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Giulia 9

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«Mi lasciano uscire. Adesso.»

«Arrivo.»

«No, ho chiesto a Enea di venire.»

«Capisco…»

«Ciao.» e chiude la chiamata senza dispiacersi. Non è il momento. Seduta sul letto d’ospedale si dona per l’ultima volta la vista: il cielo, le cime verdi a rincorrersi, qualche nube screziata dai capricci del sole. Una compagnia buona per quei lunghi giorni. Grazie.

Enea entra sicuro nella stanza, rallenta stentando a riconoscerla, colpa dei cerottini e di alcuni ematomi non ancora assorbiti. Preso in contropiede dalla visone abbozza un’impacciata interlocuzione.

«Giulia, sei sparita.»

«Ero qui.»

«Cos’è successo?» e si siede, smarrendo la verve rivendicativa.

«Ho cercato di rubare i segreti di tuo padre.»

«Eh?»

«Ti ho mentito Enea, fin dal principio.»

«Eh?!»

«Ti ho cercato per arrivare a lui.»

Gli lascia spazio e tempo. Gli chiude una mano tra le sue per calmarlo e continuare. Enea però si è irrigidito, non capisce, sì capisce, non gli piace. Vorrebbe solo andarsene. Ma le mani sono così morbide e calde.

«Ti sapevo suo figlio. Io dovevo raggiungerlo. Prima ho provato con l’Inge, per tutta una serie di motivi che ti spiegherò. Inutile aggiungere che in tre anni con lui non sono approdata a nulla.»

Enea ascolta. Pur sentendosi umiliato e usato, il volto tumefatto di Giulia gli provoca un unico vero istinto: abbracciarla.

«Erano anni che preparavo la missione. Ci vuole tempo per le imprese importanti.»

«Perché: perché tutto questo? Me, l’Inge, perché Giulia?» la voce esce flebile e la domanda si consuma in un soffio sincero e deluso. Lei sostiene lo sguardo triste, lo accoglie con un sorriso timido e una risposta concisa.

«Per vendetta.»

«Eh?!!!» esclama quasi in scoppio.

«Hai qui la foto con tuo padre?» Enea tira fuori dalla tasca il portafoglio senza obiettare, nel mentre, Giulia depone sulle proprie cosce la borsa poco distante. Ora lui ha tra le dita la sua immagine da piccolo con indosso un paio di guanti verdi ed è lì, tra madre e padre. Giulia dalla borsa pesca un piccolo guanto di lana verde, sopravvissuto al lancio di sfida a Mister T.

«Perché ce l’hai tu?»

«Enea, per piacere, guarda bene tua madre.»

«Che ha?» non vuole darle ascolto, il guanto verde gli sta frullando in testa, ma l’asseconda sperando che distrarsi possa far cessare quel moto sordo. Invece ne aggiunge uno nuovo, di moto, dalla diversa traiettoria. Enea apre le labbra senza pronunciar suono. I pensieri si bloccano. Un vetro fumè si spacca. Giulia gli si avvicina, come per afferrarlo in caduta, e scandendo bene le parole illustra.

«Si vede ciò che si vuol vedere. Quel piccolo, Enea, sono io, da piccola. Quella donna è mia madre, non la tua.» e dalla borsa estrae svelta un’identica foto.

«Ma…» e lo sguardo si perde in quello di lei.

«Siamo fratelli da parte di padre, sì.»

Le fissa il naso, così familiare, dentro il petto una chiazza chiara si allarga, fino agli occhi. Lei gli afferra le mani, lo invita ad alzarsi. Gli oggetti cadono. E di due bimbi è l’abbraccio.

FINE

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Giulia 8

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Giulia è accucciata in parte al pesante piedistallo di pietra, sotto il piano in cristallo. È in tenuta d’ordinanza e una piccola luce sulla fronte illumina la zona di lavoro. Il polpastrello guantato accarezza il granito mentre l’altra mano estrae da una taschina sul bicipite una lamina chippata che inserisce nella sottile fessura appena individuata. Alcuni led presenti nella stanza si spengono e un clack indica l’apertura di un vano segreto nel mobile bar.

