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luoghi X

134 Km

Turm è una torre di pietra a pochi metri dall’acqua.

Ha un respiro baritonale e radici (umide di sepolture). Prima dell’aggiunta di altre forme in pianta, setaccia angosce al suo costruttore (e le monda).

Goetheanum è un grande cerchio sbocciato al sole.

Ha sfere che cantano e radici (solide sulla pirite). Prima di svanire nell’atmosfera densa, accoglie l’arte del suo costruttore (liberandola).

Certe distanze non hanno fiato. Altre hanno vento.

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Attesa

Da troppo tempo non pubblico pezzi intorno a X.

Rimedio subito.


La porta dello studio è aperta. L’uomo di fiducia, passando sosta.

Dentro, il suo capo ha dita incrociate sul cranio e insegue cieco vecchie immagini incastrate al soffitto. Si volta verso l’interlocutore silenzioso e, con occhi appannati dal bianco e nero, informa:

«Dell’attesa so tutto.»

Dalla soglia giunge uno sguardo morbido di comprensione. Poi si abbassa e sposta.

Night and Day è un brano composto da Cole Porter nel 1932 per la commedia musicale Gay Divorce. Qui nella versione cinematografica Cerco il mio amore (1934), con Fred Astaire e Ginger Rogers.
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Il cambio

Chiusa la porta, i due si scambiano convenevoli.

In salone.

Sulle scale.

In corridoio.

Solo nello studio il padrone di casa riesce ad avere la meglio sull’uomo di fiducia e lo proietta in aria. La caduta di schiena ha un suono poco compìto.

Sei caduto male. Ci fermiamo?

Sì.

Dove hai il cambio?

Nella borsa, giù, in salone.

Vado a prendertela io.

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155 secondi

Quando la stempiatura si mostrò incipiente, decise di non combattere la battaglia. Vinse la guerra di rasoio.

Non ci volle molto per abituarsi all’immagine riflessa.

(Due minuti e 35 secondi.)

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Carezze al pelo

Stefano, tu sei un giornalista di razza.

Non esagerare.

Dico davvero! Hai fiuto, intuito, la rara capacità di collegare i fatti e una grande conoscenza. Io sono solo piacente.

Non esagerare.

Dico davvero! Un bell’aspetto aiuta, sono in TV, non dico che sia male, ma per diventare qualcuno servono le tue doti. Tu farai strada, sono sincero. Uno della tua levatura è sempre un boccone prelibato e ambitissimo.

Non esagerare.

Dico davvero!

Ok, allora continua.

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Giornalista televisivo

Un bel tipo. Sveglio. Non potrebbe essere altrimenti, l’ha invitato in trasmissione.

Stefano si lascia offrire un caffè dal collega. Gli studia le unghie curate, il taglio sartoriale dell’abito e finalmente riesce a dare un nome all’insieme: puttone ormonizzato.

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Puttone ormonizzato

Corti e morbidi ricci biondi. Occhi azzurri. Sorriso perfetto.

Elena osserva il puttone ormonizzato seduto di fronte a lei. Irritata dallo sguardo sicuro, cerca di andare a patti con la realtà: in effetti è sexy.

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Vicino

Com’è l’appartamento?

Buono.

Ma ti piace?

Sì.

L’ho reputato adatto, vicino. Resti a cena?

Resto a cena.

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Un luogo sicuro

Il suo Capo, l’amico, un fratello?

È da anni ormai che lo assiste e ogni volta che vede quella testa perfettamente nuda si sente in un luogo sicuro.

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Gioventù

Ci sono generazioni protagoniste, quelle a rimorchio e quelle da fottere.

L’uomo di fiducia appartiene a quest’ultime e incarna la discreta dolenza di chi ha creduto al nulla e sa che la crisi sarà risolta da persone nuove. Il suo sguardo accarezza la gioventù, considerandola eroica.

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Giordano Bruno

Se Giordano Bruno avesse l’udito, si staccherebbe dal basamento per fuggire in altra piazza.

Stefano, sentendosi, non fatica ad attribuirgli l’intento.

