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La paura

Mr. FEAR – SIAMÉS
(Directed and Animated by RUDO Co. http://www.rudocompany.com)

PRIMA DI LASCIARE QUESTE LANDE DESOLATE, L’EX-SOCIO ALESSANDRO GIANESINI MI HA FATTO DONO DI ALCUNI RACCONTI RIGUARDANTI CIASCUNO UN’EMOZIONE. LI CONSIDERO DEI REGALONI. ECCONE UN ALTRO PARTICOLARMENTE CENTRATO… (i puntini di sospensione sono una citazione che gli devo)

PER L’OCCASIONE NON USERÒ UNA SEMPLICE IMMAGINE, MA UNA CANZONE CON UN’ANIMAZIONE STUPENDA.

(GRAZIE ALE!)

Buona lettura!


«No, non spegnete la luce, vi prego…» gratto con le unghie contro la porta chiusa, ma anche lo spiraglio che c’era sotto scompare: stop, finito, buio totale.

Mi metto con la schiena contro il legno, che improvvisamente è freddo, ostile. Il formicolio sale dalle dita e scorrere attraverso le mani fino ai gomiti: mi gratto, ma non si ferma, e un sibilo spezza il silenzioso nero che mi avvolge e mi striscia addosso con le sue viscide squame.

Ho gli occhi sbarrati, ma nessuna luce mi permette di trafiggere quella nebbia bituminosa che fluttua davanti a me, attorno a me, occultandomi il mondo… occultandomi al mondo…

Mi si mozza il respiro riempiendomi i polmoni di un gelido fluido ribollente.

Era una risata quella? «Ehi, c’è qualcuno?» giro di scatto la testa, ma è tutto nero, tutto lontano dai miei sensi amputati.

Tutto tace, ma il vuoto è rotto dalla risata che mi gira intorno, da un orecchi all’altro, carezzandomi con l’alito graffiante del suo rauco ripetersi.

Agito le mani, ma i fendenti delle mie dita graffiano solo l’aria, che si fa intensamente pungente e mi trafigge la pelle. Torno a grattarmi, i palmi, i dorsi delle amni e sento che tutto si lacera e anche quel tepore di sangue che ne esce, si congela, evaporando via dal mio corpo.

No, no: non urlerò come ieri, non lo farò di nuovo: quell’ago mi ha fatto vivere un sogno che… ma io ci sono già dentro, non è così?

Ancora quella voce, così carezzevolmente spietata che mi lacera i timpani col suo sussurro di piacevole morte: mi metto in posizione fetale cacciando la testa tra le ginocchia, ma la voce sembra ancor più distinta e mi attira ancor di più lontano dalla luce, dove il pensiero non riesce a penetrare il velo di oscurità che l’ha intrappolato. Ansimo a bocca aperta e l’aria non ne vuol sapere di riempire il mio corpo.

Non ce la faccio più, ora urlo… ora urlo… ora urlo!

Sento il sangue colarmi dall’angolo della bocca e scorrermi in gola, refluo di tepore già destinato a estinguersi.

Ogni respiro s’affanna a inseguir quello prima, ma la risata cresce di volume e ora sento il suo odore davanti a me e i suoi occhi mi fissano bui e profondi come la notte che mi tormenta col suo scherno.

Serro le palpebre, ma queste mi si ribellano e gli occhi scrutano quel che non si vede, quel che mi aggira e mi perseguita: sento il suo tocco sul corpo, tra i capelli e i suoi passi silenziosi mi aggirano in una danza macabramente rituale e dal sapore di fine.

Il sale delle lacrime si mischia al sentore ferroso del sangue sulle mie labbra e la lingua ferita ne raccoglie gli umori per ricacciarli nel corpo a cui appartengono.

Il cuore smette di martellare, la voce stavolta è vera e la porta si apre sul corridoio abbagliante.

«Ti sei pisciato addosso anche stanotte, stronzo?» il secondino mi assesta due calci nei reni, ma il mio corpo ancora tremante non si muove dalla posizione. La luce mi lacera le pupille, ma ora respiro, vivo.

Il sangue, le lacrime, il piscio… di quello poco m’importa.

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Il senso di colpa

Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre. Scuola romana del XVII secolo (immagine da qui)

NON LO SI PUÒ NEGARE: C’È, AGISCE, LAVORA.

IN QUESTO REGALONE DONATOMI DA ALESSANDRO GIANESINI NON C’È TIMORE DI GUARDARNE GLI OCCHI CUPI.

BUONA LETTURA

(GRAZIE ALE…)


«Nooooo!» mi sveglio urlando e con la fronte imperlata di sudore.

Mia madre si precipita in camera mia, accendendo la luce «Cos’è successo?» l’espressione di apprensione sul suo volto si smorza dopo una rapida occhiata tutt’intorno.

«Niente, mamma, solo un brutto sogno.» ora dal suo volto trasuda compassione «Va pure a dormire.» mi fa incazzare quando vedo le facce da cui traspare la pietà. Soprattutto se è rivolta a me «E spegni la luce.»

«Buonanotte.» sussurra dopo aver premuto l’interruttore e accostato la porta. Sento i suoi passi che si allontanano e qualcos’altro: un singhiozzare sommesso?

Sospiro e chiudo gli occhi, ma la sua immagine mi si staglia nel cervello appena abbasso le palpebre: lei è lì, davanti a me, con un’espressione sorpresa dipinta sul volto: allungo la mano per sfiorarla, ma resta sempre al di fuori della mia portata e poi…

No, non riuscirò a dormire neanche stanotte.