«E bravo il nostro Mister T, finalmente ci siamo. Mi hai anche fornito un motivo in più per rubarti i segreti: non dovevi seppellire vivo tuo figlio.»

Ha ancora 45 secondi per prendere i documenti e andarsene prima che parta il secondo allarme. Agile raggiunge il vano, prende i fascicoli, sfogliata veloce, li infila nello zaino piatto, lo indossa e felina esce dalla finestra. Quando i sistemi antintrusione si attivano ha già valicato il muro di cinta e sta correndo attraverso il bosco. Raggiunge l’auto sulla statale e, prima di partire, sfila zaino e passamontagna attrezzato. Mette in moto. Si osserva compiaciuta nello specchietto retrovisore, dedicandosi quello sguardo speciale che sigla il termine di una missione. Sì.

No. Un momento. Sono le 4 del mattino, perché sono comparsi due fanali lì dietro? Gli scagnozzi di Mister T, di sicuro.

No. La forma… non può essere. Individuato il modello dell’auto deve verificarne il colore. Con una sterzata in velocità passa vicino a un lampione, seguita a breve distanza. Beccato!

«Oh Inge, perché mi segui? Non eri mai arrivato a tanto. Non ora, dai!» e accelera. Sono pochi i tornanti che la vedono prendere un vantaggio sulla berlina. Altrettanti quelli che le riattaccano un paio di fanali al sedere. Di un vecchio, fottutissimo Hummer.

Prima spinta. Resiste. Seconda spinta. Sbanda paurosamente. Terza spinta. La scarpata.

Il volo.

L’auto è riversa sul fianco del guidatore. Giulia è intontita, sangue tra i denti, fatica a respirare. Riesce giusto a intravedere due mani calarsi dal finestrino rotto del passeggero e sfilare lo zainetto. Dolore feroce, poca visuale: uscire prima che l’auto s’incendi. La cintura da slacciare. Allunga le braccia verso l’alto, le gambe non rispondono a dovere, respira male, vede sempre meno. Non vede più.

Ma sente. D’esser presa. Di peso. Issata fuori. Appoggiata sull’erba. Stretta in un abbraccio, a coprirle il capo prima dell’esplosione. Il botto.

«Giulia, Amore Mio, adesso basta vero?»

«Basta.»

E per la prima volta, dal corpo martoriato, sgorga un sentimento autentico.

CONTINUA…

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Giulia 7

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Ecco il silenzio.

Sospeso, senza finestre. Ostile. La stanza se n’è riempita all’improvviso con una deflagrazione muta, provocata da qualche lemma arrotato e sputato allegramente dall’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra.

Sta lì, il silenzio. Sfrontato. Ha braccia sui fianchi e zitto domanda ai presenti chi sarà il primo a violarlo. Nessuno. (Nessuno). L’istante si protrae tracimando aria, solida. Nulla si muove. Gli stessi respiri sono sottili, discreti, carichi. Sempre più carichi. Gonfiati dalla morsa che li trattiene.

Gli occhi del padrone di casa non smentiscono il senso dell’ultima frase e avidi masticano la scena come non avessero mai fatto altro: godere.

Enea stringe le mandibole e fissa, fissa quel fottuto naso, quel maledetto naso. Uguale al suo. Che effetto strabiliante, che gioco di prestigio raro. Che faccia da cazzo! Glie lo staccherebbe a morsi, ecco cosa farebbe a quel naso! Se le sente le cartilagini tra i canini, crick-crock, non sarebbe difficile, un balzo sul piano, le mani a stringere le orecchie e giù di rabbia. Cieca. Ahhhh!

