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Lei sulle tue dita

Questo racconto ha pochi mesi, oggi l’ho portato a socializzare su world of sphaera.

Kazuhiko okushita

Il pesce ha dato un colpo di coda e in torsione ha spostato la pancia, in alto.

Mi spaventa sempre un po’.

È successo anche ieri. Tu eri alla cena di lavoro. Capiterà mai che si invitino mogli alle cene? Quando le organizza la nostra Società, le coppie clandestine ne approfittano e dopo il primo piatto spariscono. Puff!

Da quell’istante tutti sanno di non dover andare in bagno, a prendere i cappotti o alle macchine, per non imbattersi in scene d’itinerante sesso selvatico. Mentre in sala si assapora dell’ottimo Cacc’e Mmitte, altrove lo si pratica. Da voi non capita? No? Che felice eccezione. Comunque, sazi, gli amanti riemergono all’ora del dolce. Prosciugati dall’arsura da fiamma bevono, bevono e bevono, fino a mandar giù il sapore dell’altro.

Anche tu ieri sera eri disidratato, ti sei scolato un intero litro d’acqua, prima di venire a letto.

Non gradisci l’argomento. Ti giri verso il frigorifero cercando un interesse solido. Sbadigli perfino. Qualche passo e sei la sagoma nera davanti a una luce colma di auspici. Noto soltanto l’abbassamento del baricentro. Ti sei appesantito, Amore.

Sbircio il tavolo. Rosolino è ancora a pancia in su. Galleggia. Potessi farlo io.

Buono il tramezzino? Sì? Con la bocca piena ora puoi ascoltare il turbamento della tua donna?

La risposta è ricca di frammenti di cibo sputacchiati. Ne schivo alcuni.

Ottimi riflessi, già, ho anche le gambe zuppe di acido lattico. Mah, ti avrò dato calci questa notte per zittire il solito rantolio. Non hai lividi alle gambe? Peccato.

Mastichi, mi dai un buffetto sulla guancia, deglutisci. Con il pollice indichi la posizione del pesce alle tue spalle. Non ti sei lavato le dita, da ieri. Va bene, continuo.

Ho delle ipotesi in merito alle pantomime di Rosolino: la prima è che con il suo movimento ambiguo lo chiami; la seconda è che ne senta l’arrivo e vada in trance.

Ridi. Mi baci la bocca con labbra unte e ti liberi delle briciole spostandole sul divano. Ridi ancora. Incroci le gambe deciso a seguirmi in questo viaggio, appollaiato su scetticismo. Hai l’aria divertita di chi vuole assistere all’ennesima idiozia di una moglie stravagante. Sono il tuo personale show. Non so se voglio davvero condividere questa cosa.

Mi spettini i capelli, vigoroso. Per farti smettere devo desistere. Va bene, continuo.

È carino, sai? Piccolo. Scuro. Odora di legno intriso di catrame e di presenze salmastre; un profumo di liquore prevale sugli altri e, aromatico, s’infila dritto nel naso mentre, etereo, gonfia minute pezze giallastre. Scomodato da Lilliput, veleggia immobile nella boccia e vive, respira, in una bruma impalpabile.

Non guardarmi così. Son seria!

Odio dover dire “son seria” e vorrei cambiassi atteggiamento. Se non tiri giù gli angoli della bocca, se preferisci lasciarli appesi, io non posso andare avanti. Mi fermo qui, non ti racconto altro. No, non toccarmi i capelli! Mo-o-lla! Ancora il lezzo di lei. Va bene, continuo.

Come un trofeo in bottiglia, o il messaggio lanciato all’onda da chissà quale marinaio essiccato al sole, il veliero fantasma punta la prua verso di me e attende. Se non mi accorgo della sua venuta, sottili voci chiamano, compresse dalle misure e ridotte in confusi brusii senza senso (le senti? Io le sento).

Iniziamo un dialogo fitto, da qualche parte nella mia testa, che mi fa sentire forte, capace, potente. Capisci? Non importa.

In quel fraseggio tutto diventa semplice, e io mi scordo chi sono. (Chi sono?).

Poi la vista si offusca.

Che c’è? Che cos’ho? Non toccarmi gli occhi per favore. Ti puzzano le dita razzadibifolco! Mi pulisco da sola!