Accendo la luce del comodino, prendo un libro ma tutto mi ricorda lei: quel poster del suo gruppo preferito, la maglietta che mi aveva regalato. Prendo foglio e penna e inizio a scrivere di getto.

Quanto tempo è passato? Un anno intero? E tu dove sei? Perché doveva finire così?

Le emozioni turbinano nel mio petto, ma nessuna riesce a prenderne possesso e il ricordo di quel che è stato e di come avrebbe potuto essere le tiene lontane.

Non sono mai riuscito a piangere, né a urlare, solo pensare e ripensare a cosa avrei potuto cambiare nella mia vita, nella nostra vita.

Abbasso di nuovo le palpebre, ma il tuo sorriso si trasforma in un muto saluto, con una lacrima che ti scivola lungo la guancia. La tua figura è avvolta da una nuvola di polvere che gli pneumatici alzano slittando sulla terra secca e arida.

Apro la finestra: il cielo è limpido e stellato come quella sera, un anno fa, ma tu non sei qui con me.

Perché litigammo? Non lo ricordo neppure, ma so che successe e io me ne andai, lasciandoti sola nella notte. Il giorno dopo: il giorno dopo non è più stato vivere.

Ora però tornerò da te e faremo pace e il mio cuore tornerà leggero com’era un tempo.

La mattina dopo, sua madre entrò nella stanza, vide il letto sfatto e la finestra aperta. Sulla scrivania il foglio con le sue parole:

“Vado a cercarla, non posso più star qui a vivere o fingere di farlo.

Se lei ha sofferto è colpa mia;

se lei non è qui, è colpa mia;

se lei si uccisa, è colpa mia!”

Il corpo del giovane giaceva nella vasca, le vene dei polsi tagliate fin quasi al gomito e il sangue mischiato all’acqua ancora tiepida. Sembrava sereno.

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Ieri

Ieri l’ha fatto.

Marte, il mio pianeta, è finalmente venuto a trovarmi.

Non pratico molto le evenienze intorno agli spostamenti dei pianeti, ma devo dire che arrivando ha portato doni.

Di più:

3 REGALONI!!!


Allegropessimista, l’altro ieri, approfittando di una mia errata lettura di uno dei suoi magnifici aforismi, ha buttato lì un “Bella la metto a nome tuo, dammene altre 3 e la battuta del giorno è tua”. Non frequento il genere (aforismi), ma la cosa mi ha divertita. Ecco il primo esperimento e il REGALONE di Allegro è, al di là della visibilità, l’avermi invogliata a sperimentare qualcosa di nuovo.
(Grazie.)

Battuta del giorno endorsum

unallegropessimista umorismo 28 giugno 2020 1 Minute

Endorsum per gli amici Endy scrittrice aforista e altro per sopravvivere. bravissima il genere è l’ermetico bisogna pensarci un po, un po, un po….. comunque pensare non fa male.

L’uomo è….. ecco la donna è……ecco.

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

Capita che il soliloquio esca dalla porta, per incontrare simili al bar.

Se un giovane ragazzo belloccio e benportante ti saluta per strada dicendoti ” ciao bella” è chiaro che vuole i tuoi soldi; se tu gli rispondi “ciao bello” è chiaro che vuoi la percentuale.

Variazione alla battuta di ieri

Il cretino ha le sue ragioni che l’assonnato non conosce.

Mi raccomando tante stelline.


FA minore, generosamente, ha sollevato dal gruppetto un aforisma in particolare e gli ha dato un abito bellissimo.
(Grazie FA minore!)

Il monaco

di Endorsum

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

https://endorsum.wordpress.com/

da un post di unallegropessimista
https://wordpress.com/read/blogs/150551507/posts/6509#comment-10266

P. S. Grazie alla caustica Lu per la dritta sulle mentine.


Sempre ieri Alessandria today ha ripubblicato il mio racconto LEI SULLE TUE DITA
(Grazie!)

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La noia

Stranger Than Paradise – Jim Jarmusch – 1984 (foto da qui)

ED ECCO UNA NUOVA EMOZIONE REGALATAMI DA ALESSANDRO GIANESINI. (Il Socio non ne sta sbagliando una.)

È LÌ, SOTTOPELLE, PRONTA A CERCARE OSSIGENO IN QUALSIASI MOMENTO.

BUONA LETTURA

(ALE, GRAZIE!)


«[…] al triplice fischio dell’arbitro, il punteggio resta sullo zero a ze…»

«Bella partita di merda!» Sbuffo.

Mi giro a guardare mia moglie che dorme sotto al plaid e afferro il telecomando mettendomi a fare zapping. Ci provo per cinque minuti, ma senza trovare niente di interessante e spengo la TV.

Faccio passare un braccio attorno alle spalle di Elena, la tiro verso di me e le bacio il collo «Ehi, tesoro» lei muove la testa senza aprire gli occhi «a me è venuta una certa idea, che ne dici se…»

«Sono stanca, amore, lasciamo dormire.» mugugna qualcosa e aggiunge «Domani, promesso…»

Sospiro e mi alzo, guardando fuori dalla finestra: le luci dei lampioni illuminano la via, ma non si vede una macchina in questa serata d’inverno: cos’è? Han tutti paura di una spruzzata di neve? Ce ne sarà forse un millimetro…

Prendo il telefono e guardo nel gruppo degli amici di whatsapp: qualcuno ha detto che non esce, gli altri nemmeno quello han scritto.