Giulia annusa, non vista. Le sente tutte le forze stipate, puzzano. Sa che l’uomo ha di certo un’arma, lì dietro. Sa che potrebbe usarla con destrezza, in velocità, precisione e voglia, basterebbe poco all’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra. Se Enea scattasse in avanti, a lei il trattenerlo, anzi, il fermarlo, con un rapido colpo alla gola, giusto per togliergli il fiato, l’ardore, l’intenzione, costringendolo a spostare l’attenzione sulla mancanza di ossigeno. L’alternativa è assistere a un’esecuzione. Magari anche doppia. No, doppia no.

Enea non è nessuno per lo sterco di cavallo seduto davanti a loro. Enea è orfano di padre proprio ora, avendolo di fronte. Ciò che è mancato si presenta come un pieno rancido e corrosivo capace di distruggere ogni parete a contenerlo. Non doveva andare così. Non doveva essere questo il finale del viaggio di un figlio alla ricerca del padre. Avrebbe potuto accettare ogni altra alternativa: insulti, vergogna, anche fragile supponenza, ma non… Giulia rompe l’aria carezzandosi i capelli. Un respiro leggero e si volta con uno sguardo buono, a dargli un via.

Sì, via, ha ragione lei, andare, lasciarsi tutto lì, tutto, non dare alcuna soddisfazione, riprendere il passo, provarci, scappare. Qualche volta si può anche scappare. Enea la ringrazia con un sorriso e trova finalmente il coraggio di parlare.

«Giulia, posso avere ciò che ti ho consegnato prima di entrare?»

Lei apre la borsetta, infila l’indice in un cerchio di ferro ed estrae le chiavi della macchina.

«Grazie.» si alza «Andiamo.» e senza preoccuparsi più di voltare le spalle al vuoto che l’ha ingoiato da sempre, esce, sostenuto dalla voglia di vomitare.

Giulia attende che Enea sia in corridoio, si accerta che non l’aspetti, controlla che il ritmo dei suoi tacchi non subisca variazioni quindi si alza in piedi a sua volta. Le palpebre color cobalto si abbassano e la fessura si affila. Le labbra morbidamente viola si tendono in un sorriso studiato, scisso da ciò che le mani si accingono a fare. Le dita di nuovo nella borsetta, indice e medio uniti con in mezzo una stoffa. Sciaff! Il lancio.

«Cos’è questa porcheria?» chiede l’incredulo schifato, togliendosi dal volto un piccolo guanto di lana verde.

«Un guanto di sfida.» si gira, raggiunge lenta la porta, una veloce torsione del busto e una precisazione.

«Un errore il Suo, oggi.»

CONTINUA…

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Giulia 6

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È lì, in piedi. Peso su una gamba. L’altra leggermente flessa. Mano in tasca. Enea si controlla davanti allo specchio. Aspetto in ordine = pensieri in ordine. Emozione. Riprova. Aspetto in ordine + respiro ponderato = pensieri in ordine. Emozione. Emozione che mina il passo. Merda! Le ginocchia già cedono e la voglia di strapparsi stomaco e intestino è quasi oltre la soglia. Per non parlare del calore che dal collo arriva su. Su dove? Su. Non si piace, per niente, ma è in ordine e i pensieri si sono appesi da qualche parte per evitare di cadere nel pozzo profondo del noncapiscopiùuncazzo. Ok, o si costringe a uscire o morirà svuotato e liquefatto sul pavimento. Vai!

Cammina male, è vero, ma cammina e guidare non sarà un problema. La pressione del pollice sul piccolo dosso nero della chiave sblocca la chiusura centralizzata. La mano si pronuncia alla maniglia della portiera ed ecco arrivare un tocco. Un palmo fresco e deciso si sovrappone al suo dorso. Enea segue le dita fino al polso, lo sguardo sale lungo il braccio, la spalla, il collo, l’ovale del viso e si blocca in occhi già nei suoi: Giulia.

«Dove vai?» chiede quasi atona.

«Da mio padre.»

