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Lei sulle tue dita

Questo racconto ha pochi mesi, oggi l’ho portato a socializzare su world of sphaera.

Kazuhiko okushita

Il pesce ha dato un colpo di coda e in torsione ha spostato la pancia, in alto.

Mi spaventa sempre un po’.

È successo anche ieri. Tu eri alla cena di lavoro. Capiterà mai che si invitino mogli alle cene? Quando le organizza la nostra Società, le coppie clandestine ne approfittano e dopo il primo piatto spariscono. Puff!

Da quell’istante tutti sanno di non dover andare in bagno, a prendere i cappotti o alle macchine, per non imbattersi in scene d’itinerante sesso selvatico. Mentre in sala si assapora dell’ottimo Cacc’e Mmitte, altrove lo si pratica. Da voi non capita? No? Che felice eccezione. Comunque, sazi, gli amanti riemergono all’ora del dolce. Prosciugati dall’arsura da fiamma bevono, bevono e bevono, fino a mandar giù il sapore dell’altro.

Anche tu ieri sera eri disidratato, ti sei scolato un intero litro d’acqua, prima di venire a letto.

Non gradisci l’argomento. Ti giri verso il frigorifero cercando un interesse solido. Sbadigli perfino. Qualche passo e sei la sagoma nera davanti a una luce colma di auspici. Noto soltanto l’abbassamento del baricentro. Ti sei appesantito, Amore.

Sbircio il tavolo. Rosolino è ancora a pancia in su. Galleggia. Potessi farlo io.

Buono il tramezzino? Sì? Con la bocca piena ora puoi ascoltare il turbamento della tua donna?

La risposta è ricca di frammenti di cibo sputacchiati. Ne schivo alcuni.

Ottimi riflessi, già, ho anche le gambe zuppe di acido lattico. Mah, ti avrò dato calci questa notte per zittire il solito rantolio. Non hai lividi alle gambe? Peccato.

Mastichi, mi dai un buffetto sulla guancia, deglutisci. Con il pollice indichi la posizione del pesce alle tue spalle. Non ti sei lavato le dita, da ieri. Va bene, continuo.

Ho delle ipotesi in merito alle pantomime di Rosolino: la prima è che con il suo movimento ambiguo lo chiami; la seconda è che ne senta l’arrivo e vada in trance.

Ridi. Mi baci la bocca con labbra unte e ti liberi delle briciole spostandole sul divano. Ridi ancora. Incroci le gambe deciso a seguirmi in questo viaggio, appollaiato su scetticismo. Hai l’aria divertita di chi vuole assistere all’ennesima idiozia di una moglie stravagante. Sono il tuo personale show. Non so se voglio davvero condividere questa cosa.

Mi spettini i capelli, vigoroso. Per farti smettere devo desistere. Va bene, continuo.

È carino, sai? Piccolo. Scuro. Odora di legno intriso di catrame e di presenze salmastre; un profumo di liquore prevale sugli altri e, aromatico, s’infila dritto nel naso mentre, etereo, gonfia minute pezze giallastre. Scomodato da Lilliput, veleggia immobile nella boccia e vive, respira, in una bruma impalpabile.

Non guardarmi così. Son seria!

Odio dover dire “son seria” e vorrei cambiassi atteggiamento. Se non tiri giù gli angoli della bocca, se preferisci lasciarli appesi, io non posso andare avanti. Mi fermo qui, non ti racconto altro. No, non toccarmi i capelli! Mo-o-lla! Ancora il lezzo di lei. Va bene, continuo.

Come un trofeo in bottiglia, o il messaggio lanciato all’onda da chissà quale marinaio essiccato al sole, il veliero fantasma punta la prua verso di me e attende. Se non mi accorgo della sua venuta, sottili voci chiamano, compresse dalle misure e ridotte in confusi brusii senza senso (le senti? Io le sento).

Iniziamo un dialogo fitto, da qualche parte nella mia testa, che mi fa sentire forte, capace, potente. Capisci? Non importa.

In quel fraseggio tutto diventa semplice, e io mi scordo chi sono. (Chi sono?).

Poi la vista si offusca.

Che c’è? Che cos’ho? Non toccarmi gli occhi per favore. Ti puzzano le dita razzadibifolco! Mi pulisco da sola!

Oh, una lacrima nera. No, non preoccuparti, mi è venuta anche ieri, adesso passa. Dura poco, davvero. Guarda, l’ho tirata via.

Ne ho un’altra?

Ne ho gli occhi pieni?

Finisco e passa. Stai buono un secondo. Finisco. E passa.

So tutto di quel bastimento: conosco chi lo abita, le battaglie intraprese, come giocano col tempo. La loro storia, ora, è anche un po’ la mia. Mi hanno accolta come sposa novella, istruendomi. Io ho imparato.

Amo quel mondo tondo e perfetto, racchiuso nella sua palla di vetro. Ordinato e impietoso, è dotato di avvocato, di giudice e…

di un BOIA!

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Per un bell’abito Olga perse le penne. — alemarcotti

Eccolo. Ve lo presento ufficialmente. Il lock down mi ha illuminata… E ho creato questo. Ho una prefazione meravigliosa e volevo ringraziare colui che me l’ha scritta. Per il resto…. Non vedo l’ora di avere la copia cartacea e iniziare a fare i miei spot pubblicitari!!!! https://www.ibs.it/per-bell-abito-olga-perse-ebook-alessandra-marcotti/e/9788835899310

Per un bell’abito Olga perse le penne. — alemarcotti

Vai Ale! Si parte!!!! 😀

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Ninna nanna maschia

OGGI RIPOSO, MA È TUTTO IL GIORNO CHE QUESTA CANZONE MI TORMENTA. BUON ASCOLTO!

CAALÌ – Charlie Cinelli
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Lenny, torna su! (10)

(immagine da qui)

La porta si apre piano. Dal pianerottolo giunge una voce “Lenny, torna su!”, ma non pare ottenere risultati. Cara rientra furiosa. La porta si chiude piano, autonoma.

– Dobbiamo parlare!

È bellissima… vestita per sedurre e arrabbiata. Pare sarò io il fortunato a goderne appieno.

– Eh no, caro!

Non vuoi un goccio di vino? C’è il decanter, il tuo bicchiere preferito, sei sempre più soave dopo un bicchiere di vino.

Soave un par di palle, Narratore!

Ahi… non è un bel segno quando mi chiami per nome. Siediti, su, non ti affaticano quei tacchi alti? Non hai voglia di toglierli, massaggiarti le piante dei piedi, allungare le belle gambe sul divano e ascoltare magari un po’ di musica d’atmosfera? Non hai voglia poi, magari, di accarezzarti languida il ventre e…

– Ma la pianti? Ho detto che dobbiamo parlare!

Va bene.

– Così non si può andare avanti. Ho una vita io!

Lo rispetto.

– Non è vero! Non ti limiti a osservare, tu vuoi dirigere il mio presente! Per non parlare del futuro.

So che la cosa ti disturba, ma è nell’ordine delle cose. Io sono il tuo Narratore.

– Non me ne frega un cazzo di chi sei! Non ti ho evocato come uno spirito dell’Oltretomba!

La situazione non cambia.

– Sì invece… io, io voglio che tu te ne vada.

No.

– Sì.

Lo sai, poi ti manco, lo hai ammesso ieri.

– Ieri non avevo idea della piega che avresti preso!

Lo sai da sempre qual è la mia piega, non ho mai nascosto l’essere un manipolatore!

– Stai alzando la voce?

Sì!

– Ah!

Cosa stai facendo adesso?

– Vado da Lenny!

No!

– Sì!

Ah!

– Non aspettarmi!

L’ho appena mandato a giocare a calcetto!

– No!

Sì!

– Ah!

Esco, non aspettarmi!

– No!

Sì!

– Ah!

Cara resta inebetita dallo scambio appena avvenuto. La finestra si chiude piano.

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Lenny, entra… (9)

La porta si apre piano. La figura nota entra. Tituba sull’uscio. Lo sguardo a girovagar per la stanza e poi a un tratto fisso, serio. Mi punta.

– Lenny, entra…

Ma sei pazza? Non son pronto! Guardare il mio antagonist… personaggio appropriarsi dello spazio? Non Guardo! Non sento! Non parlo!

– Vieni Lenny, ho riordinato. Non volevo tu vedessi tutto sottosopra. Accomodati. Vuoi qualcosa da bere? Sistemo la roba della palestra e l’asciugamano bagnato dalla doccia. È un attimo.

Na na na na na na na na na…

– Fai come fossi a casa tua. Sai, pensavo, se preparassi una pasta la volo? Non grandi quantità, non vorrei ci appesantisse. O preferisci un filetto con della verdura fresca? Io lo voglio al sangue, ma se ti piace ben cotto basta tu lo dica, lo metto su prima del mio. Fammi una cortesia, apri la bottiglia che c’è in cucina e, tanto lo vedi, travasa il vino nel decanter.

Non sento non sento non sento non sento non sento!

– Io vado in camera a cambiarmi. Trovarti fuori dalla palestra è stata una vera sorpresa, ma ora dammi il tempo per una veloce restaurata.

Non vedo non vedo non vedo non vedo non vedo!

– (Maledette etichette) ho comprato un intimo stepitoso ieri, era in saldo… ah, la tovaglia è nel primo cassetto a destra, anzi, le tovaglie, ecco, non quella natalizia, ti prego. Ti ho mai raccontato di come mi sia entrata in casa quella natalizia? Era stesa al piano di sopra e con il temporale è planata sul balcone. Quando sono salita per restituirla gli inquilini erano scappati avvisati di una probabile incursione notturna dei Carabinieri. Hai capito che roba? Roba da matti! Avevo sulla testa dei pregiudicati e non mi ero accorta di niente. Ok, avevano frequentazioni un po’ sopra le righe, ma sai com’è in condominio, se inizi a fare le pulci agli altri non vivi più, il gioco diventa al massacro. Comunque, la tovaglia è molto bella e me la sono tenuta. Lenny? Ah, sì, vanno bene anche quei piatti. I bicchieri fai tu… hai deciso cosa vuoi mangiare? Guarda, sono quasi pronta. Giusto un po’ di trucco.

(Non parlo non parlo non parlo non parlo!) (No!)

Cara ha finito di sculettare per entrare nel tubino da matrimonio altrui. Sta calzando un paio di scarpe con un tacco che non le ho mai visto portare ed è contemporaneamente alle prese con lo spazzolino del mascara. Qualche colpetto a memoria, lo specchio a controllare ed è la volta del rossetto.

Mai vista così…

E che cazzo!

BU!!!

– Eccomi, ci sono, sono pronta Lenny. Lenny? Lenny??? Dove sei Lenny? (stronzo…)

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Lenny, ciao. (8)

La porta si apre piano. Dal pianerottolo si diffonde la voce nota: “Lenny, ciao. E grazie per lo zaino!”. La porta si chiude in autonomia.

Cara entra con in spalle un voluminoso zaino fluorescente. Lo lascia piombare a terra senza preoccuparsi dell’accasciamento in orizzontale. Qualche occhiata furtiva alla stanza, apertura delle finestre per cambiare l’aria. Espressione beata. Sorriso stampato. Sta bene. È felice. La vacanza le dona. È bella. Più bella.

Come è bella…

Non riesco a parlarle.

Va in bagno. Lascia la porta aperta e vedo. Si lava mani e viso, poi ritorna in sala ancora gocciolante, alza le braccia in alto, si issa sulle punte dei piedi e inizia una danza tutta sua, senza musica. La coreografia è quel che è, ma c’è tanta gioia in quelle movenze, tanta energia.

– Non mi chiedi niente Narratore?

E piroetta come una trottola ubriaca. I capelli fanno ciò che le leggi fisiche permettono loro. Dalla bocca inizia a uscirle un motivetto che non riconosco. Quante cose avrei da chiedere a quelle labbra angeliche, ma non posso interrompere un momento tanto speciale.

– Quanti problemi, ti rispondo lo stesso sai?

E con le mani sui fianchi improvvisa una specie di tarantella, ma non ci giurerei, sono tutti passi così poco distinti. Eppure è ipnotica.

– Chiedi pure, non ho intenzione di mentire.

Adesso le braccia si son messe a vorticare lungo i fianchi accompagnati da un fischio modulato (sa fischiare!). Non è chiaro cosa rappresenti nell’economia della, del, non saprei come definire ciò che vedo, ma qualcosa tutto ciò rappresenterà, no?

– È questa la domanda? Sono solo contenta.

Saltelli, ecco, i saltelli mancavano, a piedi uniti, intorno al divano con l’emissione di scanditi Yek-Yek! E una capriola sul divano. Sul quale rimane immobile a far calmare il fiatone.

– Ti sono mancata?

Sì.

– Anche tu.

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Lenny… (7)

La porta si apre piano. Si chiude. Si apre. Si chiude. Si apre. Si chiude ancora. Sempre piano. La ragazza non muove un muscolo. Sul divano sembra dormire.

Cara, cos’hai?

Solo il torace le si alza e abbassa.

Cara, non mi far preoccupare, dimmi, cosa c’è?

Lei si volta, viso allo schienale (una mano sull’orecchia).

Cara, non fare così, non mi dai argomentazioni.

Silenzio e quiete. Apparente, la quiete.

Cara, va bene, non m’importa delle argomentazioni, ma voltati almeno. Guardami… ok, non puoi propriamente vedermi, allora parlami. Fai qualcosa. Prenditi gioco di me. Giochiamo? Eh? Io faccio apparire l’idraulico e tu trovi il modo di fregarmi. Oppure io mi avvicino e tu ti allontani. Oppure io mi avvicino e tu non ti allontani. Oppure tu ti allontani e io osservo dall’alto il mio topino bianco, bello, che cerca il modo di uscire dal labirinto. Oppure io esco. Vado a fare un giro, eh? Ti piace l’idea? Sì, è esatto che poi torno, ma mi silenzio. Davvero, ci posso riuscire per un po’, stare zitto, lasciarti fare senza prenderne nota, ci provo, mi sforzo. Oppure mi chiudo nel frigorifero e tu ti alzi da lì, accendi lo stereo e vai a farti una doccia, poi chiami Lenny, ti prepari per la serata e io a leggere le etichette.

Dal divano si alza un sospiro.

– Lenny…

Ci tieni così tanto? Ma se l’altra sera quasi lo cornificavi! Se non fossi intervenuto io, tu, adesso… parlami. È la libertà a mancarti? Sei libera lo sai, io non sono così invadente. Sono invadente? O forse è il rendere pubblico tutto ciò che fai? Ammetto possa essere fastidioso. Succedesse a me non so come reagirei, ovviamente non deprimendomi. Su Cara, voltati, fatti guardare.

Un piede si tira di punta. L’altro anche. Le gambe li seguono. Il busto si torce. Le mani stropicciano gli occhi. Un sorriso prende forma. Uno sforzo e Cara è seduta. Qualche intrecciata rapida ai capelli e gli avambracci sulle ginocchia. Il volto si alza in direzione del nulla, ma il sorriso c’è.

Era da qualche tempo che il Narratore stava appollaiato sul lampadario e i primi cuscinetti adiposi gli si erano presentati festanti a ricordargli l’assenza di un moto qualsiasi.

Cara, cosa stai facendo?

Il colorito era diventato grigiastro per mancanza di ossigenazione e le occhiaie avevano mostrato la loro natura cosmica: due veri e propri buchi neri.

Cara, smettila, non si può… non si fa!

Occhi spettrali ingoiavano tutto ciò che gli si avvicinava e la bocca era sempre aperta. L’alito infernale.

Cara, smettila!

A un tratto una forza lo trascinò a sè, un super-bucone-nero bussò alla porta. TOC-TOC!

Chi è? Vai a vedere tu Cara?

La ragazza sorride.

– No, vai a vedere tu.

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Un corpo prestato a un concetto spaziale

EBBENE SÌ, HO PRESTATO IL MIO CORPO ALL’ARTE.

Opera di Andrea Roccioletti

A wearable version of Fontana’s “spatial concept”

Performance azioni impossibili impossible actions

A wearable version of Fontana’s “spatial concept”.
Or, for a serene acceptance of art.
Serie: impossible actions.
Performance and wearable installation, 2020.

The t-shirts are available to those who request them, free of charge, as long as those who receive them send a photo with the shirt worn, which will be published on this site.

Una versione indossabile del “concetto spaziale” di Fontana.

Ovvero per una serena accettazione dell’arte.
Serie: azioni impossibili.
Performance e installazione indossabile, 2020.

Le magliette sono a disposizione di chi ne fa richiesta, gratuitamente, a patto che chi le riceve mandi una foto con la maglietta indossata, che verrà pubblicata su questo sito.

roccioletti - concetto spaziale di Fontana 1
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 2
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 3
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 5
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 6
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 7
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 8
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 9
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 10
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 12
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 13
roccioletti - concetto spaziale di Fontana 14

Endorsum
with a wearable version
of Fontana’s spatial concept.

(foto ed elaborazione di endorsum)
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Ricapitolando Lenny (e un gioco)

Piccola sosta per produzione materiali. Nel frattempo metto qui tutte le puntate. E un gioco musicale.

LENNY? (1)LENNY, SEI TU? (2)LENNY, SCAPPA! (3)LENNY, NON SI PUÒ (4)CAZZO, LENNY! (5)LENNY??? (6)

GIOCO MUSICALE

3 TIPOLOGIE DI LENNY, 3 TIPOLOGIE DI CARA, 3 TIPOLOGIE DI NARRATORE. BUONI ACCOSTAMETI!

LENNY A

LENNY B

LENNY C

CARA A

CARA B

CARA C

NARRATORE A

NARRATORE B

NARRATORE C

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Lenny??? (6)

(foto da 123rf.com)

Vino. Quale sorso sia non è dato sapere, ma sta muovendo verso il compimento dell’opera calda. I gesti si sciolgono e le lingue libere improvvisano argomenti a un solo scopo. Il bicchiere rimane tra labbra e mani come ultima difesa, il suo appoggio sarà incondizionata arresa all’assalto. Chi dei due avvicinerà la pelle non è stabilito, ma si sa che sarà lì, sul divano, il terreno di battaglia.

Basta, non mi dicono niente questi due. Non ci faccio nulla qui. Mi manca Cara.

Lo so cosa ha fatto l’altra sera. L’ho capito annusando l’aria quando mi è passata accanto. Ci sono rimasto troppo male. Non che lei non possa, ci mancherebbe, ma il sotterfugio, la menzogna, l’abbindolarmi con l’idea del bondage… ma quale bondage e bondage, tirava su Lenny dalla finestra!

Cosa stanno combinando questi due? Ah, siamo già al mani ovunque. Buon per loro.

Dovevo pur allontanarmi, ristabilire le distanze, il controllo e lasciarla alle sue priorità. Sì, ha delle priorità che non mi contemplano… e chi se ne frega!