Non ho voglia di stare a casa da solo. A dormire da solo: è sabato sera, cazzo!

Ok, deciso: esco. Mi bevo una birra e se non trovo nessuno, torno. Tanto quella, scuoto la testa guardando mia moglie nemmeno se n’accorge che non ci sono e la ritrovo dove l’ho lasciata.

Mi cambio, infilo un paio di jeans puliti e una camicia a caso, maglione, giaccone e via.

Esco dal garage e la neve riprende a cadere, stavolta più fitta. Ok, non ho le gomme da neve, ma per fare un paio di chilometri che sarà mai? Le catene nel baule ci sono, perciò…

La birreria è chiusa, figurarsi: uno vuole uscire una sera, divertirsi dopo una settimana di merda e non c’è nemmeno un posto dove andare a bere?

Sono tentato dal bar Sociale, ma con la clientela che ha è già buono se resta aperto fino alle nove di sera.

Cambio programma, andiamo fuori paese, sia mai che…

Cinque chilometri con la neve che continua a scendere e aggrapparsi all’asfalto e il risultato? Chiuso, nessuno in giro, tutte le luci spente e io a rompermi i coglioni perché non posso bermi una stramaledetta birra! Tornerò a casa, tanto, ormai, peggio di così…

Mi giro nel parcheggio vuoto e torno sulla strada: la visibilità è calata, ma tanto ci sono solo io in giro. Premo sull’acceleratore e la macchina mi va via di culo: l’adrenalina sale e io controllo a fatica il volante, ma mi sfugge un «Wow» dalle labbra.

Proseguo ancora un chilometro, con i tergicristalli al massimo della velocità: la strada è larga e io schiaccio un po’ sull’acceleratore: la macchina slitta e sento di nuovo la vita scorrere nelle mie vene.

Due luci mi arrivano dritte negli occhi: non ho nemmeno il tempo di veder scorrere tutta i miei ricordi, però sono consapevole che ora la vita scorrerà anche fuori dalle vene… per sempre.

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La gelosia

immagine da qui

CONTINUA LA CAVALCATA DELLE EMOZIONI REGALATEMI DA ALESSANDRO GIANESINI, IL MIO SOCIO IN WORLD OF SPHAERA.

IL SUO VIAGGIO NON SMETTE DI STUPIRMI… (i puntini di sospensione sono un omaggio all’autore)

BUONA LETTURA

(ALESSANDRO, GRAZIE!)


Un breve trillo e una vibrazione si sovrappongono al brusio di sottofondo della pizzeria. Guardo di sottecchi Flavia, che deglutisce e avvampa «Scusami, ora lo spengo.»

Faccio segno di no mentre mando giù il boccone «Ma no, figurati.» sorseggio un goccio di birra e la fisso «Chi era?» socchiudo le palpebre posando il boccale.

«Giusy, chiedeva se stasera usciamo.» si stringe nelle spalle infila in fretta il telefono nella borsetta attaccata allo schienale «Mi stavi dicendo del progetto che state facendo.»

«Oh, beh, niente di ché.» abbozzo un sorriso, ma non smetto di fissare la borsetta nera e mi par di sentire un’altra notifica «Non avevi detto che avevi spento?» serro la mascella, ma mi costringo a prendere un lungo respiro e increspare le labbra «Comunque per ora» seguo il suo sguardo che si sposta sulla borsa alla sua sinistra «sta procedendo tutto per il meglio e, se andrà avanti così, forse i capi ci daranno pure un bonus.» la mia voce è piatta e non riesco a non guardare verso quell’affare che penzola.

Il cameriere passa e ci porta via il piatto «Prendete qualcos’altro, signori?» mi guarda appena e poi sorride a Flavia, tenendo gli occhi su di lei e la sua scollatura. Sembra che lo faccia apposta. Lui posso anche capirlo, ma lei? Perché ricambia il sorriso?

«Marco?» mi sta guardando con aria perplessa «Facciamo un fritto misto in due?»

Annuisco «Sì, sì: va bene.» ma la mia faccia dev’essere tutt’altro che entusiasta, tant’è che il cameriere sbircia corrucciato verso di me mentre segna sul taccuino e se ne va.

«C’è qualcosa che va?» Flavia mi sta parlando, ma io sto ancora guardando la borsetta e sento che continua a vibrare.

«Lo puoi spegnere?» sputo le parole con rabbia e vedo che lei sgrana gli occhi e annuisce «No, è che volevo che fosse una serata solo per noi e invece…» non è un messaggio, ma una vera e propria chiamata: mi fa segno alzando l’indice e si alza allontanandosi.

Io la guardo e dà tutta l’impressione di essere felice per la telefonata, anche se finge preoccupazione. Esce dalla porta a vetri e la vedo parlare e gesticolare, ma è di spalle e non capisco. Nel frattempo, il cameriere mi lascia il vassoietto con scampi, gamberi e calamari, insieme a due piatti puliti; si gira anche lui verso Flavia e, dopo un momento di esitazione, si allontana. Ma cosa vogliono tutti da lei?