«Ti accompagno.» risponde improvvisamente risoluta. Una titubanza sottile le innerva la mano in una stretta morbida. È solo un attimo. Se ne accorgono entrambi. Negando l’attimo, Giulia si porta svelta la mano ai capelli in una carezza inutile. Confuso, lui guarda in urgenza per terra.

«Non c’è bisogno, davvero, è una questione di famiglia, tu non c’entri.»

«Certe volte una vicinanza aiuta. Lo so.» tenera è la voce e assecondarla naturale. Enea cede senza difese alla proposta, offrendole uno sguardo grato e perso. Finalmente conquista una visione d’insieme di Giulia.

«Sei bellissima, addirittura truccata da sera, quasi non ti riconoscevo. Stai andando da qualche parte? Non vorrei mai…»

«Lascia perdere, avevo in programma una specie di sceneggiata, niente che non possa essere rimandato.» taglia corto dirigendosi verso l’altro lato della vettura. Una corsa ad inseguirla per aprirle la portiera, così, un automatismo mai riservato a nessuna ospite della sua utilitaria. Lei sorride, si siede, cintura: è pronta. Si parte?

Dopo un’ora di viaggio la macchina prende una stradina collinare ben asfaltata. Davvero molto ben asfaltata. Fin troppo per una strada pubblica.

«Hai visto? Ci sono già telecamere.» Giulia indica un palo della luce.

«Dove?»

«Lì, non vedi quei… non importa. Decelera, se arriviamo su troppo in fretta ci accorgeremo di cosa sia una calorosa accoglienza.»

«Ma cosa stai dicendo?»

«Niente, niente, però non correre che con tutte queste curve mi vien la nausea. Vuoi che ti sporchi interni già così provati?»

«No!»

«Bravo.»

L’andatura si fa più tranquilla e dopo dieci minuti l’auto è davanti a un gigantesco cancello moderno.

«Pomodoro.» dice Giulia.

«Eh? Io oggi sono agitato, ma tu sei ben strana.»

«È opera di Arnaldo Pomodoro, non è nota però: il cancello intendo. Non può essere una copia del Cancello Solare, o hai una sua opera originale o non fai fare una copia, capisci?»

«No, non capisco, oggi proprio non ti capisco.»

«Non importa. Guarda piuttosto il comitato d’accoglienza.» e con un colpetto del mento in avanti indica i due uomini che stanno arrivando da dietro l’opera.

«Sei armato Enea?»

«Ma sei scema?»

«Ok, è un no. Non fare movimenti bruschi.»

«Giulia, ma cos’hai fumato?»

«Dai andiamo.» e con eleganza scende dalla macchina, si avvicina al cancello, saluta i nerboruti. Enea la raggiunge in breve.

«Ti ricordo che stiamo andando da mio padre.»

«Ti ricordo che potrebbe non essere contento d’incontrarti.»

CONTINUA…

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Giulia 5

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«Mi hai lasciato il rossetto, vero?»

Enea non osa toccarsi la fronte. Giulia quasi si sbrodola con il caffè, le si allarga un sorriso fanciullo solo in parte nascosto dalla tazzina alle labbra. Lui la fissa con un orgoglio incredulo per l’inaspettata complicità. Come è successo? Quando lei ha permesso che si sgretolasse il muro a secco eretto fin da subito per evitare sconfinamenti e problemi? E lui come, quando, perché si è conquistato questo onore? Onore? Ma si sente? Se lo sarà meritato no? Non è una mezza calzetta, è bravo, astuto, professionale, ingegnoso, non è il primo venuto: è una calza di Filo di Scozia fin sotto il ginocchio! Sposta lo sguardo alla sua destra, costringendosi a trovare interessante la bionda del tavolo accanto, giusto per contegno.