Oh, una lacrima nera. No, non preoccuparti, mi è venuta anche ieri, adesso passa. Dura poco, davvero. Guarda, l’ho tirata via.

Ne ho un’altra?

Ne ho gli occhi pieni?

Finisco e passa. Stai buono un secondo. Finisco. E passa.

So tutto di quel bastimento: conosco chi lo abita, le battaglie intraprese, come giocano col tempo. La loro storia, ora, è anche un po’ la mia. Mi hanno accolta come sposa novella, istruendomi. Io ho imparato.

Amo quel mondo tondo e perfetto, racchiuso nella sua palla di vetro. Ordinato e impietoso, è dotato di avvocato, di giudice e…

di un BOIA!

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Ping pong

Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in riscucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui ha guardato la piccola e insignificante rompicazzo, ha abbandonato la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, l’ha schiacciata: crack! Al suono si sono affacciati i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro ha imbastito una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è stata, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna l’ha punzecchiato, Onorina gli ha controllato il cucito, Patrizio si è servito un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio di quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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Argomentario

La tregua della Gazza e il potere estraniante della musica

– Che succede?

– Schermaglie.

– Eh?

– Sì, lancio bottiglie e sedie.

– Lancio bottiglie e sedie?

– Adesso anche un cestello del ghiaccio e una sagoma cartonata del Campari.

– No! La sagoma del Campari no!

– È inutile che scendi, dopo le esplosioni dei sacchetti di patatine non è rimasto molto, tra una decina di minuti si scambieranno le pagine della Gazzetta. Mettiti pure tranquilla.

– Tranquilla? Tranquilla?! Ok: musica.

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ciao Roby

Ciao Roby (immagine da qui)

ciao Roby

passa a trovarmi, quando vuoi

ma prima ammantali, ti prego

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Giulia sic (cinque)

GIULIA COSA CERCA?

LO TROVERÀ SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Speciosità dei rapporti

(immagine da qui)

«Non ti vedo, dove sei?»

«Sono qui, raggiungimi!»

«Ma non ti vedo…»

«Dai!»

La mano s’immerge in un latte nero. Cercando il corpo morbido ne teme l’impatto. La stanza s’illumina e tutto cambia colore. Una voce di donna chiede.

«Cosa stai facendo Amore?»

«Cerco la mozzarella mamma.»

«Ma ti ho sentito parlare.»

«Sì, parlavo con lei.»

«Tesoro, lo sai che poi non riesci a mangiarla.»

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Stai da me questa notte?

“Stai da me questa notte?”. Sì.

Non è la prima volta che ti svegli nel suo letto. E che lo trovi vuoto. Vuoto.

È la prima volta che ti svegli nel suo letto e decidi di portarti via le lenzuola. Via le lenzuola. Via il tuo odore. Riprendersi il dato. Con un sacco.

Allora ti guardi un po’ in giro. Via tutto ciò che ha avuto l’onore di un tuo tocco. Nobilitare il nulla. In tre bauli.

Via tutto ciò di cui hai consigliato l’acquisto. Il tuo gusto per il suo abitare. Quattro borsine.

Via anche ciò che ti piace, tutto ciò che ti è sempre piaciuto di quell’appartamento. Il ratto di uno stimolo estetico. Tre scatoloni.

Quanti i ricordi degli amori che ti hanno preceduta, ma tu sei l’ultimo amore, quello significativo, hai già strappato le facce alle altre, le hai già annegate nella massa di ricordi nuovi e indelebili, portarti via le loro minute pendenze non offenderà nessuno. Lo scalpo. Un sacco nero.

C’era qualcosa che non andava. Via le fotografie. Nella mia immagine la mia anima. Una cartellina.

Cosa non avete fatto sul tavolo, sul tappeto, sul divano. Frammenti di vita. Via.

Certo, qualcosa non andava.

“Sì, porti via anche questo” hai detto all’uomo dei traslochi “e dove portiamo tutto?”, eh, e dove portano tutto? “Al mercatino dell’usato”, “Lei abita lì?”, no, non abito lì.

Poi sei uscita sul balcone, hai dato un colpetto con il piede alla gamba dell’uomo seduto sulla panchina liberty. Il corpo si è lasciato cadere sul fianco. Hai controllato che non respirasse e sei uscita seguendo un TIR.

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regaloni

Ieri

Ieri l’ha fatto.