«Scusami, ma era mia madre.» e cosa voleva? Corrugo la fronte e la fisso, senza toccare il fritto «Finito di cenare è meglio che rientri: non si sente molto bene e…» abbassa lo sguardo «Mi spiace rovinare la nostra serata, ma sai com’è fatta: basta un niente e va in paranoia.» serro la mascella «Sei arrabbiato?» mi sbircia prendendo con le dita un calamaro per poi portarselo alla bocca.

Certo che sono arrabbiato «No, figurati, è solo che…» che mi sta sul cazzo che mi si prenda per il culo, ecco «Se vuoi ti riaccompagno subito, non c’è problema.» e così puoi andare dal tuo amichetto che non resiste, ah? Perché sei così puttana? «Io non so se riesco a continuare così, sai?»

Lei smette di masticare e sbatte ripetutamente le palpebre «Marco, io…»

«Non dire niente, non voglio parlarne ora.» mi alzo e vado alla cassa e il cameriere si avvicina al tavolo e inizia a parlare con Flavia e lei gli risponde con un sorrisetto, prendendosi un altro calamaro fritto.

Pago e torno al tavolo «Su, andiamo…» il cameriere torna con una doggy-bag in alluminio e lo consegna a lei: certo, io pago e lei si porta a casa pure il fritto, ‘sta zoccola «Andiamo?» ripeto mentre lei sta ancora ringraziando il bellimbusto che la squadra da capo a piedi come se fosse all’asta del bestiame.

Lei mi raggiunge e mi prende sottobraccio «Mi dici cos’hai?» ma io mi ritraggo «Guarda che puoi fermarti anche tu a casa nostra, se ti va.»

Io la guardo e scuoto la testa «Sì, certo. E poi…» mi blocco quando un cliente le apre la porta e le sorride con un mezzo inchino al quale lei risponde con un grazie tra due guance che si arrossano «No, lascia stare: ormai è andata così.» nel chiudere la porta vedo che quell’altro guarda il culo di Flavia.

Saliamo in macchina e ci fermiamo al semaforo «Cosa t’è preso stasera?» sembra quasi sincera la sua voce accorata, ma io guardo fisso davanti a me: perché si è messa così in ghingheri? Non l’aveva mai fatto e poi, tutto d’un colpo… «Ho fatto qualcosa di sbagliato?» mi domanda carezzandomi la spalla.

Sì, sei una bugiarda, ecco cosa «No, niente.» le parole mi escono come un mormorio sommesso «Però non so se voglio ancora star con te.» almeno non farò la figura del cornuto. Perché l’hai fatto? Perché mi hai tradito?

Lei singhiozza, con la testa ciondoloni «Perché?» ripete tra un singulto e l’altro.

Perché fai la smorfiosa, ecco perché! «Penso che tu lo sappia già.»

Arrivati a casa sua lei sta per dire altro, ma io la anticipo con un “Buonanotte” e appena scende, me ne vado. Tutte uguali. Appena le fai sentire importanti, iniziano già a cercarsene un altro.

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L’invidia

Invidia – Giotto – (Cappella degli Scrovegni)

Continua la cavalcata emozionale che ALESSANDRO GIANESINI ha deciso di condividere qui, in anteprima; è un Regalone che non smette di stupirmi e che spero possa avere lo stesso effetto in chi passa su queste pagine.

Il percorso è iniziato con il racconto LA RABBIA, è continuato con LA TRISTEZZA e… buona lettura!

(GRAZIE ALE)


«Ma tu guarda quella: anche la piscina si è fatta!» i lavori sono segnati sul tabellone esposto sulla rete metallica di casa Neri, a cui hanno legato quella arancione per non far guardare dentro: cerco di sbirciare attraverso i piccoli fori, mentre mio figlio mi tira per la mano «Arrivo, arrivo…» c’è un operaio che sta parlando con lei, la reginetta del quartiere: ma è il modo di ricevere gente? In vestaglia di raso e per di più trasparente?

Mi faccio trascinare da Nicola, ma lancio un’occhiata al loro giardino attraverso ogni forellino: ci starà un campo da calcio con tutto lo spazio che hanno, ma loro dove le mettono le piante? Sul confine di casa nostra, così ogni autunno metà delle foglie me le devo raccogliere io: bravi, così ci si comporta!

Sbuffo, ignorando le lamentele del mio bambino «No, niente gelato per merenda, inutile che insisti.» Sembri già un panzerotto, a forza di stare seduto a giocare ai videogiochi.

«Perché ho sposato quel fallito?» le parole mi scappano di bocca, mentre rientriamo nella nostra casupola, una di quelle dozzinali, a schiera: dai Neri hanno recintato tutto con quella maledetta rete da cantiere, così, quando hanno finito, aumenta l’effetto sorpresa, vero? Perché è come se fosse sempre uno spettacolo, manco fossimo al circo! Da noi è già tanto se ci possiamo permettere quella di gomma gonfiabile, di piscine, che quando Nicola ci entra fa uscire metà dell’acqua.

Ecco, ci mancava solo questa: la figlia dei Neri è qui a suonare. Vorrà invitare Nicola a giocare a casa loro, ma stavolta se lo scorda: lo so che fanno apposta per farci fare la figura dei pezzenti col nostro bambino. E sono sicuro che è là che mangia tutte quelle schifezze che lo fanno ingrassare come un… «No, oggi stai qui a giocare.» mi guarda e fa il mestolino, un mestolino dalle guanciotte belle piene, ma io sono irremovibile. Anche lei, Martina, mi guarda con quel faccino, se non fosse così bella, con i suoi capelli biondi e gli occhietti azzurri, verrebbe da dire che finge di essere un barbone che aspetta solo l’elemosina. Un senzatetto che però ha addosso un vestitino firmato della boutique del centro. Costerà un occhio della testa e lei lo usa per giocare: roba da matti!