«Senti Giulia» e continua a puntare la bionda «credo che l’idea di una storia tra noi da dare in pasto all’Inge non sia da escludere, sai?» controlla con la coda dell’occhio la reazione. Lei si blocca, rischiara la voce, raddrizza la postura ingobbita dalle risa soffocate in precedenza e tace. Ha un’espressione nuova, mai veduta prima. Enea smette di contare le vertebre della bionda e si prepara a indossare una troppo stretta indifferenza per affrontare un volto divenuto austero.

«Lo sai che ho ragione, gli aspetti positivi sarebbero diversi.»

«Quali.»

«Nessun estraneo, più controllo della situazione.»

«Parli come lui.»

«No!»

«Senti Enea, lascia stare, eh. Inizia a passargli le telefonate, al resto ci penseremo tra un paio di settimane. E non fare quella faccia, lo sai perché sto con lui.»

«Non lo so, dimmelo. Devo essermelo perso il vero motivo di tre anni di relazione con, sì insomma, uno molto più grande di te e – mioddio – cotto a tal punto da difenderti intimandomi di non giudicarti a fronte di foto e qualunque altra diavoleria deciderai di sbattergli sul muso. Guarda, a volte mi fa anche pena. No, errore, i clienti non mi fanno mai pena, però…»

«Sono una stronza? Una manipolatrice? No Enea, i valori sono tutti in campo e ognuno manipola l’altro sapendo d’essere manipolato. È un rarissimo caso di onestà incorrotta.»

«Ma allora cosa vuoi davvero da quell’uomo?»

«Un passaggio, amico mio, solo un passaggio.» e si alza. Non bacia. Non saluta. Va.

Enea resta senza fiato. Se l’è giocata la complicità incantata. Per un fottuto passo lungo. La saliva scompare e lo stomaco si rimpicciolisce fino a diventare una melina selvatica. Quanto può far male una melina selvatica che decide di mettersi a rimbalzare dove non deve? Inspira profondamente, espira pianissimo, e ancora. Ancora. Più e più volte. Stupido! Si agita di nuovo, rifare. Dalla tasca della giacca una vibrazione interrompe la procedura di salvataggio.

«Ciao, dimmi… sì… no, aspetta, sei sicuro? … mandamelo! … grazie, ti devo un favore!». Pochi secondi ed ecco il bip. Ecco un numero. Ecco la vera perdizione.

Si alza sostenuto da una nuova urgenza lasciando sul tavolino monete convulsamente cercate in tasca e quasi lanciate. Corre all’auto. La guida per l’occasione è sportiva. Parcheggia, male, non importa. Deve sedersi subito alla scrivania. Deve essere in posizione. E definire. Nella foga dell’apri-sali-apri dimentica la porta di casa aperta. Non importa. Sì, importa. La chiude. Finalmente si siede.

«Cazzo! Ti ho!» urla eccitato e prende il cellulare dalla tasca della giacca, controlla il numero nel messaggio, lo trascrive su un pezzo di carta scandendo ad alta voce ogni cifra. Lancia la penna a sfera nel cestino dei rifiuti, fa canestro e si abbandona a un ululato a braccia alzate.

Giulia è in macchina quando una chiamata la raggiunge. S’infila l’auricolare e preme il pulsante per la ricezione.

«Vai, parla.»

«Ha il numero. L’ha chiamato.»

CONTINUA…

IL MISTERO DI GIULIA – Litfiba

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Giulia 4

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Abbandonato nella poltrona preferita (oh sì), è rapito dall’odore avvolgente e acre di cuoio masticato da usura e sudore, che lo aiuta quanto deve. Una mano a coprire istintivamente la sigla sulla copertina del fascicolo giallo, l’altra perduta tra i capelli; il mento in alto, ad accompagnare pensieri e sospiri taglienti, nati per sezionare, feroci in gola. Il filo di voce esce senza consenso.

“Sciocco Amore Mio, non arriverai ai segreti finanziari di Mister T attraverso queste carte: non sei pronta per un boiardo di Stato; (non sei pronta…) non sei ancora pronta!”

