiamo di credere che questa triste realtà non sia in essere… dillo: cazzo, è un tortellone! E scoprirai che la sua rinuncia è dovuta al mutuo trentennale, all’impossibilità di pagare alimenti e che le loro scopate extra i due coniugi riescono comunque a farsele senza che vi siano troppi drammi, fastidiosi contraccolpi emotivo/economici e coscienze lacrimanti.

L’APPELLO

non sacrifichiamo il sacrificio sull’ara candida ogni volta che ci fa comodo, lasciamolo a occuparsi di questioni più importanti e osiamo, osiamo dare il loro nome alle cose, chiamiamo la compiaciuta autocommiserazione solipsistica TORTELLONE!

L’ESTREMA SINTESI

  • L’artista si nutre di sogni, per questo non li può realizzare, verrebbe meno la materia prima della sua opera.
  • La musa però cerca di diventare realtà.
  • L’artista, anche per non essere scortese, accampa scuse.
  • Propongo alle muse, per evitare di perdersi in infiniti rinvii, di chiamare le scuse con il termine TORTELLONE, per riuscire a vedere la questione sotto una diversa lente.
  • Ciò le aiuterà a considerare le giuste fattezze di una scusa banale che si è ammantata dell’affascinante retorica del sacrificio.

*Metodo brevettato endorsum.

8 sfumature di musa – breve corso di sopravvivenza per muse

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8 sfumature di musa – BIGINO