Marte, il mio pianeta, è finalmente venuto a trovarmi.

Non pratico molto le evenienze intorno agli spostamenti dei pianeti, ma devo dire che arrivando ha portato doni.

Di più:

3 REGALONI!!!


Allegropessimista, l’altro ieri, approfittando di una mia errata lettura di uno dei suoi magnifici aforismi, ha buttato lì un “Bella la metto a nome tuo, dammene altre 3 e la battuta del giorno è tua”. Non frequento il genere (aforismi), ma la cosa mi ha divertita. Ecco il primo esperimento e il REGALONE di Allegro è, al di là della visibilità, l’avermi invogliata a sperimentare qualcosa di nuovo.
(Grazie.)

Battuta del giorno endorsum

unallegropessimista umorismo 28 giugno 2020 1 Minute

Endorsum per gli amici Endy scrittrice aforista e altro per sopravvivere. bravissima il genere è l’ermetico bisogna pensarci un po, un po, un po….. comunque pensare non fa male.

L’uomo è….. ecco la donna è……ecco.

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

Capita che il soliloquio esca dalla porta, per incontrare simili al bar.

Se un giovane ragazzo belloccio e benportante ti saluta per strada dicendoti ” ciao bella” è chiaro che vuole i tuoi soldi; se tu gli rispondi “ciao bello” è chiaro che vuoi la percentuale.

Variazione alla battuta di ieri

Il cretino ha le sue ragioni che l’assonnato non conosce.

Mi raccomando tante stelline.


FA minore, generosamente, ha sollevato dal gruppetto un aforisma in particolare e gli ha dato un abito bellissimo.
(Grazie FA minore!)

Il monaco

di Endorsum

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

https://endorsum.wordpress.com/

da un post di unallegropessimista
https://wordpress.com/read/blogs/150551507/posts/6509#comment-10266

P. S. Grazie alla caustica Lu per la dritta sulle mentine.


Sempre ieri Alessandria today ha ripubblicato il mio racconto LEI SULLE TUE DITA
(Grazie!)

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Giulia poker

GIULIA C’È ANCHE QUANDO NON C’È.

CONTINUA COMUNQUE A ESSERE SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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regaloni

La noia

Stranger Than Paradise – Jim Jarmusch – 1984 (foto da qui)

ED ECCO UNA NUOVA EMOZIONE REGALATAMI DA ALESSANDRO GIANESINI. (Il Socio non ne sta sbagliando una.)

È LÌ, SOTTOPELLE, PRONTA A CERCARE OSSIGENO IN QUALSIASI MOMENTO.

BUONA LETTURA

(ALE, GRAZIE!)


«[…] al triplice fischio dell’arbitro, il punteggio resta sullo zero a ze…»

«Bella partita di merda!» Sbuffo.

Mi giro a guardare mia moglie che dorme sotto al plaid e afferro il telecomando mettendomi a fare zapping. Ci provo per cinque minuti, ma senza trovare niente di interessante e spengo la TV.

Faccio passare un braccio attorno alle spalle di Elena, la tiro verso di me e le bacio il collo «Ehi, tesoro» lei muove la testa senza aprire gli occhi «a me è venuta una certa idea, che ne dici se…»

«Sono stanca, amore, lasciamo dormire.» mugugna qualcosa e aggiunge «Domani, promesso…»

Sospiro e mi alzo, guardando fuori dalla finestra: le luci dei lampioni illuminano la via, ma non si vede una macchina in questa serata d’inverno: cos’è? Han tutti paura di una spruzzata di neve? Ce ne sarà forse un millimetro…

Prendo il telefono e guardo nel gruppo degli amici di whatsapp: qualcuno ha detto che non esce, gli altri nemmeno quello han scritto.

Non ho voglia di stare a casa da solo. A dormire da solo: è sabato sera, cazzo!

Ok, deciso: esco. Mi bevo una birra e se non trovo nessuno, torno. Tanto quella, scuoto la testa guardando mia moglie nemmeno se n’accorge che non ci sono e la ritrovo dove l’ho lasciata.

Mi cambio, infilo un paio di jeans puliti e una camicia a caso, maglione, giaccone e via.

Esco dal garage e la neve riprende a cadere, stavolta più fitta. Ok, non ho le gomme da neve, ma per fare un paio di chilometri che sarà mai? Le catene nel baule ci sono, perciò…

La birreria è chiusa, figurarsi: uno vuole uscire una sera, divertirsi dopo una settimana di merda e non c’è nemmeno un posto dove andare a bere?

