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Il Metodo

IL METODO – 3

Victor Vasarely, Tau-Ceti-Ny, 1967
(Immagine tratta da qui)

l’inizio

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Ci sono molte cose che non conoscete di questo mondo e mai nessuno vi racconterà. La prima è che il comando vero, quello che decide le sorti di intere nazioni, è ancora e sempre gestito dall’aristocrazia: dai nobili. Sono i nobili, non quelli che voi conoscete, quelli come me, che decidono e costruiscono ricchezze oppure le distruggono. Tutta la loro vita, percorrendo la via democratica per evitare gli effetti collaterali della Rivoluzione Francese, mira a un unico obiettivo: riprendere, anche ufficialmente, il potere e creare il mondo perfetto.
Il loro mondo perfetto.

I matrimoni, i figli, le figlie, l’istruzione, tutto è pensato unicamente per questo obiettivo. Un obiettivo che passa di generazione in generazione e non cambia mai. Fu così anche per me. Nascere da un’antica famiglia, che riunisce le linee di sangue delle nobiltà di mezzo mondo, è un giogo per qualunque bambino, poi, se sei anche intelligente, magari con un’intelligenza molto superiore alla media, un genio, è la tua rovina.

Le prove che devi superare si accavallano, una dopo l’altra, senza interruzione; a dieci anni sei già un perfetto nuotatore, sai tirare di scherma, sparare con una calibro 22, parlare correttamente almeno quattro lingue e sei circondato da tutori che tutti i giorni, senza un attimo di pausa, travasano conoscenza. Non la conoscenza della scuola normale. Gli esami da privatista presso la scuola pubblica, perché questa è la regola se non vuoi infilarti il cilicio delle poche scuole della Gerarchia, erano un giochino banale. A tredici anni giocavo a scacchi con qualunque grande maestro e i tutori procuravano, a soddisfare i miei capricci, il grande maestro con cui giocare e vincere. A cinque anni sapevo viaggiare in astrale da solo e interpretare la simbologia, correttamente.

Già, non sapete nemmeno di cosa sto parlando e siete ancora convinti che Einstein fosse un genio, invece che un banale mezzo per trasferire informazioni a scienziati molto più intelligenti di lui che sarebbero riusciti, con le indicazioni corrette, anche se parzialmente errate, a creare la bomba atomica. La teoria della relatività è la peggior bufala scientifica della storia, almeno della storia moderna, ma Einstein era l’attore perfetto per la recita: scapigliato, ebreo, schivo. E quando il suo mito sarà diventato inutile, arriverà un Galileo anche per lui.

Come potevo pensare, ora, di ripetere questo supplizio con mio figlio? Un figlio che era nato senza un padre, un figlio che non avevo potuto abbracciare, cambiare, accudire, ascoltare crescere e osservare mentre dormiva; sorridendo. Un figlio che, senza una sola parola, sapeva già tutto di me. Come me. Un figlio naturale e uno che mi sono preso, istintivamente, e che ho visto nascere. Sapevo che avrebbero cambiato tutto. Una famiglia nobiliare non può accettare un bastardo: è una regola inderogabile. Tentarono l’impossibile per risolvere l’anomalia, persino causare un incidente automobilistico. L’unico errore che commisero fu tentare di causare l’incidente mentre ero io al volante. Si schiantarono quelli che avevano cercato di schiantarci e mi preoccupai, personalmente, di spezzare l’osso del collo all’autista, che ancora non era morto.

Dopo quell’episodio fu necessario prendere delle precauzioni e il sopra mi costrinse a imporre ai miei figli una protezione strettissima: tre anni. Tre lunghi anni durante i quali furono controllati e seguiti giorno per giorno, ogni minuto, ogni secondo. Non esistesse il sotto, voi penosi esseri senza testa, non sarebbe stato necessario costringerli a una galera dorata per tre anni. Una galera che non finirà mai, che li obbligherà a vivere, per tutta la vita, guardandosi alle spalle. Senza potersi fidare mai di nessuno.

Sto correndo troppo.