Perché devono sempre averla vinta? Tanto non lo sposerai mai il mio bambino, non prendiamoci in giro.

«Va bene, ma quando ti chiamo, corri a casa.» lui annuisce, gli sistemo i vestiti e gli do una pettinata con le dita «Guarda che bell’ometto!» poi guardo lei e mi verrebbe da tirarle quelle treccine perfette che finiscono col fiocchetto di raso coordinato con le scarpine di… Prada? «Ecco, vai pure.» sento l’acidità che mi sale dallo stomaco mentre lo guardo correre dai vicini «E non sudare!» ma quello ormai ha già capito che dall’altra parte la vita è più bella e nemmeno m’ascolta, quell’ingrato.

Mi avvicino di nuovo alla recinzione e sbircio dai buchi della rete arancione e vedo l’escavatore che rimuove la terra dalla parte centrale del giardino.

I Neri sono entrambi sul vialetto e si stanno tenendo per mano «Mi fate venire il diabete.» il commento mi sfugge dalle labbra, ma chi se ne frega. Nicola sta per entrare a casa loro, ma lei, miss “Ce l’ho solo io” lo chiama a sé, si china e gli sistema la maglietta e una ciocca che gli è scivolata sulla fronte. E lui le sorride di rimando: se va avanti così, si fregano anche il mio bambino.

Neri mi vede e agita la mano per aria, con un sorrisone allegro: che hai da ridere tanto? Solo perché ti godi la vita pensi di essere migliore di me? Ricambio con un cenno rapido della mano, poi mi giro e torno in casa.

Perché la vita è così ingiusta?

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La tristezza

Polesine – opera di Marco Rosellini

Questo Regalone mi è particolarmente caro poiché è testimone della volontà di ALESSANDRO GIANESINI di esplorare l’insolido sentiero che porta a luoghi muti e urlanti: le emozioni.

Gli sono grata per aver deciso di condividere così tanto.

Il percorso è iniziato con il racconto LA RABBIA, che ho avuto l’onore di ospirare in questo spazio in anteprima; ora è di ritorno a casa.

(ALE, GRAZIE)


Lo schermo è scuro, buio, immoto: nessun led che lampeggia, nessun bip a indicarmi un sussulto di vita; scorro le e-mail, ma quest’oggi nemmeno lo spam sembra interessato a me.

Infilo il telefono in tasca e me ne esco per una passeggiata: la mente si arrovella senza tregua, senza lasciarmi nemmeno il tempo di godermi quell’alito di vento che fa viaggiare veloci le nuvole, che corrono libere almeno quanto i miei pensieri.

Il telefono vibra, trattengo il fiato, ma è solo il meteo che mi avvisa che oggi c’è il sole «Grazie tante, eh!» gli rispondo, ma ne approfitto per scorrere con le dita in cerca di altro: niente. Elimino la notifica, scuotendo il capo e ricominciando a rincorrere le mie preoccupazioni, anche se forse son loro a inseguire me, ovunque vada, ovunque volga lo sguardo.

Com’è che sono finito in questo circolo vizioso? Era una mattinata così piena di allegra ipocrisia, saluti, baci, messaggi e poi… e poi niente, come se fossi sparito dalla faccia della terra.

Ripasso mentalmente tutta la giornata e la mano si infila in tasca: giusto una sbirciatina. Niente.

Non c’è nemmeno un runner da salutare oggi? Han deciso tutti che devo essere solo? Va bene, lo accetto…

Sì, come no! Non riesco a essere sincero nemmeno con me stesso? Ci sto male, ma non posso far altro che aspettare, muovermi, guardare. Lo vorrei gridare al mondo quanto sto male, ma sono talmente giù di corda che non ho avuto nemmeno il coraggio di parlarne con i miei amici.

Una macchina! Sembra che mi stia salutando, ma poi mi accorgo che mi sta solo facendo segno di stare in parte perché sono finito in mezzo alla strada. Cos’è? Il subconscio che ha deciso che è meglio lasciar perdere tutto e finirla qui?

Mi fermo a guardare l’acqua di un fosso che scorre lenta, un paio di pesci che si allontanano seguendo la corrente e la carcassa di una nutria a pelo d’acqua, lì vicino.

Perché sono venuto da questa parte? Perché proprio questa strada? Per non incontrarti in centro o è perché era la strada che facevamo insieme la domenica dopo pranzo?

Tutte e nessuna, chiaro. Ma io sono ancora qui a rivivere quei sorrisi al mio fianco, quelle volte che mi indicavi un airone o quando mi facevi cambiare strada perché c’era un cane che abbaiava a un cancello.

Dove sono quelle giornate di sole mano nella mano? Solo nei miei ricordi, ma non sono caldi come gli abbracci e le coccole che ci scambiavamo.

Faccio dietrofront quando vedo la casa che ci piaceva tanto e su cui facevamo tanti progetti. Quei progetti ora che fine faranno? Non lo so, la casa è bella lo stesso, ma non è più la stessa senza immaginarmici dentro assieme a te.

Ci vuole mezz’ora per tornare alla civiltà e ogni singolo secondo è te che vedo in ogni fiore, in ogni albero, in ogni sagoma che scorgo in lontananza. Un attimo, quella non è la mia immaginazione: sei proprio tu.