La porta si apre piano. Cara entra in casa. Seguita da uno sconosciuto? Ridono. Scherzano. Si tolgono le scarpe lasciandole dove capita. Presto si sistemano sul divano. Si piacciono, non c’è dubbio. Non c’è dubbio.

Cara! Per cortesia, no eh!

La ragazza mostra al giovane e aitante uomo la sua posizione preferita sul divano: a gambe in su. Lui divertito la imita. La sintonia si trasmette vibrante ed esplode in un’allegria contagiosa. Contagia anche me… dling-dlong!

– Chi sarà a quest’ora?

Vai un po’ a vedere, Cara.

Si raddriza sulla seduta e corre al citofono inciampando in un scarpa da ginnastica.

– Chi è? Lenny??? (stronzo…)

Eh eh eh! Io il Narratore, tu il personaggio.

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Cazzo, Lenny! (5)

(foto presa da freepik.com)

La porta si apre piano, Cara entra in fretta.

– Ti dispiace chiudere la porta?

E abbracciando un sacchetto della spesa si dirige senza esitazione verso il bagno. La porta si chiude autonoma, sbattendo.

Ciao Cara -buongiorno Narratore- tutto bene al lavoro? -certamente mio Amato, unico e solo Narratore- cos’hai nella borsa della spesa? – non vedo l’ora di mostrartelo, ti dispiace chiudere la porta, oh Grande Creatore?- Ecco, così sarebbe stato accettabile.

– Ok.

È aprendo la porta del bagno che dalla borsina scappa ciondolante la cima di una fune bianca. Il suo movimento oscillatorio urla risposte a uno sciame di domande apparse tutte in una. E apparse a me!

Cos’è, Cara?

– Esercizi di bondage.

E si chiude dentro a chiave con la velocità furtiva di chi vuole al più presto mangiarsi il frutto proibito.

Ma… scusami tanto, io non sono preparato a quest’evenienza!

Dal bagno si odono rumori di fatica.

Scusa Cara, ho fatto mente locale su tutto ciò che so. E…

Qualche sbuffo da sforzo segue ai suoni precedenti.

Hai proprio detto bondage?

– Sì-sì.

Ma lo sai che è pericoloso, sei solo una principiante. Sei solo una principiante, vero?

– Sì-sì.

Un brusio inizia a farsi strada prendendo la via del buco della serratura.

Io non credo che dovresti fare certe cose senza assistenza.

– (Brish…vsch…oh santapace… ci sei quas…) Sì-sì

Se avessi saputo mi sarei almeno informato, Cara. Cara?

– (Oh! bravo! schhhh!) Sì-sì.

Non compiere stupidaggini, eh! Ma poi, queste prove, dico, che senso hanno se ormai pratichi l’astinenza?

– Mmm.

Ti sei messa un bavaglio?

– Sì-sì.

Come sì-sì?

– Ah, (mmmm-mmmmM…) no-no.

Eh, volevo ben dire! Non posso permettermi incongruenze di questo tipo!

– MmmmmMm… (ohhhhhh…)

Ho una reputazione da difendere, non è che il primo critico con la cresta alzata possa venire e pretendere di farmi le pulci… trovandole! Ah Ah Ah! Non trovi anche tu?

– Sì. (Ohhhhhh… sìì).

Brava, mi sembri convinta. Vedi che quando vuoi sai essere ragionevole, sai capire, capirmi soprattutto. In merito alla comprensione, pensavo, tu ed io non ci conosciamo ancora molto bene, dovremmo, dovrei, sì insomma, magari se mi aprissi un po’ di più con te, eh, che ne dici? Parlarti di me, rendermi a te più prossimo. Eh?

– HE? (… aaahhh… sìììì…)

Dicevo, ti piacerebbe conoscermi meglio?

– Mmm… (ohhhhh… sìììììììì.)

Ma cosa stai facendo con quella corda?

– Uuhh…

– Eloquente. Dovremo lavorare di più sul tuo vocabolario, Cara. Non ti nascondo una certa curiosità. Il tono ti si è quasi arrochito. Ti sento un po’ in affanno.

– Mmm… (dillo ancora…)

Non ti nascondo una certa curiosità. Il tono ti si è quasi arrochito. Ti sento un po’ in affanno. (L’ho detto.) Ma… sembri Jamie Lee Curtis nella scena in cui John Ceelse si spoglia parlando russo. Hai presente il film Un pesce di nome Wanda? Forse no. Ha qualche anno in effetti, oddio, probabilmente è più vecchio di te, ora che ci penso. Dovrei controllare per esser più preciso, certo, se ti interessa, ma io credo che possano interessarti queste piccole nozioni di cultura generale.

– (Ohhhh, sììì, continua…)

(Ok, continuo.) È normale appassionarsi agli argomenti suggeriti dal proprio Narratore. Film fantastico. Una pietra miliare. Dovremmo guardarlo una sera, ti piacerebbe moltissimo. Recitato divinamente, ironico, divertente, sarcastico. Ti farebbe un gran bene. Sempre quei testi scientifici tra le mani, che noia!

– (Ahhhhhh… Sììììì…)

Eh, te lo dico sempre che dovresti leggere letteratura erotica, non mi ascolti! Per altro, senza offesa, mi sembri ancora un po’ acerba in materia, devo prepararti all’idea del sesso che, ormai l’ho ben capito, ti neghi. Ma basta parlare di tematiche che potrebbero essere delicate, tornando a noi, allora, che dici personaggio mio, ci guardiamo un film una sera?

OHHH! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SÌ! SSSSSÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌ!!!!!!

Accipicchia che entusiasmo! Non mi attendevo certo una risposta così! Ti ho sempre trovata piuttosto contrariata dalla mia presenza, dall’avermi intorno. Sai, stavo anche pensando di andarmene…

– Eh? (schhhhh!)

Sì, sto diventando empatico ed essere un po’ te mi avvicina alle tue ragioni.

– Sei serio? (vai… attenz…)

So che non dovrei dirtelo. Ma in qualche modo mi stai davvero diventando cara.

La porta del bagno si apre, Cara è spettinata e con gli abiti in disordine. Un forte rumore di sacco pieno stramazzato al suolo s’ode. La cima della fune bianca svolazza nell’aria e subito si precipita nel vuoto oltre la finestra. Un rantolio l’accompagna in senso opposto e contrario. Cara resta per un breve attimo perplessa, poi, come ripresa da un sogno a occhi aperti, corre al davanzale.

– Cazzo, Lenny!

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Lenny, non si può (4)

– “No Lenny, davvero, questa sera non posso.”

Cara guarda nel vuoto e l’espressione è contrita. Con i denti si stacca una pellicina intorno all’unghia del dito medio che di seguito innalza con intento comunicativo.

Ce l’hai con me, cara?

– “Ho promesso alla vicina di assisterla durante la festa di compleanno. No che non sei invitato, ma ti pare?”

Oh che meraviglia! Tu e la vicina, che bocconcini gustosi!

Il dito medio si alza ancora e ancora, con fare quasi rivendicativo.

– “Sì, lo so, anche tu mi manchi, lo so…”

E una mano va a coprire la bocca silenziando il rumore dei baci, o forse di parole d’amore. Il cellulare è ora sul tavolo in attesa di un altro utilizzo e lei si piazza in mezzo alla stanza con piedi divaricati. Eccola fare un piegamento del busto in avanti in un’espirazione rumorosa e quasi animale.

Non devi limitarti, cara, sfoga pure il tuo turbamento. Lo so, sai, che eviti Lenny per tutela della privacy, ma non dovresti mantenere questo atteggiamento nei miei confronti, non sono un guardone qualsiasi, io sono il tuo Narratore, il creatore del tuo destino, capisci? Conoscerti è per me una missione. Solo così potrò decidere di te.

– Hai finito?

Sì, al momento.

– Io questa sera ho rinunciato a Lenny. Non gradisco essere condizionata a tal punto. Siamo 1 a 0 per te. Vorrei andare dalla vicina e non correre il rischio che ti vengano idee insane agendo su altri, quindi: tu farai qualcosa per me.

Mmm… un gioco. Mi piace.

Cara si toglie i pantaloni della tuta. Lo slip è floreale e di gusto; un tenue pizzo color rosa antico circoscrive il triangolo pubico.

– Ma la smetti di fare il porco?

Lo sai vero che prima o poi dovrò descriverti in un amplesso, cara?

– Eh? Col cazzo!

Certamente.

– No! Volevo dire… ma vaffanculo!

E raggiunge infuriata il bagno, ci si chiude a doppia mandata. Un ripensamento ed esce.

– Il gioco!

Son qui ad attenderti.

– Letterario!

Hai imparato a conoscermi, mio adorabile personaggio.

– Tu scegli il testo e io cosa ci devi fare. Ti ripresenterai solo quando avrai terminato.

Fantastico!

– Bene. Autore e titolo.

Ibsen: Spettri. È un libro piccino, eh eh eh.

– Devi fare una casa di bambola.

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Lenny, scappa! (3)

(foto presa da qui)

Tre mandate, la maniglia si abbassa. La porta si apre piano e la sua testa sbuca in ispezione.

Benvenuta cara, cos’è questo fare? Mi nascondi qualcosa?

La testa si ritrae e dal pianerottolo si ode un confabular di voci. Due. La testa riappare.

– Vai via per piacere?

Non posso perdermi questa novità. Son qui, ormai, esclusivamente per te.

La testa si eclissa ancora. Le voci son di turbolenza. A un tratto la ragazza esclama: “Ci sono i ladri ti ho detto! Resto io a chiamare la Polizia, tu, tu… ma non hai capito? Lenny, scappa!”. Rumor di fuga vigliacca.

Io non sarei scappato. Lo sai.

– Già. E chi ti uccide?

Entra nell’appartamento chiudendosi alle spalle la porta. Si va a proiettare sul divano, sconsolata.

Non esser triste. Ci sono io con te, il tuo Narratore.

Lo sconforto prende il sopravvento e un pianto quasi isterico vien spinto agli occhi dal diaframma.

– Non stare qui! Non vedi che piango?

Io devo stare qui proprio perché piangi.

– E io non voglio che tu mi veda!

Non c’è nulla da nascondere, è naturale ciò che sta accadendo.

– Ma che cazzo vuoi saperne tu?

Dimmelo, sapere è il mio mestiere, cara.

– A te non dico proprio niente!

E si alza andandosi a chiudere in bagno. Esce con il viso rinfrescato dall’acqua. Tituba. Rientra per fare una pipì. Scrosci: del water prima, del lavandino poi. Torna al divano, ma aspetta a sedersi. Mi cerca…

– Per parlarti, da qualche parte devo pur guardare.

È così bella con i resti del congestionamento da pianto. E gli occhi, nel rigonfio, paiono pure più grandi.

– Non sei venuto in bagno.

Cosa vorresti dire?

– Dico: non sei venuto in bagno.

Prendevo nota di come hai lasciato il divano, cara.

– Non ci vieni in bagno?

– ZONA FRANCA!

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Lenny, sei tu? (2)

immagine presa da 123rf.com

La porta si apre piano.

– Lenny, sei tu?

Silenzio e un fiato di contraria.

– Lenny, non farmi prendere spaventi!

Spaventati invece, cara.

– Aaaaah! Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?

Canta anche, il mio personaggio preferito!

– Ma non stavi da Lenny?

È più carino seguire te.

– Non se ne parla proprio!

Come no? Non sono forse il tuo Narratore prediletto?

– Cosa fai, broccoli?

Cara si passa un dito sulle labbra e lo sguardo, oh lo sguardo sdilinquisce pago. Accavalla lentamente le gambe sul baracciolo della poltrona e la gonna leggera scopre, fin quasi all’inguine.

– Ma cosa dici? Ho su i jeans!

E non ti cambieresti per me?

– Non se ne parla proprio, sto leggendo un trattato di biochimica e mi disturbi!

Cara, non son letture da te, quelle. Quanto impegno mal speso. Dovresi leggere poemetti erotici e assecondare posizioni diverse, introspettività sensuali. Saresti perfetta.

– Guarda “caro”, nell’appartamento in parte c’è chi cerchi: sciò!

Potresti avvertire un sussurro languido all’orecchio, cara.

– Hai intenzione di stare qui a lungo?

Tutto il mio tempo.

Il libro si chiude in botto. Cade pesante a terra. Gli occhi sprizzano giocosa malizia e… no, no dai, non fare così.

– Vattene.

Non sono posizioni serie, rimettiti a sedere composta.

– Il mondo è bellissimo a testa in giù e le scarpe da guardaboschi per aria si ossigenano!

Cara, non me ne andrò per questi infantili dispetti.

Il sospiro è d’arresa. Vinta dal fato s’alza e si avvicina al frigorifero con l’espressione di chi non sa che fare. Mangiare forse?

– Mi metti una tale ansia, Narratore.

Perdonami creatura amata, ma non son qui per questo.

– Allora vai via!

Sarà divertente studiarti in atteggiamenti e piccoli vizi, fai pure, cara.

Guarda ancora con circospezione l’intorno, come a scoprir qualcosa di misterioso e affascinante: me.

– Ma cosa ti salta in mente? Ti inserisci nella narrazione?

Sono il Narratore e posso. Oh se posso!

– Allora vieni a darmi una mano a scegliere.

Apre il portellone del frigorifero e indaga l’interno in una scelta senza fine.

– Cosa mangio adesso?

Eccomi pronto, cara. Vediamo-vediamo. Un bell’ordine, non c’è che dire, ma non capisco. Fammi strada, cosa c’è in quel cartoccio? Non ti dispiace vero se allungo una mano e sollevo la stagnola. Dunque, interessante, profumo invitante, ottimo appetising…

– Uff, decidi in fretta. Ho fame! Guarda anche sul ripiano in basso, giù in fondo.

Scomodo da raggiungere, ma di sicuro una piacevole scoperta, brava! Questo mi sembra perf…

SBAMMMM!

(cartoccio piccolo, cartoccio grande, uva, more, insalata, carote, cipolla, caprino, limoni, cetriolini sott’aceto…)

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Lenny? (1)

We Can Do It!, poster di J. Howard Miller del 1943 ispirato a Rosie the Riveter

– Lenny?

Non c’è, cara.

– E tu chi sei?

Il Narratore.

– È uno scherzo? Lenny?

Non è uno scherzo, cara.

– Ma quale cara e cara, io non mi chiamo “cara”. Lenny? Dove sei finito?

Non c’è.

Cara smette di girare per la stanza e inizia a fissare gli angoli del soffitto.

– Da dove viene la voce? Ci sono delle telecamere?

No.

– Palle.

Io non mento mai, cara.

– La smetti? Lenny!

Cara è indecisa se cercare l’uomo o apparecchiature tecnologiche. Toglie il cellulare dalla borsa e avvia una chiamata.

– Lenny, santo cielo, rispondi… ciao Lenny, sono io, sono nel tuo appartamento, la porta era aperta, dove sei finito? Ti aspetto qui per una decina di minuti, poi vado, ciao. – Biiiiit

Non verrà, cara.

– Come sarebbe a dire? E cosa ne sai tu?

Sono il Narratore, io so tutto.

– E ‘sti cazzi?

Ah! Ah! Ah! Sei simpatica.

– Ma vaffanculo!

Cara, non essere volgare.

– Senti non so chi sei e non sai chi sono, non potremmo finirla qui?

No, non potremmo, devo finire il racconto.

– E che devi raccontare? Di come mi muovo in un appartamento cercando chi non c’è?

Anche.

– Frustrato!

Non offendere.

– Cioè, fammi capire, io sarei un tuo “personaggio”?

Esattamente.

– E mi farai fare ciò che credi?

Per esempio.

– No! No caro!

Cara parla voltando alternativamente il capo a destra e a sinistra (con un piglio singolare, in effetti).

– Stai parlando di me?

E di chi altrimenti?

– Non mi piace.

Non ha importanza.

– Stronzo!

Attenta…

– È una minaccia?

Non amo definirla in questo modo.

– Ah! Sei clemente con te stesso!

Se mi garba, lo sono.

– Ma che gran pezzo di merda! Senti un po’ onnipresente e onnisciente, se esco da qui continuerai a rompermi i cosiddetti?

Non ho ancora deciso.

– Allora, se non dico parolacce da scaricatore di porto, mi lasci uscire da qui senza seguirmi?

Mi stai proponendo un patto?

– Figliodiputtanarompicoglionimaledetto!

Su cara, non ti donano, davvero, non ne esci bene.

– Imbecillepuzzolentenanomalefico!

Oh, andrai avanti per molto?

– Scemostupidopezzentecialtrone!

Non sei carina, per niente.

– Facciadimerdastercoschifoso!

Ok. Si può fare.

– Ciao.

Cara esce dalla porta. Con un sorriso.

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Una storia politicamente e religiosamente scorretta

I disegnini di Andrea + qualche foto

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Aggiungerei:

“Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

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Protetto: Una storia politicamente e religiosamente scorretta

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regaloni

La paura

Mr. FEAR – SIAMÉS
(Directed and Animated by RUDO Co. http://www.rudocompany.com)

PRIMA DI LASCIARE QUESTE LANDE DESOLATE, L’EX-SOCIO ALESSANDRO GIANESINI MI HA FATTO DONO DI ALCUNI RACCONTI RIGUARDANTI CIASCUNO UN’EMOZIONE. LI CONSIDERO DEI REGALONI. ECCONE UN ALTRO PARTICOLARMENTE CENTRATO… (i puntini di sospensione sono una citazione che gli devo)

PER L’OCCASIONE NON USERÒ UNA SEMPLICE IMMAGINE, MA UNA CANZONE CON UN’ANIMAZIONE STUPENDA.

(GRAZIE ALE!)

Buona lettura!


«No, non spegnete la luce, vi prego…» gratto con le unghie contro la porta chiusa, ma anche lo spiraglio che c’era sotto scompare: stop, finito, buio totale.

Mi metto con la schiena contro il legno, che improvvisamente è freddo, ostile. Il formicolio sale dalle dita e scorrere attraverso le mani fino ai gomiti: mi gratto, ma non si ferma, e un sibilo spezza il silenzioso nero che mi avvolge e mi striscia addosso con le sue viscide squame.

Ho gli occhi sbarrati, ma nessuna luce mi permette di trafiggere quella nebbia bituminosa che fluttua davanti a me, attorno a me, occultandomi il mondo… occultandomi al mondo…

Mi si mozza il respiro riempiendomi i polmoni di un gelido fluido ribollente.

Era una risata quella? «Ehi, c’è qualcuno?» giro di scatto la testa, ma è tutto nero, tutto lontano dai miei sensi amputati.

Tutto tace, ma il vuoto è rotto dalla risata che mi gira intorno, da un orecchi all’altro, carezzandomi con l’alito graffiante del suo rauco ripetersi.

Agito le mani, ma i fendenti delle mie dita graffiano solo l’aria, che si fa intensamente pungente e mi trafigge la pelle. Torno a grattarmi, i palmi, i dorsi delle amni e sento che tutto si lacera e anche quel tepore di sangue che ne esce, si congela, evaporando via dal mio corpo.