La frase lo urta con la vergogna di chi si è sentito, raddrizza il collo, controlla il respiro, infine manda mansuete le mani a sfogliare. Il tocco è delicato, adeguato a fragili carte appassite. Le dita si muovono leggere tra vecchi fax, fotocopie e qualche foglio con firme e timbri. Intatto vecchiume sempreverde, informazioni pronte all’uso, eclatanti, magnifiche. Prove. Valide ovunque. Un sorriso distende viso e tempie; il ricordo lo rallegra ogni volta che lo risveglia e la tranquillità si allarga calda in petto. Va meglio. “Bravo.”

Ci fu un tempo in cui gli capitò di collaborare con Mister T. (oh sì). Una quindicina d’anni prima, qualche capello nero in più agli argini del bianco e gagliardi scenari professionali, lì a un balzo. Fu grazie agli sparuti fogli sulle sue ginocchia che non si fece addentare, smembrare e tritare dallo squalo, garantendosi la via di fuga. Certo, non poté accedere al ruolo prestabilito, ma avrebbe dovuto diventare un nuovo e sollecito schiavo, coinvolto in fatti inconfessabili. Il ricatto era nei patti. Quale dei due essere fu la scelta. Con essa sprofondò nelle plumbee conseguenze. Peu mal.

L’immagine di Giulia si materializza tra ciglia inspiegabilmente mosse: davanti al cappuccio indecisa se mollare il biscotto o tenerlo ancora per metà in ammollo; addormentata sul divano con la guancia schiacciata sul cuscino amaranto; nel salto agile della sedia per non girarle attorno. Ma ne ha altre (oh sì), non è difficile, si nutre ingordo della sua visione ogni volta che le è attorno. L’ascolta. La spia. La sfiora per caso. La respira forte. La imprime in tutto ciò che può, affinché resti. Lei (oh bellissima lei), così sprovveduta nella sua presunzione e così affamata di quel nulla che al nulla rilancia. Monade solida e infantile, da difendere: con lo sguardo lungo di chi non vuol forzare.

Soppesa il faldone. Quanto peserà? Il peso dell’attaccamento a lui da parte di una donna che non finge quando per capriccio animale lo sceglie annusando l’aria, e lo prende. Lo fa suo. Lo annienta. Una donna che scomparirà quando troverà il nuovo nascondiglio delle carte e il modo per accedervi.

Le labbra si aprono appena, la lingua esce a inumidire. Gli occhi ancora altrove. Solo Dio sa cosa sarebbe disposto a sacrificare per renderla serena, rinuncerebbe a lei, dandole semplicemente ciò che vuole. Ma Giulia vuole i segreti del boiardo. E non la metterà sulla strada di un suicidio assistito.

CONTINUA…

GIULIA – Le vibrazioni

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Giulia 2

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L’ingresso ampio svolge la doppia funzione di salotto e ufficio. La scrivania è sul fondo, davanti a due finestre. La luce naturale rende nitide le intenzioni dei clienti e lascia in ombra le sue. Piccoli vantaggi. Enea è al posto di comando quando bussano alla porta, con l’indice preme il secondo pulsante del citofono da tavolo, un breve ronzio elettrico e la serratura si apre. Entra una donna. Rompe l’aria fasciata da un abito verde scuro, impudico. Le scarpe hanno tacco e punta della stessa tonalità ciliegia che le bagna le labbra. Il taglio maschile dei capelli esalta un collo sottile sfiorato da pendenti di giada. È Giulia, e il bel viso è inespressivo. Chiude la porta. Sbircia divertita accatastamenti sparsi e procede verso la poltroncina in similpelle davanti alla scrivania. Giunta, si siede, con borsa in grembo.

Enea non parla.

Giulia non si scompone, rimesta per qualche istante nella borsetta, la chiude tenendola sulle gambe, alza il volto, fissa il suo interlocutore e annuncia.

«Ti ho visto scendere dalla sua macchina oggi. Ero in zona.»

