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Giulia 7

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(immagine gentilmente offerta da Antalgica Poetica)

Puntata precedente

Ecco il silenzio.

Sospeso, senza finestre. Ostile. La stanza se n’è riempita all’improvviso con una deflagrazione muta, provocata da qualche lemma arrotato e sputato allegramente dall’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra.

Sta lì, il silenzio. Sfrontato. Ha braccia sui fianchi e zitto domanda ai presenti chi sarà il primo a violarlo. Nessuno. (Nessuno). L’istante si protrae tracimando aria, solida. Nulla si muove. Gli stessi respiri sono sottili, discreti, carichi. Sempre più carichi. Gonfiati dalla morsa che li trattiene.

Gli occhi del padrone di casa non smentiscono il senso dell’ultima frase e avidi masticano la scena come non avessero mai fatto altro: godere.

Enea stringe le mandibole e fissa, fissa quel fottuto naso, quel maledetto naso. Uguale al suo. Che effetto strabiliante, che gioco di prestigio raro. Che faccia da cazzo! Glie lo staccherebbe a morsi, ecco cosa farebbe a quel naso! Se le sente le cartilagini tra i canini, crick-crock, non sarebbe difficile, un balzo sul piano, le mani a stringere le orecchie e giù di rabbia. Cieca. Ahhhh!

Giulia annusa, non vista. Le sente tutte le forze stipate, puzzano. Sa che l’uomo ha di certo un’arma, lì dietro. Sa che potrebbe usarla con destrezza, in velocità, precisione e voglia, basterebbe poco all’uomo seduto dietro la bella scrivania: di cristallo e pietra. Se Enea scattasse in avanti, a lei il trattenerlo, anzi, il fermarlo, con un rapido colpo alla gola, giusto per togliergli il fiato, l’ardore, l’intenzione, costringendolo a spostare l’attenzione sulla mancanza di ossigeno. L’alternativa è assistere a un’esecuzione. Magari anche doppia. No, doppia no.

Enea non è nessuno per lo sterco di cavallo seduto davanti a loro. Enea è orfano di padre proprio ora, avendolo di fronte. Ciò che è mancato si presenta come un pieno rancido e corrosivo capace di distruggere ogni parete a contenerlo. Non doveva andare così. Non doveva essere questo il finale del viaggio di un figlio alla ricerca del padre. Avrebbe potuto accettare ogni altra alternativa: insulti, vergogna, anche fragile supponenza, ma non… Giulia rompe l’aria carezzandosi i capelli. Un respiro leggero e si volta con uno sguardo buono, a dargli un via.

Sì, via, ha ragione lei, andare, lasciarsi tutto lì, tutto, non dare alcuna soddisfazione, riprendere il passo, provarci, scappare. Qualche volta si può anche scappare. Enea la ringrazia con un sorriso e trova finalmente il coraggio di parlare.

«Giulia, posso avere ciò che ti ho consegnato prima di entrare?»

Lei apre la borsetta, infila l’indice in un cerchio di ferro ed estrae le chiavi della macchina.

«Grazie.» si alza «Andiamo.» e senza preoccuparsi più di voltare le spalle al vuoto che l’ha ingoiato da sempre, esce, sostenuto dalla voglia di vomitare.

Giulia attende che Enea sia in corridoio, si accerta che non l’aspetti, controlla che il ritmo dei suoi tacchi non subisca variazioni quindi si alza in piedi a sua volta. Le palpebre color cobalto si abbassano e la fessura si affila. Le labbra morbidamente viola si tendono in un sorriso studiato, scisso da ciò che le mani si accingono a fare. Le dita di nuovo nella borsetta, indice e medio uniti con in mezzo una stoffa. Sciaff! Il lancio.

«Cos’è questa porcheria?» chiede l’incredulo schifato, togliendosi dal volto un piccolo guanto di lana verde.

«Un guanto di sfida.» si gira, raggiunge lenta la porta, una veloce torsione del busto e una precisazione.

«Un errore il Suo, oggi.»

CONTINUA…

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