No, no: non urlerò come ieri, non lo farò di nuovo: quell’ago mi ha fatto vivere un sogno che… ma io ci sono già dentro, non è così?

Ancora quella voce, così carezzevolmente spietata che mi lacera i timpani col suo sussurro di piacevole morte: mi metto in posizione fetale cacciando la testa tra le ginocchia, ma la voce sembra ancor più distinta e mi attira ancor di più lontano dalla luce, dove il pensiero non riesce a penetrare il velo di oscurità che l’ha intrappolato. Ansimo a bocca aperta e l’aria non ne vuol sapere di riempire il mio corpo.

Non ce la faccio più, ora urlo… ora urlo… ora urlo!

Sento il sangue colarmi dall’angolo della bocca e scorrermi in gola, refluo di tepore già destinato a estinguersi.

Ogni respiro s’affanna a inseguir quello prima, ma la risata cresce di volume e ora sento il suo odore davanti a me e i suoi occhi mi fissano bui e profondi come la notte che mi tormenta col suo scherno.

Serro le palpebre, ma queste mi si ribellano e gli occhi scrutano quel che non si vede, quel che mi aggira e mi perseguita: sento il suo tocco sul corpo, tra i capelli e i suoi passi silenziosi mi aggirano in una danza macabramente rituale e dal sapore di fine.

Il sale delle lacrime si mischia al sentore ferroso del sangue sulle mie labbra e la lingua ferita ne raccoglie gli umori per ricacciarli nel corpo a cui appartengono.

Il cuore smette di martellare, la voce stavolta è vera e la porta si apre sul corridoio abbagliante.

«Ti sei pisciato addosso anche stanotte, stronzo?» il secondino mi assesta due calci nei reni, ma il mio corpo ancora tremante non si muove dalla posizione. La luce mi lacera le pupille, ma ora respiro, vivo.

Il sangue, le lacrime, il piscio… di quello poco m’importa.

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Giulia 9

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«Mi lasciano uscire. Adesso.»

«Arrivo.»

«No, ho chiesto a Enea di venire.»

«Capisco…»

«Ciao.» e chiude la chiamata senza dispiacersi. Non è il momento. Seduta sul letto d’ospedale si dona per l’ultima volta la vista: il cielo, le cime verdi a rincorrersi, qualche nube screziata dai capricci del sole. Una compagnia buona per quei lunghi giorni. Grazie.

Enea entra sicuro nella stanza, rallenta stentando a riconoscerla, colpa dei cerottini e di alcuni ematomi non ancora assorbiti. Preso in contropiede dalla visone abbozza un’impacciata interlocuzione.

«Giulia, sei sparita.»

«Ero qui.»

«Cos’è successo?» e si siede, smarrendo la verve rivendicativa.

«Ho cercato di rubare i segreti di tuo padre.»

«Eh?»

«Ti ho mentito Enea, fin dal principio.»

«Eh?!»

«Ti ho cercato per arrivare a lui.»

Gli lascia spazio e tempo. Gli chiude una mano tra le sue per calmarlo e continuare. Enea però si è irrigidito, non capisce, sì capisce, non gli piace. Vorrebbe solo andarsene. Ma le mani sono così morbide e calde.

«Ti sapevo suo figlio. Io dovevo raggiungerlo. Prima ho provato con l’Inge, per tutta una serie di motivi che ti spiegherò. Inutile aggiungere che in tre anni con lui non sono approdata a nulla.»

Enea ascolta. Pur sentendosi umiliato e usato, il volto tumefatto di Giulia gli provoca un unico vero istinto: abbracciarla.

«Erano anni che preparavo la missione. Ci vuole tempo per le imprese importanti.»

«Perché: perché tutto questo? Me, l’Inge, perché Giulia?» la voce esce flebile e la domanda si consuma in un soffio sincero e deluso. Lei sostiene lo sguardo triste, lo accoglie con un sorriso timido e una risposta concisa.

«Per vendetta.»

«Eh?!!!» esclama quasi in scoppio.

«Hai qui la foto con tuo padre?» Enea tira fuori dalla tasca il portafoglio senza obiettare, nel mentre, Giulia depone sulle proprie cosce la borsa poco distante. Ora lui ha tra le dita la sua immagine da piccolo con indosso un paio di guanti verdi ed è lì, tra madre e padre. Giulia dalla borsa pesca un piccolo guanto di lana verde, sopravvissuto al lancio di sfida a Mister T.

«Perché ce l’hai tu?»

«Enea, per piacere, guarda bene tua madre.»

«Che ha?» non vuole darle ascolto, il guanto verde gli sta frullando in testa, ma l’asseconda sperando che distrarsi possa far cessare quel moto sordo. Invece ne aggiunge uno nuovo, di moto, dalla diversa traiettoria. Enea apre le labbra senza pronunciar suono. I pensieri si bloccano. Un vetro fumè si spacca. Giulia gli si avvicina, come per afferrarlo in caduta, e scandendo bene le parole illustra.

«Si vede ciò che si vuol vedere. Quel piccolo, Enea, sono io, da piccola. Quella donna è mia madre, non la tua.» e dalla borsa estrae svelta un’identica foto.

«Ma…» e lo sguardo si perde in quello di lei.

«Siamo fratelli da parte di padre, sì.»

Le fissa il naso, così familiare, dentro il petto una chiazza chiara si allarga, fino agli occhi. Lei gli afferra le mani, lo invita ad alzarsi. Gli oggetti cadono. E di due bimbi è l’abbraccio.

FINE

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Giulia 8

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Giulia è accucciata in parte al pesante piedistallo di pietra, sotto il piano in cristallo. È in tenuta d’ordinanza e una piccola luce sulla fronte illumina la zona di lavoro. Il polpastrello guantato accarezza il granito mentre l’altra mano estrae da una taschina sul bicipite una lamina chippata che inserisce nella sottile fessura appena individuata. Alcuni led presenti nella stanza si spengono e un clack indica l’apertura di un vano segreto nel mobile bar.

«E bravo il nostro Mister T, finalmente ci siamo. Mi hai anche fornito un motivo in più per rubarti i segreti: non dovevi seppellire vivo tuo figlio.»

Ha ancora 45 secondi per prendere i documenti e andarsene prima che parta il secondo allarme. Agile raggiunge il vano, prende i fascicoli, sfogliata veloce, li infila nello zaino piatto, lo indossa e felina esce dalla finestra. Quando i sistemi antintrusione si attivano ha già valicato il muro di cinta e sta correndo attraverso il bosco. Raggiunge l’auto sulla statale e, prima di partire, sfila zaino e passamontagna attrezzato. Mette in moto. Si osserva compiaciuta nello specchietto retrovisore, dedicandosi quello sguardo speciale che sigla il termine di una missione. Sì.

No. Un momento. Sono le 4 del mattino, perché sono comparsi due fanali lì dietro? Gli scagnozzi di Mister T, di sicuro.

No. La forma… non può essere. Individuato il modello dell’auto deve verificarne il colore. Con una sterzata in velocità passa vicino a un lampione, seguita a breve distanza. Beccato!

«Oh Inge, perché mi segui? Non eri mai arrivato a tanto. Non ora, dai!» e accelera. Sono pochi i tornanti che la vedono prendere un vantaggio sulla berlina. Altrettanti quelli che le riattaccano un paio di fanali al sedere. Di un vecchio, fottutissimo Hummer.

Prima spinta. Resiste. Seconda spinta. Sbanda paurosamente. Terza spinta. La scarpata.

Il volo.

L’auto è riversa sul fianco del guidatore. Giulia è intontita, sangue tra i denti, fatica a respirare. Riesce giusto a intravedere due mani calarsi dal finestrino rotto del passeggero e sfilare lo zainetto. Dolore feroce, poca visuale: uscire prima che l’auto s’incendi. La cintura da slacciare. Allunga le braccia verso l’alto, le gambe non rispondono a dovere, respira male, vede sempre meno. Non vede più.

Ma sente. D’esser presa. Di peso. Issata fuori. Appoggiata sull’erba. Stretta in un abbraccio, a coprirle il capo prima dell’esplosione. Il botto.

«Giulia, Amore Mio, adesso basta vero?»

«Basta.»

E per la prima volta, dal corpo martoriato, sgorga un sentimento autentico.

CONTINUA…

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Giulia 7

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Ecco il silenzio.

Sospeso, senza finestre. Ostile. La stanza se n’è riempita all’improvviso con una deflagrazione muta, provocata da qualche lemma arrotato e sputato allegramente dall’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra.

Sta lì, il silenzio. Sfrontato. Ha braccia sui fianchi e zitto domanda ai presenti chi sarà il primo a violarlo. Nessuno. (Nessuno). L’istante si protrae tracimando aria, solida. Nulla si muove. Gli stessi respiri sono sottili, discreti, carichi. Sempre più carichi. Gonfiati dalla morsa che li trattiene.

Gli occhi del padrone di casa non smentiscono il senso dell’ultima frase e avidi masticano la scena come non avessero mai fatto altro: godere.

Enea stringe le mandibole e fissa, fissa quel fottuto naso, quel maledetto naso. Uguale al suo. Che effetto strabiliante, che gioco di prestigio raro. Che faccia da cazzo! Glie lo staccherebbe a morsi, ecco cosa farebbe a quel naso! Se le sente le cartilagini tra i canini, crick-crock, non sarebbe difficile, un balzo sul piano, le mani a stringere le orecchie e giù di rabbia. Cieca. Ahhhh!

Giulia annusa, non vista. Le sente tutte le forze stipate, puzzano. Sa che l’uomo ha di certo un’arma, lì dietro. Sa che potrebbe usarla con destrezza, in velocità, precisione e voglia, basterebbe poco all’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra. Se Enea scattasse in avanti, a lei il trattenerlo, anzi, il fermarlo, con un rapido colpo alla gola, giusto per togliergli il fiato, l’ardore, l’intenzione, costringendolo a spostare l’attenzione sulla mancanza di ossigeno. L’alternativa è assistere a un’esecuzione. Magari anche doppia. No, doppia no.

Enea non è nessuno per lo sterco di cavallo seduto davanti a loro. Enea è orfano di padre proprio ora, avendolo di fronte. Ciò che è mancato si presenta come un pieno rancido e corrosivo capace di distruggere ogni parete a contenerlo. Non doveva andare così. Non doveva essere questo il finale del viaggio di un figlio alla ricerca del padre. Avrebbe potuto accettare ogni altra alternativa: insulti, vergogna, anche fragile supponenza, ma non… Giulia rompe l’aria carezzandosi i capelli. Un respiro leggero e si volta con uno sguardo buono, a dargli un via.

Sì, via, ha ragione lei, andare, lasciarsi tutto lì, tutto, non dare alcuna soddisfazione, riprendere il passo, provarci, scappare. Qualche volta si può anche scappare. Enea la ringrazia con un sorriso e trova finalmente il coraggio di parlare.

«Giulia, posso avere ciò che ti ho consegnato prima di entrare?»

Lei apre la borsetta, infila l’indice in un cerchio di ferro ed estrae le chiavi della macchina.

«Grazie.» si alza «Andiamo.» e senza preoccuparsi più di voltare le spalle al vuoto che l’ha ingoiato da sempre, esce, sostenuto dalla voglia di vomitare.

Giulia attende che Enea sia in corridoio, si accerta che non l’aspetti, controlla che il ritmo dei suoi tacchi non subisca variazioni quindi si alza in piedi a sua volta. Le palpebre color cobalto si abbassano e la fessura si affila. Le labbra morbidamente viola si tendono in un sorriso studiato, scisso da ciò che le mani si accingono a fare. Le dita di nuovo nella borsetta, indice e medio uniti con in mezzo una stoffa. Sciaff! Il lancio.

«Cos’è questa porcheria?» chiede l’incredulo schifato, togliendosi dal volto un piccolo guanto di lana verde.

«Un guanto di sfida.» si gira, raggiunge lenta la porta, una veloce torsione del busto e una precisazione.

«Un errore il Suo, oggi.»

CONTINUA…

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Giulia 6

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È lì, in piedi. Peso su una gamba. L’altra leggermente flessa. Mano in tasca. Enea si controlla davanti allo specchio. Aspetto in ordine = pensieri in ordine. Emozione. Riprova. Aspetto in ordine + respiro ponderato = pensieri in ordine. Emozione. Emozione che mina il passo. Merda! Le ginocchia già cedono e la voglia di strapparsi stomaco e intestino è quasi oltre la soglia. Per non parlare del calore che dal collo arriva su. Su dove? Su. Non si piace, per niente, ma è in ordine e i pensieri si sono appesi da qualche parte per evitare di cadere nel pozzo profondo del noncapiscopiùuncazzo. Ok, o si costringe a uscire o morirà svuotato e liquefatto sul pavimento. Vai!

Cammina male, è vero, ma cammina e guidare non sarà un problema. La pressione del pollice sul piccolo dosso nero della chiave sblocca la chiusura centralizzata. La mano si pronuncia alla maniglia della portiera ed ecco arrivare un tocco. Un palmo fresco e deciso si sovrappone al suo dorso. Enea segue le dita fino al polso, lo sguardo sale lungo il braccio, la spalla, il collo, l’ovale del viso e si blocca in occhi già nei suoi: Giulia.

«Dove vai?» chiede quasi atona.

«Da mio padre.»

«Ti accompagno.» risponde improvvisamente risoluta. Una titubanza sottile le innerva la mano in una stretta morbida. È solo un attimo. Se ne accorgono entrambi. Negando l’attimo, Giulia si porta svelta la mano ai capelli in una carezza inutile. Confuso, lui guarda in urgenza per terra.

«Non c’è bisogno, davvero, è una questione di famiglia, tu non c’entri.»

«Certe volte una vicinanza aiuta. Lo so.» tenera è la voce e assecondarla naturale. Enea cede senza difese alla proposta, offrendole uno sguardo grato e perso. Finalmente conquista una visione d’insieme di Giulia.

«Sei bellissima, addirittura truccata da sera, quasi non ti riconoscevo. Stai andando da qualche parte? Non vorrei mai…»

«Lascia perdere, avevo in programma una specie di sceneggiata, niente che non possa essere rimandato.» taglia corto dirigendosi verso l’altro lato della vettura. Una corsa ad inseguirla per aprirle la portiera, così, un automatismo mai riservato a nessuna ospite della sua utilitaria. Lei sorride, si siede, cintura: è pronta. Si parte?

Dopo un’ora di viaggio la macchina prende una stradina collinare ben asfaltata. Davvero molto ben asfaltata. Fin troppo per una strada pubblica.

«Hai visto? Ci sono già telecamere.» Giulia indica un palo della luce.

«Dove?»

«Lì, non vedi quei… non importa. Decelera, se arriviamo su troppo in fretta ci accorgeremo di cosa sia una calorosa accoglienza.»

«Ma cosa stai dicendo?»

«Niente, niente, però non correre che con tutte queste curve mi vien la nausea. Vuoi che ti sporchi interni già così provati?»

«No!»

«Bravo.»

L’andatura si fa più tranquilla e dopo dieci minuti l’auto è davanti a un gigantesco cancello moderno.

«Pomodoro.» dice Giulia.

«Eh? Io oggi sono agitato, ma tu sei ben strana.»

«È opera di Arnaldo Pomodoro, non è nota però: il cancello intendo. Non può essere una copia del Cancello Solare, o hai una sua opera originale o non fai fare una copia, capisci?»

«No, non capisco, oggi proprio non ti capisco.»

«Non importa. Guarda piuttosto il comitato d’accoglienza.» e con un colpetto del mento in avanti indica i due uomini che stanno arrivando da dietro l’opera.

«Sei armato Enea?»

«Ma sei scema?»

«Ok, è un no. Non fare movimenti bruschi.»

«Giulia, ma cos’hai fumato?»

«Dai andiamo.» e con eleganza scende dalla macchina, si avvicina al cancello, saluta i nerboruti. Enea la raggiunge in breve.

«Ti ricordo che stiamo andando da mio padre.»

«Ti ricordo che potrebbe non essere contento d’incontrarti.»

CONTINUA…

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Giulia 5

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«Mi hai lasciato il rossetto, vero?»

Enea non osa toccarsi la fronte. Giulia quasi si sbrodola con il caffè, le si allarga un sorriso fanciullo solo in parte nascosto dalla tazzina alle labbra. Lui la fissa con un orgoglio incredulo per l’inaspettata complicità. Come è successo? Quando lei ha permesso che si sgretolasse il muro a secco eretto fin da subito per evitare sconfinamenti e problemi? E lui come, quando, perché si è conquistato questo onore? Onore? Ma si sente? Se lo sarà meritato no? Non è una mezza calzetta, è bravo, astuto, professionale, ingegnoso, non è il primo venuto: è una calza di Filo di Scozia fin sotto il ginocchio! Sposta lo sguardo alla sua destra, costringendosi a trovare interessante la bionda del tavolo accanto, giusto per contegno.

«Senti Giulia» e continua a puntare la bionda «credo che l’idea di una storia tra noi da dare in pasto all’Inge non sia da escludere, sai?» controlla con la coda dell’occhio la reazione. Lei si blocca, rischiara la voce, raddrizza la postura ingobbita dalle risa soffocate in precedenza e tace. Ha un’espressione nuova, mai veduta prima. Enea smette di contare le vertebre della bionda e si prepara a indossare una troppo stretta indifferenza per affrontare un volto divenuto austero.

«Lo sai che ho ragione, gli aspetti positivi sarebbero diversi.»

«Quali.»

«Nessun estraneo, più controllo della situazione.»

«Parli come lui.»

«No!»

«Senti Enea, lascia stare, eh. Inizia a passargli le telefonate, al resto ci penseremo tra un paio di settimane. E non fare quella faccia, lo sai perché sto con lui.»

«Non lo so, dimmelo. Devo essermelo perso il vero motivo di tre anni di relazione con, sì insomma, uno molto più grande di te e – mioddio – cotto a tal punto da difenderti intimandomi di non giudicarti a fronte di foto e qualunque altra diavoleria deciderai di sbattergli sul muso. Guarda, a volte mi fa anche pena. No, errore, i clienti non mi fanno mai pena, però…»

«Sono una stronza? Una manipolatrice? No Enea, i valori sono tutti in campo e ognuno manipola l’altro sapendo d’essere manipolato. È un rarissimo caso di onestà incorrotta.»

«Ma allora cosa vuoi davvero da quell’uomo?»

«Un passaggio, amico mio, solo un passaggio.» e si alza. Non bacia. Non saluta. Va.

Enea resta senza fiato. Se l’è giocata la complicità incantata. Per un fottuto passo lungo. La saliva scompare e lo stomaco si rimpicciolisce fino a diventare una melina selvatica. Quanto può far male una melina selvatica che decide di mettersi a rimbalzare dove non deve? Inspira profondamente, espira pianissimo, e ancora. Ancora. Più e più volte. Stupido! Si agita di nuovo, rifare. Dalla tasca della giacca una vibrazione interrompe la procedura di salvataggio.