Si sporge in avanti cercando sorpresa nell’uomo. Coperta dal seno, la mano è veloce sotto il piano di legno e piazza una cimice. Giulia sorride in sfida e con studiata lentezza si appoggia allo schienale. Le scappa un sospiro fissando il soffitto, quindi domanda.

«Cosa vuole ancora da te?»

Enea resiste. Esita. Parla.

«Sa che fai il doppio-gioco.»

«Oh, finalmente!»

«Come scusa?»

«Sì, finalmente, un peso in meno.»

«…»

«Non mi lascerà certo per questo.»

«Infatti.»

«E…?»

«Crede ci sia dell’altro.»

«Dell’altro, tipo, la nostra collaborazione?»

Enea storce la bocca in una smorfia di muta disapprovazione. Lei continua.

«Sei esacerbante. Dimmi: cosa dovremmo fargli sapere allora?»

«Non saprei, vuole che ti intercetti ogni chiamata.»

«Ma lo stai già facendo! Ti ho chiamato apposta dal telefono di un passante.»

«Sì. È che non le ho ancora usate.»

«Hai fatto bene, prenderemo altro tempo. Anche se nelle telefonate non c’è niente che già non sappia.»

«Non importa, ci inventeremo qualcosa, magari una tua relazione.»

«Con chi Enea, con te?»

Giulia scoppia in una risata calda e sincera.

«Perché no, scusa?»

«Lascia stare. Io resterei tra le sue grazie comunque, ma tu perderesti l’incarico in favore di un terzo attore impossibile da controllare. Un introito in meno, non se ne parla.»

Giulia si alza, borsa alla mano prende la via d’uscita, si arresta. Dandogli le spalle aggiunge alcune indicazioni operative.

«Inizia a snocciolargli le intercettazioni, quando avrà bisogno di qualche particolare piccante per continuare a fantasticare, costruiremo una novella dal sapore internazionale. Ah, arieggia, sa di fumo.»

Enea preme l’interruttore, la porta si apre e Giulia scompare lasciando scia di gardenia.

Mentre lui medita tirando profonde boccate da una sigaretta appena accesa, la giovane donna esce dal condominio, percorre il marciapiede, si avvicina a un furgone parcheggiato, perde l’equilibrio, si appoggia al provvidenziale fianco del veicolo e batte tre colpi sincopati. Quindi riprende a camminare.

CONTINUA…

BRAVA GIULIA – Vasco Rossi

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Giulia 1

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)
GIULIA è un racconto a puntate che ho creato per la pubblicazione sul sito di Alessandro Gianesini (worldofsphaera.com). Ora è a casa.
Buona lettura!

La tocca con garbo nelle parti consunte. Si è ingiallita per confermare un tempo andato. Gli è capitata in mano svuotando il vecchio borsello di un padre svanito nel nulla. Non è la fotografia da tenere in una cornice di mogano. Non nel portafoglio. Non ora quantomeno. Scruta i particolari di un parco giochi ormai ingoiato da una speculazione edilizia, e si perde nello sguardo di un bimbo di tre anni in piedi tra padre e madre. Sbatte piano le palpebre, espira profondamente e risistema il ricordo dietro a una zip.

Va in sala. Apre una finestra. L’aria azzurra del mattino cerca di entrare, si scontra con una nube di fumo, quindi si insinua paziente, sfilaccia uno a uno i ghirigori biancastri, infine li inghiotte in strada, prendendone definitivamente il posto tra le mura.

Una sigaretta accesa dondola nell’incavo di un posacenere pieno, uno sbilanciamento e cade sul tavolo portandosi la brace in dote. Il legno inizia lentamente a scurirsi in una chiazza nera. Enea osserva, studia quel colpo di reni all’indietro reputandolo emblematico e in grado di alludere ad altro. Da una tasca dei pantaloni toglie un’agendina verde e prende nota.