Sono tentato dal bar Sociale, ma con la clientela che ha è già buono se resta aperto fino alle nove di sera.

Cambio programma, andiamo fuori paese, sia mai che…

Cinque chilometri con la neve che continua a scendere e aggrapparsi all’asfalto e il risultato? Chiuso, nessuno in giro, tutte le luci spente e io a rompermi i coglioni perché non posso bermi una stramaledetta birra! Tornerò a casa, tanto, ormai, peggio di così…

Mi giro nel parcheggio vuoto e torno sulla strada: la visibilità è calata, ma tanto ci sono solo io in giro. Premo sull’acceleratore e la macchina mi va via di culo: l’adrenalina sale e io controllo a fatica il volante, ma mi sfugge un «Wow» dalle labbra.

Proseguo ancora un chilometro, con i tergicristalli al massimo della velocità: la strada è larga e io schiaccio un po’ sull’acceleratore: la macchina slitta e sento di nuovo la vita scorrere nelle mie vene.

Due luci mi arrivano dritte negli occhi: non ho nemmeno il tempo di veder scorrere tutta i miei ricordi, però sono consapevole che ora la vita scorrerà anche fuori dalle vene… per sempre.

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Chuck

Chuck 15

Ciao Chuck.

I cognomi parlano delle propensioni degli avi.

Forza! Forza!

Ciao.

pratico sistema per donare (foto da qui)
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Ali

Mikael Buck per Pinterest

Nott, la mappa è sbagliata, non può essere questo l’itinerario, non riconosco le coordinate. Ho controllato, ne sono sicuro, è escluso: le coordinate sono errate e io non le riconosco! Dai un’occhiata ai valori di scambio se c’è un’alterazione in corso, potrebbe aver fatto saltare gli altri parametri.

Tutto in linea.

Non capisco. Da qui a là ho sempre usato le stesse scale gerarchiche, stessi numeri, stesse proporzioni di riferimento, anche con la dieta idrociclotimica mi sono attenuto ai valori preferenziali per assecondare i salti di stato, sono perfettamente in soma, come le altre volte.

Alita, per cortesia.

Hhhhhhhhaaaaaaa.

Hai ragione, ma le coordinate sono quelle che vedi.

L’anomalia non è tautogena, il rischio è imprevedibile. Quanti kip abbiamo se restiamo fuori?

6 kip, riciclo a doppio flusso.

Bastano per una zona franca. Mostrami la più vicina. Ok: Pumtà. Sì, è fattibile, ma, Nott, quelle cazzo di coordinate! E chi se la sente di rischiar…

Odi. Che succede Odi? ODI! Ricompatta! Lascia il salto e ricompatta subito!

Ali Nott, da dentro. Capisci? Oddio, mi escono ali dalla bo-cca, le vedi? Le vedi anche tu? Ali venate d’azzurro e verde, risplen-dono di luce riflessa (accecano a tratti). Nott io non conosco le coordinate precise, non posso flapppp non posso davvero flapppp non so cosa fare!

Stai fluttuando Odi! Così esci dal prisma!

Non posso farne a meno flapppp sono loro, io sto provando a opporre resistenza, amico, ma fa male, brucia! flapppp

Ok Odi, ok… lasciati andare. Fai buon viaggio. È stato bello conoscerti.

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Giulia tris

GIULIA CONTINUA IMPERTERRITA LA SUA AVVENTURA SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

Che dire, furtività a gogo!

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regaloni

La gelosia

immagine da qui

CONTINUA LA CAVALCATA DELLE EMOZIONI REGALATEMI DA ALESSANDRO GIANESINI, IL MIO SOCIO IN WORLD OF SPHAERA.

IL SUO VIAGGIO NON SMETTE DI STUPIRMI… (i puntini di sospensione sono un omaggio all’autore)

BUONA LETTURA

(ALESSANDRO, GRAZIE!)


Un breve trillo e una vibrazione si sovrappongono al brusio di sottofondo della pizzeria. Guardo di sottecchi Flavia, che deglutisce e avvampa «Scusami, ora lo spengo.»

Faccio segno di no mentre mando giù il boccone «Ma no, figurati.» sorseggio un goccio di birra e la fisso «Chi era?» socchiudo le palpebre posando il boccale.