«Ciao, dimmi… sì… no, aspetta, sei sicuro? … mandamelo! … grazie, ti devo un favore!». Pochi secondi ed ecco il bip. Ecco un numero. Ecco la vera perdizione.

Si alza sostenuto da una nuova urgenza lasciando sul tavolino monete convulsamente cercate in tasca e quasi lanciate. Corre all’auto. La guida per l’occasione è sportiva. Parcheggia, male, non importa. Deve sedersi subito alla scrivania. Deve essere in posizione. E definire. Nella foga dell’apri-sali-apri dimentica la porta di casa aperta. Non importa. Sì, importa. La chiude. Finalmente si siede.

«Cazzo! Ti ho!» urla eccitato e prende il cellulare dalla tasca della giacca, controlla il numero nel messaggio, lo trascrive su un pezzo di carta scandendo ad alta voce ogni cifra. Lancia la penna a sfera nel cestino dei rifiuti, fa canestro e si abbandona a un ululato a braccia alzate.

Giulia è in macchina quando una chiamata la raggiunge. S’infila l’auricolare e preme il pulsante per la ricezione.

«Vai, parla.»

«Ha il numero. L’ha chiamato.»

CONTINUA…

IL MISTERO DI GIULIA – Litfiba

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L’ultimo volo

ECCO L’ULTIMA CREAZIONE DI

QinAode!

Aldo Terminiello aka
Qin Aode 秦奥德
Credits

❤️ grazie a Daniel J. Burke per il proofreading della versione inglese

❤️ grazie a Mia Liu per l’immenso aiuto sulla versione cinese

❤️ e infine un grazie e una GIF a Kim, per avermi incoraggiato a finire questa storia e per aver fatto la traduzione in francese (anche il font che ho usato viene dalla sua calligrafia)

Font: Kim Old Hand (personalizzato)

Font della versione cinese: Hanyi Senty Journal

Software: Clip Studio Paint Ex

Tutte le foto usate per sfondi e effetti sono mie.

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Giulia 4

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

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Abbandonato nella poltrona preferita (oh sì), è rapito dall’odore avvolgente e acre di cuoio masticato da usura e sudore, che lo aiuta quanto deve. Una mano a coprire istintivamente la sigla sulla copertina del fascicolo giallo, l’altra perduta tra i capelli; il mento in alto, ad accompagnare pensieri e sospiri taglienti, nati per sezionare, feroci in gola. Il filo di voce esce senza consenso.

“Sciocco Amore Mio, non arriverai ai segreti finanziari di Mister T attraverso queste carte: non sei pronta per un boiardo di Stato; (non sei pronta…) non sei ancora pronta!”

La frase lo urta con la vergogna di chi si è sentito, raddrizza il collo, controlla il respiro, infine manda mansuete le mani a sfogliare. Il tocco è delicato, adeguato a fragili carte appassite. Le dita si muovono leggere tra vecchi fax, fotocopie e qualche foglio con firme e timbri. Intatto vecchiume sempreverde, informazioni pronte all’uso, eclatanti, magnifiche. Prove. Valide ovunque. Un sorriso distende viso e tempie; il ricordo lo rallegra ogni volta che lo risveglia e la tranquillità si allarga calda in petto. Va meglio. “Bravo.”

Ci fu un tempo in cui gli capitò di collaborare con Mister T. (oh sì). Una quindicina d’anni prima, qualche capello nero in più agli argini del bianco e gagliardi scenari professionali, lì a un balzo. Fu grazie agli sparuti fogli sulle sue ginocchia che non si fece addentare, smembrare e tritare dallo squalo, garantendosi la via di fuga. Certo, non poté accedere al ruolo prestabilito, ma avrebbe dovuto diventare un nuovo e sollecito schiavo, coinvolto in fatti inconfessabili. Il ricatto era nei patti. Quale dei due essere fu la scelta. Con essa sprofondò nelle plumbee conseguenze. Peu mal.

L’immagine di Giulia si materializza tra ciglia inspiegabilmente mosse: davanti al cappuccio indecisa se mollare il biscotto o tenerlo ancora per metà in ammollo; addormentata sul divano con la guancia schiacciata sul cuscino amaranto; nel salto agile della sedia per non girarle attorno. Ma ne ha altre (oh sì), non è difficile, si nutre ingordo della sua visione ogni volta che le è attorno. L’ascolta. La spia. La sfiora per caso. La respira forte. La imprime in tutto ciò che può, affinché resti. Lei (oh bellissima lei), così sprovveduta nella sua presunzione e così affamata di quel nulla che al nulla rilancia. Monade solida e infantile, da difendere: con lo sguardo lungo di chi non vuol forzare.

Soppesa il faldone. Quanto peserà? Il peso dell’attaccamento a lui da parte di una donna che non finge quando per capriccio animale lo sceglie annusando l’aria, e lo prende. Lo fa suo. Lo annienta. Una donna che scomparirà quando troverà il nuovo nascondiglio delle carte e il modo per accedervi.

Le labbra si aprono appena, la lingua esce a inumidire. Gli occhi ancora altrove. Solo Dio sa cosa sarebbe disposto a sacrificare per renderla serena, rinuncerebbe a lei, dandole semplicemente ciò che vuole. Ma Giulia vuole i segreti del boiardo. E non la metterà sulla strada di un suicidio assistito.

CONTINUA…

GIULIA – Le vibrazioni

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Giulia 3

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

«Mamma, ho riportato le cose di papà. Tengo solo la vecchia foto.»

La donna prende dalla mano del figlio il borsello, scrutando con apprensione un’insolita espressione ferma.

«Stai qui a mangiare?»

«No. Devo vedere un cliente.»

Gli si avvicina di più, trattenendo un abbraccio. Le sfugge una breve carezza alla spalla e un bacio furtivo alla guancia, alzandosi svelta su punte. Enea ha labbra tirate e voglia di piangere, ma non lì, fuori, in ascensore magari.

———

Giulia è davanti alla cassaforte aperta della camera da letto. Cerca vorace tra carte: precisa, rapida, selettiva. Non c’è. Eppure l’aveva visto. Dopo l’ultimo amplesso lui aveva aperto l’antro per estrarre un nuovo regalo prezioso e il faldone giallo era in piedi, in vista con la sigla “M.T.”. Controlla ancora, i documenti possono esser rimasti orfani di contenitore e confondersi tra altri.

L’Ingegnere appoggia la mano allo stipite e silenzioso attende, non visto. Soffre a saperla così, senza pace, inarresa. Che smetta. Che smetta subito. Che si spaventi, ma che smetta. Percorre a ritroso alcuni passi nel corridoio e giunto alle scale chiama.

«Giulia! Amore!» per un po’ dovrebbe bastare a distrarla.

Giulia si volta felina, le mani lavorano in un automatismo rodato, il cartaceo è in ordine e le compare al dito la riviere di diamanti fancy. Chiude con calma senza voler nascondere d’essersi presa l’anello. Indossa un sorriso raggiante e mirandosi la falange si prepara ad accogliere l’uomo. Lui finalmente si mostra.

«Ho voglia d’indossarlo. È delizioso.»

«Stai uscendo Amore?»

«Torno tra un paio d’ore.»

«Sai che non è necessario.»

«Lavorare?»

«Lavorare…»

«Due incarichi e smetto.»

«L’hai detto anche due incarichi fa. Non mi piacciono i rischi che prendi.»

«Ne abbiamo già parlato. Adesso vado.» Lui ingombra l’uscio, immobile, le gambe leggermente divaricate, le mani sugli stipiti, quasi a staccarli. Lei gli sfiora le labbra con l’indice, sul quale appoggia morbida la bocca: “silenzio”. L’Ingegnere si sposta, lei passa, si allontana, scende, esce, sale in macchina, s’immette nel traffico, ferma la vettura nel parcheggio di un centro commerciale, si dirige verso l’unico bar con i tavolini all’aperto, si siede, ordina e attende. Enea le si siede accanto. Giulia trasale.

«Sorpresa di vedermi?»

«Sì! Che ci fai qui?»

«Cercavo te. Sono bravo nel mio mestiere.»

«Dai, non scherzare, come facevi a sapere che sarei venuta qui?»

«Mi hai mandato un messaggio.»

I due si guardano complici e iniziano a ridere, ridono di gusto e non smettono fino all’arrivo dei caffè.

«Giulia, ho riflettuto, è ora che cerchi mio padre, anche solo per prenderlo a ceffoni, o insultarlo, dipenderà dal suo stato di salute.»

«Bravo! Non sono pesi che si possono reggere per sempre.» e gli marca la fronte con una sfumatura color pesca.

CONTINUA…

GIULIA MON AMOUR – Calibro 35

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Giulia 2

(gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

L’ingresso ampio svolge la doppia funzione di salotto e ufficio. La scrivania è sul fondo, davanti a due finestre. La luce naturale rende nitide le intenzioni dei clienti e lascia in ombra le sue. Piccoli vantaggi. Enea è al posto di comando quando bussano alla porta, con l’indice preme il secondo pulsante del citofono da tavolo, un breve ronzio elettrico e la serratura si apre. Entra una donna. Rompe l’aria fasciata da un abito verde scuro, impudico. Le scarpe hanno tacco e punta della stessa tonalità ciliegia che le bagna le labbra. Il taglio maschile dei capelli esalta un collo sottile sfiorato da pendenti di giada. È Giulia, e il bel viso è inespressivo. Chiude la porta. Sbircia divertita accatastamenti sparsi e procede verso la poltroncina in similpelle davanti alla scrivania. Giunta, si siede, con borsa in grembo.

Enea non parla.

Giulia non si scompone, rimesta per qualche istante nella borsetta, la chiude tenendola sulle gambe, alza il volto, fissa il suo interlocutore e annuncia.

«Ti ho visto scendere dalla sua macchina oggi. Ero in zona.»

Si sporge in avanti cercando sorpresa nell’uomo. Coperta dal seno, la mano è veloce sotto il piano di legno e piazza una cimice. Giulia sorride in sfida e con studiata lentezza si appoggia allo schienale. Le scappa un sospiro fissando il soffitto, quindi domanda.

«Cosa vuole ancora da te?»

Enea resiste. Esita. Parla.

«Sa che fai il doppio-gioco.»

«Oh, finalmente!»

«Come scusa?»

«Sì, finalmente, un peso in meno.»

«…»

«Non mi lascerà certo per questo.»

«Infatti.»

«E…?»

«Crede ci sia dell’altro.»

«Dell’altro, tipo, la nostra collaborazione?»

Enea storce la bocca in una smorfia di muta disapprovazione. Lei continua.

«Sei esacerbante. Dimmi: cosa dovremmo fargli sapere allora?»

«Non saprei, vuole che ti intercetti ogni chiamata.»

«Ma lo stai già facendo! Ti ho chiamato apposta dal telefono di un passante.»

«Sì. È che non le ho ancora usate.»

«Hai fatto bene, prenderemo altro tempo. Anche se nelle telefonate non c’è niente che già non sappia.»

«Non importa, ci inventeremo qualcosa, magari una tua relazione.»

«Con chi Enea, con te?»

Giulia scoppia in una risata calda e sincera.

«Perché no, scusa?»

«Lascia stare. Io resterei tra le sue grazie comunque, ma tu perderesti l’incarico in favore di un terzo attore impossibile da controllare. Un introito in meno, non se ne parla.»

Giulia si alza, borsa alla mano prende la via d’uscita, si arresta. Dandogli le spalle aggiunge alcune indicazioni operative.

«Inizia a snocciolargli le intercettazioni, quando avrà bisogno di qualche particolare piccante per continuare a fantasticare, costruiremo una novella dal sapore internazionale. Ah, arieggia, sa di fumo.»

Enea preme l’interruttore, la porta si apre e Giulia scompare lasciando scia di gardenia.

Mentre lui medita tirando profonde boccate da una sigaretta appena accesa, la giovane donna esce dal condominio, percorre il marciapiede, si avvicina a un furgone parcheggiato, perde l’equilibrio, si appoggia al provvidenziale fianco del veicolo e batte tre colpi sincopati. Quindi riprende a camminare.

CONTINUA…

BRAVA GIULIA – Vasco Rossi

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Giulia 1

(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)
GIULIA è un racconto a puntate che ho creato per la pubblicazione sul sito di Alessandro Gianesini (worldofsphaera.com). Ora è a casa.
Buona lettura!

La tocca con garbo nelle parti consunte. Si è ingiallita per confermare un tempo andato. Gli è capitata in mano svuotando il vecchio borsello di un padre svanito nel nulla. Non è la fotografia da tenere in una cornice di mogano. Non nel portafoglio. Non ora quantomeno. Scruta i particolari di un parco giochi ormai ingoiato da una speculazione edilizia, e si perde nello sguardo di un bimbo di tre anni in piedi tra padre e madre. Sbatte piano le palpebre, espira profondamente e risistema il ricordo dietro a una zip.

Va in sala. Apre una finestra. L’aria azzurra del mattino cerca di entrare, si scontra con una nube di fumo, quindi si insinua paziente, sfilaccia uno a uno i ghirigori biancastri, infine li inghiotte in strada, prendendone definitivamente il posto tra le mura.

Una sigaretta accesa dondola nell’incavo di un posacenere pieno, uno sbilanciamento e cade sul tavolo portandosi la brace in dote. Il legno inizia lentamente a scurirsi in una chiazza nera. Enea osserva, studia quel colpo di reni all’indietro reputandolo emblematico e in grado di alludere ad altro. Da una tasca dei pantaloni toglie un’agendina verde e prende nota.

È, come ama definirlo, un accadimento simbolico evocativo e nasce da una sollecitazione inconscia a fermare l’attenzione ove sia davvero importante farlo. Troppo semplicistico dire intuito o illuminazione, preferisce descriversi con vocaboli altisonanti. Così gli piace e così è.

Dato il precoce suicidio, si accende una nuova sigaretta, la tiene tra le dita mentre da uno schedario in parte al divano estrae due faldoni: uno è denominato con una sigla incomprensibile, l’altro solo con “GIULIA”. Seleziona da entrambi alcuni fogli. Mantenendo la divisione della provenienza manda una fotografia dal cellulare dei primi a un numero, l’altra dei secondi a un numero diverso. Nell’attesa di una risposta qualsiasi, si stira la camicia da abbinare al vestito buono.

_______

Enea entra in un parcheggio sotterraneo e sale sulla berlina dalla portiera socchiusa. Il suo abito antracite genera un contrasto elegante con i sedili in nappa color senape. Grazie alla benevolenza del proprietario ora appare in tutto e per tutto una persona di gusto.

«Hai fatto un ottimo lavoro Enea, complimenti. La prossima volta mi spiegherai. Questo è l’assegno. Pagati una domestica.»

«Nulla da spiegare, mi ha dato un compito che ho eseguito.»

Il committente gli rivolge un sorriso obliquo, la frase ricevuta e il suo tono appartengono a un copione prevedibile che rende poco interessante il resto della conversazione. Si appresta a sparigliare le carte.

«Non ho mai chiesto l’origine del tuo nome.»

«Un’idea di mio padre, uno dei suoi libri preferiti, anche se nei fatti ha dimostrato di privilegiare Odisseo.»

«Ah. Mi spiace.»

«Capita.»

L’uomo capisce di aver esagerato, si passa una mano tra i capelli bianchi e decide di tornare a uno scambio più serrato.

«Vorrei che facessi dell’altro. Intercetta tutte le comunicazioni di Giulia.»

«Non le bastano le evidenze?»

«Caro Enea, Giulia non è doppiogiochista, è complessa.»

«È dura rinunciare a una donna così ricca di fascino.»

«Con qualche anno in più sapresti leggere meglio la realtà.»

«Non mi dia dell’immaturo.»

«E tu non esprimere giudizi, ti pago per i risultati.»

Enea annuisce con la testa, piega il foglietto a metà, lo infila in una tasca interna della giacca, saluta ed esce dalla stessa portiera d’entrata.

Non è mai simpatico incontrare l’Ingegnere, ma lo paga bene e ha bisogno dei suoi soldi.

CONTINUA…

GIULIA – Antonello Venditti
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Da qui al 31 agosto

Ho già parlato di Daniele Cerva qui.

Il tempo corre.

Finché trascorre vi segnalo alcune sue poesie:

(senza titolo)ritorno(senza titolo)ribelle

Ma ripropongo anche il suo articolo.


AIUTO

Io ve lo dico…
Devo trovare 500 euro entro il 31 agosto o vado a prepararmi da dormire al parco pubblico.Io vivo con il reddito di cittadinanza e non ho a disposizione questa cifra perché posso prelevare solo 100 euro al mese in contanti.Ho proposto un pagamento rateale fino al saldo del debito che è stato rifiutato. Ora se trovassi questi soldi mi impegno a rimborsare mensilmente 80 euro fino al saldo.
Lascio qui il mio IBAN.Se qualcuno mi può aiutare gli sarò grato per sempre.Grazie in anticipo.
POSTEPAY EVOLUTION
5333 1710 9594 0488
SCADENZA 10/ 24
IBAN:
IT53A3608105138299278699283

Daniele Cerva

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Argomentario partnership

Gianesiniiiii!

– Chi urla?

– Io! La endorsum. Dove sei finito?

– Per verdi pascoli e a ogni passo saluto nutrie spuntate dal fosso.

– Eh?

– Cavalco un unicorno in raggiungimento dell’arcobaleno.

– Alessandro, ma hai chiuso il blog! E noi come faremo?

– Che ognuno insegua il proprio sogno.

– Ma Socio, stai gurizzando… (puntini di sospensione in tuo onore)

– Dici? Non importa, ho scoperto la vita… se è da guru…

– Ma… ma…

Mamma ma, mamma maria ma mamma ma, mamma maria ma…

– Ale, ci manchi già. Buona vitaaaa!

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Argomentario

Certi prima e certi dopo

Non conosco Daniele, ma gli ho riconosciuto l’impaccio del chiedere.

Non lo conosco, dicevo, ma so che certi prima determinano certi dopo.

Questo sotto è il suo articolo (l’IBAN è stato aggiunto in seguito). Mi è parso giusto dare un po’ più di visibilità al tutto.


AIUTO

Io ve lo dico…
Devo trovare 500 euro entro il 31 agosto o vado a prepararmi da dormire al parco pubblico.Io vivo con il reddito di cittadinanza e non ho a disposizione questa cifra perché posso prelevare solo 100 euro al mese in contanti.Ho proposto un pagamento rateale fino al saldo del debito che è stato rifiutato. Ora se trovassi questi soldi mi impegno a rimborsare mensilmente 80 euro fino al saldo.
Lascio qui il mio IBAN.Se qualcuno mi può aiutare gli sarò grato per sempre.Grazie in anticipo.
POSTEPAY EVOLUTION
5333 1710 9594 0488
SCADENZA 10/ 24
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Daniele Cerva

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Giulia nona e ultima

EBBEN SÌ, SIAMO ALLE BATTUTE FINALI (LETTERALMENTE)

COME AL SOLITO GIULIA È SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Caldo, pulizie e ricerca di ritmi

Ritmi.