È, come ama definirlo, un accadimento simbolico evocativo e nasce da una sollecitazione inconscia a fermare l’attenzione ove sia davvero importante farlo. Troppo semplicistico dire intuito o illuminazione, preferisce descriversi con vocaboli altisonanti. Così gli piace e così è.

Dato il precoce suicidio, si accende una nuova sigaretta, la tiene tra le dita mentre da uno schedario in parte al divano estrae due faldoni: uno è denominato con una sigla incomprensibile, l’altro solo con “GIULIA”. Seleziona da entrambi alcuni fogli. Mantenendo la divisione della provenienza manda una fotografia dal cellulare dei primi a un numero, l’altra dei secondi a un numero diverso. Nell’attesa di una risposta qualsiasi, si stira la camicia da abbinare al vestito buono.

_______

Enea entra in un parcheggio sotterraneo e sale sulla berlina dalla portiera socchiusa. Il suo abito antracite genera un contrasto elegante con i sedili in nappa color senape. Grazie alla benevolenza del proprietario ora appare in tutto e per tutto una persona di gusto.

«Hai fatto un ottimo lavoro Enea, complimenti. La prossima volta mi spiegherai. Questo è l’assegno. Pagati una domestica.»

«Nulla da spiegare, mi ha dato un compito che ho eseguito.»

Il committente gli rivolge un sorriso obliquo, la frase ricevuta e il suo tono appartengono a un copione prevedibile che rende poco interessante il resto della conversazione. Si appresta a sparigliare le carte.

«Non ho mai chiesto l’origine del tuo nome.»

«Un’idea di mio padre, uno dei suoi libri preferiti, anche se nei fatti ha dimostrato di privilegiare Odisseo.»

«Ah. Mi spiace.»

«Capita.»

L’uomo capisce di aver esagerato, si passa una mano tra i capelli bianchi e decide di tornare a uno scambio più serrato.

«Vorrei che facessi dell’altro. Intercetta tutte le comunicazioni di Giulia.»

«Non le bastano le evidenze?»

«Caro Enea, Giulia non è doppiogiochista, è complessa.»

«È dura rinunciare a una donna così ricca di fascino.»

«Con qualche anno in più sapresti leggere meglio la realtà.»

«Non mi dia dell’immaturo.»

«E tu non esprimere giudizi, ti pago per i risultati.»

Enea annuisce con la testa, piega il foglietto a metà, lo infila in una tasca interna della giacca, saluta ed esce dalla stessa portiera d’entrata.

Non è mai simpatico incontrare l’Ingegnere, ma lo paga bene e ha bisogno dei suoi soldi.

CONTINUA…

GIULIA – Antonello Venditti
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Giulia nona e ultima

EBBEN SÌ, SIAMO ALLE BATTUTE FINALI (LETTERALMENTE)

COME AL SOLITO GIULIA È SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Giulia sette

GIULIA E GLI UOMINI

SÌ, EBBENE SÌ: SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Giulia sesta

GIULIA IN VIAGGIO?

DI SICURO È GIUNTA SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Giulia sic (cinque)

GIULIA COSA CERCA?

LO TROVERÀ SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Giulia poker

GIULIA C’È ANCHE QUANDO NON C’È.

CONTINUA COMUNQUE A ESSERE SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Giulia tris

GIULIA CONTINUA IMPERTERRITA LA SUA AVVENTURA SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

Che dire, furtività a gogo!

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Giulia bis

GIULIA CONTINUA LA SUA AVVENTURA SU WORLD OF SPHAERA, CI HA PRESO GUSTO.

Buona lettura!

Ecco un altro brano per accompagnare le sue imprese.

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Giulia

GIULIA È ANDATA A FARE UN GIRETTO SU WORLD OF SPHAERA, AVEVA VOGLIA DI BERE UN CAFFÈ IN COMPAGNIA.

Buona lettura!

Nel frattempo lascio qui una canzone che ben aiuta a conoscere la protagonista del racconto e la natura dell’anelito di chi se ne occupa.

Giulia – Antonello Venditti