«Giusy, chiedeva se stasera usciamo.» si stringe nelle spalle infila in fretta il telefono nella borsetta attaccata allo schienale «Mi stavi dicendo del progetto che state facendo.»

«Oh, beh, niente di ché.» abbozzo un sorriso, ma non smetto di fissare la borsetta nera e mi par di sentire un’altra notifica «Non avevi detto che avevi spento?» serro la mascella, ma mi costringo a prendere un lungo respiro e increspare le labbra «Comunque per ora» seguo il suo sguardo che si sposta sulla borsa alla sua sinistra «sta procedendo tutto per il meglio e, se andrà avanti così, forse i capi ci daranno pure un bonus.» la mia voce è piatta e non riesco a non guardare verso quell’affare che penzola.

Il cameriere passa e ci porta via il piatto «Prendete qualcos’altro, signori?» mi guarda appena e poi sorride a Flavia, tenendo gli occhi su di lei e la sua scollatura. Sembra che lo faccia apposta. Lui posso anche capirlo, ma lei? Perché ricambia il sorriso?

«Marco?» mi sta guardando con aria perplessa «Facciamo un fritto misto in due?»

Annuisco «Sì, sì: va bene.» ma la mia faccia dev’essere tutt’altro che entusiasta, tant’è che il cameriere sbircia corrucciato verso di me mentre segna sul taccuino e se ne va.

«C’è qualcosa che va?» Flavia mi sta parlando, ma io sto ancora guardando la borsetta e sento che continua a vibrare.

«Lo puoi spegnere?» sputo le parole con rabbia e vedo che lei sgrana gli occhi e annuisce «No, è che volevo che fosse una serata solo per noi e invece…» non è un messaggio, ma una vera e propria chiamata: mi fa segno alzando l’indice e si alza allontanandosi.

Io la guardo e dà tutta l’impressione di essere felice per la telefonata, anche se finge preoccupazione. Esce dalla porta a vetri e la vedo parlare e gesticolare, ma è di spalle e non capisco. Nel frattempo, il cameriere mi lascia il vassoietto con scampi, gamberi e calamari, insieme a due piatti puliti; si gira anche lui verso Flavia e, dopo un momento di esitazione, si allontana. Ma cosa vogliono tutti da lei?

«Scusami, ma era mia madre.» e cosa voleva? Corrugo la fronte e la fisso, senza toccare il fritto «Finito di cenare è meglio che rientri: non si sente molto bene e…» abbassa lo sguardo «Mi spiace rovinare la nostra serata, ma sai com’è fatta: basta un niente e va in paranoia.» serro la mascella «Sei arrabbiato?» mi sbircia prendendo con le dita un calamaro per poi portarselo alla bocca.

Certo che sono arrabbiato «No, figurati, è solo che…» che mi sta sul cazzo che mi si prenda per il culo, ecco «Se vuoi ti riaccompagno subito, non c’è problema.» e così puoi andare dal tuo amichetto che non resiste, ah? Perché sei così puttana? «Io non so se riesco a continuare così, sai?»

Lei smette di masticare e sbatte ripetutamente le palpebre «Marco, io…»

«Non dire niente, non voglio parlarne ora.» mi alzo e vado alla cassa e il cameriere si avvicina al tavolo e inizia a parlare con Flavia e lei gli risponde con un sorrisetto, prendendosi un altro calamaro fritto.

Pago e torno al tavolo «Su, andiamo…» il cameriere torna con una doggy-bag in alluminio e lo consegna a lei: certo, io pago e lei si porta a casa pure il fritto, ‘sta zoccola «Andiamo?» ripeto mentre lei sta ancora ringraziando il bellimbusto che la squadra da capo a piedi come se fosse all’asta del bestiame.

Lei mi raggiunge e mi prende sottobraccio «Mi dici cos’hai?» ma io mi ritraggo «Guarda che puoi fermarti anche tu a casa nostra, se ti va.»

Io la guardo e scuoto la testa «Sì, certo. E poi…» mi blocco quando un cliente le apre la porta e le sorride con un mezzo inchino al quale lei risponde con un grazie tra due guance che si arrossano «No, lascia stare: ormai è andata così.» nel chiudere la porta vedo che quell’altro guarda il culo di Flavia.