Quelli nuovi. Quelli dal silenzio.

Mica facile!

Non impossibile.

(buona visione)

Stomp in versione relax.

Ok, poi ci sono i vicini che ci mettono del loro…

Stomp in versione relax.

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Giulia ∞

QUALCHE CONTO LO DEVE PUR FARE ANCHE GIULIA

COME AL SOLITO SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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luoghi X

134 Km

Turm è una torre di pietra a pochi metri dall’acqua.

Ha un respiro baritonale e radici (umide di sepolture). Prima dell’aggiunta di altre forme in pianta, setaccia angosce al suo costruttore (e le monda).

Goetheanum è un grande cerchio sbocciato al sole.

Ha sfere che cantano e radici (solide sulla pirite). Prima di svanire nell’atmosfera densa, accoglie l’arte del suo costruttore (liberandola).

Certe distanze non hanno fiato. Altre hanno vento.

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Giulia sette

GIULIA E GLI UOMINI

SÌ, EBBENE SÌ: SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Ferie!

Unsplash

Ebbene sì, anch’io!

Ne approfitterò per riposare, terminare il sequel di X, scrivere articoli da proporre al rientro, girellare, svagarmi.

Ho promesso al mio socio di concludere le avventure di Giulia e sarà l’unico impegno (settimanale) che mi vedrà anche presente nei commenti.

Però alla corrispondenza rispondo: endorsement@virgilio.it

Buona estate a tutti! 😀

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Melville

Quando lessi Melville accadde qualcosa di strano.

Non ricordo la mia età, solo ciò che fu.

Appassionatami come mai prima ai personaggi, decisi di stringere con loro un patto. Sì, non è procedura comune, ma questi uomini ricchi di sfumature ambigue avevano alimentato una curiosità caparbia e capricciosa. All’epoca non mi resi conto della conseguenze, eppure fatico a condannarmi, perdonando sempre ogni decisione al limite.

Il patto dicevo, pensai potesse essere una buona idea e lo proposi. Si raccolsero per un tempo lasso e ciascuno mi portò poi una personale risposta. Giusto. Ci salutammo nell’ora incerta e mi dimenticai di loro.

Il patto dicevo, il parto di una mente giovane e ambiziosa di sostanza, in sfida, amante del gioco proibito, lo formulai in questi termini: sarò in grado d’incontrarvi nella vita, promettetemi di farvi riconoscere.

Così è stato. E non è stato facile. Così è.

Oggi uno di loro si è reso riconoscibile e come ogni altra volta il boccone è sceso amaro.

Le sue parole sono scivolate semplici, sincere, modeste e le rispetto come si rispetta l’opera di un genio: “Preferirei di no.”

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Le età dell’innocenza 8

– Eccoti Pucci Amoremio! Com’è andata dal veterinario, caro?
– Male.
– Cos’ha il mio Pucci?!
– Non sono riuscito a farlo entrare.
– Cioè?
– Dopo 5 secondi ha attaccato un pastore tedesco e ha morsicato la mano dell’assistente.
– Pucci tesoro! Che ti hanno fatto Amore?
– L’ho dovuto portare via prima che mi facessero a pezzetti.
– Pucci vieni dalla mamma! Ti hanno fatto arrabbiare, piccolino? Eh? Tesoro, baci baci baci.
– Puoi non farti leccare la faccia?
– Ma sei pazzo? Questi sono i baci del mio bambino.
– È che poi ti bacio anch’io.
– E allora? Non c’è niente di schifoso, è amore, vero piccolino?
– Sì, ma… si lecca il culo!
– Pucci, Amore, non è cattivo, è solo un po’ invidioso, capisci? Ha paura che voglia più bene a te che a lui. Ma adesso la mamma gli spiega bene come stiano le cose, non preoccuparti, ci pensa la mamma a metterlo al suo posto.

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avviso

Oggi il 50% dei miei commenti non è stato pubblicato. In diversi avrete in SPAM qualcosa di mio (nel migliore dei casi). Essendo la situazione nuova e fastidiosa chiedo: sapete se ci siano soluzioni di qualche tipo? Lo chiedo prima di buttarmi in una cieca e furibonda lotta con WORDPRESS. (oh, prima dovrò salvare altrove tutti i miei articoli…)

Nel frattempo userò i messaggi che mi avete lasciato qui per comunicare con tutti.

Grazie e scusate il disturbo, come si diceva una volta 🙂

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Le età dell’innocenza 7

– Caro mi ascolti?

– Sì.

– Non sembra. Cosa guardi?

– L’unghia.

– Allora mi stai ascoltando.

– No. Se guardo l’unghia non posso avere un pensiero che la riguardi?

– Mi sembrava assurdo.

– Hai creduto, quindi, che ti stessi davvero ascoltando perché se guardo un’unghia non ho di meglio da fare che ascoltarti?

– Be’ sì. Quella è l’unghia che ti sei appena tagliato, è già un rifiuto, presto la butterai e non ne avrai nemmeno il ricordo.

– Sbagli cara, devi capire, capire che ci può sempre essere dell’altro anche quando mi guardo un capello sul pettine.

– E cosa devo capire? Che sei in lutto tutte le volte che ti si squama la pelle, che ti soffi il naso, che vai al gabinetto?

– Brava!

– E perché dovrei essere partecipe di questi lutti quotidiani?

– Per capire me, no?

– Credo di non volerti conoscere così approfonditamente.

– Ma sono il tuo pigmalione!

– Grazie, sì, ti devo quasi tutto, ma piangerti la forfora no, è troppo.

– Vedi che non vuoi capire, non sei stupida, sei ottusa…

– Cosa fai adesso?

– Metto l’unghia in una tabacchiera, raccolgo reliquie da vivo.

– Che schifo!

– Lo faccio anche per te, quando sarò morto le potrai vendere.

– Ma sei pazzo? Nessuno comprerà mai certa roba!

– Perché? Non credi che qualcuno possa bramare il mio DNA?

– E per farci cosa?

– Sapevo di non doverti chiedere troppo.

Le età dell’innocenza 1234568
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Le età dell’innocenza 6

– Non ho fame, dallo al pitone.

– Il pitone non mangia i tuoi avanzi.

– E cosa mangia?

– La cavietta.

– Mi hai riempito la casa di topi?

– Te ne sei accorto finalmente.

– Ma io pensavo fossero l’alludere alla mia mancanza di attenzioni!

– Ha dato qualche risultato?

– No, per questo non mi preoccupavo del fatto che aumentassero di numero.

– Sono solo cibo.

– Ma dobbiamo proprio tenere quella bestia in casa?

– È un animale come un altro, che fastidio ti dà?

– Un enorme fastidio!

– Ce l’hai con lui perché è più lungo del tuo pisello.

– Che stronzata! Anche gli alberi hanno rami più lunghi del mio pisello!

– Lo so…

– Che vorresti dire?

– Niente, dico solo che lo so.

– Ah, lo sai, lo sai eh? E che altro sai?

– Che non te la prendi con tutti gli alberi andando a tagliargli i rami, quindi perché prendertela con il pitone?

– Perché mi fa senso! E non lo voglio in casa mia!

– Preferisci che mi prenda un cane?

– Non voglio animali in casa!

– Ma io sì!

– Se ti prendo un vibratore è lo stesso?

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Le età dell’innocenza 5

– Che musica sublime, vero?

– Un’esecuzione mediocre.

– Ma che dici? È magnifica!

– Magnifica non direi, nella norma, dai, non di più.

– Perché?

– L’arrangiamento non è nemmeno originale, è copiato qua e là, pari pari. I musicisti sono quanto di meglio si sono potuti permettere, niente di eccelso quindi.

– Come sei categorico, a me sembra stupendo.

– A te.

– Cosa vorresti insinuare, che non ho una sufficiente cultura musicale per distinguere?

– No, per carità, è che devi ancora studiare, ascoltare, leggere anche qualche testo tra quelli che ti ho regalato.

– Con calma, ho anche altro di cui occuparmi.

– Esatto…

– Be’ e nel frattempo non posso esprimere i miei pareri?

– Con cautela, sii solo un po’ più prudente, soprattutto quando siamo in pubblico.

– Ah!

– Ecco.

– Ti ho mai messo in imbarazzo davanti ai tuoi dipendenti e amici?

– Qualche volta.

– E non me l’hai detto?

– Non sarebbe stato carino.

– Non lo è nemmeno ora, se è per questo.

– Sì, ma adesso almeno è chiaro che devi stare un attimo più attenta.

– Ah!

– Ecco.

– Dicevo, davanti ai tuoi dipendenti, nonché amici…

– Sì?

– Perché gli unici amici che hai sono i tuoi dipendenti.

– Bene, colpito e affondato, adesso mi prometti più attenzione?

– Ci penserò.

– Attenzione e cura.

– Cura in cosa?

– Nell’aspetto, cara.

– Che cos’ha il mio aspetto?

– Lo stile eccessivamente giovanile.

– Ma io sono giovane!

– Eh, dimostrare qualche annetto in più non ti farebbe male.

– Dovrei vestirmi come tua moglie?

– Ottima idea, per domani ti organizzo un appuntamento a casa sua, che ne dici?

– Vaffanculo!

–Ok, facciamo la prossima settimana allora, il tempo di sbollire, eh? Sei adorabile quando ti arrabbi, dai, vieni qui, fatti toccare, mh, sei calda quando ti arrabbi, mi fai impazzire…

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Le età dell’innocenza 4

Marisa Solinas e Bob Henry sul set di Una colt in pugno al diavolo

– Un’altra lettera?

– Sì.

– Chi te l’ha scritta?

– Un produttore.

– È stato gentile.

– Non direi, non sono condoglianze.

– Ah, di che si tratta?

– Mi vuole far causa.

– Ma chi è, quello dello spettacolo dell’anno scorso?

– Sì.

– Be’…

– Che c’entra, come osa?

– Eh!

– Cos’è questo tono, non vorrai dargli ragione?

– Vuoi dargli torto?

– Certamente!

– Hai fatto saltare otto date.

– E con questo?

– Sono un bel po’ di soldini.

– Non stavo bene.

– Non è vero, una sera ti ha beccato in una sala slot.

– Non posso spendere il mio tempo e il mio denaro come preferisco?

– Il suo denaro.

– Il mio! Vaffanculo!

– Dovresti limitarti, lo sai.

– È un passatempo.

– Il marito di Arianna è uno in gamba.

– Vuoi che vada da un terapista? Ma sei scema?

– No, dicevo così, nel caso in cui…

– Io non ho bisogno di loro, loro hanno bisogno di me!

– Sì, però, due parole soltanto, durante una cena a due, magari.

– No!

– Non puoi continuare a giocare alle macchinette.

– Non chiamarle così, non sono un tossico, è gioco d’azzardo. Il casinò è troppo lontano.

– Ma se vai anche dal tabaccaio a giocare!

– No, non mi mescolo, è capitato solo una volta intanto che ti aspettavo.

– Ah, è colpa mia allora!

– Se tu ci avessi messo meno a prepararti io nemmeno ci sarei andato a prendere le sigarette.

– Tu non fumi!

– Le sigarette di scena, per lo spettacolo, no?

– Potevi mandare la segretaria!

– Visto che avevo del tempo ho pensato allo spettacolo, che c’è di male?

– Allora non è colpa mia, sei tu il solerte.

– Più o meno.

– Sei tu, il vizioso.

– No!

– Ci passi quattro ore al giorno!

– Non è vero!

– Ma non puoi trovarti un’altra dipendenza, cristo santo?

– Già fatto, che credi, le esperienze le ho provate tutte!

– Bravo! Fatti prosciugare il conto in banca allora!

– Già fatto, che credi, ho detto tutte.

Le età dell’innocenza 1235678
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Giulia sesta

GIULIA IN VIAGGIO?

DI SICURO È GIUNTA SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Le età dell’innocenza 3

– Dove vai?

– Sembri mia moglie.

– Eh…

– Non sei mia moglie!

– Acuto.

– Nemmeno la mia segretaria!

– Cosa sono?

– Il mio scacciapensieri.

– Ho fatto progressi.

– Brava.

– Grazie. Dove vai, dicevo?

– A farmi fare un massaggio.

– Non è vero.

– A farmelo ciucciare da un trans.

– Non è vero.

– E che cavolo!

– Dai, dove stai andando?

–  …

– Credi davvero che non lo sappia? Volevo darti la possibilità di essere sincero, almeno con me.

– Sto con te perché posso essere sincero e trattarti male, cosa vuoi che ti nasconda?

– Le iniezioni di botulino.

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Le età dell’innocenza 2

– Ancora con la scorta?

– Sì.

– Che palle!

– Senti, non iniziare…

– Mi dà fastidio, tutto qui.

– Non ne posso fare a meno.

– Lo so, lo so, è che io sogno una nostra fuga, da loro, in un albergo, tu ed io, soli, come due amanti in incognito.

– Siamo due amanti.

– Ma con la scorta si istituzionalizza tutto!

– Non dire cazzate.

– Guardami mentre parlo, lascia stare il tablet, sto dicendo che si perde la poesia, il brivido, la trasgressione. No?

– No.

– E siamo anche ricattabili!

– Tu? Io lo sono, mi sembra già un bel brivido, scusa.

– Be’, anche io sono ricattabile.

– Davvero? Di che ricatto stiamo parlando?

– Che ne so, potrebbero spifferare tutto a mio padre.

– Ci ha presentati lui, avete una nuova casa al mare, mi sembra che sia largamente al corrente di cosa faccia sua figlia.

– …

– Su, via quel broncio, non dicevo davvero.

– E come dicevi?

– Sono un po’ nervoso, ho una riunione tra poco, devo farti portare al ristorante.

– E tu non vieni?

– Dopo.

– Ma io mi annoio!

– Ecco, non bere nel frattempo.

– E cosa faccio allora?

– L’altra sera ti hanno portata via dal ristorante mezza nuda, con il cestello del vino in testa.

– Stavo facendo il mio numero!

– Conosci solo quello?

– Sì.

– Ecco, non spogliarti però, non ti ho presa in un night.

– Parli come mio padre.

– Eh, più o meno…

– Perché non mi presenti a tua figlia?

– Non è il momento.

– Ma io voglio trovare il mio posto nel mondo!

– Ce l’hai già.

– E che posto è?

– Non è chiaro?

– No, dico un altro posto, quello professionale.

– Ah, professionale.

– Certo, come mi vedi tu?

– Nel mio letto.

– Sì, a parte il tuo letto, maleducato, non sono mica una di quelle.

– Mh, professionale eh? Direi che potrei pensare a un segretariato.

– Segretaria?

– Sì.

– Bleah!

– No?

– Ma no, qualcosa di più eccitante, qualcosa che mi metta un po’ più in evidenza, ecco.

– Scusa, sono arrivato, ne riparliamo. Ciao. Non ubriacarti, e nel tragitto fermati al negozio di lingerie, questa sera ti vedo gattona, ok?

– Gattona? Con la coda e le orecchie? Mi vedi gattona? (Ma che catz di fissa per i fumetti…)

Le età dell’innocenza 1345678
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Le età dell’innocenza 1

– Questo articolo parla molto bene del tuo ultimo saggio, è che non capisco cosa voglia dire qui…

– Fammi vedere, dunque, sì, l’ho letto stamani, vuol dire che la mia reinterpretazione del mito è simile in spessore e importanza a quella scritta un trentennio fa da quest’altro signore.

– Lui l’ha scritta prima.

– Sì, ma io ho dato un’interpretazione un po’ diversa.

– Ma se tu non avessi letto la sua adesso cosa avresti scritto?

– Qualcosa di simile a ciò che ho scritto, ma senza citarlo in lungo e in largo.

– Allora sarebbe passata inosservata.

– Non è del tutto sbagliato, brava la mia Piccola!

– Ma quanto è originale ciò che hai scritto?

– Non molto, un altro signore, questo citato, era arrivato allo stesso punto più o meno due secoli fa.

– E allora?

– Allora niente, io ho cambiato l’ordine degli addendi e ho usato un linguaggio moderno.

– L’hai copiata?

– Non si dice così, ho ripercorso le sue orme.

– Ma spessore e importanza li aveva già messi lui?

– Sì, non è sbagliato.

– E allora?

– Allora funziona così, mi guadagno da mangiare così, sono famoso perché ho fatto quello che stai facendo tu adesso.

– Cioè?

– Questa baracca me l’ha lasciata la signora che è nella foto all’ingresso.

– Ah, non è una parente?

– No, non la stai studiando all’università?

– Ah! È lei!

– Brava.

– Apperò!

– Che c’è? A cosa pensi?

– Che metterò la tua foto accanto alla sua.

–  Non correre così veloce, Piccola.

Le età dell’innocenza 2345678
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Atlas-A

GIOCO DI RIMBALZO PER RIPROPORRE DAL SITO WORLDOFSPHAERA.COM L’OTTIMO RACCONTO DI MOONRAYLIGHT.
PARE NON SIA STATO SEMPLICE CONVINCERLA A SCRIVERLO… CHI VI È RIUSCITO HA TUTTA LA NOSTRA GRATITUDINE.
BUONA LETTURA!

Hades’ Star –Warp Lane Hub by GabrielBStiernstrom (deviantart)

“Ferma, devi restare assolutamente immobile.” il raggio bluastro era gelido più del ghiaccio e lei doveva sforzarsi di non contrarre i muscoli ad ogni passaggio.
“Ci siamo quasi, l’ultima scansione, poi è fatta.”
Per tutta la vita il suo difetto di fabbrica l’aveva emarginata.
Adesso quel difetto era diventato di interesse Ghe-politico, addirittura. Ironico, no?
Si strinse nelle braccia sfregando il maglione, per richiamare un po’ di calore nel corpo.
“Ecco qua” Gala le consegnò una lastra blu-violacea grande quanto una noce.
“Distruggerò tutto il macchinario e tu, tu non perderla e soprattutto non fartela fregare. Sai cosa…”
“Si lo so, lo so benissimo.” rispose Khary in tono sbrigativo.
“Domani verso l’ora di pranzo.”
“Ok.”
Khary si tirò su il cappuccio e corse veloce sotto la pioggia, saltò al volo sulla navetta e scese con un balzo dieci minuti dopo, senza mai alzare lo sguardo.
Soffiò nella toppa, la porta si aprì e appena entrata i vestiti scivolarono sul pavimento. Una bella doccia calda, sì!
Mentre si asciugava indugiò con lo sguardo sul riflesso nello specchio.
Quando era stata l’ultima volta che si era guardata? E quando si era veramente vista?
Gli occhi seguirono le chiazze verdastre che disseminavano il suo corpo in un ricamo senza senso.
Quanto dolore, quanta solitudine a causa loro. Eppure, erano un dono, un dono scoperto tardi e che forse avrebbe preferito non scoprire mai.
Seguendo le chiazze sul corpo di Khary con quel puntatore glaciale, si otteneva la mappa tridimensionale dell’accesso X-J che conduceva al portale di Atlas-A: l’origine di tutto, e dove tutto avrebbe avuto fine.
Ad Atlas-A si generava il Destino dei Mondi: ecco perché nessuno doveva sapere dove fosse.
Gala aveva rivelato a Khary delle sue nobili origini Atlassiane e del suo ripudio, quando fu profetizzato che la bambina greenspot avrebbe aiutato i Mondi e cambiato per sempre il Sacro Finale.
Da allora la sua vita ed il suo destino erano cambiati completamente.