Sei da sola, cammini spedita e mi vieni incontro: il cuore perde dei battiti, ma chi se ne importa. Stai sorridendo, non c’è dubbio e sorrido anch’io.

Quando siamo vicini sto per abbozzare un «Ciao» addobbato da un sorriso, ma vedo il cavo dell’auricolare e tu non stai certo parlando con me. La smorfia resta paralizzata sulle mie labbra, mentre da parte tua vedo solo un’occhiata sdegnata, come se l’avessi urtata per sbaglio.

Passo oltre, il sorriso è rimasto stampato sulla mia faccia, ma si spegne sotto il peso di una lacrima scivolata sulle labbra.

Guardo il telefono, quella chiamata non era certo per me…

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Anteprima mondiale

Lo so: è roboante.

Ma è vera!

È UN REGALONE: ANDREA ROCCIOLETTI HA SCELTO QUESTO LUOGO PER LANCIARE IN ANTEPRIMA UNA NUOVA OPERA.

(GRAZIE ANDREA!)


Location.

New York map, monkey, banana.

VR – Digital installation, 2020.


APPURATO CHE L’OPERA HA MESSO IN MOTO NEI SUOI FRUITORI LA VOGLIA DI INTERAGIRE CON ESSA CONCRETAMENTE, SEGNALO LA POSSIBILITÀ DI IMBATTERSI IN UN’ESPERIENZA ANCORA PIÙ ARRISCHIATA: QUESTA!
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La rabbia

particolare de L’angelo caduto di Alexandre Cabanel, preso qui

QUESTO È UN REGALONE INASPETTATO!

FINALMENTE POSSO ACCOGLIERE SULLE PAGINE BEIGES ALESSANDRO GIANESINI, COLUI CHE MI OSPITA GENEROSAMENTE NELLA SUA DIMORA.

LA VOCE PUÒ CAMBIARE, QUI È SICURAMENTE INEDITA

BUONA LETTURA

(GRAZIE ALESSANDRO!)


«Cos’hai da guardare, ah? Tutte le mattine, alla stessa ora ti trovo qui con quella tua faccia da idiota che mi guardi come se non avessi capito un cazzo delle vita: ma chi ti credi di essere?

E poi che cazzo ridi quando ti parlo? Una volta o l’altra ti pianto un pugno su quel naso, che nemmeno tua madre ti riconoscerà quando avrò finito.

Niente, allora non capisci! Ti devi levare dalle palle, non mi interessa chi sei o cosa fai: non voglio più rivedere il tuo brutto muso. Fuori dai coglioni, sciò!

Guarda, ora mi sto davvero innervosendo, se hai qualcosa da dire, dillo e in fretta, perché io sono una persona calma, pacata e tutto il resto, ma quando uno mi prende di mira come stai facendo tu, allora divento una bestia e mi incazzo sul serio. Credo che nessuno mi abbia mai visto davvero incazzato, e tu potresti essere il primo: che culo! Però non so se dopo sarai in grado di andare a dirlo in giro, sai? Servirà la scopa e la paletta per raccogliere tutti i pezzi di quel tuo faccione di merda che ti ritrovi.

Mi dici che cazzo vuoi dalla mia vita? Me lo stracazzo dici una buona volta? No, non mi piace la tua faccia, non mi piace come mi guardi e non mi piace come ridi di me, perciò ora ne ho davvero pieni i coglioni: o ti levi, o ti spacco la faccia… e non è una minaccia.

Vedi? Mi sto tirano su le maniche: ti conviene iniziare a scappare finché sei in tempo, o questa è l’ultima volta che vedranno in giro, pezzo di merda!

Allora l’hai voluto tu…»

Il sangue gocciolava dalla mano. Lo specchio era a terra, in frantumi.

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Teoria del lapsus di lingua

Questo l’ho aggiunto io (endorsum)
Parade dei Lapsus Linguae.

LA TEORIA DEL LAPSUS DI LINGUA è un tormentone che ha afflitto i più (me in plurale maiestatico) negli ultimi tot giorni. UNALLEGROPESSIMISTA ha raccolto le fastidiose e pressanti esigenze conoscitive della sottoscritta e ciò che segue è il suo splendido regalone. (Grazie)


Teoria del lapsus di lingua.

Racconti brevi di vita quotidiana (spero allegri ed umoristici) aforismi pensieri idee di un allegro pessimista

La prima volta che mi è stato chiesto se avevo una teoria in proposto, ho detto un sì convinto, avere una teoria è cosa facilissima, si può avere tranquillamente teorie su tutto, che abbiano senso è un’altra cosa. Oggi vanno di moda teorie che non stanno né in cielo né in terra ed hanno un sacco di seguaci, una per tutte che la terra è piatta.

Il lapsus da non confondere con il lapis, se no la teoria era bella e fatta, e di facile intuizione.

Il lapsus linguae, dal latino, tradotto letteralmente significa errore di lingua.

Ora chi diceva che io ho una teoria su questo argomento, è un uomo garantisco di grandissima cultura, conosce perfettamente il latino, il greco, e il sumero, nelle lingue moderne: inglese, francese, russo e tedesco più altre lingue, in italiano è eccelso tanto da essere nominato il sommo poeta, e io gli sono grato di essere qualche volta nelle sue citazioni, io sono un diversamente blog, e riconosco che spesso non capisco un cazzo di quello che scrive, ma sento che c’è del buono e cerco di applicarmi, con risultati altalenati, ma grazie alla sua indulgenza e sopportazione ho fatto qualche passo avanti. Deb per gli amici. Passate dal suo blog merita, io ormai non ne potrei più fare a meno. Deboroh Sensiteveson, non ha bisogno di pubblicità è uno dei blog più seguiti, meritatamente direi.