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Cin-cin!

Stefano! Razza di stronzo! Come stai?

Sai che non amo quella parola. Sto bene.

Allora? Quando mi offri da bere per la promozione?

Fai tu.

Ok, io ne ho 3 o 4 da festeggiare! Signorina, due bianchi!

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Viaggio in treno

Si è preparato un discorso fluido e coerente. Nelle pause ha spostato più volte il ciuffo scuro dalla fronte, ostentando amor proprio sotto lo sguardo della bella dirimpettaia compagna di viaggio. Ha segnato alcune parole chiave su un blocchetto per aiutarsi nell’esposizione in caso d’interruzione. Una pausa al W.C. per controllar l’aspetto.

Stefano è pronto ad affrontare il compagno di università. O a intrattenersi in mostra di sé per la prossima ora.

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Contessa

Voglio due autopompe e un’ambulanza.

Sì Contessa.

S’irrompe come definito.

Sì Contessa. Come vanno i dolori?

Non osare rivolgerti a me alludendo all’età. Non ti voglio in loco. Sostituisciti.

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Uscita

Tieni. C’è tutto.

Fammi leggere.

Posso andare adesso?

Un attimo. Vai.

Lasciati dire che la tua ospitalità fa schifo.

Lasciati dire, Kuno: chi cazzo se ne frega.

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Vaticinio

Stefano è ancora sconvolto.

L’unione con lo sciopero destabilizza i sensi.

Ma lui ha parlato: dopo aver masticato impotenza, digerito astio e ruttato, non dissimile da un colossale intestino, della poliglia ha fatto spruzzo.

Tra i resti, il suo vaticinio.

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Costi secondari di uno sciopero in una città di provincia

Nell’euforia dell’incontro, Stefano ha perduto il controllo solo un istante.

Che gli ha svuotato le tasche.

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Picchetto

Stefano va incontro allo sciopero come a una sposa arrivata all’altare in anticipo. Lo sciopero lo attende sospettandolo uno sposo sbadato o indeciso. Confusi dall’aria di parole d’ordine urlate a un megafono, si congiungono.

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Scarpe

Scarpe. Belle. Bellissime.

Elena è passata a trovarle almeno 15 volte. Deglutendo a ogni visione.

Scarpe da innamorata.

Deciderne l’acquisto è un’ammissione.

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Toc toc

Un pugno con nocche smussate da impatti bussa in soffio lo stipite di una porta, aperta.

Contessa, tutto bene?

No.

(La voce le si abbassa privata.)

Non proprio.

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Al Pedrocchi

Elena! Ciao.

Ciao!

È incredibile trovarti qui! Vieni, siediti. Ti ordino qualcosa?

Un caffè.

Sei stupenda.

Grazie.

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Calvo

Calvo. Come chi non vuole dare appiglio al nemico.

Solo. Come chi non vuole dare appiglio al nemico.

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Sesso in una città di provincia equidistante dalle città d’origine.

Questa sera si tromba!

Bidet.

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Leggersi

E se così non fosse? Se quella nel libro non dovesse essere lei?

Sollievo. Per un po’.

Vuoto. Per di più.

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La Jolla

Ho ricevuto una email da Kuno.

Blanche, non ti ho sentita, la musica è troppo alta.

MI HA SCRITTO KUNO. DOMANI AVRÀ IL CARTEGGIO!

NON SONO SORDO!

Voglio una squadra all’aeroporto.

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Lettera

Cara Blanche,

voglio che le parole fissino un istante tanto importante nella storia di questa mia seconda esistenza. Dopo anni trascorsi in formazione e ricerca, sappi, sono a un passo.

Domani incontrerò la Contessa e mi consegnerà il carteggio. Ha un’età assai avanzata e non mi sarà difficile convincerla con buone o cattive maniere.

Sii lieta! Il giorno sarà di festa!

Tuo Kuno.

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Mappa

Una stanza. Due stanze. Tre stanze. Quattro stanze.

Pausa.

Cinque stanze. Sei stanze. Sette stanze. Otto stanze.