L’orologio scoccò mezzogiorno. Gala era già lì, in attesa. Giocherellava con i capelli fingendo di guardare i mosaici, per non dare nell’occhio.
“Eccomi, scusa ma stavolta non è stato facile seminarli.”
“Le spie di Mahov sono sempre più scaltre, ma noi lo siamo di più Greeenspot, puoi esserne certa.”
Salirono sulla navicella, Gala fece cenno e Khary inserì la lastra.
Si sentì un forte tremore, poi un sibilo ed ecco: davanti a loro l’imponente cascata di Thalyeniyt, lo sbarramento del portale di Atlas-A.
Si stavano ancora stabilizzando quando il lobo sinistro di Khary si illuminò.
“Klod? Ma come…”
“Lo sai che ti sento sempre arrivare molto prima del salto lungo le greenlines, sciocchina.”
“Sì, lo so, ma ne resto ancora stupita, ogni volta.”
“Avanti, vi ho liberato il canale.”
La navicella scivolò via veloce e alla fine del canale rallentò la corsa, per atterrare dolcemente su di un prato cremisi.
Khary premette il pulsante di apertura e la porta si scostò di lato. Klod era lì, la guardò. E sorrise.
Scese le scalette in un lampo e gli corse incontro.
“Khary, lo sai.” tuono’ Gala dalla navicella.
“Sì, lo so, lo so molto meglio di te.”
Klod estrasse una tessera dalla tasca “Ecco, questo è quanto hanno deciso per i prossimi tre mesi riguardo B-Nyja, Y-Ka e Epsylon-S.”
“Oddio, no! Io… Cavolo, stavolta non so se riuscirò a mutare i flussi.”
“Lo so, gli investimenti sul potenziamento delle Determinazioni hanno dato risultati notevoli. Ma tu sei più tosta di qualsiasi scienziato, perche’ tu hai il Dono.”
“Klod…”
“Shhh. Ce la puoi fare e ce la farai, io lo so.”
“Sbrigatevi: tre minuti.”  Gala controllava l’orologio picchiettando il piede contro la scaletta.
Khary cinse Klod in un profondo, avvolgente abbraccio. Lui sfiorò la chiazza verde che le tagliava trasversalmente il viso e lei si ritrasse cercando di sottrarsi al suo tocco.
“Perché? Lo sai che a me piaci così come sei. Così sei tu e tu soltanto.”
“Lo sai che adesso siamo già a tre minuti? Lo sai che se resti a contatto con me e le mie chiazze oltre tre minuti, morirai?”
“Lo so. Tu invece sembra non lo sappia.”
“Che cosa?”
“Che non mi importa.”
“Folle, sei uno stupido folle!”
“Ascolta, ragazzina…”
“Khary!” Gala lanciò un urlo di terrore.

00:03:01

moonraylight

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Il senso di colpa

Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso terrestre. Scuola romana del XVII secolo (immagine da qui)

NON LO SI PUÒ NEGARE: C’È, AGISCE, LAVORA.

IN QUESTO REGALONE DONATOMI DA ALESSANDRO GIANESINI NON C’È TIMORE DI GUARDARNE GLI OCCHI CUPI.

BUONA LETTURA

(GRAZIE ALE…)


«Nooooo!» mi sveglio urlando e con la fronte imperlata di sudore.

Mia madre si precipita in camera mia, accendendo la luce «Cos’è successo?» l’espressione di apprensione sul suo volto si smorza dopo una rapida occhiata tutt’intorno.

«Niente, mamma, solo un brutto sogno.» ora dal suo volto trasuda compassione «Va pure a dormire.» mi fa incazzare quando vedo le facce da cui traspare la pietà. Soprattutto se è rivolta a me «E spegni la luce.»

«Buonanotte.» sussurra dopo aver premuto l’interruttore e accostato la porta. Sento i suoi passi che si allontanano e qualcos’altro: un singhiozzare sommesso?

Sospiro e chiudo gli occhi, ma la sua immagine mi si staglia nel cervello appena abbasso le palpebre: lei è lì, davanti a me, con un’espressione sorpresa dipinta sul volto: allungo la mano per sfiorarla, ma resta sempre al di fuori della mia portata e poi…

No, non riuscirò a dormire neanche stanotte.

Accendo la luce del comodino, prendo un libro ma tutto mi ricorda lei: quel poster del suo gruppo preferito, la maglietta che mi aveva regalato. Prendo foglio e penna e inizio a scrivere di getto.

Quanto tempo è passato? Un anno intero? E tu dove sei? Perché doveva finire così?

Le emozioni turbinano nel mio petto, ma nessuna riesce a prenderne possesso e il ricordo di quel che è stato e di come avrebbe potuto essere le tiene lontane.

Non sono mai riuscito a piangere, né a urlare, solo pensare e ripensare a cosa avrei potuto cambiare nella mia vita, nella nostra vita.

Abbasso di nuovo le palpebre, ma il tuo sorriso si trasforma in un muto saluto, con una lacrima che ti scivola lungo la guancia. La tua figura è avvolta da una nuvola di polvere che gli pneumatici alzano slittando sulla terra secca e arida.

Apro la finestra: il cielo è limpido e stellato come quella sera, un anno fa, ma tu non sei qui con me.

Perché litigammo? Non lo ricordo neppure, ma so che successe e io me ne andai, lasciandoti sola nella notte. Il giorno dopo: il giorno dopo non è più stato vivere.

Ora però tornerò da te e faremo pace e il mio cuore tornerà leggero com’era un tempo.

La mattina dopo, sua madre entrò nella stanza, vide il letto sfatto e la finestra aperta. Sulla scrivania il foglio con le sue parole:

“Vado a cercarla, non posso più star qui a vivere o fingere di farlo.

Se lei ha sofferto è colpa mia;

se lei non è qui, è colpa mia;

se lei si uccisa, è colpa mia!”

Il corpo del giovane giaceva nella vasca, le vene dei polsi tagliate fin quasi al gomito e il sangue mischiato all’acqua ancora tiepida. Sembrava sereno.

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Quindi poi è andato tutto bene?

LA DOMANDA È INTERESSANTE. RIPUBBLICO UN ARTICOLO DI ANDREA ROCCIOLETTI PER FARLA RIMBALZARE


Quindi poi è andato tutto bene?
So then everything went well?
Alors tout s’est bien passé?
Urban art, 2020.

“L’arte dovrebbe fare luce
sul carattere vulnerabile e interconnesso
di ogni cosa.”
– Cyprien Gaillard.

Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 1
Quindi poi è andato tutto bene? n.1
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 2
Quindi poi è andato tutto bene? n.1

“E’ il trionfo del tempo vuoto. Svuotate le città e svuotati noi, senza più impegni improrogabili, incombenze incalzanti, faccende da sbrigare, costretti ad un romitaggio che non avevamo cercato e che sgomenta. Homo solitarius aut deus aut bestia. Aristotele. Ma non aspiravamo a tanto. Ci saremmo accontentati di trascinarci nelle nostre esistenze mediocri, contrassegnate da piccoli egoismi quotidiani, dalla meschinità di qualche cosiddetta buona azione compiuta senza sforzo, bagatelle per mettere a posto la coscienza. Ci sarebbe bastato andare avanti con le misere gioie di possedere qualcosa che ci qualificasse e in cui identificarci: una casa, un abito, un’auto, un cellulare – un amore, perfino. E sempre pronti, poi, a buttare via senza indugio il vecchio per il nuovo, in una rincorsa spasmodica verso un di più, un ancora che non ci avrebbe saziato mai.”
– Lorella Pagnucco Salvemini, ArteIn n3. maggio/giugno 2020.

Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 3
Quindi poi è andato tutto bene? n.2
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 4
Quindi poi è andato tutto bene? n.2
M.Donner Manuale di autodistruzione Saggiatore
M.Donner, Manuale di autodistruzione, Saggiatore.
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 5
Quindi poi è andato tutto bene? n.3
Roccioleti - Quindi poi è andato tutto bene? 6
Quindi poi è andato tutto bene? n.3
A.Emo In principio era l'immagine Bompiani
A.Emo, In principio era l’immagine, Bompiani.

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Work in progress

Work in progress 1
Work in progress 2

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Non so disegnare.

Roccioletti - non so disegnare 1
Roccioletti - non so disegnare 2
Roccioletti - non so disegnare 3

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S.Sontag La coscienza imbrigliata al corpo Nottetempo
S.Sontag, La coscienza imbrigliata al corpo, Nottetempo.

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Forma e contenuto.
Reloaded art: 9 feb 2020.

Ho preso un abbaglio.
Reloaded art: 10 feb 2020.

Movimento per violino.
Reloaded art: 20 mar 2020.

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Letture consigliate

R.Barilli, Tra presenza e assenza, Mimesis
E.M.Di Palma, G.Pagliasso, Il nuovo mondo estetico, Marco Valerio.
S.Vaccaro, Eterotopie anarchiche, Elèuthera
C.Demaria, “Teorie di genere”, Bompiani
E.Illouz, “La fine dell’amore”, Codice
D.Serafini, “Schiavi elettrici”, People
AA.VV, “Rimediare, ri-mediare”, Franco Angeli
P.Benanti, “Digital age”, SanPaolo
D.Rushkoff, “Team Human”, Ledizioni.
P.Godani, “Tratti”, Ponte alle Grazie
J.Guerra, “Il corpo elettrico”, Tlon
C.Demaria, Teorie di genere, Bompiani

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N3ÜRØ – ERROR-[404]

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Ping pong

Mulitplayer (immagine da qui)

«NiiiiHAaaaaa!»

Esce dalle labbra a mo’ d’acuto spasmo e rientra in riscucchio verso la macina sciocca dei denti. Il collo issa un capo pesante d’ingombri e gli occhi si aprono piano in controllo. Nessuno.

«Alvì-na!»

Dall’ombra si palesa la donna; premura e azione animano un corpo stanco.

«Signora?»

«Le ciabatte.» la e è ancora nell’aria quando il collo cede all’estrema fatica, e molla: planf!

«State bene Signora?»

«Ma sì… ho sete.»

«Quella sete, Signora?»

«Mh.»

Alvina raccoglie l’abito a teli di georgette arancione ed esce dalla camera senza produrre un rumore.

«Ah…» suono troppo evanescente: si riprova «Aaaah»; non basta «AAAAAAAH!!!» bene, ora si ode. Una mano esce furetta allo scoperto, saggia il mento, la mobilità del naso e spiana la fronte di palmo. La gemella la raggiunge e coordinate massaggiano piano le tempie.

«Porca vacca che ciucca!»

Che ciucca? La bocca si apre, i ricordi li organizza così. Dunque: cena da Gianna (discreta); spostamento al cinema per caricare Patrizio (non guida); rientro da lei con Gianna e Patrizio per la partita di ping pong (settimanale). Punto.

Chi ha vinto? Lei, Gianna, Patrizio. Ok. Arriva Lenny (Lenny…). Il gioco non s’interrompe (e perché mai). Lenny arriccia il naso e in sala accende l’impianto hi fi (si distrae). Il gioco non s’interrompe. Lui si impegna preparando dei cocktails (come in uso). Il gioco non s’interrompe. Lenny vede bene di cadere portando da bere (porcazzozza!). Ha il punto.

Il punto a Lenny l’ha dato Onorina al pronto soccorso che, sul finir del turno, si è proposta per il 4° in coppia. Rientro. Lenny, dopo il punto, ha visto bene di non vincere altro e si è accasciato in poltrona col braccio pendulo.

«Lenny! La pallina è finita da te!» lui ha guardato la piccola e insignificante rompicazzo, ha abbandonato la poltrona per andarle incontro e, con suola decisa, l’ha schiacciata: crack! Al suono si sono affacciati i quattro con diverse modulazioni d’insulto. Punto a Lenny.

Gliel’ha dato Onorina dopo che Gianna ha tirato furiosa la clutch gioiello, prendendogli il naso.

E dopo?

Dopo, il nostro ha imbastito una lunga lamentela quasi esiziale, con accuse d’insipienza agli amici. Passaggio di mano in mano di un colmo bicchiere di whisky scozzese. Approdato alla salda stretta del tumefatto, la richiesta è stata, a lingua scoccata al palato, di aver compagnia. Gianna l’ha punzecchiato, Onorina gli ha controllato il cucito, Patrizio si è servito un cognac.

E poi? Non ricorda. Punto.

Si alza dal letto, nuda. Le duole una natica, palpeggia. Si sposta allo specchio a parete e si torce. Segno di denti.

«Merda!»

Doccia, intimo e un sospetto. Apre piano la porta e osserva la scena: sull’enorme divano firmato un intreccio di quattro corpi sogna, boccheggia, russa. Sorride, si veste in silenzio e piano esce, sorpassa i sopravvissuti agli amplessi e raggiunge la cucina. Alvina le serve il dovuto, le mostra una busta e le consegna il telefonino.

«Hanno chiamato cinque volte, Signora.»

«Grazie.»

Mangia con infinita lentezza e sul finire fuma la sigaretta mattutina. Qualche boccata e la spegne. Ricorda. Sorride. Adesso ha fatto il punto.

«Pensa tu ai ragazzi. Questa notte non torno. Resto in convento con le consorelle.»

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La tregua della Gazza e il potere estraniante della musica

– Che succede?

– Schermaglie.

– Eh?

– Sì, lancio bottiglie e sedie.

– Lancio bottiglie e sedie?

– Adesso anche un cestello del ghiaccio e una sagoma cartonata del Campari.

– No! La sagoma del Campari no!

– È inutile che scendi, dopo le esplosioni dei sacchetti di patatine non è rimasto molto, tra una decina di minuti si scambieranno le pagine della Gazzetta. Mettiti pure tranquilla.

– Tranquilla? Tranquilla?! Ok: musica.

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ciao Roby

Ciao Roby (immagine da qui)

ciao Roby

passa a trovarmi, quando vuoi

ma prima ammantali, ti prego

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Giulia sic (cinque)

GIULIA COSA CERCA?

LO TROVERÀ SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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Speciosità dei rapporti

(immagine da qui)

«Non ti vedo, dove sei?»

«Sono qui, raggiungimi!»

«Ma non ti vedo…»

«Dai!»

La mano s’immerge in un latte nero. Cercando il corpo morbido ne teme l’impatto. La stanza s’illumina e tutto cambia colore. Una voce di donna chiede.

«Cosa stai facendo Amore?»

«Cerco la mozzarella mamma.»

«Ma ti ho sentito parlare.»

«Sì, parlavo con lei.»

«Tesoro, lo sai che poi non riesci a mangiarla.»

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Stai da me questa notte?

“Stai da me questa notte?”. Sì.

Non è la prima volta che ti svegli nel suo letto. E che lo trovi vuoto. Vuoto.

È la prima volta che ti svegli nel suo letto e decidi di portarti via le lenzuola. Via le lenzuola. Via il tuo odore. Riprendersi il dato. Con un sacco.

Allora ti guardi un po’ in giro. Via tutto ciò che ha avuto l’onore di un tuo tocco. Nobilitare il nulla. In tre bauli.

Via tutto ciò di cui hai consigliato l’acquisto. Il tuo gusto per il suo abitare. Quattro borsine.

Via anche ciò che ti piace, tutto ciò che ti è sempre piaciuto di quell’appartamento. Il ratto di uno stimolo estetico. Tre scatoloni.

Quanti i ricordi degli amori che ti hanno preceduta, ma tu sei l’ultimo amore, quello significativo, hai già strappato le facce alle altre, le hai già annegate nella massa di ricordi nuovi e indelebili, portarti via le loro minute pendenze non offenderà nessuno. Lo scalpo. Un sacco nero.

C’era qualcosa che non andava. Via le fotografie. Nella mia immagine la mia anima. Una cartellina.

Cosa non avete fatto sul tavolo, sul tappeto, sul divano. Frammenti di vita. Via.

Certo, qualcosa non andava.

“Sì, porti via anche questo” hai detto all’uomo dei traslochi “e dove portiamo tutto?”, eh, e dove portano tutto? “Al mercatino dell’usato”, “Lei abita lì?”, no, non abito lì.

Poi sei uscita sul balcone, hai dato un colpetto con il piede alla gamba dell’uomo seduto sulla panchina liberty. Il corpo si è lasciato cadere sul fianco. Hai controllato che non respirasse e sei uscita seguendo un TIR.

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Ieri

Ieri l’ha fatto.

Marte, il mio pianeta, è finalmente venuto a trovarmi.

Non pratico molto le evenienze intorno agli spostamenti dei pianeti, ma devo dire che arrivando ha portato doni.

Di più:

3 REGALONI!!!


Allegropessimista, l’altro ieri, approfittando di una mia errata lettura di uno dei suoi magnifici aforismi, ha buttato lì un “Bella la metto a nome tuo, dammene altre 3 e la battuta del giorno è tua”. Non frequento il genere (aforismi), ma la cosa mi ha divertita. Ecco il primo esperimento e il REGALONE di Allegro è, al di là della visibilità, l’avermi invogliata a sperimentare qualcosa di nuovo.
(Grazie.)

Battuta del giorno endorsum

unallegropessimista umorismo 28 giugno 2020 1 Minute

Endorsum per gli amici Endy scrittrice aforista e altro per sopravvivere. bravissima il genere è l’ermetico bisogna pensarci un po, un po, un po….. comunque pensare non fa male.

L’uomo è….. ecco la donna è……ecco.

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

Capita che il soliloquio esca dalla porta, per incontrare simili al bar.

Se un giovane ragazzo belloccio e benportante ti saluta per strada dicendoti ” ciao bella” è chiaro che vuole i tuoi soldi; se tu gli rispondi “ciao bello” è chiaro che vuoi la percentuale.

Variazione alla battuta di ieri

Il cretino ha le sue ragioni che l’assonnato non conosce.

Mi raccomando tante stelline.


FA minore, generosamente, ha sollevato dal gruppetto un aforisma in particolare e gli ha dato un abito bellissimo.
(Grazie FA minore!)

Il monaco

di Endorsum

L’alito non fa il monaco, ma aiuta.

https://endorsum.wordpress.com/

da un post di unallegropessimista
https://wordpress.com/read/blogs/150551507/posts/6509#comment-10266

P. S. Grazie alla caustica Lu per la dritta sulle mentine.


Sempre ieri Alessandria today ha ripubblicato il mio racconto LEI SULLE TUE DITA
(Grazie!)