Deb per semplicità, ama giocare con le parole, è bravissimo, scrive poesie, sonetti, aforismi, detti ecc ecc… ed ama spesso giocare sul doppio senso. Ed è un grande cultore della gnocca, si capisce che gli piace tanto, e questo ci accomuna basta in qualcosa.

Ma non è lui ad avermi chiesto la teoria, la teoria me l’ha chiesta endy per gli amici. Endorsum il suo blog. Lei e chiariamo lei, bellissima donna, famosa e in incognito, grande scrittrice, per capirlo basta leggere alcuni suoi pezzi, si diverte a scrivere cose un po’ complicate per un diversamente blog come me, che mi perdo nei suoi scritti, e spesso come succede con deb non ci capisco un cazzo, ma come con lui ne sono attratto e capisco che c’è del buono in quello che scrive. Andate a trovarla, lei è nuova del blog quindi non ha ancora tantissimi follower.

Loro due si capiscono perfettamente, tanto che potrete trovare sotto i loro pezzi, magnifiche conversazioni, piene di riferimenti dotti, certo a volte cazzeggiano e finiscono col fare allusioni anche di tipo sessuale, ho detto che a deb piace la gnocca, ed endy è bellissima oltre che molto ma molto intelligente, certo a volte capita come nei loro pezzi che io non capisca un cazzo di quello che si dicono.
Endy come me è in incognito, non si sa chi sia, come faccio a dire che è bellissima? Non potrebbe essere altrimenti, e se anche fosse brutta sarebbe una bellissima brutta. Famosa perché è molto brava basta leggere quello che scrive, si nota subito la differenza con i dilettanti. In tutta onestà lei dice di non essere ancora famosa… ma lo dice solo lei, e se anche non fosse ancora famosa per me è già la famosa endy, e a volte basta aspettare un po’ per avere ragione.

La teoria un’altra volta.

Con affetto sincero.


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Pressing psicagogico

Ok, il titolo fa un po’ impressione, ma non è cattivo.

Iniziamo.

Psicagogia: condurre l’anima (io direi anche movimentarla, ma sento già l’orda di filosofi avanzare minacciosa, eppure la logistica è così filosofica!).

PUNTO DI PARTENZA DELL’ANIMA: la razionalità.

PUNTO D’ARRIVO DELL’ANIMA: la verità.

MEZZO DI LOCOMOZIONE: una filosofia passionale e impetuosa, travolgente, parossistica e irresistibile, in questo senso erotica.

Quindi il pressing psicagogico è, in ridottissima sintesi, esercitare una pressione a un’anima (neghittosa e aggrappata alla razionalità) tramite una dialettica erotica atta a spingerla ad alzare le chiappe per andare incontro alla verità. (Platone, ecco.)

Dopo un immane lavoro su questa impervia via, posso con gioia raccoglierne i frutti e dichiarare che:

e dai e dai, l’elefante ha partorito il topolino!

DI SEGUITO ECCO UN REGALONE DA PARTE DI DEBOROH, A RICONOSCIMENTO DI TANTO E TALE IMPEGNO.

Pare che la forza sublime degli affreschi di Michelangelo della Cappella Sistina sia dovuta al “pressing psicagogico”esercitato sul genio da Papa Giulio 2° – Anche Deboroh, nel suo piccolo, è riuscito a partorire questa goccia di saggezza “sollecitato” dagli argomenti squisitamente erotici di Endorsum (Endy per gl’intimi)

ANTALGICA POETICA

Aforisma 3955

per decantare l’irresistibile fascino del silenzio

ho scritto un trattato geniale e adesso tutti ne parlano


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Come quelli veri

Finalmente ci siamo riusciti!

A far cosa?

A portare su queste pagine la lettura di Alberto Bertow Marabello di Lei sulle tue dita, diventato per l’occasione Lei su i tuoi diti.

Visto!

Non quel video là, con la bella dedica d’accompagnamento, questo qua, che è quello originale, alla velocità giusta, nel quale si coglie la profondità del testo, la drammaticità intrinseca, il turbamento e, non ultima, l’interpretazione sentita e sofferta dell’attore (veneto l’attore, sì, veneto è veneto).

Come quelli veri?

Come quelli veri!

LEI SU I TUOI DITI – Dal suo canale youtube

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Il gatto sirenetto

Con questo omaggio di Sara Provasi di ATTI EFFIMERI inauguro la sezione Sirenettitudine, nella quale potrete lasciare il vostro contributo in merito alla scostumata usanza sirenettica.

Grazie a Sara per questa testimonianza grafica coraggiosa, sofferta e realistica. I gattini crescono! (Non come gli alani, certo.)

(E la quota gattini del sito è sistemata)

Andare dall’Autrice è d’obbligo, c’è un entusiasmante mondo di conturbanti Barbie e carrelli e arte ad attendervi!

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Viralità e arte

Resto in zona REGALONI.

Un giorno o una sera, Andrea si trovò su questa pagina. Lì campeggiava una fotografia di Dennis Evan (ancora visibile). In una bella giornata invernale prese una bomboletta, un apparecchio per fotografare e uscì di casa.