«Frank! Frank!».
È la voce di mia madre. Inconfondibile. Potrei riconoscerla mentre sussurra in uno stadio durante una finale del Superbowl e nemmeno oggi, che è il mio quinto compleanno, mi lascia tranquillo. Mia madre è l’erede designata di una delle più antiche, anche se spiantate, famiglie nobiliari d’Europa. Non commettete l’errore che commettono tutti, se sei un nobile giusto il denaro non è importante: arriverà. E per mia madre tornò quando sposò mio padre: il solido contadino.

Ho sempre amato la fattoria, con gli animali e i trattori e gli spazi che, da piccolo, sembrano infiniti. Era il mio regno e saltavo, perennemente sporco, da una stalla all’altra, da un campo all’altro; senza pausa. Le soste erano ritmate dal declamare acidulo di mia madre e dall’arrivo del tutore di turno. Personaggi in vendita che avevano l’onore e l’onere di istruirmi, di coltivare la mia intelligenza e restituire alla famiglia non solo un ruolo sociale degno, a quello stava provvedendo più che bene mia madre, ma anche il ruolo di comando che spetta di diritto al primogenito di un casato nobile come il nostro.

Odio quando mi chiama e non rispondo mai, almeno non al primo richiamo. Mi piace metterla alla prova, nascondermi e fare in modo che non riesca a trovarmi; nonostante lei sia la sacerdotessa. Capirete.

«Fraaank! Fraaank!». Al terzo richiamo il tono è salito di due ottave e sta perdendo la pazienza; è ciò che voglio e mi diverte vederla arrabbiata, lei così potente, di fronte a un figlio che non sopporta perché sa, l’ha sempre saputo, che questo figlio che odia diventerà il suo padrone. Così funzionano le gerarchie e le donne, anche le sacerdotesse, sono destinate a ruoli di secondo piano. La Gerarchia non ammette deroghe.

«Arrivo madre». È il mio turno di rispondere, dopo averla fatta arrabbiare, comparendo più sporco del solito, che lei si vergogni e il mucchio di fieno a macerare è perfetto per rotolarsi e raccogliere gli ultimi odori.

Mi guarda in cagnesco, con il tutore impassibile di fianco, ma non può nulla e il tutore, un povero insegnante di matematica, all’epoca docente universitario, non si azzarderebbe ad accennare neppure un commento; anche solo pensarlo potrebbe essere pericoloso. Avevamo già avuto uno scontro, qualche settimana prima e con l’incoscienza che solo un bambino di cinque anni possiede, gli avevo dimostrato cosa può una mente allenata e ben addestrata. È difficile, per un matematico classico, accettare l’irrazionalità; ancora più difficile se l’irrazionale ti assale con le sembianze di un piccolo uomo di cinque anni.

Persino troppo semplice, dopo aver combattuto in astrale con larve e bastardi di ogni tipo, con il Maestro che godeva nel vederti soffrire e spaventato, prima ancora di compiere tre anni. Giocare con un sotto era una sciocchezza. Molto più divertente, qualche mese prima, era stato l’attacco frontale al Maestro sadico: lasciato a patire in astrale col corpo e la mente impazziti. Ero un bambino cattivo, anarchico. Mia madre non me l’ha mai perdonato. Neppure io a lei di avermi rifilato il Maestro più stronzo in circolazione all’epoca. Quel giorno comprese che ero un nemico e, tacitamente, firmammo la nostra dichiarazione ufficiale di guerra. Una guerra che non è ancora finita.

puntata seguente…


L’opera “Il Metodo” è di proprietà esclusiva e riservata dell’autrice ed è protetta dalle vigenti norme nazionali e/o internazionali in materia di tutela dei diritti di Proprietà Intellettuale. Ogni riproduzione, anche solo parziale, è proibita senza il consenso dell’autrice stessa.

85 risposte su “IL METODO – 3”

Sì, le finisco, prima di buttarmi in scrittura di quello nuovo devo aver terminato quello vecchio e averlo sistemato. Lo chiudo e mi tuffo nei nuovi personaggi, a bomba.

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