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Giulia poker

GIULIA C’È ANCHE QUANDO NON C’È.

CONTINUA COMUNQUE A ESSERE SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

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La noia

Stranger Than Paradise – Jim Jarmusch – 1984 (foto da qui)

ED ECCO UNA NUOVA EMOZIONE REGALATAMI DA ALESSANDRO GIANESINI. (Il Socio non ne sta sbagliando una.)

È LÌ, SOTTOPELLE, PRONTA A CERCARE OSSIGENO IN QUALSIASI MOMENTO.

BUONA LETTURA

(ALE, GRAZIE!)


«[…] al triplice fischio dell’arbitro, il punteggio resta sullo zero a ze…»

«Bella partita di merda!» Sbuffo.

Mi giro a guardare mia moglie che dorme sotto al plaid e afferro il telecomando mettendomi a fare zapping. Ci provo per cinque minuti, ma senza trovare niente di interessante e spengo la TV.

Faccio passare un braccio attorno alle spalle di Elena, la tiro verso di me e le bacio il collo «Ehi, tesoro» lei muove la testa senza aprire gli occhi «a me è venuta una certa idea, che ne dici se…»

«Sono stanca, amore, lasciamo dormire.» mugugna qualcosa e aggiunge «Domani, promesso…»

Sospiro e mi alzo, guardando fuori dalla finestra: le luci dei lampioni illuminano la via, ma non si vede una macchina in questa serata d’inverno: cos’è? Han tutti paura di una spruzzata di neve? Ce ne sarà forse un millimetro…

Prendo il telefono e guardo nel gruppo degli amici di whatsapp: qualcuno ha detto che non esce, gli altri nemmeno quello han scritto.

Non ho voglia di stare a casa da solo. A dormire da solo: è sabato sera, cazzo!

Ok, deciso: esco. Mi bevo una birra e se non trovo nessuno, torno. Tanto quella, scuoto la testa guardando mia moglie nemmeno se n’accorge che non ci sono e la ritrovo dove l’ho lasciata.

Mi cambio, infilo un paio di jeans puliti e una camicia a caso, maglione, giaccone e via.

Esco dal garage e la neve riprende a cadere, stavolta più fitta. Ok, non ho le gomme da neve, ma per fare un paio di chilometri che sarà mai? Le catene nel baule ci sono, perciò…

La birreria è chiusa, figurarsi: uno vuole uscire una sera, divertirsi dopo una settimana di merda e non c’è nemmeno un posto dove andare a bere?

Sono tentato dal bar Sociale, ma con la clientela che ha è già buono se resta aperto fino alle nove di sera.

Cambio programma, andiamo fuori paese, sia mai che…

Cinque chilometri con la neve che continua a scendere e aggrapparsi all’asfalto e il risultato? Chiuso, nessuno in giro, tutte le luci spente e io a rompermi i coglioni perché non posso bermi una stramaledetta birra! Tornerò a casa, tanto, ormai, peggio di così…

Mi giro nel parcheggio vuoto e torno sulla strada: la visibilità è calata, ma tanto ci sono solo io in giro. Premo sull’acceleratore e la macchina mi va via di culo: l’adrenalina sale e io controllo a fatica il volante, ma mi sfugge un «Wow» dalle labbra.

Proseguo ancora un chilometro, con i tergicristalli al massimo della velocità: la strada è larga e io schiaccio un po’ sull’acceleratore: la macchina slitta e sento di nuovo la vita scorrere nelle mie vene.

Due luci mi arrivano dritte negli occhi: non ho nemmeno il tempo di veder scorrere tutta i miei ricordi, però sono consapevole che ora la vita scorrerà anche fuori dalle vene… per sempre.

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Chuck

Chuck 15

Ciao Chuck.

I cognomi parlano delle propensioni degli avi.

Forza! Forza!

Ciao.

pratico sistema per donare (foto da qui)
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Ali

Mikael Buck per Pinterest

Nott, la mappa è sbagliata, non può essere questo l’itinerario, non riconosco le coordinate. Ho controllato, ne sono sicuro, è escluso: le coordinate sono errate e io non le riconosco! Dai un’occhiata ai valori di scambio se c’è un’alterazione in corso, potrebbe aver fatto saltare gli altri parametri.

Tutto in linea.

Non capisco. Da qui a là ho sempre usato le stesse scale gerarchiche, stessi numeri, stesse proporzioni di riferimento, anche con la dieta idrociclotimica mi sono attenuto ai valori preferenziali per assecondare i salti di stato, sono perfettamente in soma, come le altre volte.

Alita, per cortesia.

Hhhhhhhhaaaaaaa.

Hai ragione, ma le coordinate sono quelle che vedi.

L’anomalia non è tautogena, il rischio è imprevedibile. Quanti kip abbiamo se restiamo fuori?

6 kip, riciclo a doppio flusso.

Bastano per una zona franca. Mostrami la più vicina. Ok: Pumtà. Sì, è fattibile, ma, Nott, quelle cazzo di coordinate! E chi se la sente di rischiar…

Odi. Che succede Odi? ODI! Ricompatta! Lascia il salto e ricompatta subito!

Ali Nott, da dentro. Capisci? Oddio, mi escono ali dalla bo-cca, le vedi? Le vedi anche tu? Ali venate d’azzurro e verde, risplen-dono di luce riflessa (accecano a tratti). Nott io non conosco le coordinate precise, non posso flapppp non posso davvero flapppp non so cosa fare!

Stai fluttuando Odi! Così esci dal prisma!

Non posso farne a meno flapppp sono loro, io sto provando a opporre resistenza, amico, ma fa male, brucia! flapppp

Ok Odi, ok… lasciati andare. Fai buon viaggio. È stato bello conoscerti.

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Giulia tris

GIULIA CONTINUA IMPERTERRITA LA SUA AVVENTURA SU WORLD OF SPHAERA.

Buona lettura!

Che dire, furtività a gogo!

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La gelosia

immagine da qui

CONTINUA LA CAVALCATA DELLE EMOZIONI REGALATEMI DA ALESSANDRO GIANESINI, IL MIO SOCIO IN WORLD OF SPHAERA.

IL SUO VIAGGIO NON SMETTE DI STUPIRMI… (i puntini di sospensione sono un omaggio all’autore)

BUONA LETTURA

(ALESSANDRO, GRAZIE!)


Un breve trillo e una vibrazione si sovrappongono al brusio di sottofondo della pizzeria. Guardo di sottecchi Flavia, che deglutisce e avvampa «Scusami, ora lo spengo.»

Faccio segno di no mentre mando giù il boccone «Ma no, figurati.» sorseggio un goccio di birra e la fisso «Chi era?» socchiudo le palpebre posando il boccale.

«Giusy, chiedeva se stasera usciamo.» si stringe nelle spalle infila in fretta il telefono nella borsetta attaccata allo schienale «Mi stavi dicendo del progetto che state facendo.»

«Oh, beh, niente di ché.» abbozzo un sorriso, ma non smetto di fissare la borsetta nera e mi par di sentire un’altra notifica «Non avevi detto che avevi spento?» serro la mascella, ma mi costringo a prendere un lungo respiro e increspare le labbra «Comunque per ora» seguo il suo sguardo che si sposta sulla borsa alla sua sinistra «sta procedendo tutto per il meglio e, se andrà avanti così, forse i capi ci daranno pure un bonus.» la mia voce è piatta e non riesco a non guardare verso quell’affare che penzola.

Il cameriere passa e ci porta via il piatto «Prendete qualcos’altro, signori?» mi guarda appena e poi sorride a Flavia, tenendo gli occhi su di lei e la sua scollatura. Sembra che lo faccia apposta. Lui posso anche capirlo, ma lei? Perché ricambia il sorriso?

«Marco?» mi sta guardando con aria perplessa «Facciamo un fritto misto in due?»

Annuisco «Sì, sì: va bene.» ma la mia faccia dev’essere tutt’altro che entusiasta, tant’è che il cameriere sbircia corrucciato verso di me mentre segna sul taccuino e se ne va.

«C’è qualcosa che va?» Flavia mi sta parlando, ma io sto ancora guardando la borsetta e sento che continua a vibrare.

«Lo puoi spegnere?» sputo le parole con rabbia e vedo che lei sgrana gli occhi e annuisce «No, è che volevo che fosse una serata solo per noi e invece…» non è un messaggio, ma una vera e propria chiamata: mi fa segno alzando l’indice e si alza allontanandosi.

Io la guardo e dà tutta l’impressione di essere felice per la telefonata, anche se finge preoccupazione. Esce dalla porta a vetri e la vedo parlare e gesticolare, ma è di spalle e non capisco. Nel frattempo, il cameriere mi lascia il vassoietto con scampi, gamberi e calamari, insieme a due piatti puliti; si gira anche lui verso Flavia e, dopo un momento di esitazione, si allontana. Ma cosa vogliono tutti da lei?

«Scusami, ma era mia madre.» e cosa voleva? Corrugo la fronte e la fisso, senza toccare il fritto «Finito di cenare è meglio che rientri: non si sente molto bene e…» abbassa lo sguardo «Mi spiace rovinare la nostra serata, ma sai com’è fatta: basta un niente e va in paranoia.» serro la mascella «Sei arrabbiato?» mi sbircia prendendo con le dita un calamaro per poi portarselo alla bocca.

Certo che sono arrabbiato «No, figurati, è solo che…» che mi sta sul cazzo che mi si prenda per il culo, ecco «Se vuoi ti riaccompagno subito, non c’è problema.» e così puoi andare dal tuo amichetto che non resiste, ah? Perché sei così puttana? «Io non so se riesco a continuare così, sai?»

Lei smette di masticare e sbatte ripetutamente le palpebre «Marco, io…»

«Non dire niente, non voglio parlarne ora.» mi alzo e vado alla cassa e il cameriere si avvicina al tavolo e inizia a parlare con Flavia e lei gli risponde con un sorrisetto, prendendosi un altro calamaro fritto.

Pago e torno al tavolo «Su, andiamo…» il cameriere torna con una doggy-bag in alluminio e lo consegna a lei: certo, io pago e lei si porta a casa pure il fritto, ‘sta zoccola «Andiamo?» ripeto mentre lei sta ancora ringraziando il bellimbusto che la squadra da capo a piedi come se fosse all’asta del bestiame.

Lei mi raggiunge e mi prende sottobraccio «Mi dici cos’hai?» ma io mi ritraggo «Guarda che puoi fermarti anche tu a casa nostra, se ti va.»

Io la guardo e scuoto la testa «Sì, certo. E poi…» mi blocco quando un cliente le apre la porta e le sorride con un mezzo inchino al quale lei risponde con un grazie tra due guance che si arrossano «No, lascia stare: ormai è andata così.» nel chiudere la porta vedo che quell’altro guarda il culo di Flavia.

Saliamo in macchina e ci fermiamo al semaforo «Cosa t’è preso stasera?» sembra quasi sincera la sua voce accorata, ma io guardo fisso davanti a me: perché si è messa così in ghingheri? Non l’aveva mai fatto e poi, tutto d’un colpo… «Ho fatto qualcosa di sbagliato?» mi domanda carezzandomi la spalla.

Sì, sei una bugiarda, ecco cosa «No, niente.» le parole mi escono come un mormorio sommesso «Però non so se voglio ancora star con te.» almeno non farò la figura del cornuto. Perché l’hai fatto? Perché mi hai tradito?

Lei singhiozza, con la testa ciondoloni «Perché?» ripete tra un singulto e l’altro.

Perché fai la smorfiosa, ecco perché! «Penso che tu lo sappia già.»

Arrivati a casa sua lei sta per dire altro, ma io la anticipo con un “Buonanotte” e appena scende, me ne vado. Tutte uguali. Appena le fai sentire importanti, iniziano già a cercarsene un altro.

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Di

Dov’è l’Eroa?

Lì, liminare. Fantasma al mondo. Accampata sulla zolla del possibile si prepara all’ultimo guado del rito di passaggio.

Ha solo due indumenti con sé: la corazza di Agon e la veste leggera di Ilinx. Dopo aver dato loro il cambio, ora indossa entrambe.

Più in là è seduto lui, con il mantello di Mimicry e con sul capo la bella corona di Alea.

Gli incontri precedenti erano stati baciati dalla gioia d’intessersi delle due stoffe, alla ricerca del sacro: l’unico modo per uscire insieme dal gioco, abbandonando al suolo corazza e corona.

Adesso ciascuno, nella propria sabbia mobile, assiste all’altrui sprofondo.

– Tirami fuori con il canto della tua voce.

– Tirami fuori con la forza della tua mano.

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La sciagura

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

Aladino nel Giardino Magico, illustrazione di Max Liebert dal libro di Ludwig Fulda Aladin und die Wunderlampe.

È da un anno e mezzo che va avanti così. All’incirca.

Questa cosa succede. In continuazione.

Ok, ci si adatta, siamo animali da soma, il peso è nei patti, ma abituarsi è difficile.

Ci metti un attimo a prenderne atto. Più di un attimo, a dire il vero. Ci vuole un sacco di tempo per collegare i fili, cablare la rete e quando lo scenario è completo tutto cambia. Il pensiero vacilla.

Questa cosa è per stomaci forti.

Non è un vanto: è quanto.

Genesi e persistenza del fenomeno hanno la loro importanza. Qualcuno potrebbe applicarsi in studio, scoprire il meccanismo al governo del processo e la conseguente rivoluzione sarebbe epocale. Meraviglia e Giustizia finalmente a irradiare.

E chi se ne frega!

Eccola che irrompe, la vocina d’istanza dietro l’orecchio destro. Chissà cosa c’è dietro l’orecchio destro, una coscienza piccola e stronza, suppongo, tesa a buttarmi giù non appena formulo un’idea universale e grandiosa. In genere riesco a silenziarla con poco sforzo, scuoto i capelli per farla scorrere in lunghezze, un altro colpo di testa deciso per staccarla agli apici. Oggi è impossibile, è solida e avvinghiata. Comunque, lei non ha nulla a che fare con tutto ciò, è solo un giudizio, una considerazione in merito, uno stato d’animo di fronte all’inspiegabile.

Dell’inspiegabile c’è poco da dire. Ma quel poco è disorientante. Questo inspiegabile, inoltre, trova dimora nelle fiabe e basta. Me le sono lette tutte, vi ho dedicato giorni e notti (perché lì è descritto molto bene, oh come è descritto!), ma non ci ho capito un cazzo lo stesso. La descrizione è inutile, mi è tutto noto. Ecco, sulle conseguenze qualcosa ho imparato. Poco. Sul resto, niente.

Io e il mio inspiegabile conviviamo ormai forzosamente; prendere le misure è d’obbligo, ma sono misure dinamiche, mi risulta sfiancante. Solo estraniandomi lo stacco davvero e, lasciandolo galleggiare, lo vedo. Riesco perfino a parlarne, quindi, l’inspiegabile è: io esprimo un desiderio, lui si avvera.

Sono una persona fortunata.

E non ne posso più.

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Giulia bis

GIULIA CONTINUA LA SUA AVVENTURA SU WORLD OF SPHAERA, CI HA PRESO GUSTO.

Buona lettura!

Ecco un altro brano per accompagnare le sue imprese.

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Di voci e di mano

Nero. La palpebra sbatte.

Il fiuto non aiuta e l’udito banchetta. Una voce –ciao– un’altra voce –vieni– un sussurro –segui– il lamento. E via ancora. Una voce –io– un’altra voce –segui– un sussurro –ferma– il lamento.

Il nero e le voci. Insieme. Il volume in spessore riempie di pece, scomposto si torce sottile in ronzio, blocca il trigemino, immobilizza la lingua. L’odore va in acre e il respiro si appende.

La porta. La porta!

Al tocco della maniglia un frastuono alle spalle. Ahi!-Checcazzo fai!-La caviglia!-Ma sei scemo?-Bastardo!-Un dente, due denti! Aaaaah! Le ditaaaa!

E una mano le prende la mano.

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Conferenza

“… e finanche, foss’anche…”

Scrittrice Maledetta: «Ma cosa sta dicendo quello lì?»

Amica Scrittrice Maledetta: «Ma si, non farci caso, dai.»

SM: «Come non farci caso, ha detto finanche

ASM: «Ma sì, ma sì, lascia perdere.»

SM: «Sto male…»

ASM: «Dai, non fare la solita scena.»

SM: «Spruuuuuuuuattttttt!»

ASM: «Che fai?»

SM: «Vomito, non vedi?»

ASM: «Ma smettila, fai finta di niente per una volta, no?»

SM: «Fa parte del personaggio: calmanti, vino, acidi e vomito… dimenticavo il rimmel impastrocchiato sulla tempia.»

ASM: «Ma non esci mai dal ruolo?»

SM: «No, scusa… spruaaaaaaaattttt!»

ASM: «Ma che schifo!»

SM: «Non possiamo andarcene da qui? Il tedio è finanche fisico.»

ASM: «No, voglio ascoltare. Spostiamoci però, se no va a finire che pesto la pozza.»

SM: «Va bene, resto, ma se pronuncia ancora quelle parole vomito.»

ASM: «Non sono così brutte.»

SM: «Non sono bru… fin… foss… spruuuuaaaaatttttt!»

ASM: «Ma hai su il rossetto indelebile?»

SM: «Sì, come te ne sei accorta?»

ASM: «Regge gli urti. Costoso?»

SM: «Una cifra.»

ASM: «In compenso ti puzza l’alito da far paura.»

SM: «Se repello va bene, repellere e attrarre, è il mio motto.»

ASM: «Anche il motto adesso.»

“… sorprendentemente obliquamente!”

SM: «No!»

ASM: «Che hai adesso?»

SM: «Queste no.»

ASM: «Ma piantala!»

SM: «Sono bellissime… ci faccio tutta una tirata domani piena di citazioni dotte.»

ASM: «Che schifo!»

SM: «Sì, ci metto anche lo schifo, attrarre e repellere, repellere e attrarre, ricordatelo.»

ASM: «Ho fame, paghi tu la cena?»

SM: «Lo so che la tua amicizia è interessata.»

ASM: «Brava!»


Questa è la versione reagalatami da Camelia Nina!

Grazie 😉

“… e finanche, foss’anche…”

Scrittrice Maledetta: «Ma cosa sta dicendo Lui?»

Amica Scrittrice Maledetta: «Ma si, non farci caso, dai.»

SM: «Come non farci caso, ha detto finanche!»

ASM: «Ma sì, ma sì, lascia perdere.»

SM: «Sto male…»

ASM: «Dai, non fare la solita scena.»

SM: «aah!»

ASM: «Che fai?»

SM: «ehm… niente, non vedi?»

ASM: «Ma smettila, fai finta di niente per una volta, no?»

SM: «Fa parte del personaggio: amanti, citazioni, musica e …ahaaha… dimenticavo il rimmel impastrocchiato sulla tempia.»

