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Giulia 8

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(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

Giulia è accucciata in parte al pesante piedistallo di pietra, sotto il piano in cristallo. È in tenuta d’ordinanza e una piccola luce sulla fronte illumina la zona di lavoro. Il polpastrello guantato accarezza il granito mentre l’altra mano estrae da una taschina sul bicipite una lamina chippata che inserisce nella sottile fessura appena individuata. Alcuni led presenti nella stanza si spengono e un clack indica l’apertura di un vano segreto nel mobile bar.

«E bravo il nostro Mister T, finalmente ci siamo. Mi hai anche fornito un motivo in più per rubarti i segreti: non dovevi seppellire vivo tuo figlio.»

Ha ancora 45 secondi per prendere i documenti e andarsene prima che parta il secondo allarme. Agile raggiunge il vano, prende i fascicoli, sfogliata veloce, li infila nello zaino piatto, lo indossa e felina esce dalla finestra. Quando i sistemi antintrusione si attivano ha già valicato il muro di cinta e sta correndo attraverso il bosco. Raggiunge l’auto sulla statale e, prima di partire, sfila zaino e passamontagna attrezzato. Mette in moto. Si osserva compiaciuta nello specchietto retrovisore, dedicandosi quello sguardo speciale che sigla il termine di una missione. Sì.

No. Un momento. Sono le 4 del mattino, perché sono comparsi due fanali lì dietro? Gli scagnozzi di Mister T, di sicuro.

No. La forma… non può essere. Individuato il modello dell’auto deve verificarne il colore. Con una sterzata in velocità passa vicino a un lampione, seguita a breve distanza. Beccato!

«Oh Inge, perché mi segui? Non eri mai arrivato a tanto. Non ora, dai!» e accelera. Sono pochi i tornanti che la vedono prendere un vantaggio sulla berlina. Altrettanti quelli che le riattaccano un paio di fanali al sedere. Di un vecchio, fottutissimo Hummer.

Prima spinta. Resiste. Seconda spinta. Sbanda paurosamente. Terza spinta. La scarpata.

Il volo.

L’auto è riversa sul fianco del guidatore. Giulia è intontita, sangue tra i denti, fatica a respirare. Riesce giusto a intravedere due mani calarsi dal finestrino rotto del passeggero e sfilare lo zainetto. Dolore feroce, poca visuale: uscire prima che l’auto s’incendi. La cintura da slacciare. Allunga le braccia verso l’alto, le gambe non rispondono a dovere, respira male, vede sempre meno. Non vede più.

Ma sente. D’esser presa. Di peso. Issata fuori. Appoggiata sull’erba. Stretta in un abbraccio, a coprirle il capo prima dell’esplosione. Il botto.

«Giulia, Amore Mio, adesso basta vero?»

«Basta.»

E per la prima volta, dal corpo martoriato, sgorga un sentimento autentico.

CONTINUA…

20 risposte su “Giulia 8”

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