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Fidanzati

Come è andata a Barcellona?

Bene.

Brava.

Grazie.

Altro vino?

Mi vuoi brilla?

Se serve.

Versa.

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Roma

Roma accoglie Stefano.

Quando la provincia è nella capitale, finge di sapersi muovere e procede con l’andatura sostenuta di chi poi manca i luoghi. L’approssimazione si fa arte e gli incroci (mioddio gli incroci!) diventano membrane che ti spingono, attendendo pazienti un ritorno. Non contemplando il complesso, la provincia si perde. E si affama.

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Abete

Un piccolo abete Made in China. Incastrato comodo tra due floridi seni. Un selfie. Un risolino e l’invio.

Che si cuocia, il pollo.

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La conquista del foyer

È bello andare a teatro. Strofinarsi ad altro pubblico in piccionaia. Resistere al sonno per timore del ribaltamento in avanti e dall’avanti al vuoto, su teste da platea. È bello stare in loggione. Acchiappare visioni fugaci tra colonne impudiche, intuire figure in movimento da una parte -nero- all’altra del palco, sentire orazioni nello stesso tono enfatico dei padri. È più bello se hai un’amica che appare sul finir del secondo atto: due battute e un immobilismo in scena fino al cicalino a ghigliottina. Nell’interruzione, la genesi della promessa di un terzo atto.

Elena raggiunge il foyer. Non beve, non guarda, non parla. Vestale dell’Amicizia, vuol solo andarsene, ma non può.

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Nera

Capored, voglio la nera.

No.

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L’alternativa

Energia epinefrinica. Ridotta distanza tra sinapsi e dita. Caldo e freddo? Sensazioni lontane.

Stefano non riconosce i gesti e non osa nominare ciò che lo anima. Eppure è lei.

Arriva spezzando e lo possiede, quando l’alternativa è farla in braghe. Un’audacia selvatica, amante dei bordi, inafferrabile.

Che sia, purché torni.

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(No)

Kuno ha una dolcissima espressione ingenua.

Sempre.

Per questo piace.

Un lavoro di 8 mesi, tra videocamere e specchi. Ora nessuno riesce a dirgli di no.

Qualcuno lo fotte (ma non gli dice di no).

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Hai fame?

Ho fatto sanificare la cucina. Hai fame?

Sì.

Nella madia c’è la tovaglia. Io metto su il coniglio.

Ok.

Patate?

Non troppe. Dove ti sposto la parabellum?

Nel cestino del pane.

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La matita gialla

La matita gialla non è mai sola.

Sullo scrittoio è accompagnata da una stilografica Kaweco in ebanite nera cesellata e da una Bic verde. Delle tre è l’unica a non avere un uso e ciò non spiega la sua posizione. Eppure sta lì.

Quando si è conquistata il posto, lo studio aveva da poco perduto l’odore di chiuso e nell’aria era tornato il piacere di frequentarne spazio e arredi. Scelta tra dieci, soppesata sul palmo, allineata a un intarsio, afferrata di colpo, riaccomodata, ripresa in pugno, morbidamente adagiata, si era costruita un’idea personale della sua permanenza.

Sbagliando.

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Sesso a Barcellona

E adesso, come tolgo i colori dalla pelle?

Acqua.

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Se chiude gli occhi vede Padova

Padova sa da sé che città sia. Non ha bisogno di una forèsta per abbellir le piume.

Elena, dal canto suo, se ne frega di Padova.

Però (però), quando lo sguardo si perde vuoto, quando il presente retrocede il passo, le capita.

Riempie il vuoto con i Giardini dell’Arena. E non lo sa.