ASM: «Ma non esci mai dal ruolo?»

SM: «No, scusa… aah!»

ASM: «Ma che schifo!»

SM: «Non possiamo andarcene da qui? L’eccitazione è finanche fisica.»

ASM: «No, voglio ascoltare. Spostiamoci però, se no va a finire che pesto la pozza.»

SM: «Va bene, resto, ma se pronuncia ancora quelle parole vengo.»

ASM: «Non sono così brutte.»

SM: «Non sono bru… ahaah fin ahhaaa… foss… ahaaa!»

ASM: «Ma hai su il rossetto indelebile?»

SM: «Sì, come te ne sei accorta?»

ASM: «Regge le incontinenze. Costoso?»

SM: «Una cifra.»

ASM: «In compenso ti si sente l’odore da far paura.»

SM: «Se repello va bene, repellere e attrarre, è il mio motto.»

ASM: «Anche il motto adesso.»

“… sorprendentemente obliquamente!”

SM: «No!»

ASM: «Che hai adesso?»

SM: «Queste no.»

ASM: «Ma piantala!»

SM: «Sono bellissime… ci faccio tutta una tirata domani piena di citazioni dotte.»

ASM: «Che schifo!»

SM: «Sì, ci metto anche lo schifo, attrarre e repellere, repellere e attrarre, ricordatelo.»

ASM: «Ho fame, paghi tu la cena?»

SM: «Lo so che la tua amicizia è interessata.»

ASM: «Brava!»

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il possibile

Joël 2

Ciao Joël.

Chi non sa cosa sia potrebbe scambiarla per una X.

Sì.

(Sei il solito paraculo.)

Ciao.

Due piccioni con una fava
(foto da qui)
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Argomentario

Giulia

GIULIA È ANDATA A FARE UN GIRETTO SU WORLD OF SPHAERA, AVEVA VOGLIA DI BERE UN CAFFÈ IN COMPAGNIA.

Buona lettura!

Nel frattempo lascio qui una canzone che ben aiuta a conoscere la protagonista del racconto e la natura dell’anelito di chi se ne occupa.

Giulia – Antonello Venditti
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regaloni

L’invidia

Invidia – Giotto – (Cappella degli Scrovegni)

Continua la cavalcata emozionale che ALESSANDRO GIANESINI ha deciso di condividere qui, in anteprima; è un Regalone che non smette di stupirmi e che spero possa avere lo stesso effetto in chi passa su queste pagine.

Il percorso è iniziato con il racconto LA RABBIA, è continuato con LA TRISTEZZA e… buona lettura!

(GRAZIE ALE)


«Ma tu guarda quella: anche la piscina si è fatta!» i lavori sono segnati sul tabellone esposto sulla rete metallica di casa Neri, a cui hanno legato quella arancione per non far guardare dentro: cerco di sbirciare attraverso i piccoli fori, mentre mio figlio mi tira per la mano «Arrivo, arrivo…» c’è un operaio che sta parlando con lei, la reginetta del quartiere: ma è il modo di ricevere gente? In vestaglia di raso e per di più trasparente?

Mi faccio trascinare da Nicola, ma lancio un’occhiata al loro giardino attraverso ogni forellino: ci starà un campo da calcio con tutto lo spazio che hanno, ma loro dove le mettono le piante? Sul confine di casa nostra, così ogni autunno metà delle foglie me le devo raccogliere io: bravi, così ci si comporta!

Sbuffo, ignorando le lamentele del mio bambino «No, niente gelato per merenda, inutile che insisti.» Sembri già un panzerotto, a forza di stare seduto a giocare ai videogiochi.

«Perché ho sposato quel fallito?» le parole mi scappano di bocca, mentre rientriamo nella nostra casupola, una di quelle dozzinali, a schiera: dai Neri hanno recintato tutto con quella maledetta rete da cantiere, così, quando hanno finito, aumenta l’effetto sorpresa, vero? Perché è come se fosse sempre uno spettacolo, manco fossimo al circo! Da noi è già tanto se ci possiamo permettere quella di gomma gonfiabile, di piscine, che quando Nicola ci entra fa uscire metà dell’acqua.

Ecco, ci mancava solo questa: la figlia dei Neri è qui a suonare. Vorrà invitare Nicola a giocare a casa loro, ma stavolta se lo scorda: lo so che fanno apposta per farci fare la figura dei pezzenti col nostro bambino. E sono sicuro che è là che mangia tutte quelle schifezze che lo fanno ingrassare come un… «No, oggi stai qui a giocare.» mi guarda e fa il mestolino, un mestolino dalle guanciotte belle piene, ma io sono irremovibile. Anche lei, Martina, mi guarda con quel faccino, se non fosse così bella, con i suoi capelli biondi e gli occhietti azzurri, verrebbe da dire che finge di essere un barbone che aspetta solo l’elemosina. Un senzatetto che però ha addosso un vestitino firmato della boutique del centro. Costerà un occhio della testa e lei lo usa per giocare: roba da matti!

Perché devono sempre averla vinta? Tanto non lo sposerai mai il mio bambino, non prendiamoci in giro.

«Va bene, ma quando ti chiamo, corri a casa.» lui annuisce, gli sistemo i vestiti e gli do una pettinata con le dita «Guarda che bell’ometto!» poi guardo lei e mi verrebbe da tirarle quelle treccine perfette che finiscono col fiocchetto di raso coordinato con le scarpine di… Prada? «Ecco, vai pure.» sento l’acidità che mi sale dallo stomaco mentre lo guardo correre dai vicini «E non sudare!» ma quello ormai ha già capito che dall’altra parte la vita è più bella e nemmeno m’ascolta, quell’ingrato.

Mi avvicino di nuovo alla recinzione e sbircio dai buchi della rete arancione e vedo l’escavatore che rimuove la terra dalla parte centrale del giardino.

I Neri sono entrambi sul vialetto e si stanno tenendo per mano «Mi fate venire il diabete.» il commento mi sfugge dalle labbra, ma chi se ne frega. Nicola sta per entrare a casa loro, ma lei, miss “Ce l’ho solo io” lo chiama a sé, si china e gli sistema la maglietta e una ciocca che gli è scivolata sulla fronte. E lui le sorride di rimando: se va avanti così, si fregano anche il mio bambino.

Neri mi vede e agita la mano per aria, con un sorrisone allegro: che hai da ridere tanto? Solo perché ti godi la vita pensi di essere migliore di me? Ricambio con un cenno rapido della mano, poi mi giro e torno in casa.

Perché la vita è così ingiusta?

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il possibile

Paolo 2

Ciao Paolo.

No, non ero venuta a Mantova per prenderti le misure.

Sì, un po’ sì.

Ciao.


(immagine di Fausto Gilberti, foto tratta da qui)
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essere X X

Ittiogenico

Ittiogenico. X si è appassionato al termine.

Così l’ho portato a veder pesci.

Storioni (e mi hanno regalato uova).

simon's gifs & images
X in acqua
(flow, immagine di simon da no gifs allowed)
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Argomentario

Dell’impossibile

RACCONTINO DELL’ASSURDO SU WORLD OF SPHAERA!

TITOLO: LA SCIAGURA

Buona lettura!

Nel frattempo lascio qui una canzone che ben aiuta a entrare nel mood di una narrazione.

Accade – CSI
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Regalo

Eccolo di ritorno a casa dopo le vacanze su WorldOfSphaera!

Buona lettura!

foto da qui

«Che ore sono?»

«Le 23:58.»

«Ancora due minuti.»

«Dai, che palle, aprilo.»

«Ssst!»

«Non sopporto quando fai così.»

«Un attimo solo. (Certo che metti un’ansia.)»

«Ah, io metto ansia? Hai problemi con le sorprese?»

«No.»

«Cosa potrà mai esserci dentro?»

«Un regalo.»

«Eh, sarebbe bello scoprire di cosa si tratta. Dubito sia un pagliaccio con la molla.»

«Sono terribili i pagliacci con la molla. Che ore sono?»

«Le 23:59. Apri questo pacco?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Sto rovinando l’attimo?»

«Stai rovinando l’attimo.»

«Ti ricordo che è anche per me. Dai!»

«È un rito importante.»

«Importante ‘sto par di palle!»

«Silenzio, il momento sta arrivando.»

«Ok hai vinto, meno 20, 19, 18…»

«Non sfottere.»

«Vuoi un cerimoniale? Una musica di sottofondo magari? Un coro di voci bianche?»

«Magari! Ore?»

«00:00 del 25 dicembre, contento?»

«Sì. Bisturi… aspira. Pronto con il divaricatore.»

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regaloni

La tristezza

Polesine – opera di Marco Rosellini

Questo Regalone mi è particolarmente caro poiché è testimone della volontà di ALESSANDRO GIANESINI di esplorare l’insolido sentiero che porta a luoghi muti e urlanti: le emozioni.

Gli sono grata per aver deciso di condividere così tanto.

Il percorso è iniziato con il racconto LA RABBIA, che ho avuto l’onore di ospirare in questo spazio in anteprima; ora è di ritorno a casa.

(ALE, GRAZIE)


Lo schermo è scuro, buio, immoto: nessun led che lampeggia, nessun bip a indicarmi un sussulto di vita; scorro le e-mail, ma quest’oggi nemmeno lo spam sembra interessato a me.

Infilo il telefono in tasca e me ne esco per una passeggiata: la mente si arrovella senza tregua, senza lasciarmi nemmeno il tempo di godermi quell’alito di vento che fa viaggiare veloci le nuvole, che corrono libere almeno quanto i miei pensieri.

Il telefono vibra, trattengo il fiato, ma è solo il meteo che mi avvisa che oggi c’è il sole «Grazie tante, eh!» gli rispondo, ma ne approfitto per scorrere con le dita in cerca di altro: niente. Elimino la notifica, scuotendo il capo e ricominciando a rincorrere le mie preoccupazioni, anche se forse son loro a inseguire me, ovunque vada, ovunque volga lo sguardo.

Com’è che sono finito in questo circolo vizioso? Era una mattinata così piena di allegra ipocrisia, saluti, baci, messaggi e poi… e poi niente, come se fossi sparito dalla faccia della terra.

Ripasso mentalmente tutta la giornata e la mano si infila in tasca: giusto una sbirciatina. Niente.

Non c’è nemmeno un runner da salutare oggi? Han deciso tutti che devo essere solo? Va bene, lo accetto…

Sì, come no! Non riesco a essere sincero nemmeno con me stesso? Ci sto male, ma non posso far altro che aspettare, muovermi, guardare. Lo vorrei gridare al mondo quanto sto male, ma sono talmente giù di corda che non ho avuto nemmeno il coraggio di parlarne con i miei amici.

Una macchina! Sembra che mi stia salutando, ma poi mi accorgo che mi sta solo facendo segno di stare in parte perché sono finito in mezzo alla strada. Cos’è? Il subconscio che ha deciso che è meglio lasciar perdere tutto e finirla qui?

Mi fermo a guardare l’acqua di un fosso che scorre lenta, un paio di pesci che si allontanano seguendo la corrente e la carcassa di una nutria a pelo d’acqua, lì vicino.

Perché sono venuto da questa parte? Perché proprio questa strada? Per non incontrarti in centro o è perché era la strada che facevamo insieme la domenica dopo pranzo?

Tutte e nessuna, chiaro. Ma io sono ancora qui a rivivere quei sorrisi al mio fianco, quelle volte che mi indicavi un airone o quando mi facevi cambiare strada perché c’era un cane che abbaiava a un cancello.

Dove sono quelle giornate di sole mano nella mano? Solo nei miei ricordi, ma non sono caldi come gli abbracci e le coccole che ci scambiavamo.

Faccio dietrofront quando vedo la casa che ci piaceva tanto e su cui facevamo tanti progetti. Quei progetti ora che fine faranno? Non lo so, la casa è bella lo stesso, ma non è più la stessa senza immaginarmici dentro assieme a te.

Ci vuole mezz’ora per tornare alla civiltà e ogni singolo secondo è te che vedo in ogni fiore, in ogni albero, in ogni sagoma che scorgo in lontananza. Un attimo, quella non è la mia immaginazione: sei proprio tu.

Sei da sola, cammini spedita e mi vieni incontro: il cuore perde dei battiti, ma chi se ne importa. Stai sorridendo, non c’è dubbio e sorrido anch’io.

Quando siamo vicini sto per abbozzare un «Ciao» addobbato da un sorriso, ma vedo il cavo dell’auricolare e tu non stai certo parlando con me. La smorfia resta paralizzata sulle mie labbra, mentre da parte tua vedo solo un’occhiata sdegnata, come se l’avessi urtata per sbaglio.

Passo oltre, il sorriso è rimasto stampato sulla mia faccia, ma si spegne sotto il peso di una lacrima scivolata sulle labbra.

Guardo il telefono, quella chiamata non era certo per me…

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Bianco horror

Il latte scivolò sul tavolo, cadde a terra.
Si rialzò.

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a proposito di X X: circumnavigazione

Attesa

Da troppo tempo non pubblico pezzi intorno a X.

Rimedio subito.


La porta dello studio è aperta. L’uomo di fiducia, passando sosta.

Dentro, il suo capo ha dita incrociate sul cranio e insegue cieco vecchie immagini incastrate al soffitto. Si volta verso l’interlocutore silenzioso e, con occhi appannati dal bianco e nero, informa:

«Dell’attesa so tutto.»

Dalla soglia giunge uno sguardo morbido di comprensione. Poi si abbassa e sposta.

Night and Day è un brano composto da Cole Porter nel 1932 per la commedia musicale Gay Divorce. Qui nella versione cinematografica Cerco il mio amore (1934), con Fred Astaire e Ginger Rogers.
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partnership

Rudimenti

Mi accodo come il nuovo vagone al traino e propongo una poesia bella.

Di Erin.

Il suo sito è Grianainech e io l’andrò a trovare spesso.

Poco sotto, poiché la poesia l’ho fatta un po’ mia, ho scritto una risposta ideale.


Rudimenti

Porgimi la punta della lingua,

le parole riarse delle risaie 

allagate, aperte al trapianto, e

quelle strisciate sul palato 

dei bambini che si rincorrono 

con un’oscura gaiezza

sulle mulattiere che 

costeggiano i graduali 

terrazzamenti, rudimenti

verso il cielo.

Il linguaggio funereo del 

fato sputa costantemente 

i tentativi di sciogliere 

le tue strade intricate e

ustionare la curiosa

irruenza che si porta

appresso un lenzuolo sfatto.

Si aggrappa con 

morsa premurosa alla 

celia della vita, si reca 

addosso la carie del 

quotidiano e la grana di 

zucchero che aspetta

di schiudersi in un 

lieve gemito 

di verità.


Ecco, poichè io ci ho visto anche una serie di domande (ognuno interpreta le liriche a proprio uso e consumo), se qualcuno dovesse pormele io risponderei così.

Sguardo fisso

in volta

veloce

di sorpresa l’immobile affanno.

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Troppo

Dopo essere stata a lungo in vacanza su World of Spheara, una nuova protagonista torna a casa dalla sua autrice.

Nel maggio di quell’anno fece una scoperta: dopo sei mesi di occhiate ricambiate, di accalorato fiorir di gote, di deglutizioni asciutte e spaesamenti, il bel tenebroso di quotidiano incrocio aveva una voce. Bella.

Se l’era immaginata in profondità e spessore, impegnata in frasi rigeneranti l’ego e l’aveva nascosta in un luogo sicuro, nel timore di doversene staccare all’incontro con quella reale. Invece no, nessuna delusione. Nel maggio di quell’anno non ci fu perdita. Solo un problema: «Ippo-po-polita! Che bel no-nome!»

Ah!” esclamò mentalmente, sorpresa non tanto dalla previsione di conversazioni travagliate, quanto dai significati assunti dal suo nome in quel suono sincopato. Tre, almeno. Nessuno lusinghiero. O forse sì. O forse no.

Quanto tempo le sarebbe occorso per raggiungere le belle labbra e zittirne il suono? E dopo, quanto avrebbe retto l’impaccio da impiccio? E infine, a quale diminutivo affidarsi per evitare il riproporsi di tutti quei significati?

Troppo. Troppo il tempo delle fantasticherie. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel giugno di quell’anno fece una seconda scoperta: dopo un mese di titubanze, di avvicinamenti discreti e di sfiorar di pelle, Fulvio (perché anche lui aveva un nome, pronunciato da Ippolita con l’enfasi dovuta a una speranza che si vuole importante e realizzabile) aveva una fantastica propensione per lei.

Si accorse del movimento sotto il tessuto in un casuale combaciar dei corpi e ne fu colpita come se da lì partisse un’accensione con elettrica urgenza. La propensione era talmente definita da inorgoglirle i sensi e da permetterle di aprirsi a sensazioni effluenti. Un unico inconveniente, lui non riusciva a mantenerla. La propensione si era mostrata timida nei momenti sbagliati, vivace in luoghi non propizi, scultorea in presenza di parenti e amici.

Ah!” pensò ogni volta, non tanto preoccupata d’essere interessante ora sì e ora no, quanto per le preferenze mostrate dalla propensione, così difficili da soddisfare.

Troppo. Troppo per una storia appena nata. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nell’agosto di quell’anno fece una terza scoperta: dopo due mesi di carnalità ondivaga, di stop and go, di eccitanti improvvisazioni, Fulvio aveva esternato un virile desiderio di famiglia. Lei non vi aveva fatto caso, ma il suo sciogliersi di fronte a pargoli variamente impegnati in lallazioni, capricci e lancio di pappe, la mossero a considerare l’evenienza.

L’evenienza fu sobillata anche da frasi magiche pronunciate da lui lungamente e in più riprese, sintetizzabili in “con la pancia sarai bellissima”, “ti massaggerò le gambe” e inequivocabili “noi tre”. Nell’enfasi di un tale turbinio di proiezioni nel futuro, a Fulvio sfuggì una verità: era sposato. Sì. Con Marcello.

Ah!” si trovò quasi a dire, non tanto per la presenza di un legame ufficiale, quanto per essere stata catapultata nella competizione con un uomo, ricco, generoso con il giovane marito e promotore della sua realizzazione professionale.

Troppo. Troppo per chi vuol metter su famiglia. Troppi problemi. Troppo bello lui.

Nel settembre di quell’anno fece una quarta scoperta: era incinta. Festante e sicura comunicò la lieta novella a Fulvio che l’abbracciò, la baciò e la coccolò per l’intero giorno.

Sul far della notte la condusse su un prato, illuminato da una luna invadente, le carezzò i capelli, la dondolò in abbraccio e, perdendo la dizione a tratti, che tanto intenerisce una donna, le disse: “È un sogno che si realizza. Mio e di Marcello.”

«Ah!» sbottò finalmente.

Ippolita si diede all’ippica.

Con il suo piccolo in spalle cavalcò elegante sulle rive chiare e sabbiose del Po, l’unico luogo in cui i significati si congiunsero a un senso.

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