Ciò che appare di seguito è l’opera che ne deriva.

Grazie Andrea!

Istanze

Written by Andrea Roccioletti

Istanze.
Febbraio 2020.

“[…] se non c’è distanza non ti meraviglia
e se non c’è vicinanza non ti emoziona.”
– Peter Brook

roccioletti - istanze 1
roccioletti - istanze a
roccioletti - istanze b
roccioletti - istanze c

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Etimologia

roccioletti - etimologia istanza

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Bonus track

L’effimero per eccellenza
Non-performance, 2020.

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Omaggio

Questo è un omaggio a colui che per primo mi ha dato il suo appoggio in questa landa sperduta di socialità impunita.

Colui che ha cercato invano di individuare le mie fattezze

“Mi presento, sono Eritema Scolpidossi, la più autorevole ed influente critica letteraria europea e dirigo la rivista per adulti Hustler” — Antalgica Poetica

“Vi assicuro che Deboroh Sensitiveson è di gran lunga poeticamente superiore a Dante Alighieri” — Antalgica Poetica

che mi ha offerto libagioni

“ah, proprio un gran scegliere quello tra chi sputa sangue e chi sentenze!” — Antalgica Poetica

redarguendomi bonariamente in merito alla mia missione,

ma incoraggiandomi al momento opportuno

“a vista d’occhio” — Antalgica Poetica
— Antalgica Poetica
“al microscopio
— Antalgica Poetica

per tutto questo

GRAZIE DEBOROH!

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Brocche di latte e acini d’uva di plastica- Tim Burton’s view.

Questo articolo nasce dalla bontà di Paola (colpita dalla mia colpevole ignoranza manifesta). Grazie!

Timothy William (e non Walter) Burton nasce a Burbank nel 1958 in una famiglia che considera noiosa tanto quanto il comune che lo ospita nella contea di Los Angeles, California. 103.000 abitanti secondo il censimento del 2010, incastrati in una posizione geologica distanti poche miglia a nord-est di Hollywood.

Cresce in una sorta di bolla solitaria, annoiato allo sfinimento e conclude i suoi studi presso il California Institute of Art affacciandosi al mondo del cinema grazie alla Walt Disney che gli propone alcune interessanti quanto noiose collaborazioni. Viene definito dal jet set il diverso e solitario, cosa che lo porrà più volte a ricollegare la sua infanzia ad un periodo nel quale i suoi più cari amici erano i film di serie B della Hammer, casa cinematografica Inglese.

Ama e detesta Burbank, ne parla in molto ironico nelle interviste e non si apre facilmente al pubblico. Se lo fa lo fa in modo nervoso e confuso. Tutti i suoi profili social non sono autentici, o meglio sono gestiti e creati da altri in suo nome. Questo fa di lui IL visionario in un’era che dimentica troppo spesso quanto la realtà sia la miglior condizione attraverso la quale trovare fonti d’ispirazione.

A distanza di anni…………

Tim Burton diventa parte e non parte della Hollyweird, nutrita di esseri incredibilmente inesistenti, e prossimi a un decesso vertiginoso nel quale egli stesso sente di farne parte da sempre.

L’incontro con Johnny Depp nasce in un locale nel quale Tim Burton attende scollato dalla realtà il giovanotto “da 4 soldi”, prossimo al più totale fallimento. Pubblicizzare cereali per Depp rappresentava la catastrofe nella catastrofe, la fine dopo un inizio incerto e scarsamente identificativo.

Depp viene “assunto” nel ruolo di Edward scissorhands, Edward mani di forbice dopo settimane di silenzio durante le quali le uniche cose che aveva compreso di Tim Burton erano due: l’esaltazione per l’estetica perversa della brocca del latte a forma di mucca posta sul tavolino e l’attrazione estatica degli acini d’uva di plastica che formavano una piuttosto surreale composizione artistica.

Questo punto di vista piuttosto discutibile ha fatto sì che molti critici abbiano creato il personaggio all’interno della persona, condizione drammatica per chi come lui ha saputo trasformare i canoni di bellezza in verità nude e crude.

Facile amarlo oggi, vent’anni fa e poco più era considerato un poveraccio fissato con la plastilina e lo slow motion, intento a credersi Vincent Price suo maestro da sempre nel cortometraggio Vincent.

Trama

Vincent Malloy è un bambino di sette anni che finge di essere come l’attore Vincent Price (che narra il film). Fa esperimenti sul suo cane Abercrombie, ed è ossessionato dai racconti di Edgar Allan Poe. Il suo distacco dalla realtà durante la loro lettura lo porta a delirare, credendo di essere in realtà un artista torturato, privato della donna che ama, rispecchiando alcune parti de Il corvo di Poe. Vincent, torturato dai componenti del suo mondo di finzione, citando Il corvo cade a terra in fragilità, credendo di essere morto.

La critica dice: Tim Burton non è per tutti ma lo è nella finzione di tutti coloro che guardano senza introspezione alcuna, e forse lo è diventato a suon di mazzate sui denti che a guardar bene l’hanno reso unico nel suo genere.

Per quanto mi riguarda è un intoccabile con le calze a righe come il dentifricio a righe, del quale parlarne solo se ne ho valido motivo.

Per Endorsum, che oggi rappresenta il mio valido motivo.

Buona serata.

immagine web

Paola.

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