Saliamo in macchina e ci fermiamo al semaforo «Cosa t’è preso stasera?» sembra quasi sincera la sua voce accorata, ma io guardo fisso davanti a me: perché si è messa così in ghingheri? Non l’aveva mai fatto e poi, tutto d’un colpo… «Ho fatto qualcosa di sbagliato?» mi domanda carezzandomi la spalla.

Sì, sei una bugiarda, ecco cosa «No, niente.» le parole mi escono come un mormorio sommesso «Però non so se voglio ancora star con te.» almeno non farò la figura del cornuto. Perché l’hai fatto? Perché mi hai tradito?

Lei singhiozza, con la testa ciondoloni «Perché?» ripete tra un singulto e l’altro.

Perché fai la smorfiosa, ecco perché! «Penso che tu lo sappia già.»

Arrivati a casa sua lei sta per dire altro, ma io la anticipo con un “Buonanotte” e appena scende, me ne vado. Tutte uguali. Appena le fai sentire importanti, iniziano già a cercarsene un altro.

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Di

Dov’è l’Eroa?

Lì, liminare. Fantasma al mondo. Accampata sulla zolla del possibile si prepara all’ultimo guado del rito di passaggio.

Ha solo due indumenti con sé: la corazza di Agon e la veste leggera di Ilinx. Dopo aver dato loro il cambio, ora indossa entrambe.

Più in là è seduto lui, con il mantello di Mimicry e con sul capo la bella corona di Alea.

Gli incontri precedenti erano stati baciati dalla gioia d’intessersi delle due stoffe, alla ricerca del sacro: l’unico modo per uscire insieme dal gioco, abbandonando al suolo corazza e corona.

Adesso ciascuno, nella propria sabbia mobile, assiste all’altrui sprofondo.

– Tirami fuori con il canto della tua voce.

– Tirami fuori con la forza della tua mano.

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La sciagura

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

Aladino nel Giardino Magico, illustrazione di Max Liebert dal libro di Ludwig Fulda Aladin und die Wunderlampe.

È da un anno e mezzo che va avanti così. All’incirca.

Questa cosa succede. In continuazione.

Ok, ci si adatta, siamo animali da soma, il peso è nei patti, ma abituarsi è difficile.

Ci metti un attimo a prenderne atto. Più di un attimo, a dire il vero. Ci vuole un sacco di tempo per collegare i fili, cablare la rete e quando lo scenario è completo tutto cambia. Il pensiero vacilla.

Questa cosa è per stomaci forti.

Non è un vanto: è quanto.

Genesi e persistenza del fenomeno hanno la loro importanza. Qualcuno potrebbe applicarsi in studio, scoprire il meccanismo al governo del processo e la conseguente rivoluzione sarebbe epocale. Meraviglia e Giustizia finalmente a irradiare.

E chi se ne frega!

Eccola che irrompe, la vocina d’istanza dietro l’orecchio destro. Chissà cosa c’è dietro l’orecchio destro, una coscienza piccola e stronza, suppongo, tesa a buttarmi giù non appena formulo un’idea universale e grandiosa. In genere riesco a silenziarla con poco sforzo, scuoto i capelli per farla scorrere in lunghezze, un altro colpo di testa deciso per staccarla agli apici. Oggi è impossibile, è solida e avvinghiata. Comunque, lei non ha nulla a che fare con tutto ciò, è solo un giudizio, una considerazione in merito, uno stato d’animo di fronte all’inspiegabile.

Dell’inspiegabile c’è poco da dire. Ma quel poco è disorientante. Questo inspiegabile, inoltre, trova dimora nelle fiabe e basta. Me le sono lette tutte, vi ho dedicato giorni e notti (perché lì è descritto molto bene, oh come è descritto!), ma non ci ho capito un cazzo lo stesso. La descrizione è inutile, mi è tutto noto. Ecco, sulle conseguenze qualcosa ho imparato. Poco. Sul resto, niente.

Io e il mio inspiegabile conviviamo ormai forzosamente; prendere le misure è d’obbligo, ma sono misure dinamiche, mi risulta sfiancante. Solo estraniandomi lo stacco davvero e, lasciandolo galleggiare, lo vedo. Riesco perfino a parlarne, quindi, l’inspiegabile è: io esprimo un desiderio, lui si avvera.

Sono una persona fortunata.

E non ne posso più.