Salone. Scala che scende. Scala che sale. Altra porta. Tre stanze in fila e una falsa parete.

Inizia a divertirsi.

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TV

Vieni da me?

Dove?

In trasmissione.

Eh?

T’intervisto.

Cazzo!

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Incisione

Non proprio uno stemma di famiglia, quasi.

Rara perizia tecnica.

Il disegno gli è noto, visto la prima volta sull’impugnatura della pistola di un banchiere svizzero (e andò come andò).

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Fidanzati

Come è andata a Barcellona?

Bene.

Brava.

Grazie.

Altro vino?

Mi vuoi brilla?

Se serve.

Versa.

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Roma

Roma accoglie Stefano.

Quando la provincia è nella capitale, finge di sapersi muovere e procede con l’andatura sostenuta di chi poi manca i luoghi. L’approssimazione si fa arte e gli incroci (mioddio gli incroci!) diventano membrane che ti spingono, attendendo pazienti un ritorno. Non contemplando il complesso, la provincia si perde. E si affama.

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Abete

Un piccolo abete Made in China. Incastrato comodo tra due floridi seni. Un selfie. Un risolino e l’invio.

Che si cuocia, il pollo.

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La conquista del foyer

È bello andare a teatro. Strofinarsi ad altro pubblico in piccionaia. Resistere al sonno per timore del ribaltamento in avanti e dall’avanti al vuoto, su teste da platea. È bello stare in loggione. Acchiappare visioni fugaci tra colonne impudiche, intuire figure in movimento da una parte -nero- all’altra del palco, sentire orazioni nello stesso tono enfatico dei padri. È più bello se hai un’amica che appare sul finir del secondo atto: due battute e un immobilismo in scena fino al cicalino a ghigliottina. Nell’interruzione, la genesi della promessa di un terzo atto.

Elena raggiunge il foyer. Non beve, non guarda, non parla. Vestale dell’Amicizia, vuol solo andarsene, ma non può.

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Nera

Capored, voglio la nera.

No.

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L’alternativa

Energia epinefrinica. Ridotta distanza tra sinapsi e dita. Caldo e freddo? Sensazioni lontane.

Stefano non riconosce i gesti e non osa nominare ciò che lo anima. Eppure è lei.

Arriva spezzando e lo possiede, quando l’alternativa è farla in braghe. Un’audacia selvatica, amante dei bordi, inafferrabile.

Che sia, purché torni.

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(No)

Kuno ha una dolcissima espressione ingenua.

Sempre.

Per questo piace.

Un lavoro di 8 mesi, tra videocamere e specchi. Ora nessuno riesce a dirgli di no.

Qualcuno lo fotte (ma non gli dice di no).

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Hai fame?

Ho fatto sanificare la cucina. Hai fame?

Sì.

Nella madia c’è la tovaglia. Io metto su il coniglio.

Ok.

Patate?

Non troppe. Dove ti sposto la parabellum?

Nel cestino del pane.

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La matita gialla

La matita gialla non è mai sola.

Sullo scrittoio è accompagnata da una stilografica Kaweco in ebanite nera cesellata e da una Bic verde. Delle tre è l’unica a non avere un uso e ciò non spiega la sua posizione. Eppure sta lì.

Quando si è conquistata il posto, lo studio aveva da poco perduto l’odore di chiuso e nell’aria era tornato il piacere di frequentarne spazio e arredi. Scelta tra dieci, soppesata sul palmo, allineata a un intarsio, afferrata di colpo, riaccomodata, ripresa in pugno, morbidamente adagiata, si era costruita un’idea personale della sua permanenza.

Sbagliando.

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Sesso a Barcellona

E adesso, come tolgo i colori dalla pelle?

Acqua.

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Se chiude gli occhi vede Padova

Padova sa da sé che città sia. Non ha bisogno di una forèsta per abbellir le piume.

Elena, dal canto suo, se ne frega di Padova.

Però (però), quando lo sguardo si perde vuoto, quando il presente retrocede il passo, le capita.

Riempie il vuoto con i Giardini dell’Arena. E non lo sa.